Céline – Cahiers de prison

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Au animaux, aux malades, aux prisonniers

L’horreur des réalités! Tous les lieux, noms, personnages, situations, présentés dans ce roman, sont imaginaires! Absolument imaginaires! Aucun rapport avec aucune réalité! Ce n’est là qu’une “Féerie”… et encore!… pour une autre fois!

Ho conosciuto, voglio dire incontrato e chiacchierato qualche pochino, un detenuto; al suo posto di lavoro; articolo 21, dorme dentro, dalle cinque esce fino a sera, non ricordo l’ora; gestisce con altri una cooperativa di servizi; laureato +2; quest’è però merdaccia infonews, genere redazione della redenzione; nema, stoppo. Dunque il detenuto mi ha parlato con sicurezza di sé, non del delitto ma del castigo sì; andata bene; dice che lo hanno aiutato; fa piacere che uno Stato sia il meno carogna possibile; mi fa piacere che una parte dei miei soldi in tasse sia (stata) destinata a quel detenuto; nei fatti si tratta di riconoscere che a chi la tocca la tocca e allora è un bene che la giustizia sia il meno cattolica, tridentina, santuffizia possibile; castelsantangelo non giova a nessuno che sia conte, marchese, intellettuale, villano; solo le classi digerenti hanno le loro detenzioni speciali, tutto un emiciclo, una madama a palazzo, buvette e pacche di sottecchi. Il detenuto mi ha colpito, sguardo pulito, triste si capisce, intelletto vivace, modi appagati dalla pena, modesti, come un gatto ha scelto lui di parlarmi, di concedermi qualche po’ della sua fiducia; un onore o un onere, discorso riservato, e con un espressione, medica di sé stessa, alla Céline; questo mi ha colpito. Così.  

Ora Louis Ferdinande Céline appunto, Cahiers de prison-février/octobre 1946-Gallimard 2019. Non finirò di parlarne, di Céline. È innamoramento ammirativo il mio, invidia per il talento che mi supera, in tutto, di qualche gamba; lo leggo a pila. Non mi stanco mai. I cahiers en question sono cahiers, kili di appunti, memorie difensive, offensive, abbozzi di opere che non usciranno, Guignol’s band III, e che usciranno, Féerie pour une autre fois furono scritti dal mio/nostro durante l’anno scarso di detenzione a Copenhagen. Il trio Céline, Lucette Almansor, la moglie danzatrice, Bébert il gatto da guerra, scapparono da Parigi dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia, 16 giugno 1944; come il suo editore Denoël, mica stecchi pubblicò Freud, lo avrebbero assassinato altrimenti, la cosa era nell’aria, i Caravaggi, i Giordani Bruni, le Ipazie, gli Zenoni sono sempre nel mirino di qualsiasi potere se con questo o quello non si schierano; il rifiuto del potere, il fiutare la puzza del potere è ritenuta colpa in sé. Dal 16/06/44 cominciò l’esilio orripilato, in Germania, tra carogne e carogne, della Francia di Vichy; bombe e piattole e fiamme e tedeschi scoppiati, esercizio della medicina a proprie spese, fino al confine con la Danimarca, treno della croce rossa, Copenhagen, 27 marzo 1945. Un anno scarso ma tale da produrre la trinità capolavoro della letteratura mondiale, La trilogia del Nord. Anni dopo. Quando l’unico autentico non collaborazionista, l’anarchico toutefois antisemita, smise di essere il bersaglio, la preda del senso di colpa francese; tutti collaborazionisti invece fin dalla prima ora, la polizia a quintali caricava la gente sui treni, destinazione Germany; antisemiti, tutti, si legga Proust a proposito del caso Dreyfus; il generone parigino, amabili carogne; da credere che la disfatta dell’esercito fosse stata preordinata per dare al Pétain il fasto che gli mancava, una grandeur tutta per lui; al contrario dell’Italia che è un paese di collabos umbratili, che ora sì, che ora no, indifferenti furbi nel non ostentare nemmeno questo sentimento, anche di recente né a destra né a sinistra, delirio di obliquità; in Italia si cerca sempre di camminare sull’unica asse di equilibrio, importa un fico se stesa sul vuoto, tra due rocce in bilico; in Franconia o si o no; di qua o di là, oh hanno carattere i cugini, ugonotti, conosco bene, vengo da lì per parte di madre; so io quanto mi ha suonato da piccino;come nasci fai danni è il senso; infrazione e giù battipanni; mia madre non era duchessa; non pestava con mani guantate; battipanni e non sulle chiappine, appena sotto, fa più male; mio zio da Agen mi ha appena mandato il consueto aggiornamento di barzellette anti-arabe, oh una collezione. Céline dicevo; tutto questo che ho scritto c’entra lo stesso, si creda; e se non lo si crede m’importa assai; Céline fu arrestato in Danimarca, dove cercava di recuperare i lingotti dell’oro guadagnato con i suoi libri e messo al sicuro; l’intenzione di fare un juste petit tour au Danemark, forse in Groenlandia, esiliati si nasce. La Francia lo reclama per fucilarlo come traditore; traditore ‘sta fava scrive lui nei quaderni, mai iscritto a niente, esercitato solo la medicina, gratis, e la letteratura, niente giornali, massonerie, niente; antisemita sì ma fatto al forno nessuno per nessun motivo. Si guardi ai veri collaboratori, dice lui, tranne qualche fucilato, gli altri se la passano bene, Maurice Chevalier, Paul Morand, altro che traditore, ambasciatore di Vichy, en Suisse; è lì nel 1946, nessuno lo reclama allo scrittore fascio. Tornerà in Francia per salire al soglio dell’Académie française. Riverito. Anche Céline tornerà, perdonato, riabilitato mica tanto, Sartre, il Tartre, il campione dei Resistenti à pastis, à Beauboir en plume, scrittore mediocre ma sul carro vincente, sbavava per vederlo al muro; solo Camus lo difese ma vabbè, Céline scelse l’esilio a Meudon (Parigi) 25, rue de la Garde, per fortuna amici veri, la coppia Barrault. Scriverà fino alla morte Céline, apoplessia, consegnato Rigodon all’editore.

Ecco mi sono permesso un po’ di passato, è quello che conosco meglio di me, di tutti. Ho evitato di spiegare, se qualcuno trova oscure le citazioni amen, trova tutto in Wikipedia e tanti saluti a ssoreta. Letteratura. Anche del detenuto laureato conosciuto per caso; in carcere Cèline scrive, À moi Voltaire, voyez quelles sont nos angoisses, toutes littéraires. E i quaderni terminano con una lunghissima trascrizione di citazioni letterarie. Un monde à part. Un artista finisce per costruire con metodo la propria prigione. C’è dell’arte in questa costruzione. O la vita fuori sarebbe impossibile. Il dono di Céline anche in questi quaderni squinternati è quello di riuscire a fare di tutto, ma tutto, letteratura. In Féerie pour une autre fois, parlerà di sé stesso comme d’un pendu de si près un pendu de demain. Ci torneremo. 

Nota bene: questi quaderni interessano solo gli innamorati di Cèline. E gli studiosi. Del resto un innamorato studia per mantenersi tale. In quella prigione.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Céline – Cahiers de prison

  1. Biuso says:

    Grazie, Pasquale, per questo resoconto appassionato e rigoroso. Céline è come Heidegger, come Nietzsche. Troppo complessi, troppo liberi, troppo radicali. Troppo.

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    • dascola says:

      Caro Alberto, grazie a te per questa vigilanza. Sì troppo tutto. Il troppo te lo fanno pagare. Il troppo si fa amare.

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