Madres Paralelas

Leggo nel menu di Mymovies di Milano e Lombardia la spiega di Madres parallelas:
Due donne, Janis e Ana, condividono la stanza di ospedale nella quale stanno per partorire. Sono due donne single, entrambe in una gravidanza non attesa.
Leggo anche dal País di oggi (https://elpais.com/cultura/2021-11-12/la-ausencia-del-publico-adulto-en-las-salas-amenaza-al-cine-espanol-y-de-autor-frente-a-hollywood.html?sma=newsletter_diaria_manana20211112m) che Madres Parallelas ha incassato in Spagna finora solo due milioni di euro ovvero, aggiunge l’articolista, largamente sotto le aspettative. Tutto il pezzo esamina con puntiglio la situazione delle sale postpandemiche in quel paese, divisando una sorta di minaccia per la diffusione e il successo delle pellicole spagnole fronte all’assalto di quelle americane.

La questione non è nuova, mi dirai, è vero e coinvolge tanto il cinema francese quanto quello italiano – la cui produzione è degna di analisi, in senso di psicoanalisi tanto è ossessivo compulsiva e bambolona, politicamente borghese e pastrugnata (basti dire di quel Vita da Carlo e Tre piani), con nobili eccezioni (Qui rido io e Ariaferma) e pochi attori degni ( tutti di teatro e napoletani), il resto ragazzine, anche o soprattutto i maschi, e borgatari che farfugliano un romanesco che ha stufato credo persino i Romani –.

A prescindere da queste considerazioni che sono beninteso prive di valore scientifico perché basate su osservazioni e ottiche personali, a prescindere, l’articolo si pone una domanda circa il gusto del pubblico, entità parallela questa, diviso tra maturi intesi attenti al cinema d’autore o d’arte e giovani amanti delle pellicole lecca-lecca farcite di supereroi, astronavi e pupazzi. ( è difficile situare nella scala della noia Dune di cui mi è arrivata voce che andrebbe ascoltato in inglese come se i suoi broum e yes fossero attribuibili a Becket). Tutte questioni senza risposta perché il pubblico non esiste, se non sotto forma di onde che vanno in genere alla deriva. O a spiaggiarsi senza sapere il perché su una battigia di popcorn.

Ma per quanto riguarda Madrea Paralelas. ho il mio da dire circa la distribuzione italiana che affida la diffusione di quest’opera molto spagnola, molto europea, dell’Almodóvar, e a un redazionale di Mymovies di natura ginecologica – poco male se il film fosse una replica patinata di Helga – Vom Werden des menschlichen Lebens+ o – il divenire della vita umana, Erich Bender 1967 – e, qui casca l’asino, a un versione doppiata in modo irritante. E da un punto di vista acustico – piani assenti, ambiente da sceneggiato televisivo – e da un punto di vista estetico, molto peggio della Vedova allegra in italiano. La doppiatrice di Penelope Cruz – maggiore imputata in un processo al doppiaggio moderno e che non cito per non nuocerle nel condominio – si esercita nel birignao e nuoce gravemente alla degustazione del film il suo non corrispondere per qualità della voce – parlare di qualità nel caso è arduo – alla faccia, al corpo al gestus della stella ispanica.

M.P. non andava tradotto per il sound intrinseco alla lingua spagnola in un film spagnolissimo. Ma io lo spagnolo sì sono stato una settimana a Barcellona due anni fa però, replicherà il pubblico, bon sottotìtolati. Nota, caro mio, che sono nato con il doppiaggio, e che doppiaggio, tutto fatto da attori di teatro ( anche il mio maestro Rissone fratello di Giuditta, cognato di De Sica), prendi Stoppa, prendi la Morelli, la Simoneschi la Lattanzi ( tutte madres parla-lelas) da doppi vocali che spesso creavano, tradendo talvolta l’originale, un personaggio nuovo e magicamente incollato alla matrice tradita.

Ciò detto M.P. è un film epico, brechtiano e dunque politico. Scandito a siparietti e forte di forma drammaturgica antica e propria ad Almodóvar: intrigo, intreccio, peripezia che sfociano in doppie e triple agnizioni(riconoscimenti). Nell’impossibilità di farne un’analisi formale alla moviola giungo a una conclusione del tutto personale: il figlio scambiato tornerà alla madre bambina che così passa dritta all’adulzie, e il figlio morto troverà il suo doppio storico e genetico nei figli di Spagna assassinati dai franquisti nella guerra civile. La madre parallela è dunque Madre Spagna (le madri, le ave di Spagna) che dal suo ventre-terra ha partorito gli spagnoli moderni, adolescenti indifferenti e ignoranti come Ana, Milena Smit di spalle assai larghe nel confronto con la sua antagonista Penelope Cruz/Janis ( ultimo scempio Gianis invece di Hanis, sacco in testa e botte al traduttore) che dà l’ando al film decisa a scavare nella memoria politica, la guerra civile ( guerra che fu un tentativo di pulizia etnica e culturale, e di soppressione generazionale), e che nell’ultima immagine, il disvelamento della fossa comune con il funerale a posteriori con tutto il paese a generazioni unite, trova la mossa finale nel gioco di scacchi che Almodóvar conduce: inquadrature nette, primissimi piani, totali enormi in movimento alla Kurosawa, silenzio, posa e scatta, il resto lo fanno le attrici/tori, dissolvenza a nero. Rispetto ad altri suoi lavori, mi suggerisce mia moglie, qui Almodóvar mette in scena le pance senza pancia, con il rigore da patologo forense del suo virtuale alter ego nella vicenda, Arturo/Israel Elejalde. Così il film rivela lo scambio in culla, la soppressione, la Verwerfung della memoria culturale, politica, storica. È così che noi altre animelle sensibili, cresciute nel mito della Guerra civile, della generazione tradita e mai riscattata dalle Resistenze in Italia e Francia, piangiamo ma a singhiozzi, caro mio. Lacrime amare. In quella fossa finale ci sono gli scheletri di tutti i nostri padri. E Madres Paralelas.

Antonio Machado  – 1938

A Lister, jefe de los ejércitos del Ebro

Tu carta -oh noble corazón en vela,
español indomable, puño fuerte-,
tu carta, heroico Líster, me consuela,
de esta, que pesa en mí, carne de muerte.

Fragores en tu carta me han llegado
de lucha santa sobre el campo ibero;
también mi corazón ha despertado
entre olores de pólvora y romero.

Donde anuncia marina caracola
que llega el Ebro, y en la peña fría
donde brota esa rúbrica española,

de monte a mar, esta palabra mía:
«Si mi pluma valiera tu pistola
de capitán, contento moriría».

P.s. il film dovrebbe essere diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado, insieme con le immagine dei funerali ieri dell’ultimo partigiano francese, dunque d’Europa, Hubert Germain.

About dascola

P.E.G.D'Ascola, alla sorda anagrafe lombarda privato dell’apostrofo, è eteronimo o pseudonimo di sé medesimo; tende all'anonimo: avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia alla fine più che a Racine a un Déraciné, sradicato. Ma come Cioran, "con la tentazione di esistere", egli scrive.
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