Houellebecq

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Katy Richards( cont.) – Bite Your Tongue

Purtroppo nella mia vita ho collezionato a centinaia i particolari di cose, fatti i e detti e immagini, i cui legami ho smarrito per strada, la mia, a mai più; un’approssimazione forse evoluta in finzione mi induce da tempo a ricordare però una battuta, arrivata vai tu a sapere da che film, da Vincitori e Vinti pluripremiata opera di Stanley Kramer con Spencer Tracy, Burt Lancaster e Marlene Dietrich, da qualche cupo documentario, da Il processo di Norimberga con Alec Baldwin bah, non sono capace di scaricare nulla dalla rete; youtube spesso vale un tubo. Vabbè; in una scena di questo film misterioso e in bianco e nero e doppiato, ho ricordi in bianco e nero per lo più, alcuni ufficiali nazisti alla sbarra nel processo più famoso del mondo, quel di Norimberga per chi se lo ricorda, nella mensa del carcere dove sono prigionieri discorrono tra una cucchiaiata e l’altra, diononvolesse si suicidassero a forchettate; sono reduci da un’udienza in cui indovinate che cosa è stato proiettato alla corte, bon, e uno degli ufficiali, scosso dalle immagini, a un certo punto si domanda e domanda ai suoi colleghi al tavolo, ma come è  possibile, sempre indovinate che cosa. La risposta di uno più smaliziato tra i commensali è, Possibile sì è solo una questione di metodo. E sappiamo che dopo Auschwitz nessun metodo ci dovrebbe far accapponare la pelle o arricciare il nasino di stupore e poi ad azzannare, cotto, il tacchino. Pensate a un orrore qualunque, bosnie, sirie, apocalissi assortite, e zac la soluzione c’è. È solo una questione di metodo. È solo questione di avere la tecnica e creare l’industria adatta. 

A corollare tutto ciò, giorni fa di mattina presto, ore nove precise, mi telefona un amico per riferirmi che ha visto alla televisione un delizioso commercial di un fabbrica di polli, fabbrica sì, sì e bio. Ora in una panoramica su un agro di fantasia tutto luci smeraldine e violacciocche tra erba e alba degradée, nel film una masnada di polli vanno beccòttando, razzolanti come se aspettassero un’intervista, come si sta qui e che cibo il cibo e la sistemazione all’aperto e mangiati sì ma al meglio del miglio, non è così. L’intervista non c’è nella pubblicità è naturale, e i polli non parlano, non come noi intendiamo; ma intanto una canzoncina deliziosa di quelle che solo dei musicisti venduti possono pensare, giuggiola a chiusura del commercial Il mio lavoro è SELEZIONARE, il cibo migliore per un pollo tutto Bio. Selezionare, bio. Oh il bel progetto, selezionare, le parole non piovono mai a caso, nemmeno su un allevamento a terra. Poiché bio biobìo bìos sta per esistenza, anche per i polli, si tratta dunque di inferire che anche per loro polli c’è vita dopo la morte ché senza il disturbo di un funerale religioso si diventa bio. Ai polli è riconosciuto il diritto all’ateismo, che è senza dubbio alcuno un vantaggio per loro e un vantaggio per chi li mangia, non sanno di crocifisso. La realtà è come sempre altro dalla pubblicità che è invece la propaganda del mondo come gli Junker  – ah il cognome che titola una schiatta infausta- dell’Europa unitaria, vorrebbero che lo vedessimo. In modo che alcuni eletti lo realizzino. È il progetto nazista, sono loro ad avere vinto la guerra, sse semo detti coll’amico. C’è del metodo nella banalità e nell’azzardo.

Ora io avrei parlato volentieri di uno scrittore che amo, Michel Houellebecq. Forse forse ci tornerò ma ora, dopo la ben premeditata premessa vegetariana voglio semplicemente citare un lungo passo del suo ultimo libro Sérotonine-Serotonìna, libro che, che, checché ci tornerò sì. Senz’altro commento però, con traduzione in calce per chi non apprezza il francese e dunque non si è mai posto il problema di saperlo, eccone ora un passo che mi sta a cuore, per così dire, o sullo stomaco, se si preferisce. È in tema, vedranno i lettori:

Je connaissais parfaitement cet élevage, c’était un élevage enorme, plus de trois cent mille poules, qui exportait ses œufs jusqu’au Canada et en Arabie Saudite, mais surtout il avait une réputation infecte, une des pires de France, toute le visites avaient conclu à un avis négatif sur l’établissement: dans un hangar éclairés en hauteur par de puissantes halogènes, des milliers de poules tentaient de survivre, serrées à se toucher, il n’y avait pas de cages, c’était un élevage au sol, elles étaient déplumées, décharnées, leur épiderme irrité et infesté de pou rouge, elles vivaient au milieu des cadavres en décomposition de leur congénères, passaient chaque seconde de leur brève existence – au maximum un an – à caqueter de terreur. Cela c’était vrai même dans le élevages mieux tenus, et c’était la première chose qui vous frappait, ce caquètement incessant, ce regard de panique permanent  que les poules vous jetaient, ce regard de panique et d’incompréhension, elles ne demandaient aucune pitié elles en auraient été incapables mais elles ne comprenaient pas, elles ne comprenaient pas les conditions dans lesquelles elles étaient appelées à vivre. San parler des poussins mâles inutiles à la ponte jetés tout vivants, par poignées dans les broyeuses. Je connaissais tout cela (…) mais l’abjection commune dont je savais comme tout le monde fair preuve m’avait permis de l’oublier. (…) Comment les hommes pouvaient faire ça? Comment pouvaient-il laisser faire ça? Je n’avais rien à dire à ce sujet, que des généralités inintéressantes sur la nature humaine.(…) Comment des vétérinaires(…) pouvaient-ils visiter ces endroits où la torture des animaux était quotidienne et les laisser fonctionner, voir collaborer à leur fonctionnement, alors qu’ils étaient, au départ, vétérinaires? ( …) Après tout il y avait surement des médecins, avec un diplômes d’études médicales, dans le camps nazis. Finalement là aussi, c’était une source de considérations banales et peu encourageantes sur l’humanité, je préférai me taire. (…) Je m’abstint également de préciser que ce n’était pas mieux pour les porcs, ni même de plus en plus souvent pour les vaches (…) Michel Houellbecq – Sérotonine – Flammarion pag. 166-168.

Conoscevo perfettamente quell’allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, che esportava le sue uova fino in Canada e Arabia Saudita, soprattutto aveva però una reputazione orribile, tra le peggiori in Francia, tutti i controlli si erano conclusi con un una segnalazione negativa: in un hangar illuminato dall’alto con possenti alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere, serrate tra loro da toccarsi, non c’erano gabbie, si trattava di allevamento a terra, erano spiumate, scarnificate, la pelle irritata e infestata dagli acari rossi (Dermanyssus gallinae n.d.t.), vivevano tra i cadaveri in decomposizione delle loro consimili, passavano ogni secondo della loro breve esistenza – un anno al massimo – a schiamazzare dal terrore. Ciò accadeva in verità anche negli allevamenti migliori, era la prima cosa che ti colpiva, questo schiamazzo senza riposo, lo sguardo di panico fisso che le galline ti lanciavano, sguardo di panico e di non comprensione, non domandavano pietà non ne sarebbero state capaci ma non capivano, non comprendevano le condizioni in cui erano destinate a vivere. Senza dire dei pulcini maschi e inutili alla cova gettati a manciate, ancora vivi nelle trituratrici. Sapevo tutto questo (…) ma l’abiezione comune di cui come chiunque sapevo dar prova mi aveva permesso di scordarmene (…) Ma come potevano gli uomini far questo? (…) Come potevano lasciare che si facesse? In merito non avevo niente da dire, altro che cosette poco interessanti  e generiche sulla natura umana(…) Come potevano dei veterinari (…) visitare questi luoghi dove il quotidiano era la tortura degli animali e lasciarli funzionare, ossia collaborare al loro funzionamento, benché fossero, di principio, veterinari?(…) Dopotutto c’erano di sicuro dei medici, con studi e diplomi medici, nei campi nazi. Anche in questo caso, si trattava in fin dei conti di una sorgente di considerazioni banali e poco incoraggianti sull’umanità, preferì tacere.(…) Egualmente mi astenni dal precisare che per i maiali non andava certo meglio, né tanto meno e sempre più spesso per le vacche.

p.s. Leggo una piccola informazione del tutto inutile su un quotidiano volonteroso ma ma’nzomma, Il fatto quotidiano, – ahi ahi ahi ma cosa legge dr. D’Ascola, alza il ditino la maestrina dalla penna rosa –  leggo di una donna scappata di casa da un piccolo inferno africano per non essere mutilata, poi catturata in Libia, violentata a gogó, impregnata da mostri di un mostricino sul cui destino deve decidere, dicono, come se si trattasse di una scelta  indecidibile, tra l’offesa e una vita di stenti, a lavare cessi in qualche bar di Torvajanica, per ricordarsela, l’offesa, e reprimere l’istinto di vendetta in omnia saecula. Questa la notiziuola con un piccolo commento personale. Nell’articolo tanto l’estensore quanto la vittima parla delle bande di tagliagole e slabbravagine, definendoli, animali, bestie, disumani.  Solito tran tran di aggettivi. Mais non, mais non, che sono umani, umanissimi, proprio la quintessenza dell’umano. Carogne, già lo disse Céline in ogni sua opera. E che l’ultima, Rigodon, dedico aux animaux-agli animali. Che non massacrano, non erigono campi, non imprigionano, non stuprano nessuno. Nemmeno il loro territorio, non lo popolano di plastiche e motori. Qualcuno dirà, Eh vuoi mettere  ma non hanno l’intelligenza. Ah bè sì bè ah bè sì bè. ( Enzo Jannacci- Ho visto un re)

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L’ElzeMiro di Martedì 11 Giugno

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 11 giugno 2019

 Olio di lino

2a puntata

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72468

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Più o meno… più meno che più… tutto sommato

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Passaporto di Alphonsine (Du)Plessis, la Dame aux camélias

Il culto, che prelude alla dittatura dell’eguale, dell’indifferente lo quale però vuole emergere dal suo brodo, acqua calda quando è caldo, si rivela con il paradigma del titolo. Apprendo e rivelo che in una peraltro ridente e pittoresca, non più o meno, e non più meno località, qui né più né meno del lago lacustre, degli scellerati hanno inscenato uno spettaccolazzo sulla Belle Époque, più o meno la bell’emeglio. Per non parlar dell’opera lirica  più meno che più  assalita da borseggiatori e tagliagole, anche il teatro di prosa, prosaico cioè, viavacchia più o meno, salvo cioè luminosi esempi; ma è come dire delle biblioteche conventuali nei secoli bui; il deserto con intorno fortezze di libri prive di acqua calda ma tutto sommato… Macchine, pari indietro adagio; dunque dello spettacolazzo non recensisco il quantum ché non è il mio mestiere ma preciso che  serate del genere occorre disertarle, fischiarle, rumoreggiare, scagliare sedie, meglio sassi, com’era costume quando il pubblico aveva carattere o, se mai uno sciagurato parente o amico o dirimpettaio degli scellerati autori ti invitasse, è obbligo o defilarsi con accorta bugia, o partecipare per l’educazione formale che da questo ombone immaginario è già stata difesa; andarsene poi non visti a fine primo atto, è però obbligo perentorio. Sapete com’è, Nobblesse (due bi)obblige(due bi), la nobiltà è obbligatoria, Totò in 47 morto che parla, di Carlo Lodovico Bragaglia. 1950. Veniamo adunque alla loCantina che merita una citazione e disanima puntuale:

“Café Belle Epoque” (corrige accento, Époque) è uno spettacolo scoppiettante che ricrea l’atmosfera indimenticabile dei mitici Café Chantant (corrige plurale Café-Chantants) parigini durante l’affascinante periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque). Luoghi  incantati e scintillanti (corrige il soggetto implicito dopo un punto fermo, modificare la sintassi precedente) in cui si consuma la romantica e commovente storia d’amore tra Alfredo (corrige nome, nel romanzo è Armando Duval) e Margherita  i due amanti resi immortali dalle parole di Alexander (Corrige il francese, Alexandre) Dumas e dalla musica celestiale de la Traviata (Alfredo Germont, qui sì, e Violetta Valery) di Giuseppe Verdi. Un allestimento particolarmente emozionante dove le note di Verdi strizzano l’occhio ( mai strizzato l’occhi a niente il Verdi, soprattutto non ad atmosfere frizzanti di vent’anni dopo) alle atmosfere frizzanti del Moulin Rouge per poi fondersi con la suggestiva scenografia creata dalle magnifiche e seducenti donne (presenti in sala le signore?) di Giovanni Boldini (1842-1931 n.d.r.); pittore italiano divenuto uno degli esponenti principali della vita artistica parigina durante il periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque; corrige, di quel periodo).

N.d.r. stralciamo dal dizionario Boch – Zanichelli 2019

La Belle Époque è il periodo che si situa tra la fine della crisi economica del 1873-1896 (la grande dépression) e lo scoppio della prima Guerra mondiale nel 1914. Questo periodo, fortemente condizionato dalla seconda rivoluzione industriale, è caratterizzato in Francia da una rapida crescita economica, dal conseguente benessere della borghesia e da una rinnovata fede nel progresso, culminata nella Exposition universelle de Paris 1900. L’espressione Belle Époque, coniata dopo la prima Guerra mondiale, è emblematica dell’atteggiamento nostalgico verso quest’epoca spensierata, dovuto soprattutto alla guerra.

Ed ora per conoscenza acquisita in lunghi, ma lunghi anni di faticati studi e letture si segnala che 

La dame aux camélias, di A. Dumas figlio (1824-1895) è del 1848, l’anno delle rivoluzioni non dei cicipciciàp, e rivela la mancanza di bellezza del suo tempo proto-industriale; la brutalità dei rapporti tra padroni e servi e serve, cioè tra ricchi, aristocratici, capitalisti e loro mantenute, le lorettes o cortigiane, nonché appunto tra il figlio di papà Armando Duval e la Filomena Marturano ante litteram, Margherita Gautier. Il romanzo non è per limiti d’età romantico, come non lo è l’amore tra i due; Margherita dal palazzo, dove è riccamente attelée, quando arriva il suo protettore a trombarla caccia Armando che le moment venu tromba con la forza del masculo che pretende, una Margherita del tutto  divorata dalla tubercolosi. Chi si diletta di usi e costumi cerchi il perché del titolo, perché cioè la signorina Gautier indossa, in certe date, una camelia. Chi vuole legga del romanzo anche la bella versione in cinque atti in milanese, La sciora di cameli del Carlo Righetti, scapigliato, cfr. B.N.B. Milano bid.braidense.it:7:MI0185:PUV0556958. Possiamo dire che se il linguaggio di Dumas è solo agile e, nei limiti, spinto, non cerca il realismo di Zola, ma a mio giudizio lo anticipa. Sì, poi qualcuno potrà dire che la scena prima, molto Orson Welles se vogliamo, ma romantica… All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne/ Confortate di pianto è forse il sonno/Della morte men duro? (U. Foscolo, I Sepolcri, 1807)  bah non direi; si apre con l’esumazione di Margherita, si immagini quello che vede Armando, che Dumas descrive e se ne legga. Quanto al consumare, Armando e Margherita consumano un sacco, caffè non sappiamo mai però al caffè. 

La Traviata, di Giuseppe Verdi (1813-1901) è del 1852. Di belle e di époque non ha cronologicamente nulla. Traviata andò in scena alla Fenice di Venezia, allora Impero Absburgico, fu uno scandalo e fu sospesa. Poi vabbè sappiamo il successo. Solo, oops è difficile definire uno che definisce celestiale la musica di Verdi in generale e nello specifico. Verdi, noto ateo, musica celestiale non ne ha mai scritta; Traviata in particolare è musica da tragedia, si potrebbe osare dire che è shakespeariana tanto alterna il registri di commedia a quello tragico e buffonesco. Per il resto è straziante, violenta, questo sì, chi scrive ci piange su da tutta una vita. Non do le coordinate, si evitino tuttavia le corali monzesi e la filarmonica di Cucciago, ma chi ha voglia ascolti, atto secondo, Non sapete quale affetto/vivo immenso m’arde in petto/ che né amici né pareti io non conto tra i viventi… cosa frizza, non è Rugantino, è  l’insulto alla mitologia familiare borghese, e si ascolti cosa risponda il padre di Alfredo, signor Germont, un dì quando le veneri/ il tempo avrà fugate/ fia presto il tedio a sorgere/ che sarà allor, pensate,/ per voi non avran balsamo/ i più soavi affetti/ poché dal cielo non furono/ tal  nodi benedetti. Non traduco per ovvi motivi, chi capisce, capisce che qui il vecchio disegna a Violetta l’orrore di un legame non istituzionalizzato dalla Chiesa (quella di Roma nd.r.). Si ascolti si ascolti, il trinomio, Scala, Toscanini, Callas, fa ancora testo. (Anche se chi scrive, sotto la direzione del maestro Giovanni Pelliccia, allestì una molto bella, vocalmente e musicalmente  parlando, edizione dell’opera al Teatro sudcoreano di Dae Jong.) 

Orbene, qualcuno mi potrebbe obbiettare che  più o meno, un po’ più meno che più, tutto sommato, gli autori della scellerata presentazione, e se tanto mi dà tanto del non meno scellerato spettacolo, hanno messo insieme per sentito dire, da chi sa chi lo sa, da un parente, da una vicina di casa, da un poliziotto municipale, da un maestro di catechismo promosso assessore alla cultura, tutto quello che c’è da sapere sull’argomento prima di un weekend a Parigi con cena al Moulin Rouge in compagnia di crocieristi del Tennesse o di Cantù; o di un prete pederasta in ferie. A Parigi peraltro se non è, Sai solo tre giorni tutto un po’ di frèetta, si può visitare la tomba di Margherita, ossia di Alphonsine Plessis, al cimitero di Montmartre. Ricordo una barzelletta salace dei miei anni di liceo, la della sposa novella alla prima notte di nozze che allo sposino indaffarato a mugolare, dopo un po’ di andirivieni sussurra perplessa ma decisa, Senti amore non capisco… deciditi… o dentro o fuori. Ma tutto questo più o meno è di preciso ciò che è esiziale in arte e se vogliamo che ammazza la cultura, e non meno la politica, intesa come l’intesero i Greci. Riferire, presentare nella fattispecie, comporta l’obbligo etico e di savoir vivre di essere precisi e usare, specie per sé, pochi aggettivi. O è il frutto di copia incolla e marketing da strapazzo; non so tuttavia se ne esista che non sia tale. In arte però non si fa più o meno, o si fa più o se ne fa a meno. Ma i tempi concorrono a piuomenàrla. Tranne là dove si oppone resistenza, e questo è uno di quei luoghi dove le parole sostituiscono il Kala 47, cfr. Wikipedia, in qualsiasi ambito, si rincorre l’approssimazione per difetto, la scappatoia, la  facilitazione, si punta all’indifferenziato, come la pattumiera: più o meno. Ah signor no. 

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L’ElzeMìro di Martedì 4 Giugno

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 4 giugno 2019

 Olio di lino

1a puntata

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72437

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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L’ElzeMìro di Martedì 28 Maggio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

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Will Eisner 1917- 2005

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 28 Maggio 2019

Temi e variazioni 9.

L’anàmnesi – 5ª puntata

da La metamorfosi di Franz Kafka

Finale – La metamorfosi

   

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-95a-finale/

la I puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72185

la II puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-8/#comment-55941

la III puntata in

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-9-3a-puntata/

la IV puntata

https://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-temi-e-variazioni-94a/

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

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Labbrate

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Non si tùrbino i settentrionali pii, labbrata non è atto da confessionale benché della lingua sì si tratti che a tutti ci compete, il toscano e s’intende colpo dato sulle labbra col dorso della mano(1767) -cfr. Zingarelli-. Bin ban bon, ricordo bene la labbrata appunto, ma non troppo forte, per mano di mia madre, qui disait gifle, quando in un temporibus illis… ahaha indovinala grillo… ebbi la svedutezza di non dire, Oh oh  buongiorno signora come sta, how do you do, dùddudùddudù, alla mamma di quel che diventerà il mio amico d’infanzia ed è ora di vecchiezza. Atti sbadatti. Mica finisco qui, mio padre esigeva che salutassi con un léggio stack di tacchi e un inchinetto picio picio, l’adulto qual ch’el fussi; e ierimo anarchici po’ bon e per un altro po’ poveri, ma mia madre, che aveva letto De Amicis per imparare l’italiano, recando un certo dolce in dono a degli amici più di noi malmessi ma che c’invitaro a cena, mi raccomandò, Tu di’ che non ti piace tanto, loro sono più poveri di noi. Fui imparato da i’ mi’ babbo a rannodarmi la cravatta e da mio nonno la papillon, si prescrivevano  anche d’agosto i calzettoni con certi sandali cogli occhi dicevamo noi bambini – preso dalla lettera me li tenea anche sui ghiaioni marini in opposizione a tutte le predatorie snudezze femminine e d’ogni masculo le mutande mirilpisello signoramia; agli esami tutti in giacca e cravatta e mazzi di fiori alle madri di questo e di quello per ogni invito, festa o affini cui s’era invitati in questa o quella occasione; anche a un pomeriggio di compiti e merenda presso chicchessia seguiva telefonata di riconoscenza di ogni madre ad ogni madre. Tutto ciò detto per significare la lontananza di chi scrive dal monco mondo ch’eppur si vive e non si sa perché. Non ho rimpianti, vivo nel futuro benché di settant’anni fa ma: faccio un favore, forse due, notifico che pubblico questo o quello, non a estranei, gente che mi conosce e, gnanca un plissé un mi rallegro, vado a parlare gratis per qualcosa e mi interrompono presi da una loro epilessia, consegno un dono, un altro, scrivo una lettera, quelle che altri chiamano mail, per chiedere o dare informazioni o per illustrare qualche intrapresa altrui con parole belle -passo per un che a parole ci sa fare-  gnanca una frase un rigo appena per accusare ricevuta, per replicare chissenefrega ma almeno con savoir faire o buon tuono ovvero uso di mondo… ma uso di che mondo che il mondo non c’è più mannaja la santa vinedda… enfin non fosse che per darmi atto che prendon atto che esisto, even if they do not give a damn, oh dear. Ci sono modi assai per infischiarsi senza fischiare troppo. Eccolo qui però un globo di muti, ciechi e sordi e divi; esigono di essere riconosciuti con parole altre che li elevino alla porpora (cfr.Treccani), tutti a reclamare diritto e identità… l’avete sì ch’avete l’identificità ma di méntule e vagine… e ti cancellano te nell’atto senza detto fatto. O ti insultano, ti gratificano col tu fascista, sapete se per caso te tu osservi che non si fuma in treno, o se tu scrivi un commento su un giornale… tapim tapum dieci corazzate sotto falso nome, ma si chiama nickname, ti scaricano addosso tutta l’artiglieria del loro livore perché, perchì, per cu autru fu… e allora puoi dirti nello specchio di chi non ha più brame: insultato dunque sono. La villania non svilisce solo me, ché questa è l’intenzione, è evidente. Potrei allungare a dismisura il brodo degli esempi qui e non è il caso. Intenda chi ha orecchie e voglia intendere. Non ho rimpianti, pochi, uno sì… di non avere me il privilegio di tirar labbrate.

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Shut up, fascist

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 Il cattivo Frey appeso ai suoi ultimi minuti; la Libertà anche sotto forma di statua, non lo perdona.

Ho visto o chissà rivisto da quanto poco lo ricordavo un capolavoro di Alfred Hitchcock, Saboteur, (Sabotaggio, qui sopra una delle ultime immagini)). Il panciuto inglese fu famoso per la grazia con cui trasformava, in capolavori appunto, soggetti esili o peggio soggetti da grassi polpettoni. Grazia che, esagero ma non troppo, mi ha fatto sempre pensare a Shakespeare; Grazia maiuscola e tout court, umorismo, non di rado nero, sornione che chi scrive predilige, gusto amabile del paradosso, birichineria beffarda; Why do you think always in sex, dice l’uomo scheletro alla donna barbuta in bigodini; Hitchcock è stato la primula rossa, interpretata da Leslie Howard, del cinema mondiale. Va da sé che queste sono tutte piccole osservazioni di un ammiratore, critico nada, ripeto; in gioventù, A.H. era il mio modello di artista, del tutto distaccato; assente dal set, avrebbe detto di sé, un suo film avrebbe potuto essere realizzato da chiunque tanto era preciso ed esaustivo nella scrittura. In fondo un  guardone e a debita distanza anche dalla loupe. Quello che avrei voluto diventare. E che sono tutto sommato diventato, uno che sta fuori dalla porta a guardare quel che succede. Vivere sì, un po’, poco, con juicio. Nietzsche scrisse ( in Umano troppo umano chissà) che all’uomo dabbene non si addicono né  pianure né  vette, ma le colline, solo così si vede bene. Torniamo al film che è del 1942. La storia è simile a quella che poi sarà di Notorius (1946), un branco di americani, ricchi bricconi, eleganti e nazisti – siamo in piena guerra – anima un’organizzazione di sabotaggio dello sforzo bellico. Mandata a fuoco parte di una fabbrica di aeroplani, – che bello l’occhio della mdp. che inquadra il crescere del fumo assassino mentre gli operai sono alla mensa, gli affamati, nota il cuoco quando si aprono le porte dei reparti per la pausa – il saboteur Frey, lascia in campo da solo, nella storia e nei campi del film, un generoso operaio che da testimone oculare del delitto è subito trasformato in sospetto e poi braccato da una polizia deliziosamente ottusa, per Hitchcock. Nella peripezia per scoprire il colpevole autentico e sgominare quella che scoprirà essere un banda, l’uomo ne passerà di tutti i colori, fino al finale con i cattivi assicurati o all’FBI o alla morte, anche grazie all’impertinente sagacia di una ragazza che dapprima sospetta, poi teme, poi ama e riconosce innocente a prescindere il bell’operaio e lo aiuta, persino meglio di quanto lui si adopri per sé. Si noti che il film termina con la parola Finis. Di là dall’osservazione che si tratta di un’opera da studiare questa e che il cinema di A.H. fosse in generale il Cinema per Godard (cfr. J.L.G. Histoire(s) du cinéma) e per Truffaut (cfr. F.T. Il cinema secondo Hitchcock-Il saggiatore) v’è da goderne l’assunto; i cattivi impomatati, primule nere con la protervia di tanti Jago, ordiscono trama e ordito dei loro sabotaggi a un mondo ingenuo, onesto e tenace, coraggioso e laborioso, l’americano di quel tempo, forse illuso di possederle le  virtù  in elenco, e proprio per questo autentico nel difendere il giusto anche contro la legge che nel film non è lontana dal sopruso e che i buoni, per legittima difesa, si adoprano allegramente a gabbare: un camionista furbo che distrae la polizia in caccia, un cieco solitario che presente l’innocenza del fuggiasco e lo protegge, un gruppo di artisti freaks di un circo che fa altrettanto coralmente, in una delle più belle scene del lavoro; dialoghi inestimabili, contrappunto mirabile. I poveri, i modesti, gli operai, quelli che fabbricano, gli americani, contro i padrini, gli azzimati zerbinotti, i fanatici dell’abito da sera mentre il mondo brucia, pare raccontarci A.H., dame e dami in festa a palazzo – come in Notorius – con bene impressa in corpo la convinzione che il mondo ha da essere il parco giochi di una razza superiore, di sfruttatori, se non genetici, monetari.  Dopo tanta strage – 71 milioni 87mila 9cento e dieci morti (cfr. Joseph V. O’Brien, Dpt. di Storia – John Jay College of Criminal Justice, NY, USA) – il dopo dopoguerra, l’oggi realizzeranno assai bene la piroetta e il capitombolo sociale tenuto a bada dalle dottrine e pratiche keynesiane. Quindi i vinti, e i maimorti che agitano ancora oggi le piazze, col senno di poi e sulla lunga distanza, possiamo dire siano stati i vincitori; non più Panzerfaust e faccette nere ma FMI. C’è una battuta semplice che uno degli artisti del circo l’uomo scheletro, sputa in faccia a un altro, il nano Major (sic) che dalla sua misura vorrebbe tanto denunciare il fuggitivo; una battuta che nella memoria dello spettatore accorto potrebbe chiudere il film, Shut up, fascist.

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