Quando diciamo che qualcosa è bello, ah che bello, e ne siamo soddisfatti ho la sensazione che premiamo col sentimento la mediocrità. Aurea finché si voglia. Fatherland, che aspetto di rivedere in tedesco, non so se è bello, se è addirittura un capolavoro, non lo so. E non mi importa categorizzarlo. So che è. Ogni inquadratura è. In ogni inquadratura è. È un’opera che ferisce, che mi ha ferito. Mi ha ferito al punto da cauterizzare le lacrime che mi premevano gli occhi. Nonostante la catarsi dell’ultima sequenza, con Bach suonato su un organo in riparazione, in una chiesa sinistrata di Eisenach, fuori dal cinema, ho avuto un attimo di mancamento. Tra inattuali ci si intende.
Fatherland dichiara la sottomissione volontaria dei popoli, al potere che i popoli stessi si fabbricano, e per conseguenza la logica di asservimento dell’arte, l’imprendibile, a qualsiasi potere. Oggi a quello delle politiche aziendali o comunali. Qui a Lecco una mappazza di cafoni tiene in scacco la pur modesta stagione sinfonica teatrale. In questo senso Fatherland illustra né l’oggi né lo ieri : il sempre.
Per puro ossequio alla maestria, segnalo la direzione perfetta di un cast perfetto. La Hüller/Erika Mann è Cassandra e Antigone nello stesso tempo. Zischler/T.Mann la segue al bel trotto con tutti gli altri. Eccezioni nessuna. Persino le comparse sono perfette. È un film che più di nicchia non si può : inattuale. Appunto. Amen e arrivederci.






