Un’Odissea americana​

giglio-significato-simbologia

Sia preso quel che segue a commento anche di un film, The Mule. 

Quando insegnavo teatro… materia misteriosa tranne per coloro che ne sottomettono i per lo più inestricabili rigiri a’ molti filtri oggi in commercio, detti visioni, storica, storicistica, psicologica, psicanalitica e, ma non s’usa più, marxista, sistemi ce n’è da vendere e i massimi sistemi sono quelli religiosi; quando ero bambino aveva peso la cosiddetta critica cattolica nelle sue varie sfumature, democristiana inclusa; menti chierichette sui film si impegnavano moltissimo a vederci questo e quello, purché ein Wehn im Gott, come si legge in Rilke Sonetti a Orfeo III/I; Pasolini e Bergman immaginarsi, Visconti piaceva meno perché mente subdola atea e checca, Fellini atea, poi però di tutto; al primo anno di accademia d’arte drammatica, il suo lugubre direttore, ricordo in una sola lezione ci inquadrò tutti noi del primo corso spiegandoci come qualmente ognuno aveva il su’ modo e ideologico e preciso di leggere Shakespeare,  l’unico dei quali libero e oggettivo l’era il suo; egli apparteneva e chi appartiene e’ non può farne a meno; è un addicted; sconcertati dalla variabilità del molteplice, da dopo gli eleati, filosofi e poeti, gli appartenenti, gli iscritti al circolo della vita, della vela e al club alpino, si affrettano appena nati a condensare in un sistema i guazzabugli vari che alcuni chiamano realtà, altri aspettativa, non pochi speranza e tornaconto… tornando a bimbumbómba, quando insegnavo teatro, da un collega svizzero, vivente, Mauro dr. Guindani da Lugano, cui va il mio saluto, avevo appreso un giochetto molto utile, dal nostro punto di vista di docenti. Alle corte, fatta indossare un maschera neutra all’allievo lo si invitava a occupare il tempo che volesse nel modo che volesse, concentrando il proprio pensare su un animale a sé gradito, detto guida; non si trattava poi di imitarlo, l’animale, anzi, ma di compiere qualsiasi azione astratta, distratta da quel pensiero in testa. La persona sulle prime o stava ferma o dopo pochi secondi di passeggiata scioglieva la maschera e poneva termine all’esercizio. In ogni caso si chiedeva al gruppo, alla classe, che cosa avesse visto e ne saltavan fuori di ogni d’ho visto, bambine innamorate e didoni abbandonate, tigri e madri capricciose; col tempo l’immaginazione si raffinava e da un semplice gesto poteva irradiarsi l’iradiddio di associazioni. Amen e arrivederci. Sono in pensione, non ho più niente da insegnare, al contrario di  Clint Eastwood; the Mule. Che tutti vedranno e, alcuni non oseranno dirsi ma, Non succede niente, altri, a ragion di ciò, diranno, Che è esaltante, pochi che è un mistero ben tessuto da quella Penelope imperterrita che è Clint Eastwood. A me ha fatto suonare in mente, di As Intermitências da Morte – Le intermittenze della morte, le parole di José Saramago, A morte voltou para a cama, abraçou-se ao homem e, sem compreender o que lhe estava a suceder, ela que nunca dormia, sentiu que o sono lhe fazia descair suavemente as pálpebras. No dia seguinte ninguém morreu – La morte tornò a letto, si abbracciò all’uomo e, senza ben capire quel che le stava succedendo, lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre. Il  giorno seguente non morì nessuno (pag. 205 – Feltrinelli 2005 trad. Rita Desti). The Mule m’è sembrato por lo tanto un’opera non sulla, piuttosto con, o chissà meglio ancora, della morte. Inizia e finisce con un’immagine di fiori l’unica cosa che plausibilmente vive, perché come dice una delle poche battute di un film piuttosto silenzioso, I fiori nascono e poi scompaiono ed è tutto lì, non si ripetono. In succinto il racconto lo si sa, narra di quest’uomo che, dopo una vita passata a dedicarsi ai fiori, ai gigli  in particolare,  sul far d’una senile contrizione, fa quadrare i propri conti col reale vendendo con successo i suoi servigi di corriere a un narcotrafficante messicano. ( Peraltro un simpatico Andy Garcia).  Degli uomini che incontra gl’importa poco, il Mule passa loro accanto, as a Mule li serve con l’attenta indifferenza che incanta non solo i più truci bravi, ma anche lo spettatore, e come gli è abituale e per fortuna, Eastwood sta alla larga dalla psicologia del personaggio e canta. Canta sul serio per tutto il film. E alla fine, conciliato coi parenti che ora lo adorano, per forza li ha pagati così come ha rimesso agli importuni creditori dello Stato degli Stati il proprio arresto e la condanna, in ossequio al vizio capitalista della quantità – Voglio arresti, insiste un capo della polizia – torna ai suoi fiori in carcere, non si difende, anzi, e non gl’importa, zappetta con espressione estrema e infinita e, nei titoli di coda fatto piccino piccino, esce di scena. Forse la più bella, quella che più emoziona, di questo mulo l’Odissea americana. 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Un’Odissea americana​

  1. Biuso says:

    Nessuna psicologia in questo racconto, c’est vrai, Pasquale. Soltanto il dissolversi, che è un evento, il più oggettivo di tutti.

    • dascola says:

      Sono lieto di questo tuo imprimatur… all’evento più oggettivo di tutti. Un caro abbraccio Psq.

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