Houellebecq 2 – Sérotonine

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Michel Houellebecq in Ean – Journal de Littérature

Dire bene pubblicamente dell’opera magnifica altrui non è così facile e intuitivo come sembra, e enfin occorre capirsi sul perché ci si prende la briga di farlo, con che scopo, didattico, informativo, esornativo ivo ivo oh. Può darsi che agisca la convinzione che parlandone si compia un atto di omaggio dovuto a quell’opera, a quel tale… come visitare la tomba di Proust al Père Lachaise, passare da Meudon a vedere la casa di Cèline o cercare delusi i luoghi di Satie ad Arcueil-Cachan (Paris toujours Paris)… e finché il Sole/Risplenderà su le sciagure umane… epica di non poco conto quella del sgnor Foscolo – Dei sepolcri -v. 295. In ogni modo ogni scelta, in qualsiasi ambito, o è clinica della comprensione, o ci rimanda un’immagine di chi che siamo; sposiamo in genere i nostri specchi. Parlare male di quassicosa, merdità s’intende, è tutt’affatto facile, assai gratificante per chi scrive; la stessa soddisfazione che si proverebbe prendendo a schiaffi un che ci ha irritato, offeso, qualcosa del genere. Lo schiaffo è la la leva con cui l’aristocratico misura la distanza tra sé e l’universo dei fetenti. Ah ‘na billizza, co’ ‘na  manata precisi che le nocche non ti sporchi a tirare pugni, né vuoi far male, non tanto alla sua faccia, quanto proprio a Narciso, vuoi avvilire, e chissà tentare di redimire, far sentire lo schiaffeggiato ‘na schifezza, ‘na schifezza, ma ‘na schifezza ‘e uommene (Edoardo De Filippo in L’oro di NapoliIl pernacchio) Ma non sono qui a parlare di schifezza bensì di un grande scrittore, l’avevo promesso e ripromesso a me stesso, come visita dovuta al monumentale appunto, benché il mio commendàbile sia piuttosoto vivo, Michel Houellebecq – Sérotonine. Flammarion

Intanto per chi ha deciso che conoscere questa lingua è necessario, suggerirei di optare per l’originale. Houellebecq non è uno scrivitore; è letterato, architetto della sua lingua in punta di lapis. Che cosa narra in Sèrotonine è presto detto e lo riassumo in forma criptica perché mi dicono che levare ai bimbi il gusto infantile della storia… tutti vogliono storia e felix ending a costo di leggere storielle di alpinisti, velisti, velieri, pensionate in sala medica, nuotatori, mamme, tante mamme, sin di affogati… non sta bene dicono, dunque non sarò cattivo coi bambini. Del resto i bimbi si divertono se sentono culo, tette cacca. In poche parole Sérotonine è l’illustrazione d’un che scientemente decide di adeguarsi alla propria depressione fino a… Florent-Claude Labrouste, come Henry l’architetto ingegnere costruttore della biblioteca nazionale di Francia, l’Io narrante di Sérotonine, è Oblomov fino alle estreme conseguenze… fa il Nulla… incruento ma studiato, anche se… anche se lo vagheggia, architetta un infanticidio per esempio. E intanto viaggia viaggia sulla sua Mercedes 4×4.

In Sérotonine però non c’è nè redenzione da viaggio, sai Conrad, né consolazione da paesaggio; Florent-Claude si muove in un deserto; ad apertura di sipario, l’incontro con le belle chattes (passere, bernarde, fighe insomma) in calzoncini è a un distributore di benzina con intorno una terra di nessuno, non detta, ma percettibile. Non ci sono cime tempestose, né parchi, nulla, nessuna corrispondenza tra il richiamo sessuale delle giovani donne, richiamo odisseico, e la cornice ambientale. Si legga si legga. Florent si muove per chilometri e chilometri su una tabula rasa, su una geografia di pubi pornografici, in einem Nacht ohne Ende ( pag. 251), in un’Indocina alla Jean Tardieu (Lettre de Hanoï NRF-Gallimard) rigogliosa, orgogliosa, distratta. In quest’Indocina Florent individua un albergo e poi un appartamento, dei Nowheres, in einem Nacht ohne Ende ( pag. 251)vi si installa, Kurtz cuor di tenebra nella foresta, appare, scompare, vi ritorna, poi il romanzo  al momento dello sparo finale, lì, finisce. Solo il castello del nobile Aymerich collude col suo proprietario che, lui sì, si uccide. Non è questione di coraggio ma di amor proprio sufficiente. Sbam davanti alla polizia schierata in assetto da guerra, egli si spara en grand Maïtre. Prima ha la benevolenza di istruire l’amico Florent alla bellezza delle armi senza che questi ne colga e ne abbracci la potenza simbolica. Credo che il lungo episodio di Aymerich d’Harcourt (autentico e antichissimo cognome aristocratico) sia in certo qual modo lo snodo narrativo dell’opera, un po’ come in Macbeth, quello di Verdi intendo, la visita di Macbeth, per magia, ai passati re scozzesi conduce dritti al precipitare degli eventi. Non parlo di proposito della quête des chattes viventi o pallenti che in Sérotonine palpeggia qua e là  il lettore senza portarlo a nulla. Soltanto una gibigiannna, utile a far dire a certe pallide signore che il romanzo è volgare (ma non quanto si aspettavano, è chiaro, quando ti dicono che schifo è perché non sono ancora sazie). Florent non sente nessuna mancanza di vita, intellettuale, per esempio; non cerca il riscatto della propria intelligenza;  egli flotta alla deriva tra centri commerciali e bottiglie di Calvados, senza essere alcolista. Cèline direbbe che è semplicemente un francese.

J’avais l’impression de glisser sur un plan incliné, c’était étourdissant et un peu écœurant, comme chaque fois qu’on plonge dans le vrai ( pag 247)*… come in altre opere il genio di Houellebecq trasforma la meccanica che ingrana tra loro le cose e i fatti, in  cosmo poetico, attività che è più del poeta… si legga Gottfried Benn, Lo stile è superiore alla verità, lo stile porta in sé la prova dell’esistenza – in Pietra Verso Flauto – Adelphi (cito a memoria, chi legge mi creda e mi chieda, e gli ritroverò il passo se solo e quando ritroverò il volume smarrito)… più che del romanziere, così attento di solito costui, non parlo di veri romanzieri come Houellebecq, a fare l’occhiolino con le parole e spesso solo dietro di esse alla lettrice; ci sono solo lettrici al mondo, anche i lettori. In Sérotonine la distillazione cui Houllebecq sottopone il linguaggio può sembrare una riduzione chimica, o la sintesi alchemica tra opera al nero e al bianco; di semplicità vigile, il dire è scandito, a me piace molto, dal respiro delle virgole usate come le pause d’ottavo e sedicesimo nei recitativi dell’opera antica, dico in Cimarosa, Mozart, Rossini tanto per dire, pause che determinano una prosodia assai precisa, un andamento della dizione, Houllebecq parla. Interrogazioni all’anima. Così ottiene che la poesia prema alle porte della sintassi e la forzi oltre le parole. Con altri mezzi lo faceva Céline. Bon, non solo lui. Quanto Cioran si interroga sulle tentazioni che l’esistere comporta tanto Florent-Claude Labrouste, dalla stessa sirena attirato non risponde, Ulisse legato da sé al Captorix, farmaco che ha una promessa nel nome, mettere, lo si coglie leggendo, una distanza navigabile tra sé e l’esistere infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso (Dante – Inferno XXVI-142.) Tentazione di esistere che è, non si creda, anche nel pensiero del suicidio, suicidio che Florent progetta, da ingegnere, ma non attua, con coerenza totale o esisterebbe… J’avais l’intention d’opérer de nuit, pour ne pas être arrêté par la vue du béton de l’esplanade, je croyais peu à mon propre courage. Dans la séquence que j’avais prévue, le déroulement des événements était bref et parfait(…) C’était bien la peine d’avoir fait des études scientifiques longues: la hauteur h parcourue par un corps en chute libre en un temps t était en réalité précisement donnée par la formule h=½ gt2 , g étant la constante gravitationelle, ce qui donnait un temps de chute (…) de quattre secondes et demie, cinque secondes au maximum si l’on tenait absolument à introduire la résistence de l’air(…) J’ attendrais le sol à une vitesse de 159 kilomètres/heure, ce qui était un peu moin agréable à envisager, mais bon, ce n’était pas de l’impact avant tout dont j’avais peur, mais du vol, et, la physique l’établissait avec certitude, mon vol serait bref. ( pag 343)**

*Avevo l’impressione di scivolare lungo un piano inclinato, era sconcertante e un po’ rivoltante, come ogni volta che ci si immerge nel vero.
**Avevo l’intenzione di operare di notte, per non essere impedito dalla vista del cemento del piazzale, credevo poco al mio coraggio. Nella sequenza che avevo previsto, lo svolgersi degli avvenimenti era breve e perfetto.(…) Valeva proprio la pena aver fatto studi scientifici e lunghi: la altezza h  percorsa da un corpo in caduta libera in un tempo t era in realtà data dalla  formula h=½ gt2,  g essendo la costante gravitazionale, dava un tempo di caduta (…) di quattro secondi e mezzo, massimo cinque a volere assolutamente introdurre la resistenza dell’aria(…) Sarei sceso  al suolo a 159 km/ora, cosa meno piacevole da divisare, ma bon, non era dell’impatto soprattutto che avevo paura, ma del volo, e, la fisica lo stabiliva con certezza, il mio volo sarebbe stato breve.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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