Chi sono?
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
«malinconìa».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
1972 mi pare : dissi questa poesia di Palazzeschi, Chi sono, all’esame di ammissione alla scuola d’arte drammatica di Milano. Oggi si chiama Paolo Grassi, allora per noi pischelli era invece la prestigiosa Civica Scuola d’arte drammatica Piccolo Teatro di Milano. Direttore fu Checco Rissone, più di un maestro, una levatrice, almeno per me. Chi sono ; da principio non ho avuto un principio. Grande uno rosso chiamò sé stesso (sé con l’accento) Cecchelin il personaggio che tanti anni fa cominciò a scriversi sotto il mio naso e scomparve in Il viaggio di Cecchelin e Cyrano : non so proprio a chi somigliasse allora e meno ancora oggi ; non ho mai riletto quella storia, dubito che mi piacerebbe. E non sono curioso di rileggerla. Di andare a macchina indietro mi capita per distrazione ma non mi fermo mai.
Quando si è piccoli si vive o si muore come qualsiasi altro animale. Non ti domandi chi sono : sei. Nel momento in cui tu dici penso o mi ricordo, ebbene, lì fai conto che stai cercando di afferrare una farfalla in volo o chiudere in un barattolo dei riflessi sull’acqua. L’identità, a dispetto dei rivoltanti proclami attuali è una questione di specchio opaco o di falso in bilancio o di entrambe le cose ; persone e popoli che la reclamano non si danno conto di avere sotto il naso l’evidenza del contrario, sono niente e al niente danno un nome, identità e lo strillano ai quattro spritz.
Raccontare, per parte di nonno paterno, mi è familiare e ci sono nato dentro : la mia carriera letteraria principiò in quarta elementare con un temino, un meraviglioso falso circa una processione mai avvenuta in un epoca mai esistita con un rito mai esistito ; solo dalla location non mi discostai, Settignano, il sobborgo di Firenze di miei infiniti soggiorni dagli zii ; suscitai la meraviglia della mia sempresialodata maestra tedesca, la Ursula Schnabel e della direttrice Lavinia Mondolfo, socialista ; mi fu chiesto se davvero avessi visto tutte le cose narrate, c’era del sospetto bon sì, dei bimbi fidarsi sai com’è ; risposi che sì certo, con un sorriso di meraviglia, certo che avevo visto. Che fosse stato era del tutto trascurabile. Con la realtà ho sempre avuto un rapporto di infedeltà, credo reciproca, da coppia più che libera.
Mio nonno, Pasquale il Primo by the way, quando alla fine fu ricoverato al policlinico di Milano, facile fosse il 1966 e lui era del 1889 e dunque fai un po’ tu il conto, mio nonno si rivelò per intero per quel grande che fu, affabulatore direbbero alcuni, cantastorie altri, cantaballe altri ancora : dotato di una bella chevalière col suo monogramma al mignolo si pretendeva barone e mi invitò a ricordarmene, Ricordati che siamo baroni, e faceva risalire i fasti di famiglia tanto a una nomina del primo dei Ferdinandi nel regno delle due Sicilie, quanto e di più a un avo cadetto di un regno belga, un Baldovino in seconda capitato alla prima crociata e lì arricchito come tenutario della piazzaforte di Àskalon, da cui i d’ascola, notabili di Noto dapprima poi non si sapeva bene come estesi fino a Reggio Calabria. Mi pare sia esistito un Sozzo D’Ascola 1300 e tanti, nome, Sozzo, che non mi meraviglia visti i tempi. V’è poi in certezza su come si scriva il mio, mio di chi, nome, se con o senza apostrofo. Il barone de Banfield, sovrintendente a Trieste, per il tempo che fui lì per un Nabucco, mi chiamava da pari a pari Ascola, come lui che si presentava Banfield. Come per dire pari siamo. Unica differenza lui, il barone triestino era ricco a dismisura. Andava a farsi tagliare i capelli in aereo da un coiffeur di Parigi.
Mio nonno, aveva poche ore di vita per via di una polmonite imbruttita e che si era trascinato per chissà quanto tempo, tra diagnosi confuse e disattenzioni promesse ; sua moglie, la nonna Anna, una imperialregia Bergomaš italianizzata bergamasco, era un fenotipo compatto, una mula triestina di via Sette Fontane (vedi in google maps), alta e bionda quanto il nonno era piccolo e pelato ; di Trieste che posso dirti, fa parte di me e non si vede. Anna, in qualche recesso della sua mente poco incline alle carinerie, aveva preso atto di tosse, febbre, malessere, della cachessia si diceva ai tempi, di suo marito, ma per giorni o gironi lo aveva obbligato a uscire di casa, non escluderei per un subdolo senso di “marcia o muori” che le stava bene a viso, Vai a lavorare che non ti voglio per casa, si seppe infatti che in quei giorni gli diceva, in triestino ovvio, i nonni si parlavano solo in triestino ; ricordo qualche parola : mulo, mula, zvanziche, i soldi, sàntoli, i padrini ( chi non gh’a santoli no g’ha buzolài, senza padrini niente quattrini), iùzize, le contadine slovene e croate, e poi un insulto polifunzionale, grave e plurale, sserbi, per dire la sentina del creato in italiano, e poi s-ciavi, per dire un piano più sotto di detta sentina, in triestino.
Il nonno, ormai povero e abituato com’era da anni a uscire con la sua borsa a tentare di vendere cartellini segnaprezzi e altre carabattole per le vetrine, era uscito, era peggiorato per strada, era svenuto ed era stato portato al policlinico. In quella circostanza non pensò in nessun modo di chiamare suo figlio, mio padre, D’Annunzio, ebben sì era lo sventurato nome mio padre, perché mio nonno, giovane e piccolo sposo quando gli nacque il secondo figlio, il maschio e nonostante si professasse e poi come vedrai dimostrasse di essere socialista, era molto appassionato del poeta e così, nel 1922, mio padre diventò D’Annunzio ; la figlia, nata due anni prima invece, fu Giliola, il noto personaggio di uno dei polentoni verbale del Vate. Vabbene, mio nonno convocò al suo capezzale mia madre, la Gilda, nata 1923, aveva dunque 43 anni nel 1966 ma a me sembrava una anziana signora ; la Gilda arrivò, prese nota delle condizioni del suocero e sedette a lui accanto. E si commosse, ci disse più tardi ma io non è che fui tanto attento al suo relato ; si commosse perché per alcune ore mio nonno Pasquale con quel nome da pizzaiuolo che lui portava con orgoglio benché l’avesse triestinizzato in Pasqualìn, e che a me toccò subire tanto quanto lo subisco oggi. (Potrei bene pasqualinizzarlo anch’io, ci devo pensare, ma in ogni modo i genitori dovrebbero stare almeno attenti ai nomi che danno alla prole, pensa chiamare Aida una poveretta ; è per intanto che mi sono affibbiato Das come nomignolo, anche minuscolo, al nominativo neutro tedesco).
Si commosse mia madre perché mio nonno che mai aveva dimostrato una qualche forma di tenerezza né per lei nuora, né mi pare per nessuno, a un passo dalla morte e per alcune ore raccontò alla Gilda la propria vita e, e, e voilà, in francese. Mia madre era francese, voglio dire che lo era anche lei in modo molto personale, poi ti dirò, ora I’ve to stay focused on my grandpa, perché, perché mio nonno con tutta probabilità raccontò una mitologia, un’epica molto ben studiata e sulla cui pietra, insieme con quella di mio padre ho costruito io la mia. Mio nonno nacque a Reggio Calabria, il padre se fu citato importò poco nella sua vita perché ancora piccolo fu con la madre che andò a vivere e a Marsiglia. La mia bisnonna Maria, oh ne avevo un certificato di nascita che ho perso, era una Minniti, come il noto politico del Partito Democratico appunto di Reggio, e come un celebre pilota d’aeroplano, Tito; era un qualcosa di consanguineo della bisnonna, un aeronauta, mi fu detto, che si divertiva a volare a testa sotto e a pelo d’acqua sulla corrente dello stretto tra Messina e Reggio. Morì spellato vivo in Abissinia, durante l’invasione italiana e, sai com’è, procedura cruenta frutto della rabbia di quelli ch’ei spellava irrorandoli dall’alto con il gas. Basterebbe fermarsi e ribellarsi al richiamo della morte. Sarebbe da uomini ma pare che si preferisca comportarsi da pezze da piedi ai piedi dei potenti. In sintesi : aeroporto di Reggio, Tito Minniti e amen.
A Marsiglia, la mia bisnonna si mantenne e mantenne il figliolino Pasquale, dando lezioni di francese, mah, dunque doveva essere molto brava oltre che protestante ; i Minniti tutti protestanti siamo maestro, mi disse a Catania, una Minniti soprano secondo nel coro del Bellini, teatro d’opera dove lavorai con piacere e immenso per alcuni anni. Credo piuttosto che la bisnonna Maria Minniti lasciasse Reggio per una necessità di corna e quindi non escludo che a Marsiglia ci fosse un amante o una amante e in questo caso la faccenda a’miei occhi sarebbe favolosamente pizzichina. E qui viene però il bello. Mio nonno da Marsiglia sbarcò presto a Trieste, affidato a parenti misteriosi, a Trieste imparò il dialetto che assunse il ruolo di sua lingua madre dopo il francese, studiò ben oltre i limiti delle consuetudini, fece una scuola tipo artsandcrafts, divenne arredatore di vetrine, mestiere che gli servì ad accumulare e sperperare diverse fortune con molta nonchalance ; ti ho detto infatti che morì povero, mio padre provvedeva.
All’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria nel ’15, il nonno, sposato a una austriaca, austriaco in territorio austriaco, da Trieste scappò in fretta e furia e via a Milano ; disertò di fatto per non finire chissà a Pola o Fiume o Dubrovnik imbarcato su una cannoniera austriaca o peggio, come capitò a un suo parente di allora, tale Ivancic, morto di tifo in Galizia, la stessa porzione di Ucraina di oggi che i russi vogliono distruggere, non riuscendo ancora a papparsela, ma basta aspettare, presto non resterà molta ucraina da bombardare.
Di mia madre che vuoi, sette sorelle di un nonno morto molto presto, nel 1954 o 55, giace sepolto a Firenze, cimitero di una parte non piccola della mia famiglia, entrambi i miei per dirne due, un cugino amatissimo, gli zii idem e prima appunto i nonni materni ; di loro so poco per mancanza di una mitologia attuativa ; so di un gatto che morì di crepacuore alla morte del nonno, il quale peraltro pare parlasse ai cavalli, per via di un cavallo che lo aveva sottratto a morte certa nel ’17 dalle parti di Caporetto. Emigrato benestante in Francia, era amministratore di una tenuta, un frutteto immenso ad Agen, prugne, il babbo della mamma ebbe la bella pensata di tornare in patria, merde, nel 1940, a Udine ; spese tutti i suoi risparmi per vivere disoccupato, lavoro non ne trovò nemmanco pe’ gnente, mia madre con le sorelle subì l’Italia per buone ragioni, a Udine una francese che indossava calze di seta e non di lana grigia con gli elastici, era sentita come merce di scambio tra puttanieri, lei, la Gilda ancora nel ’48 l’italiano non lo parlava e lo parlò tutta la vita a modo suo : avione, fromajo, acsessorio, buro, belo, promenarsi, non m’anchichinare ; per lei io fui Poupon dagli 0 ai tredici anni ; la Gilda trovò mio padre al Comune dove lei non sapeva chiedere in italiano una carta di identità, mio padre la conquistò con il francese che parlava molto bene. Seguì matrimonio civile.
Poi insieme mio padre e la Gilda animarono una cellula anachica, il circolo Solferino che, dopo la guerra, fu una fucina di cervelli, li ho conosciuti tutti, le gambe almeno, stando sotto il tavolo da pranzo a giocare mentre quelli, i grandi, discutevano intorno di come cambiare l’uomo e per conseguenza il mondo; facile al litigio mia madre, fino in tardissima età, scettica, di soprannome la Pasionaria benché questa fosse commmunista così ✊ (ci sarà qualcuno che ricorda il primo Verdone) Da vecchina, l’impareggiabile polemica Gilda si riaffacciò alla fede, beninteso gallicana, leggeva il suo vangelo francese di quando era bambina, tutto segnato a lapis bleu ; fede infantile, innocua, a proposito di identità, penso traducesse per sé tra sé il detto della Bibbia così : io sono colei che è. Amen. Anarchisme obblige altro che noblesse.
Mon père : mio padre ebbe la sventura di nascere intransigente ; carattere che per i nati in una dittatura si trasformava in iattura, e, o te ne andavi dall’Italia perché avevi età e mezzi per farlo o succedeva che se non andavi nei Balilla e non andavi alle adunate del sabato fascista, allora ti aspettavano dei tipi in gambali fuori di scuola. A mio padre successe a 13 anni, presero a picchiarlo ma lui si difendeva e loro picchiavano di più, allora lui puntò al polpaccio del più cattivo di tutti, sopra il gambale e lo addentò con tutta la forza che aveva, bim bum bam erano in quattro e se ne scapparono tutti e quattro ; mio padre fu convocato dal direttore della scuola che gli comunicò l’obbligo per lui di riferire in alto loco, poi lo sospese per tot giorni, mio nonno fu convocato in federazione, si diceva così ; il nonno non solo proclamò ai federali che avrebbero dovuto passare sul suo cadavere prima che suo figlio andasse a fare il balilla, poi fece una tale casamicciola, pare così, che io dico i fasci pensarono fosse pazzo e lo lasciarono perdere. Mio nonno, e poi mio padre e dopo di lui me tutti capaci di un’ira che Achille pfui. Io sono migliorato con sforzi incredibili e anni di analisi.
Mio padre continuò a non andare ai balilla, ne serbo il libretto vuoto di timbri e firme ; fu espulso da tutte le scuole del regno, per decreto del re, quel savoiardo V.E.III che aveva dato luce verde al fascismo. A mio padre fu vietata qualsiasi scuola, anche di dattilografia, anche di scherma che gli piaceva tanto. In nessuna scuola fino alla fine della guerra quando preparò in pochi mesi gli esami per il diploma di ragioneria, la sua ambizione, il classico e poi medicina o architettura gli fu preclusa per via del greco e del latino che uno non studia certo in pochi mesi. Unica consolazione il centro culturale germanico, siamo più o meno nel ’36, lì non chiedevano niente, né se eri iscritto al fascio né che cosa ti aveva fatto il re ; sicché lui andava ai corsi di tedesco, ho ancora il suo libro, Vado in Germania e so il tedesco, studiava in gotico, un po’ la sera, e il circolo poi era molto animato, molto heil hitler tra loro i Gotici, ma agli italiani non chiedevano nulla, ti dico, e nemmeno erano scortesi.
