Locoemotive

Turner_-_Rain,_Steam_and_Speed_-_National_Gallery_file
W. Turner – Rain, Steam and Speed (1844) – Londra, National Gallery

Diego Bruschi è un amico di penna cui mi apparenta di preciso la distanza e il fatto di non esserci mai visti né frequentati e, con qualche probabilità quello di non voler colmare questo iato. Ci accomuna magari il fatto che lui legge da sempre ciò che vado scrivendo e pubblicando qua e là, e che mi critica, ma con la generosità che io non ho quando lui si lascia andare nel suo bloggo a slanci fogazzardàti. Lui sa che ci siamo sfiorati da bimbini, quando io andavo in vacanza dagli zii a Portovenere, oh là là, e da lì a La Spezia col battello nelle giornate di pioggia a caccia di un cine. Poi da grandini ché a La Spezia fui insegnante per il primo decennio di servizio al locale Conservatorio, Puccini. Infine però c’è la ferrovia, e lì lui mi batte a tutta randa; sì, io avevo chissà quindici, venti metri di binari, scambi, convogli Fleischmann, i meno cari, che facevo correre per tutta la casa, 68 metri quadri calpestabili di parco ferroviario, co’ le sedie e’ letti dei mammi come sottopassi; lui invece eh lui aveva a disposizione per lo meno il locomotore di’ babbo e la linea che da La Spezia camminava, galleria galleria, a est, Borgotaro e Fidenza, per non dire Genova a ovest, forse Livorno a sud, ma tra fortezze, pinete e ginestre, in illo tempore, oggi centri commerciali. E dunque e senza cambiare stazione copio e incollo qui di seguito un bel pezzo da i’ ssu’ blog dove, a mio completo onore, paragona non saprei decidere se me o il mio lavoro alla ferrovia, cosa che mi onora. Ei s’interroga poi, com’è nel suo stile, con domande che non si rispondono. Ecco qua…

«Le storie sono un teatro a due personaggi, un gatto e un topo, ruoli giocati un po’ dal lettore e un po’ da chi narra. Non è poco ma è tutto qui.» (da Pasquale D’Ascola, Assedio ed Esilio, pag. 147, Ed. Aracne, 2019)
È davvero possibile scrivere solo per se stessi? Se trasferiamo la domanda sul recitare, sul raccontare a voce alta, pare nitida la stretta necessità di un ascoltatore. A che serve un treno, il capostazione, lo stantuffo sui binari, se non per muoversi e giungere ad analoga ma diversa stazione?
 Nello scrivere però abbiamo quelli che redigono un diario segreto, quelli che «io scrivo per me». Non son sicuro che funzioni, se scrivi c’è sempre l’ombra del possibile lettore.
Certo libri ce ne sono tanti, diciamo pure troppi, tutte quelle copertine esposte, come sala da ballo d’altri tempi, con troppe ragazze in attesa e pochi sudati ballerini, cioè pochi lettori.
 Ma non importa, mal che vada è sempre un foglio nella bottiglia affidato al mare (quand’era il mare e non una discarica di cotton-fioc). 
Io scrivo per pochi, pochissimi. Ma uno è infinitamente più grande di zero.

 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Locoemotive

  1. diego says:

    sono orgogliosamente un fogazzardone, caro P.

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