Intolleranze elementari

 

Giuseppe Verdi. Simone Boccanegra. Finale atto primo. Ormai in là negli anni Simone Boccanegra regge da tempo la Repubblica di Genova con mano da intelligente ex pirata,  Putin insomma; a parlamento nel bel mezzo di una rivolta popolare per futili motivi e ad un complotto per invidia – del pene – del suo rivale Paolo, allo sfondare della folla le porte del consiglio, Boccanegra grida, Ecco le plebi…

1:18:45

Leggere oggi sul NYT che la signora Pelosi è intesa convocare il Senato d’America per scongiurare con un legge ad hoc il tentativo dell’attuale direttore delle poste, signor Louis DeJoy, e megadonor (sic) trumpiano, di minare il servizio postale e quindi lo svolgersi del voto a distanza; leggere sul Figaro l’allarme del governo circa le derive islamiche di alcuni sindaci; leggere su varie testate l’intestardirsi a dire che il popolo, ma quale, bielorusso è in rivolta contro il signor Lukaschenko e che l’Europa si esorta alla storiella che il popolo medesimo vuole la libertà, ma quale – quella di polonesi e ungari di darsi un governo fascista, chi lo sa, – ; leggere  che  per via delle discoteche chiuse, discoteche che danno, chi lo sa, così tanto lavoro alla ‘ndrangheta, quella della fascistissima feticista Santacchetipassa resterà aperta – mentre troupes cinema e orchestre e cantanti lirici e attori e operatori e focus pullers e macchinisti e postproduzioni sono a spasso, pochi sembrano percepire il baratro che li attende e nessuno ne scrive – ;  leggere sul Tirreno di qualche tempo fa che madre di un figlio spiaggiata da qualche parte da altra spiaggiante cui chiedette di di non sostarle appresso causa bambino debole di globuli e dunque facile alle infezioni, dalla detta si è sentita apostrofata e virgolettata con, Se hai il figlio malato tientelo a casa; leggere che folle di signore e signori protestano per il porto di mascherina inteso come abuso di potere e pericoloso sistema di morte – ah ahi ahi ahi si respira strillano la CO2 come se l’aria a Milano o Chicago fosse miscela di gas nobili e i suv borghessi  e i motorini a due tempi scoreggiassero mugòlio e palo santo – quando queste democrazie caucasiche hanno pervertito il loro stoltus sociale al senefreghismo, non al diritto di salvare la pelle ma al diritto personale assoluto, libertà libertà libertà di battere l’epidemia a suon di macarena, ovverosia di diversamente macumba; le stesse democrazie fondate sul sangue di migliaia di miserabili che chiesero e conquistarono pane, orario di lavoro, diritti dei lavoratori, voto alla donne e infine libertà libertà libertà di non essere ammazzati da una qualche o tonaca o camicia nera o bruna o azzurra ( c’era la variante; ogni coglione glabro o peloso si inventò le sue camice, taluni si sa indossando sotto sotto lo chémisier pervinca); leggere tutti i giorni sui muri del ramo del lago di Como i nomi degli eredi diretti degli assassini dei fratelli Rosselli, F.lli Angurie & Salviette di Taglia che, inneggiano sindaco un faccione dall’aria post ictus e gradito al locale Circolo Canottieri e CAI; leggere e mica tanto tra le righe il rieditato Il conformista del Bertolucci;  leggere infine pubblicità a favore di opere meritevoli che garantiscono a pochi irrimediabili infelici con difetti genetici oltre che genitali e che i genitori hanno partorito a dispetto della sorte, che essi tuttavia hanno schiere di ricercatori bianchi e meritori nel cercare il rimedio al male assoluto senza rimedio; leggere che intanto in Niger o dovunque vi pare ciuffi di mencheultimi crepano di fame, così tout simplement. Ma la carità. Saper leggere non c’è che dire è un bel vantaggio. Tutti gli eSipodii – un esipodio due esipodii, Totò – si situano dovunque li si voglia situare, ed è facile cucire insieme focolai di stupidità, miseria, cialtronaggine orrore e carogneria per dar loro valore di sintomi; lo fa la letteratura, per esempio nei feroci libelli censurati di Céline o di Houllelbecq per esempio in varie opere, ma da ultimo in Sottomissione; non starei a fare il tentativo di una diagnostica, che è una tentazione, ma non sono e non studio né da Masaniello, né da Marx, mi limito da sempre a confrontare la colpevolezza sorniona della realtà con l’innocenza feroce dell’arte che è il mio mestiere; del resto Cassandra la cui visione era maledizione ma, ma ma ma…

… nel 1971 Hollywood se ne uscì fuori un film bello, fantascienza solida, ricca, con un attorone, Charlton Heston, Occhi bianchi sul pianeta terra, ossia The omega man che, racconta la spiega Imdb, a seguito di una guerra batteriologica, New York è toccata da un’epidemia che distrugge l’umanità. L’unico uomo sopravvissuto grazie a un vaccino lotta per combattere gli zombi e per trovare un antidoto che possa salvare il resto della popolazione. Questo film che io vidi e rividi impegnò qualche pagina della mia tesi di laurea qualchi anni dopo – la mia tesi non piacque al mio relatore Umberto Ecco perché classificata spiritualista, quando era sottilmente spiritosa –  e, per la precisione l’unico uomo sopravvissuto non è l’unico ed è biologo militare; egli vive con milioni di supermercati e armerie a disposizione e in una graziosa palazzina che ha blindato, gli alloggi in città vengono via con niente; scopre che, lui a parte, l’umanità si divide in due gruppi, infetti e resistenti sani, uno sparuto gruppuscolo dal sangue vivo e fresco che, scoperto il medico, tenterà di aiutarlo nella sua quotidiana lotta contro i folli sopravvissuti, non zombi ma devastati dalle malattie, glaucoma, clorosi e una rara forma di psicosi maniaco-depressiva che li ha riportati a delirare un medioevo oscuro e feroce; guidati da un santone, inteso Messia, demonizzano la scienza e la tecnica che, nella loro testolina, li ha conciati così, vivono non si sa come e perdono il tempo in un furia iconoclasta di tutti i totem della civiltà scienza e tecnica. In particolare sono accaniti con il medico Heston. Della battaglia finale non ricordo quanti morti ma non finisce bene né per gli omega men né per Heston, e infine nemmeno per gli spettatori che dicevano allora, tempi grulli, Ma figurati sempre catastrofici gli americani. Sempre catastrofici già. Fine del discorso. Non solo.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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