Panico, panìco o la nave dei polli

normalized

Mending Wall, 2018 by Chester Arnold (1952)

Aux animaux, aux malades, aux prisonniers, Cèline, Féerie pour une autre fois.

Spanderò parole inutili tanto a me non costa nulla e para vosotros estàn gratis. So, much ado about nothing. Fine delle citazione. Ende. Fin. the End. Final. Nel 1957,  i miei con i loro amici cavalieri fecero una gita a Monaco di Baviera, due macchine, fotografie tutti in spigato siberiano era inverno pare, inverni veri allora. C’era l’asiatica in giro, tre anni, e mia mamma infettata non si perse un arrosto con patate né una birra, aveva la febbre a chiodo e ancora fame, tornò a Milano, guarì. Intorno a lei ne morirono nel mondo 1.500.000 ma si veda un po’ https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_influenzale , si veda. Vaccino, cure, ‘sta minchiazza fritta. Termometro e aspirina. Nessuno sapeva della vitamina C dell’anti-HIV; insomma ammalarsi e morire era un’eventualità non allontanata, non obliterata, non diniegata. Seccante sì, si saranno toccati le palle, facevano le corna e hop alé vin brûlé. Chiudere i cinema, ci andavano a fumare, se mai un po’ di cancro, ecco quello non lo si levava a nessuno. Gente che ora e sempre Resistenza, conosceva la guerra, a ognuno il suo pochino di orrore, torture, bim bam bombe, tutti, sulla pelle, sotto le unghie, tra le dita dei piedi, una morchia di schifo, restata attaccata fino alla fine, ma mentre ch’el moria mio padre non face gnanca un plissé, no, pisciava sé stesso nel sacco del catetere, ma si sbarbò da sé sempre, chiese il parrucchiere il giorno prima, e ogni giorno la toilette dell’infermiere, se proprio non stava in piedi; vasculite; mia madre, mia suocera, mio suocero, sdeng, finita. Mio suocero a Cassino di notte, nel dì dei grilli, come usava a Firenze all’Ascensione, andò per l’appunto a caccia di grilli. Entrarono tutti nella morte a occhi aperti. (Tâchons d’entrer dans la mort les yeux ouverts – M. Yourcenar- Mémoires d’Hadrien, FOLIO pg. 316). Chiudere, chiudere sì capisco, è un metodo, capisco che, ma chiudere prima che sia il morbo, come la peste ai tempi, a posare la pietra fatale sull’economia, much ado about what thing. Si legga si legga invece di chiacchierare, oltretutto meati, nasi, bocche chiusi, il cervello è impermeabile quando pensa. Cinema teatri ma per carità, è un modo per dire addio al sapere. Forse è quel che si vuole. Ma basta. Sono convinto che ista pista sista nell’immaginazione miricana che ha voluto dare una scossa di supremazia al mondo che li subisce, qui nell’isola di pannolini, shampo e biscottini nel bel mezzo di una mare d’orrore, e che li sorpassa, il Cincino, dove miserabili non ce ne sono, mi dicono, grazie al comitato centrale del partito tutto di grilli confuciani in salsa rossa. Poco piccante. Il sogno americano è un incubo per milioni di persone. Si legga si legga cosa ne è degli hoboes, dei migliaia che crepano in astanteria perché non hanno carte di credito, cioè credito in assoluto, poveri che non si sono dati da fare, non sono arrivati a mettere fuori la testina dalla merda e allora giù nella fogna, se non ti sei fatto da te ( li senti di che parlano nei film, politze e collegg semo lu paìsi della libbertà). Fuck them all. Se domani scoppia una nuova vera peste, proprio peste, siamo finiti. E finalmente. Premio di consolazione sarebbe vedere selvaggi come Trumb, Saldini e Cocomeri aggirarsi tra ponti e autostrade, tutti una fetenzia di cadaveri, con la lancia e il coltello. Vinca il peggiore.

p.s. sono nell’età di rischio; in caso di decesso sono tranquillo, si fa svelti, come affogare ma il tempo  di un plìn d’ascensore; mia moglie, i miei figli sono al coperto per legge. Non credo proprio avranno da contendere pei diritti delle mie opere; la mia letteratura è un articulus mortis. Il mio pensiero va ai gatti. Ieri ha nevicato. Di che cosa mi devo preoccupare. Lo domando.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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18 Responses to Panico, panìco o la nave dei polli

  1. Paolo Prato says:

    Exacto, Perfecto & Zuper.

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  2. Leonardo Taschera says:

    Ho avuto la ventura di nascere 15 giorni prima dell’entrata dell’Italia in guerra. I miei avevano in affitto un appartamentino in una frazione di Bellagio, Pescallo, sul lago di Como. Appena mia madre e il sottoscritto furono in grado di muoversi, la famiglia “sfollò” a Pescallo, dove io crebbi e rimasi fino alla fine della guerra, tranne qualche viaggio a Milano per andare a trovare, come si diceva, i parenti che non avevano potuto sfollare. Tra i quali viaggi ne ricordo uno in particolare. Guarda caso ci trovammo a Milano nel ’43 quando la città venne colpita da un furioso bombardamento, che distrusse, tra l’altro, Piazza Loreto e la rimessa dell’ATM di Piazza Bacone. L’abitazione di Milano era in via Donatello al n.1, a 500 metri da Piazza Bacone e a poco meno di un chilometro da Piazza Loreto, quindi noi si era quasi nell’occhio del ciclone. Ci si rifugiò in cantina, come si usava, e lì capitò che entrò a un certo punto piangendo la portinaia dell’edificio di fronte, il n. 2 della via, la mamma del Ginetto ( del quale poi, a guerra finita, divenni compagno di giochi per le partite con i “tollini”, i tappi delle bottiglie delle bibite che si riempivano di stucco e si spingevano con uno schiocco tra pollice e medio lungo piste disegnate col gesso sul marciapiede): era caduta una bomba incendiaria proprio davanti al portone, ma per fortuna l’ordigno era difettoso e tutto si risolse in una grande fumata nera le cui tracce poi rimasero intorno al portone per tutti gli anni ’50… Ricordo l’oscuramento. La carta da pacchi blu che si metteva ai vetri delle finestre e la guardia che passava alla sera (credo intorno alle 9/10) per gridare:”Luce!” (al proposito girava una barzelletta che recitava questo dialogo: “Luce!” risposta anonima “Cupet!”, che in dialetto lombardo significa accoppati, contro risposta: “Ho detto Luce, non Duce”). Ricordo il passaggio dei bombardieri la notte, che ci teneva svegli, in ansia col loro rombo (ancora oggi il passaggio di un aereo con propulsione a elica di notte mi turba non poco). Ricordo poi un bombardamento sulla linea Lecco Sondrio pressapoco all’altezza di Varenna, con conseguente incendio durato tre giorni e il cui svilupparsi noi si seguiva da Pescallo, che era proprio di fronte sulla sponda orientale del lago. Ricordo l’ansia di mia madre per il fratello maggiore richiamato in servizio nelle riserve e il pianto di commozione al suo ritorno. E ricordo il problema degli approvvigionamenti alimentari, e la carta annonaria, e la borsa nera e il problema del riscaldamento d’inverno, e l’arrivo degli americani che regalavano tavolette di cioccolata a noi bambini… E, alla fine della guerra, la città piena di macerie: in via Majochhi, dove transitavo per andare a giocare con un cugino, per anni rimase appeso alla parete di una casa, per il resto crollata, un cestello che conteneva una bottiglia del latte, di quelle sfaccettate longitudinalmente e che sono rimaste in uso fino all’invenzione del tetrapak… E i mutilati: chi senza un braccio, chi senza una gamba, molti dei quali chiedevano l’elemosina, e che mi incutevano un grande timore misto a disgusto immaginandomi come sarei stato se fosse capitato a me… E i “barboni” che, seduti sulla cordonatura del marciapiede, recuperavano il tabacco delle “cicche” trovate per terra per farne delle nuove sigarette… Credo di avere sviluppato degli anticorpi nei confronti delle aggressioni di eventi disastrosi. Il Covid19 è per me una sciocchezza, anche se, data l’età, non posso che essere considerato un soggetto a rischio. D’altronde, anno più anno meno…

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    • dascola says:

      Leggo con commozione questo tuo commento Leonardo, commento che mi porta per ragioni di età ad andare ai racconti dei padri, dei nonni, degli amici scampati alla guerra, anche di qualche professore, il Barbieri, bel pittore, di Arte, che si rimboccava le maniche per non sporcarsi la camicia e allora dranghete il marchio di fabbrica, Mauthausen, due anni, della Morelli di Lettere, staffetta partigiana a tredici anni, mille medaglie. Ci nutrirono, ad alcuni miei compagni servito a niente. Pescallo è bellissimo. SI vede da qui dal lungolago, di sera , le lucette. La guerra al virus mi interessa perché come te abbiamo figli e non so fino a che punto potrei sopportare di morire senza salutarli. Sarei costretto a sopravvivere. Vedaremm. Luce.

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  3. Molto ma molto bene, Maestro Dascola, il resoconto del progetto di fuoriuscita dar mondo ‘nfame, grazie all’ultimo ritrovato made in China, è servito. Ma ciò che più mi ha affascinato del racconto è l’inserto della memoria degli avi recenti, anche perché mi spinge a rimestare nei miei ricordi – siamo durante l’occupazione nazista di Roma ’43-’44 – ed io ricordo ancor le SS salire fino al IV piano del fabbricato genitoriale, lì fermarsi – mentre noi si stava al V° angosciandoci con nostra madre mentre il padre stava lontano al lavoro “sicuro” del ministero -, cercare, trovare e sradicare da un appartamento il povero ebreo rifugiatosi e tradito da correligionario – come a guerra finita si seppe -, e poi sentire nella testa i loro pesanti passi mano a mano allontanarsi e dileguarsi nello spazio e nel tempo. Quanto invece ai giovani del coronavirus, poareti, sono ingabbiati nella coazione a ripetere gli spot pubblicitari dello sprizz infelice del fratello del “commissario Montalbano io sono”, mentre molti altri, appanicati, percorrono come topi via dalla nave che affonda lo stivale tutto, su e giù, giù e su, fino a spiattellare e spalmare il veicolo del male dappertutto. Un saluto reverente dalla città, un tempo lontanissimo, dominante…che non è Venezia come desidererebbe sempre si dica e pensi il caro Massimo, olim sindaco.

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    • dascola says:

      Carissimo professore,
      Intanto si lasci dire quanto sono felice di risentirla. Da Roma che alla facciaccia di prima il Nord resiste, come il Sud e le isole al morbo e mi auguro continui a farlo. Immagini chi mi auguro invece si ammali e gravemente… sa il barbapedana, il tortellone al rosario e la cagnetta nana, color melone, quella che ringhia anche per chiedere un cappuccino. Amenità. Quel che ho scritto è tutto vero. Come è vera l’orma dei passi spietati. La memoria è implacabile, si sa. Ma al contrario della generazioni di quarantenni fregnoni che credono la guerra un video game da dove ci si rialza sempre, la nostra memoria è ricca di concretezze cui gli spruzzi e sprizzi non abituano. Generazione di svizzeri senza alabarda. Buoni sì a nulla, ne conosco. Si arrabbiano per un niente, e passano il tempo a guardare il planetario sul loro bellìco. Mah. Passata questa che sarà più di una bufera e che con alcuni amici riteniamo una jattura da cui mah chi sa chi lo sa, vorrei tanto scendere a Roma. A conoscerla di persona personalmente. Le dico a presto per autosuggestione. Un carissimo saluto a lei (e a Metastasio sapesse le volte che ho consigliato di leggerlo – era un genietto – anche a qualcuno che vuole essere poeta e non sa cos’è un sonetto) e famiglia. Take care of… doc, take care.
      Suo D’Ascola

      p.s. fortuna vuole che sia in pensione.

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  4. A.Z. says:

    Caro PD’A, lasciamo da parte i nostri vecchi, ben altra stoffa, carattere, ecc. Nel ’57 esisteva solo l’aspirina e qualcosa d’altro, gli antibiotici erano all’albore (penicillina e poco d’altro) così come tanti altri farmaci. Nel ’57 si accettava l’idea di morte, come evento inevitabile di tante malattie, che la scienza (e coscienza) moderna non hanno debellato (lascia stare il vaiolo o la difterite) ma ha procastinato nel loro evolversi, rendendo la morte come un evento “inaccettabile” (cosa assai difficile da accettare, vedi i supposti casi di malasanità – e mi fermo per non aprire lunghe parentesi di poco interesse per i tuoi 24 lettori). Il grosso problema di questo vairus (in anglosassone, ovviamente) è la sua rapida diffusione ed i danni che può provocare. Naturalmente per curare tali danni sono necessarie strutture e persone idonee che grazie ad una inculata (sorry, oculata) politica non esistono!
    CIAO!!!

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    • dascola says:

      Gentile Dentifrico(AZ),
      ti sono molto grato per questa precisazione di ordine (mal)sanitario.Tu che hai fatto per quarant’anni il medico di Stato in un preclaro Istituto di cura e hai visto i nefasti del miracolo lombardo di Cicci Elle, meglio di me potevi dirlo. E l’hai detto. Questo sta venendo a galla; la truffa ai danni dei mutuati insoddisfatti istituzionali del SSN, sendo più leggera dell’acqua, principia a galleggiare. Ma è solida, ben formata e di colore scuro.
      p.s.aggiornamento lettori, qui 280, tranne i morti, 600/700 in amanti dei libri, con lo stesso criterio selettivo.

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      • A.Z. DENTIFRICIO says:

        Scusi, Maestro ma i “24 lettori” voleva essere una citazione riferita ad un noto lavandaio di panni in Arno (più o meno come te, che l’Arno l’hai sposata!).
        AZ preferisco sigla ALITALIA che DENTIFRICIO!

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      • dascola says:

        Il lavandaio ne presagiva 25, uno più uno meno, l’avevo inteso l’avevo inteso. Ma il 25 sono io per certo, quindi si va a 26. Non preferire un fallimento. L’AZ ha un rapporto qualitàù prezzo abbastanza buono anche se io prendo solo i dentrifici a meno di un. euro se posso. Saludos queridos

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  5. leonardo Taschera says:

    “E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più…” Pare che invece il coronavairus (versione Di Maio) si limiti ad eliminare i miei coetanei (anno più, anno meno) con serie patologie in corso. A meno che una sua crescita esponenziale non faccia precipitare dal suo piedistallo il MERCATO. Sono curioso di sentire le analisi dei cosiddetti economisti….

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    • dascola says:

      Un po’ di studio ci aiuta a ricordare che carogne, profittatori e cretini sor’ogni cosa sopravvivono altro che. Dunque auguriamoci solo che almeno un po’, sia la pioggia a ripulire il terreno, se non dalla classe dirigente, almeno dal vairus. Con la peste funziona, non so altrimenti.

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  6. Biuso says:

    Magnifica ironia linguistica.

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  7. Tina Messineo says:

    Confesso che da mesi sono stata ‘disconnessa’, del tipo “non c’è tacca”.
    Volutamente appartata, ho avuto il bisogno di intimità e dunque di solitudine.
    Dopo avere visto spuntare i miei amati anemoni in campagna (dove ho cercato un po’di luce) e visto volteggiare quattro farfalle, ieri sono tornata ad “avere campo”!
    Mi riprometto di leggere anche i suoi splendidi racconti.

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    • dascola says:

      Capisco bene gentile, solo curiosità la mia, attesa di giudizio anche negativo. Qui anemoni non visti. Altri fiori sì. In terrazzo spunta di tutto da venti giorni. Mah. Anche nei vivai è così. Sono i mala tempora. Stia bene.

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  8. Tina Messineo says:

    Gentile Pasquale, i suoi genitori , quelli sì eran ‘persone’!
    “L’arrosto con patate e una birra” da non perdere! Bellissimo.
    Per il resto, troppo stupidità ‘mortale’ c’è in giro, una vera pandemìa.
    Grazie per la sua pagina di dotto ‘sfogo’ contro di essa.

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    • dascola says:

      Grazie a lei Tina gentile, anche a nome dei defunti; tutto vero il nanetto (come diceva Frassica il catanico). Mia madre ha avuto fame di guerra fino a 80 anni. Non era magra. Dotto non so, dotto’ sì un pò. Carissimi saluti. Psqd.
      p.s. chissà se ha continuato a leggere Legumi legami e litòti. Sono al nonon episodio. Poi chiudo. MA forse ne farò un romanzetto.

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