Una bella lingua

71qP2n6O+RLCerto ci sono idiomi più consoni al commercio, alla tecnologia alla scienza, alla finanza, ma l’Italiano (e tutto ciò, lingua o culinaria, che sta in questo Sud autentico, di mezzo tra l’Africa e il tiepido Gelo, avrebbe detto Vazquez-Montalbán, n.d.r.) incarna qualcosa di più grande e universale: la civiltà stessa […]sono pienamente convinta che l’italiano sia davvero la lingua dell’umanità – e quindi la lingua madre di tutti quanti.
Dianne Hales, La bella lingua – la mia storia d’amore con l’Italiano – Treccani, 2019

Ebbene mettete in conto el color del cristal con que se mira ogni passato e ogni cosa sotto il cielo; me ho il mio di me e dopo sessantotto anni è un po’ appannato da un alito mitologico; voi, ognuno di voi lettori, avrà il cristal della propria incompetenza anche a vivere, frapposto tra ‘l proprio e l’altrui orto. Può sembrare ovvio ma lo scrivente assicura che non è così. Fin da quando la scrittura scoperse me piccino piccino, niente di eclatante, grazie a un falso emblematico (del falso c’è una traccia in più di un’intervista, e ognuno per sé la cerchi se vuole; una tuttavia uscirà in Amanti dei libri mercoledì 27.11.19),  ciò che aveva sorpreso allora la mia piccineria fu, era, è la straordinaria meraviglia del vocabolario e della sintassi. È difficile da credere che un bimbo delle elementari possa amare quegli strumenti ma davvero, nessun cubo di rubik o rabbik, ci fosse stato allora, nessun rompicapo artificiale avrebbe potuto eguagliare il gioco della consecutio temporum, di ogni combinazione, di ogni accordo nuovo che la lingua, l’Italiano – ma allora sbagliando P.D. credeva che per ognuna del mondo fosse la stessa storia – come sul pianoforte con qualche cambio di posizione delle mani, poteva far sorgere da sé stessa; combinare e ricombinare. Del resto è da Bach che la stessa tastiera dà luogo a infinite(?) articolazioni di suoni. Aveva poi il privilegio il qui assente, pur da bambino povero, di avere in un amico di famiglia un mèntore dalla magica erudizione. Costui, nativo ad ogni lingua d’Europa comprese la sua madre, il rumeno, e il milanese che aveva acquisito per diletto, era un abile giocatore di parole da quasi ognuna delle quali sapeva trarre scherzose mutazioni, non di rado basate sulla loro dizione: buon sangue, non, mente, e con un dito indicava la testa propria e coll’occhi o qualche tipo di manzo in defilé per strada, una dama dall’aspetto sciroccato, un bullo, un primate, anche della chiesa. Con colui arrivò poi il tedesco, lingua combinatoria si sa, adatta a costruire gru, dal suono di ferraglia talvolta ma strepitosa nel suo genere. Poi accanto al francese maternale, arrivò l’inglese, poi lo spagnolo e un po’ di portoghese. P.D. di tutto sa solo un po’. Molte lingue sono belle, e da leggere e da ascoltare; è bello scoprirne il meccanismo, illa clockwork, per citare il bel scrittore inglese Burgess, che le fa funzionare, la chiave a stella, signor Levi, che l’apre e chiude; chiave che è dei grandi letterati certamente, che la lingua sanno usare, fabbricandola; o dei popoli smaliziati e acuti, e massime del Sud. Ogni lingua infatti pare dialetto di sé medesima e dà il meglio in mani esperte nell’arte delle mutazioni; ed è un fatto; per tornare all’italiano, lo scrivente l’ha imparato, lo impara, da ogni tipo di fonte, e dice sciammergóne a una mantellàzza di incerata Muji che in questi giorni di maltempo (ripetono così lor mantra i giornalai, dalle assolate piagge degli studi loro televisivi dove ogni ronzio sospetta un’emergenza, com’urlo di sirene il bombardamento), che in questi giorni di pioggia novembrina fa il suo bravo lavoro di impermeabile; ebbene sentite come suonano bene sciammergóne e mantellàzza, termine questo che non esiste ma che qui testé si è inventato, grazie all’italiano. Non che in per me abile sfiguri ma l’impermeabile sta bene al sordido ratto Sordi nel Giudizio Universale o al protagonista de La vita agra. Sciammergone, che è barlettano, fits well the raincoat of mine, doesn’t it. Scrivere e parlare italiano, ma non solo, inventarlo, è questione d’amore, lo permette qui un mestiere a lungo meditato e atteso, quel di pensionato ché hmmm, scrittore è vocazione scrisse Pessoa; quanto ad artista maledizione che ammala; con artista poi la mente si fotografa l’immagine di quei pittori di neve al ghisallo e gerani a bellagio, oh oh quanti, boriosi, tutti lionardi; del resto si sa che l’ambipede italico soffre spesso della sindrome di Leonardo, fa tutto, sa tutto, di tutto ciaba, pittore, musico, filosofo, poeta, oltre che imprenditore, statista e borsaro nero di qualsisia cosa che ignori. Ciò nonostante l’italiano è la lingua qui che mi vuol bene, da ascoltarla detta bene, o sin storpiata bene, tal che giova passarne e ripassarne usi e costumi, persino l’ortografia, le possibilità estreme di prestiti – non fossimo una colonia penale, di vinti o di libèrti con estrema propensione a servire, degli arlecchini col gusto di sfottere e senza la dignità che dà il sapere scrivere dopo il sapere spernacchiare.

Ma non è questo l’argomento di questa nota. L’argomento è il libro bellissimo e appassionante, appunto La bella lingua di Dianne Hales, per i tipi, s’è capito, della lussuosissima Fondazione Treccani. La signora è americana ed è una giornalista, due specie che mettono me perlomeno in guardia. E invece chapeau alla signora Hales per questo lavoro così elegante e snello, così valentino, denso di sapere, di studio e gravido di amore per l’italiano e per i nativi, tanto che leggendolo, me s’è sentito nella condizione di chi è amato da qualcuno e non lo sa finché, una frase un rigo appena, colui o colei gli si rivela; ed è il/la bambina/o più bellina/o e amabile della classe. Sicché è doppio lo stupore fronte all’amore dichiarato, per noi e per la lingua che ci ha nati, dalla signora Hales che di sicuro da come scrive è una bella signora il cui sentimento ha da esse’ ricambiato, benché si tratti di un affetto, nel caso nostro, da meditazione. Il libro è strutturato in capitoli tematici, la storia della lingua, la letteratura e su su fino all’opera lirica, al cinema, allo parlare greve, che è la prassi quotidiana oggi – qui un appunto alla signora va pur fatto, il suo idealismo al contrario la porta a percepire l’Italia della bella figura (sic) come il paese dove Baldassarre Castiglione è l’abbecedario del virtuoso quotidiano, i ragazzi danno il passo agli anziani e alle signore, anche di 5 anni, dove a tavola non si mangia co’ le gomita sul tavolo, ai dibattiti non ci si dibatte per far fuori altrui e dove Salvini è solo il nome del bar della stazione di Rovigo, dove non va nessuno per via delle mosche e del cappuccino freddo. L’autrice, che dell’Italia conosce il meglio da sapere, da Giuseppe Patòta (Accademia della Crusca) alla Della Valle (Società Dante Alighieri) ad altre belle persone e altre ancora, fino a Ludovica Sebregondi (Unifi) – in questo memorandum la si conosce come una bambina di sette anni che a Firenze, le mattine d’inverno in via Ghibellina, era innaffiata dalla sua Schwester Deutschland con acqua fredda abbondantina – l’autrice riassume tutti questi argomenti sprizzando (ah spreading ah ah) cultura seria, divulgativa certo, ma cultura, rammemorativa; da leggersi oltre che con diletto col gusto di chi che non sappia l’italiano se ne ritrovi curioso e sedotto principiante; ristoro del viandante. Scorrendone la dotta bibliografia si scopre la grande brigata di studiosi, specie anglosassoni, dediti all’italiano. La signora Hals è tra questi ma si è portati a diagnosticare in lei l’addiction. Volume bello anche da toccare, La bella lingua, legato com’è all’antica e per non pochi non molti euro (euri dicesi a Lecco) 20, esso guizza in alto nel capitolo dedicato all’opera lirica che spesso qui tra alpi e piramidi, è considerata poco più che un passatempo; ma la signora sa la cura che da Monteverdi a Mozart a Puccini i musici mettevano nel distillare la parola detta; sa e rammenta con proprietà che il melodramma fu opera di ingegno letterario prima che musicale. Del resto Otello, il Crollalanza a parte, appartiene a Verdi non più che a Boito, credo in un dio crudel/ che m’ha creato simile a sé/ e che nell’ira io nomo, forget about it ( ma cché te lo dico affa’); e chi non si lascerebbe soffocare per un, gran dio morir sì giovane,/ 
io che penato ho tanto,/morir sì presso a tergere/il mio sì lungo pianto. Commovente il capitolo dedicato al cinema italiano, quello bello, quello vero, in bianco e nero; perché dirne è facilmente detto, perché è stato uno dei molteplici momenti di creazione dell’italiano. E il volume ne dà conto. Peraltro, forget about it, che cosa dire di Monicelli che con Brancaleone corse indietro a ritrovare, inventandolo, un italiano maccheronico tra il rozzo, il latino e il volgare: sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene… sao; per metatesi soa in portoghese sta per suona.
L’opera della signora Hals si è posta dei limiti, non prende in esame autori contemporanei o moderni o si sarebbe perduta, non parla di Camilleri o Busi o Manganelli o Bufalino o, genius, Gadda. Ma non è affatto una pecca. Il libro è una freccia nell’azzurro (Arthur Koestler). Le frecce, quelle amorose per lo meno sfrecciano accanto a molti prima di colpire la loro fortunata vittima. Ruolo piacevole quando l’arciere è appunto Amore. (Anche Psyche tuttavia non è da trascurare)

Fiordiligi e Dorabella

Ah, che tutta in un momento
Si cangiò la sorte mia!
Ah, che un mar pien di tormento
È la vita omai per me!
Finche meco il caro bene
Mi lasciar le ingrate stelle,
Non sapea cos’eran pene,
Non sapea languir cos’è.

Lorenzo da Ponte – Così Fan Tutte – a1/18 finale

71qP2n6O+RL

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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18 Responses to Una bella lingua

  1. Celia says:

    Se la storia è affascinante come l’immagine, siamo a cavallo.
    Dal momento che ti sei preso la briga di pubblicarla, immagino lo sia.

    • dascola says:

      Yezzz, gentile sniper

      • Celia says:

        Sniper, I’m lovin’ it (cit.)

      • dascola says:

        OH OH AH AH

      • Celia says:

        … quanto piacer mi fa, se l’ultimo mio amore gira i tacchi e se ne va (altra cit.)

      • dascola says:

      • Celia says:

        La conoscevo nella versione di Natalino Otto.
        Un po’ nasale, questa, ma piacevole l’accompagnamento.

        Vedo che è comparso del testo.
        Mi ci fiondo lesta.

      • dascola says:

        Testo?

        Certo Natalino Otto ma la Valente Caterina era quella che piaceva di più a miei, causa il suo richiamo internazionale; autentico peraltro, il sai. Parlava sei lingue. Qui le donne dell’immagiario canterino, lacrimavano anche a secco, e solo in dialetto. Lei suggeriva una vita esagerata come Steve Mc Queen.

      • Celia says:

        Nel tuo post, che prima non mi compariva.
        L’espressione da vita esagerata, lei, ce l’ha.

      • dascola says:

        Scusa allora se chiedo una precisazione: tu non vedevi il contenuto, il testo del post, solo il titolo e l’immagine di apertura? Mi serve saperlo da un semplice punto di vista tecnico. Se è così ti domando se questo è gia accaduto altre volte? Mi spiace disturbare ma è importante. Sta’ bene.

      • Celia says:

        Figurati!: esatto, vedevo il titolo e l’immagine, ma non quello che ci hai scritto sotto tu. Infatti credevo avessi aggiunto il testo successivamente.
        Però è la prima volta che mi càpita.

      • dascola says:

        Grazie per la risposta. Allora chissà che cosa è successo alla rete. Grazie di nuovo e a presto.
        p.s. in tutto questo scambio di messaggi non ho capito se hai letto il pezzullo.

      • Celia says:

        L’ho letto, poi, sì.
        Illuminandomi per questa sciocchezzuola: […] il tedesco, lingua combinatoria si sa, adatta a costruire gru, dal suono di ferraglia talvolta ma strepitosa nel suo genere..

      • dascola says:

        Sì, non è generoso verso un idioma che amo e trovo musicale; basta pensare a Rilke e Benn e, all’operetta. Ma mi capita di dire cose con cui non sono d’accordo. Provare l’ebrezza della contraddizione in enti.

      • Celia says:

        Io, invece, lo sento come un complimento velato. Una carezza ruvida, sai. Come il crucco, appunto.

      • dascola says:

        Hhmmm sì, ai miei studenti raccomandavo il tedesco come esercizio per una buona dizione cantata in italiano. Ed è vero, il malvezzo odierno, anche per gli attori è di sfiatare tutto scivolando sulle consonanti; il tedesco obbliga a batterci sopra e denti e lingua e la loro dizione è appunto sonora. Io l’ho studiato, il mio maestro ultimo mi chiamava il tudescun. Di tutto questo è rimasto poco, una pronuncia mimetica sì, di Köln mi dicono, ma poco alla volta mi è uscito dalla testa, non lo usa nessuno e non conosco nessun che lo parli. Mi arrabbio tuttavia quando sento storpiare, anglicizzandoli, i nomi tedeschi, iubuut per u-boot mi stimola l’animella omicida e anche Ghebbels per Göbbels. Questo vien preso per snobismo ma ne ne infischio e sparo sui colpevoli. Eppure mi basterebbe non tanto per rimettermelo in testa, non mi basta la vita. Amen e arrivederci

      • Celia says:

        Amen ed eterno riposo, sì, da recitarsi sui corpi ancor caldi dei malfattori ghebbelsatori.

      • dascola says:

        Bon

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