La formicuzza per il grande dolore, 
prese uno spillo, se lo ficcò nel cuore

Arriva la notizia che le arnie si stanno svuotando; che mancherà il miele tra poco. Che le olive sono indietro, ma dove. La siccità. Una siccità imponente. Le api non hanno trovato fiori. Mangiano il miele da loro stesse accumulato. Difficile asserire se sia così che succede, difficile da verificare ma il punto non è se sia vero o non lo sia. Il prezzo dei carburanti per fortuna continua ad aumentare.
Asciano è un borgo a sud, un sud est di siena. Saranno 25 kilometri, forse di più ma che importa. Asciano è in mezzo a un mare di colli di creta che ondeggiano, si usa dire a perdita d’occhio, proprio come fa il mare. Il paesaggio intorno è rivelatore, qualunque altro aggettivo sarebbe fuori posto. Uno, uno che si domandi, si domanda come faccia il paesaggio a sostenere così bene il proprio ruolo e per così lunghi periodi; a meno che non arrivino i capannoni. Asciano confina a nord a sud con campi di grano ondulati; a est e ovest con boschi,  più estesi meno estesi, e ulivete. Se qualcuno pensa sia meglio dire oliveti, lo pensi. Asciano è steso per il lungo su una bassa cresta, è comune a molti borghi toscani questa disposizione; le mura dal medioevo lo tengono lì stretto. Dentro le mura, le strade assecondano quella disposizione tutto sommato molle del paese, viene in mente paolina bonaparte sul suo canapé, poco medievale se si crede che il medioevo fosse epoca di assolute asprezze e di ruote di tortura in luogo di ruote del lotto. C’è uno strano contadino, dipinto da luca signorelli nei fumetti sulla vita di benedetto da norcia, nel chiostro del convento di monte uliveto maggiore. Benedetto è li che ammaestra dei bruti visti dalla mente di un uomo rinascimentale e in disparte c’è una figura, si direbbe una persona tanto l’occhio del pittore l’ha dipinta autentica, un contadino appunto, maschio o femmina poco importa, bello bello bella bella; stivali molli al polpaccio, le gambe ben disegnate, incrociate una sull’altra con un che di ironico, escono dalla veste aperta per tutta le lunghezza delle cosce, su fino all’anca; la manica destra ha un lezioso  strappo ovale appena sotto la spalla. A chi la/lo guarda sembra che la figura pensi qualche pensiero colorito, malizioso, consapevole della propria robusta grazia. La figura accenna un sorriso. Bionda, ricciuta e di gentile aspetto. Si tolleri l’ovvietà.
Piove ad asciano, piove su una fontana del cinquecento, sulle strade di pietra, piove dappertutto finalmente ma è da escludere che  scenda il prezzo delle preziose benzine; piove  sulla cattedrale romanica che, non avendo spazio per un suo sagrato sta ritta in cima a una scalinata, cadendo dalla quale si sarebbe certi di  morire. Davanti al portone chiuso, un uomo in abito scuro, ninna un fagotto di panni bianchi, da dentro il quale sporge la testa addormentata di un bimbo. Ore 17. Il portone si schiude di poco, ne esce un altro uomo con abito e fagotto analoghi. Il portone si richiude dietro di lui, mosso dall’interno. Si è portati a dedurre che è in corso un battesimo di gruppo, di massa forse. Gli uomini non vengono più costretti con la spada di acciaio, questo è noto, ma la spada di damocle della morte sospesa, pensata anche solo di sfuggita, basta a forzarli ai loro non si sa mai. C’è una piazzetta ad asciano; si allarga tra due vie parallele, una più su una più giù. Tredici gradini di pietra grigia collegano il sopra con il sotto. Piove sempre si noti. Nella piazzetta 4 alberi verdi, modesti, ben tonsurati. Sul lato a, un alimentari, alimentari tipici c’è scritto sull’impennata; di fronte, sul lato b, una forneria che reca la scritta boulangerie sul bordo del tendone giallo fradicio. Accanto un caffè, che non si chiama caffeterìa ma bar, bar hervè, con verandina. Si entra e si vedono dei babà, stesi dentro una vetrina spoglia cui i babà non riescono a cedere il calore che non hanno. La padrona al banco ha un’aria obliqua e il parlare campano; anche due tipi che chiacchierano davanti alla latrina parlano tra loro con il rumore di un falansterio situato alla loro periferia. Trentenni, uno, una; uno con la pancia d’ordinanza, una con i sandali altissimi, capelli neri tinti di nero, il viso che fa pensare a un sesso troppo o troppo poco praticato e a un corpo che pare afflitto della malattia comune dei tempi attuali, l’ignoranza. Queste è ovvio che siano impressioni di un nevrotico; magari la donna in questione è in pausa-sigaretta tra un cambio e un altro di pannoloni alla vecchia madre o al meno vecchio ma devastato padre. Chi scrive ha chiesto  caffè e latte e la chiave della latrina ma la chiave non si trova. La vescica attenderà. La padrona al banco serve un cattivo caffè in bicchieri freddi. Tutto stride. Fuori dal locale tre uomini di legno parlano tra loro nel vano riparato di un portoncino di pino morbido, battiporta in ottone lucidissimo. Parlano, così pare, una delle lingue sovietiche riconvertite all’ortodossia bizantina e alla folla delle piccole patrie miopi.
Mentre si allontana sotto la pioggia, si registri che ora è lieve, a chi scrive e che ora sta per smettere, viene in mente chi sa perché, questo po’ di Metastasio

Se a ciascun l’interno affanno
si vedesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!
Si vedrìa che i loro nemici
hanno in seno; e si riduce
nel parere a noi
felici ogni loro felicità.

E non vuol dire niente.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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3 Responses to La formicuzza per il grande dolore, 
prese uno spillo, se lo ficcò nel cuore

  1. canapé says:

    nice post. keep it up!

  2. …ma la benzina non scende…e se le api muoiono -con tutto il rispetto per la scomparsa della gentil formicuzza- c’è ben poco da stare allegri…Loro almeno si possono mangiare il loro miele..noi ci mangeremo la benzina?!!
    Molto cinematografico, li vedo davvero i tuoi personaggi, scorro i movimenti di camera, si sente l’odore della pioggia e il profumo delle colline…E’ sempre bello leggerti, con l’ironia attualistica che ti distingue sempre. Sei eccezionale Pasquale, sono felice d’averti conosciuto.

  3. emanuela says:

    Ciuska, inquietante. Ma alla formicuzza, il funerale, lo hanno fatto o le api erano troppo impegnate?

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