Put your  garbage out 

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Paul Klee – Warnung der Schiffe – Avvertimento alle navi – 1917

Put my  garbage out – messa la pattumiera fuori – è in un verso sono quasi sicuro di T.S.Eliot ma non m’è riuscito di ritrovarlo. In rete per lo più riferimenti allo smaltimento controllato, isso, dei rifiuti. C’è una quantità di luridume che, come dagli spiragli degli infissi il vento carico di polvere e microbi, ogni giorno spira cheto e pallido tra le sinapsi della rete in virtù degli strumenti di propaganda e di manipolazione controllata, issa, e distruttiva che sono gazzettini,  pubicità, i sozial, altari elevati dalla demenza al cielo della demenza. Allora non solo è indispensabile alternare l’apnea allo spalanco delle finestre ma solo in certe giornate di minore stagnazione d’aria, meglio in assoluto quando piove; Manzoni ci insegna che una pluviata spazza, almeno per qualche po’ ogni peste, quella microbica dopo la macrobica dei morti viventi; e lo Renzo va; fosse stato il parroco che non era, Alessandro avrebbe concluso la vicenda lì a tarallucci e dio, invece tira dritto ad illustrare la miseria nei disegni dello stesso, una soluzione di compromesso per i promessi buoni, un tiremm innanz a Bergamo che è lontana, c’è una riga d’acqua tra la città Serenissima e il ducato di Malanno. Vabbè. Dedicare tempo al sapere le notizie sporca l’anima e mi permetto di dirlo opponendomi a qualsiasi dimostrazione favorevole o contraria; il notiziario è complice della notizia svalangata da ogni fogna, ammiscata con l’orrore che il riferirne senza filtri letterari comporta… come un camorrista che riferisca di un proprio delitto se dico nei particolari omessi o no di uno stupro di massa, cioè sempre ché nel singolo, anche quando fosse, agisce la genica degli spermatozoi, avanti arditi issi, ne faccio pornografia… ho visto miti macachi maschi dar la caccia a una singola femmina, vae antropoceffi. Mentre scrivo una formica viandante pellegrina vagola sul vetro illuminato di questo mio mac, che cosa si domandi chissà, la lascio fare evidentemente, ohiohi, mi auguro soltanto che non trovi qualche accesso all’interno della macchina dove andrebbe a friggersi… via sono riuscito a soffiarla sull’infinita volta di un muro, vedo che sull’intonaco ritrova una geografia non ostile… paiono cordiali le formiche, il loro interrogare il cammino, il loro risolversi nelle difficoltà; ricordo il loro sistematico rivolgersi alle particole non sfarinate di mio padre quando ne affidai le ceneri al vento; scosto i ragni dalla vasca prima di lavarmi e certi insetti della farina detti càmole li catturo con un bicchiere prima di lanciarli nell’aria libera; saluto nell’asino un mio più che probabile affine; so che ne fanno prosciutti e inorridisco, tutto al contrario di quanto un della tribù Gnamgnam dabbene e indubitato della sua potenza fa o farebbe. Le son superuome, es steigt über den Mensch – va oltre l’uomo – la Lonicera japonica, una pietra, il sasso, un ciottolo. L’ombra. Tutto ciò che si nutre di luce e d’acqua. Nos, impermeabilizzarsi alla si salvi chi ch’el pol e chi ch’el vol 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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