Dario Barezzi

PHOTO-2020-07-25-21-25-43 Non so di chi sia la foto ma appena mi verrà contestato dall’autore mi farò premura di citarlo

Sul fenomeno dell’autoinganno scrivere capolavori ormai è difficile ma resta l’opzione   delle gran minchiate. Così non si può rimproverare a un uomo di rifiutarsi alla vita, tutt’al più gli si può obbiettare che adattarsi a sussistere dentro il limite di sofferenze naturali ma accettabili e, se mai, by opposing end them (W.Shakespeare-Hamlet,A3/1a) ma tutte in una volta, è più economico e vantaggioso di andarsele a cercare, per farla finita, cercarsi, mettere in atto e configurare la propria esistenza fino all’esito finale come spaventosa gara e gora di malestare, degrado, svilimento; obiezione a quello che Camus chiamava il necessario volersi bene; nossignori, Deleuze, la Sexton, la Woolf, tanti, molti altri integralisti del no, si sono suicidati, bum, un sorso e via, riflettendoci sopra stare sicuri, ma non certo procurandosi una morte atroce e in comode rate a partire da uno zenit del tempo in apparenza stabilito da tempo. Dario Barezzi, un amico, è morto di recente così, atto di diniego di sé totale, ingiurioso, feroce, crudele, Dario ha ucciso l’obeso che l’altro Dario era diventato, segregandolo, torturandolo per anni in modo ossessivo, a Coca Cola e merendine; Dario l’altro ancora, era la mente brillante che molti, non qui è impossibile, ma altrove ricordano; gli amici, tanti e i conoscenti, forse di più, riconoscenti non saprei. Qualcuni, Dario lo hanno accudito come tante Florence Nightingale, il Saluzzi, la Lanzi, il Salvi, il Mazzoleni a suo tempo, tutti intesi a trattenere Dario dallo sfacelo. A che categoria appartenesse invece chi scrive non so dire, e importa niente, per sicuro non alle Nightingales, scarsa attitudine, nulla anzi. Ma a dispetto delle omelie al gran banchetto della morte che il defunto, fosse anche un delinquente, trasformano subito, con la fantasia che è degli amnestici in padre esemplare – non esemplare di padre – Dario dico, ed è un peccato, nell’epica after death è diventato un po’ un gesubambino, un faccio tutto bene e tutto io; non risponde a verità ma alla verità che molti a torto o a ragione si fanno per consolarsi. L’autoinganno. Ma è un torto. Ho pianto per una mattinata all’annuncio della morte prevista (setticemia – sfacelo in greco – aggravata da un cumulo di patologie tutte potenzialmente mortali e auto procurate; un bel caso psichiatrico Dario, per dirla da clinici fai da te); ho pianto non so perché, di sicuro ché dopo una certa età, la vista dei compagni che cadono intorno a te falciati, annuncia che una delle prossime pallottole porterà scritto il tuo nome (luogo comune da Fort Alamo o da duello nel Pacifico) e non sei tanto contento, paura fa novanta si legge in un capitolo di un mio romanzo Assedio ed Esilio la cui tessitura non è dissimile dalla vita di Dario. Ora mi  scuso per la citazione, la lascio e mi ripiglio. Ebbene Dario non fu gesubambino, non sapeva far tutto (non il teatro che insisteva a frequentare con esiti modesti assai, non capiva che tra fare far  teatro e fare in un teatro c’è una differenza, lo dico da teatrante sospeso per precisa personale volontà dall’esercizio dopo una vita, dalle origini a ieri) ma aveva un dono, → the Gift, una grazia mozartiana in un’unica cosa per cui dirlo toccato dal genio è quasi dir poco; alla macchina da presa e al tavolo di montaggio Dario suonava come Mozart il pianoforte, a testa sotto. Non solo dominava il mezzo, non solo risolveva le eventuali mancanze delle ripresa come forse solo Hitchcock; componeva con il tocco di Hitchcock e la sfortuna di Giobbe procurata da un dio che non c’è; il massino dello sberleffo che fato e necessità possono mettere in atto. Dario era capace di riprendere da un unico punto di vista e da stativo un’ora di qualsiasi cosa, uno spettacolo per esempio (esiste forse in youtube documentazione di ciò, Ivresse o Prima della quarta girato in Conservatorio; non ho voglia di cercarla) riuscendo non solo nell’intento di rendere appassionante il risultato ma a dare nel montaggio l’illusione di avere girato con almeno due forse tre camere. Dario viveva in quella realtà, lì soltanto dove esisteva, e così presente per lui, per l’altro che era, da fargli credere che fosse tutta la realtà – la sua maledizione e forse un’anestesia indispensabile non dissimile da quella che si procura l’attossicato – una realtà dove acqua calda, bollette, servizio sanitario e sacchetti della spazzatura, obblighi di legge e piova erano un non luogo a procedere ( a precedere si dice per i camera car); là dove non si vive. Dario fu un anarchico fondamentalista, un negatore del potere della vita sulla vita della singola persona. E ho detto quasi tutto. Ricordo con precisione la mattina in cui, per qualche lavoretto che stavamo facendo, si presentò a casa mia, a Milano allora, molto presto la mattina. Mentre gli sbloccavo il doppio battente, o non sarebbe passato dalla porta, mi disse, Facciamo un film insieme – passa dalla porta – l’idea è questa… il back stage di un film che non c’è… il trailer di un film immaginato… ti piace… sei contento di me mi vuoi bene (usava spesso interloquire così). Va sans dire che trovai diabolica l’idea e ci mettemmo a scrivere, lui accennava quel che gli veniva in mente e io, come dire, sviluppavo e ci aggiungevo il mio carico da undici, dialoghi eterni in inglese, canzoni, follie follie che nemmeno Traviata; scrivevo come si scrive un racconto, nessuna esperienza di sceneggiatura; Dario reclutava adepti e investitori di lavoro; procedemmo poi a quattro mani, anche le canzoni, il film doveva essere molto musicale e io riuscii a convincere un compositore, Davide Galassi, a impegnarsi; scrisse della musica bellissima; poi gli attori, miei allievi in gran parte, il coreografo, l’eccellente Simone Magnani per le scene di ballo: una, bellissima – so che è l’affetto a muovermi e commuovermi – con Ewa Leszczyńska (pianista, mia allieva of course e of course erede di una regina di Francia, chissà in che principato vive adesso) e Davide Fior, (medico mancato, danzatore formidabile, oggi fa il direttore di coro) una era un tango di strada, girato in agosto alla Bovisa-Milano fuori dalla palazzina dell’Enel, un solo lungo carrello di dieci minuti lungo l’asse, senza stacchi, io credo di ricordare sessanta metri di binario, un capolavoro, macchinisti superbi. La ripresa era di Anversa, veterano persino di Bertolucci, fotografia di Cavandoli, figlio del → Cavandoli e lucista con la virtù della quasi cecità ( Come Allen in Hollywood ending); Dario, da impeccabile artigiano figura senza la quale non c’è artista che tenga o non tenga, convinceva tutti ad esercitare l’arte, la propria; in ciò era irreparabilmente regista. Non sto a dire come tutta l’impresa andò a gambe all’aria in montaggio, in parte per causa mia, non capivo quanto Dario fosse più di là o del tutto di là, invece che di qua nel mondo reale, anche del lavoro che di realismo necessità. Un incidente con un computer obsoleto mi fece imbufalire e peccare di arroganza, litigammo, il film senza film, The making of, finì come doveva, non finì, the making of nothing made; con Dario rompemmo per tre anni, poi come gli animali ci riconoscemmo e tornammo a fare delle cose insieme, molte sfortunate, come un bellissimo docu su Monteverdi che il Conservatorio non capì e lasciò perdere, e molto prima, un oscuro Fratelli d’Italia? sul più oscuro orrore del fascismo eugenico in Italia, finì deturpato dai commissari politici del →CDEC che glielo smontarono; io me ne chiamai fuori, Dario non andò alla prima, e il film scomparve. Concludo. Mi capita di vincere il naturale orrore e a volte guardo film italiani; Dario diceva, esagerando un poco ma non molto, che il cinema è americano; filmini vincitori di orsi d’oro e d’argento, dei bei nigutin a Berlin, come quei dei fratelli la bufala, no si chiamano D’Innocenzo, ma di innocente non hanno nulla, anzi sono colpevoli di procurato aborto del cinema; mammane col ferro da calza che non sanno niente, non sanno fare, ignorano tutto, nuddi ammiscati cu’nnenti, e sono premiati ati ati ati. Dario, Mannaja la santa vinedda, conosceva e aveva studiato, studiato, studiato io dico non meno di diecimila film e quasi tutta la televisione italiana di cui era un mostruoso esegeta e smontatore seriale. Nessuno l’ha premiato. Peccato. Peccato, peccato.*

* p.s. The making of, mi piace precisare che non fu una goliardata, costò mesi di preparazione di riprese e qualcosa in termini di permessi e crediti ottenuti presso fornitori oggi scomparsi oppure prestatisi alla bisogna; sempre nell’ambito del credito, ce ne fece l’Ikea dove girammo due giorni e una notte intera. La Fnac-Italia ( non c’è più) nel negozio della quale il film si chiudeva con una conversazione al telefono tra la cuoca messicana di Barbara de Fina, moglie di Scorsese, e noi, Dario e me; la cuoca non esiste, non credo, e la telefonata era una falso. Tutto inesistente come i premi che nei titoli di testa ingombravano lo schermo, tutti falsificati da dio: ne ricordo due, Festival d’arte cinematografica della Slovenia,  e le  Giornate del cinema di Svezia: festival inesistenti in località inventate ma plausibili. Per i falsi erano stati interpellati interpreti di ogni lingua. Uno spasso. Ecco detto tutto, Dario non sapeva andare al passo, solo allo spasso.   

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
This entry was posted in Al-Taqwīm and tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

2 Responses to Dario Barezzi

  1. Tina Messineo says:

    Non posso lasciarla solo con questi bellissimi ricordi del suo amico Dario.
    Sono contenta di riuscire a leggere “questa”…non so cosa sia esattamente.
    Per certo è un atto di amore verso questo uomo/ tanto uomo Dario da un uomo/tanto uomo sensibile e dolcissimo.
    Grazie per avere condiviso.
    Tinù

    Like

    • dascola says:

      Grazie Tina. Mi piace il questa virgolette tre puntini. Il resto è come lei l’ha percepito. Ed è atto dovuto. Almeno a me così è parso. Mi fa piacere che lei, visitatrice attenta, si appunti una medaglia è da sola, abbia colto qualcosa dello sconosciuto defunto e l’abbia fatto suo. Dunque abbiamo cucito un po’ di letteratura. Un abbraccio non retorico. Psq.

      Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s