Muzzu ri minchiati

https://youtu.be/3vzLWsMG110

Nel ringraziarvi del credito che mi accordate ancora, cari 276, non so se leggendo ma perlomeno rimanendo iscritti alla mia mailing list -non mi azzardo a dirvi come si fa a levarsene, e confido che in generale sia vostra la facoltà di non leggere- desidero soprattutto rendere l’onore a quelle persone che mi segnalano il loro gradimento o gli affioramenti della loro immaginazione con un mipiace (like). Ne sono contento e ancora grazie. Questo detto, proseguo col diffidare dal darmi retta, più di quel che già farà da sé, il lettore esigente. Ogni cosa che scrivo è priva di qualsiasi motivazione commensurabile. Con i perché, chi vi scrive ha pochissima dimestichezza, tanto che, e non ne dubito affatto, parrò apodittico o/e supponente; c’è una parola francese che ben si attaglia al mio modo di procedere che è spesso tranchant, tranciante. Ma è ovvio; più di una volta a premessa di questo o quel discorso ora su un libro ora sul cinema ho detto che non sono critico, esegeta o analista. Per definirmi, oltre che osservatore estetico, potrei usare un modo di dire caro ai bidelli del mio istituto, nel tempore illo, tutti ammirati per non ho capito mai cosa di me, tanto da ripetermi sempre, spesso, più e più volte, Ah lei maestro qui dentro è l’unico artista. Allora io tra me e me pensavo, unico forse, artista hmmh, maestro poi uhh, ma essere ammirati si sa che piace e ho sempre lasciato dire, ché tanto male non fa, e poi qualunque qualifica rallegra chi la esprime. Però è vero che io non ho nessuna attitudine né capacità a dimostrare ciò che dico, a spiegare perché. Ricordo e si può rintracciare dint’o tiubbe -fatelo da voi se ci tenete- una lunga intervista a De Chirico, il pittore sapete, fratello del più geniale fratello Alberto Savinio. In quella sede l’intervistatore, colto il maestro al lavoro dopo la sua pennica quotidiana, non sapeva che domandargli. Sicché giù a chiedergli incauto, Come mai un sole nero, maestro (?). E il caro Ghiorghios, Giorgio, contadino in greco, a rispondere, Ma così, mi pare una buona idea. Ora occorre riflettere sul fatto che un artista anche quando riflette si riflette, o guarda e vede a traverso quegli specchi di polizia, di qua sì di là no. Sa lui quali fili insegue, tecnici per lo più, che lo legano al come non al che cosa. Non sa perché fa, non di preciso e non con gli strumenti dell’intelligenza geometrica, ma lo fa ed è (quasi) sicuro di non sbagliarsi ( quando abbia finito di correggere il fatto) e il più delle volte accade che altri, dotati di infiniti regoli calcolatori, asseverino ciò che egli disse o fece mmuzzo, tanto nel senso indicato dal Vocabolario della Crusca I e IV ed. Muzzo=di mezzo sapore. Lat. medii saporis, ottimo è il sugo delle mele muzze, tanto nel senso che certo lessico giovanile recupera forse invece all’uso siculo, Muzzu-Mucchio, muzzu ri minchiati un mucchio di fesserie, per estensione anche a vanvera, Parrari a’ muzzu=Parlare a vanvera.
Ora, molti mi chiedono, la mia vicina di casa per esempio, donna gentile e sapida e piena di curiosità ammirative, oh come faccio, oh come mi viene in mente, oh perché dico così o cosà. Ebbene la risposta è e sia sempre non lo so. Apodissi, ipsedissi, biribissi e già lo dissi qui in questa sede parlando del film di Schnabel su Van Gogh. Va precisato che un artista anche quando voglia fare la voce dotta, puttoppro parra a muzzo. Non ha niente da dimostrare. Mostra e basta; tranne i casi disperati, incurabili di quanti prima pensano e poi fanno seguendo una bandiera (Basti ricordare Hermann Hesse, il propagandista più noioso della letteratura, e la ricca messe di predicatori nell’arte modesta ma petulante di oggi; se non hai niente da dire chiacchiera, con accenti ispirati e stizziti, di libertà, spirito, diritti e donne, vedrai che ti pubblicano ché quando uno si pone e finisce al centro di un cicaleccio di cui sia ascoltatore e interprete, finisce allora o assassino o profeta o abbraccia le due carriere). È il suo, dell’artista, gusto, quale sia sia, la sua sensibilità a insegnarli la strada, strada beninteso educata in anni di osservazioni, pazienza pratica e ascolto, letture senz’ordine, a catturare di un’immagine, di una musica, di un testo, la polpa, l’architettura; la sua intelligenza lo guida nel tessere la coerenza di tutto questo quantum, persino una verità. Ebbene ho visto un film che io definirei meraviglioso per questi motivi e perché, a ridànghete, dire non saprei, Dolor y Gloria, di Pedro Almodóvar. Ne posso dire poco, che è un film solo per adulti (come Il posto delle fragole di Bergman mi ha ricordato mia moglie). Escludo che possa apprezzarlo chi ha meno di cinquant’anni, e non sia accostumato a silenzi ed ombre (vivi così nello oscuro è una battuta del film – la traduzione è letterale) o abbia maturato appunto dolor y gloria, almeno un po’, qualunque sia il significato e il peso che ai termini si voglia dare. È un film da ascoltare, chi può, come lo scrivente, nel bell’idioma castigliano, meraviglioso, decaduto e opulento, come il nostro siciliano, anche quando a parlare sono dei contadini. È un film che inizia nel finale, con l’ultimissima sequenza che scopre a sorpresa il protagonista, l’anziano cineasta Salvador, nomen omen, a sigillare, parafrasiamo Artaud, il Film e il suo doppio, col suo fatale cut, che in spagnolo si dice, Corta, e che invece la dice lunga; dice, Non facciamola lunga. E tutto finisce. Sarebbe errato dire che è un film nel film Amor y Gloria o, peggio che è un film sul cinema, o peggio che è autobiografico (c’è chi di mestiere cerca l’aneddoto, il pettegolezzo, la cosiddetta vita vissuta in ogni opera, come se Verdi avesse vissuto i tempi di Rigoletto, Don Carlos, Macbeth) ma qualcuno che l’ha detto c’è di sicuro, e di sicuro qualcuno avrà scritto che è un’opera senza lo smalto (ai critici subito da bambini piace la parola smalto) di Almodóvar. Minchiate a muzzo. Potrei parlare degli attori, di quanto siano ammirevoli e li abbia ammirati lo scrivente, a partire da Banderas, ma sono tutti così straordinari com’è straordinario il loro mèntore e burattinaio Almodóvar che, a parlarne mi annoio da me stesso. Potrei dire invece del bellissimo apparso, Salvador, il bambino che chiappa tutte le note del pentagramma; Salvador, ma dde chi e dde che, icona di Necessità e Destino (Τύχη & Ἀνάγκη). Potrei dire ma non voglio, sarebbe triste come la madre che rientrasse nella casa vuota e oscura con la cartella del figlio morto per la strada in spalla, e non riuscisse a piangere. È una citazione? Sì, amen.

P.s. la colonna musicale, un discretissimo basso continuo, che ho apprezzato molto è di Alberto Iglesias, figlio di Julio.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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4 Responses to Muzzu ri minchiati

  1. Biuso says:

    Questa, caro Pasquale, è anch’essa una pagina di estetica.
    La filosofia permea infatti ogni esperimento di riflessione sul mondo. E questo è pieno di senso, poiché la filosofia è anche il tentativo di non parrari a’ muzzu.

    • dascola says:

      Oh caro Alberto, al solito riesci ad elevare al cielo i miei giri in ottovolante che, sì girano ma poi ritornano alla cassa. TI ringrazio assaissimamente, come dicea un mio collega di Salerno, violinista valente e morto solo per infarto in un estate torrida a Milano. TI abbraccio Psq.

  2. Leonardo Taschera says:

    Ebbi la fortuna di studiare all’Accademia Chigiana con Franco Ferrara per tre estati di seguito. “Non lo so” era la risposta che dava ogniqualvolta qualcuno di noi gli chiedeva come risolvere un problema tecnico-interpretativo. Imparare da lui voleva dire abbeverarsi a una fonte, e a una fonte non chiedi come ti abbevera. Viveva la musica con tutto se stesso e il suo insegnamento si risolveva nel fare la musica col gesto, con gli occhi, con la mimica, con le mani al pianoforte. Ricordo un Otello con lui al pianoforte e noi allievi che cantavamo le parti, trascinati dal suo empito. Non c’era nulla da chiedergli: non si poteva far altro che com-prendere (odio questi modi di rifarsi agli etimi, ma in questo caso lo trovo necessario) il suo vivere la musica. Se ne parlava, di musica, lo faceva per immagini, per metafore: l’inizio dell’ottava sinfonia di Beethoven “un volo di colombi in Piazza San Marco”, dirigere era “fare l’amore con l’orchestra”….. Quando faceva musica non si poteva immaginare che ci potessero essere altri modi se non il suo. Mai più ho avuto la ventura di incontrare una così perfetta fusione tra una persona e il suo fare, in cui il fare in quel modo appariva come assolutamente necessario. E un fare che non si limitava alla somma abilità, ma che era tale in quanto traduzione di un sapere che affondava le sue radici nelle più antiche e forse oscure profondità della persona. E forse per questo “non sapeva”….

    • dascola says:

      Sono contento e grato a te Leonardo per questo bel muzzu di tuoi densi ricordi che bene venno incontro a quanto ho cercato di raccontare in sintesi. Peraltro non sono mai riuscito a suggestionare un attore, negli anni miei da regista, se non con metafore appunto e similitudini. Ma tediare un cantante con qualche sfoggio di sapere, mai. Un “volo di colombi in piazza San Marco” la racconta superbamente assai. Milla grazie mio signore del piacere dell’onore… Psq

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