Il silenzio scortese di Scorsese

Preciso di nuovo che non mi piacciono né il tono né gli intenti della critica se altri ve ne sono di là dal tenere su di giri il proprio narcisismo, narcisismo di cui il film Silence è intriso com’ogni altra opera che si compiaccia della propria forma in assenza di struttura. Alla così detta critica preferisco il giudizio e se mai la critica dello stesso, in quanto per natura limitato e passibile di errore, dunque impermanente. Mi adatto pertanto a dire qualcosa poiché quest’epoca il giudizio, ovvero la pratica del discrimine, vanifica, rinnega, rifiuta quando non reprime col gioco pronubo tra domanda ed offerta di consenso, ovvero con la negazione di ogni differenza e identità in favore della diffidenza per ogni cosa che non si riesca ad obbligare all’omologazione, fino all’odio per tutto ciò che, separandoci, non ci pone l’un contro l’altro armati, ma semplicemente, parafrasando Lao Tze, su questa o sull’altra sponda di un fiume senza che vi sia necessità di andare di là dal rivo a dire-fare-baciare, convertire. Questo sapevano i Greci ma Scorsese non è né greco né l’Eraclito dei fiumi. Dunque mi pare che sia utile e non dannoso parlare di un film o di un’opera anche  e soprattuto quando non pare riuscita. Tutto questo vale solo per le opere che in qualche modo si distinguano per essere tali e e che quindi non sia né indifferenti né uguali. Parlare d’altro è parlare di niente.

Di un autore che viene considerato con qualche ragione uno dei grandi maestri del cine, Martin Scorsese, quando toppa come nel caso che esporrò non alla breve, è sempre peraltro penoso voler dire. Per il rispetto dovutogli a prescindere, sembra inutile ma è utile ricordare, così piace  a me ed a un mio amico, il Barezzi regista lui e studioso dalla sconfinata memoria cinematografica, che anche un grande sbaglia ma sbaglia alla grande e dunque anche di un‘opera abortita o non riuscita qualcosa tuttavia resta. Se non ricordo male, questo lo scriveva chissà dove Tertulliano-chi-era-costui , citare il quale casca a fagiuolo nel presente discorsino, trattandosi com’ognun sa, parlando di Tertulliano, del primo teologo cattolico e fanatico defensor fidei. A proposito di teologia ecco che torniamo a Scorsese, non nuovo ad escursioni nel campo, escursioni che al cinema degli americani dovrebbero essere proibite specie se adattate ai sentimenti e dalla fede dei loro uomini marketing. Parlando di fede  preferisco ricordare l’ingenuità perniciosa di Marcelino pan y vino, di Mission, senza escludere il recente Chiamatemi Francesco. E voilà uno dei primi limiti del filmo, Silenzio, di cui non si sa se peggiore sia il doppiaggio o l’originale. Ma anche qui tranne i simpatici attori nipponici e Lyam Neeson che vale la pena attendere nelle nebbiosità delle prime quasi due ore di pellicola per osservare la grazia con cui egli entra in scena nella terza di queste ore, Andrew Garfield che sostituisce oggi e male i divi di ieri non mi piace, piange con facilità le lacrime di glicerina e non è mai presente, lo dico da insegnante di teatro. Studiano tanto quanto li pagano questi ragazzini miricani ma in loro non brilla lo shining con cui Gary Cooper infiammava lo schermo in Mezzogiorno di fuoco. Garfield varrebbe in La merenda del fuco.

Stante che non sono un esperto di cinema rilevo o mi pare di poter fare qualche rilievo di ordine storico ed etico ad un’opera che, per le sue caratteristiche esplicite, si pone come verità agli occhi dello spettatore. E di quale verità è facile dire; della verità che vi fu una persecuzione dei cristiani nella prima metà del 1600 in Giappone, tanto che il film è dedicato ai cristiani perseguitati in questo paese. Della verità che i giapponesi erano ostili alla verità portata dai gesuiti come tale, una verità di conflitto ma non con una fede giapponese, che non c’è – lo zen non è a rigore di termini una religione ma una disciplina etica senza dèi e lo shinto un politeismo  gentile senza inquisitori, Signore potevi porre una zampina benedicente sulla fronte dei traduttori e sviarli da tanto sproposito- ma con il Potere che in Giappone temeva che la verità o supposta tale potesse manifestarsi con un’invasione politica prima e commerciale poi, degli occidentali. E qui casca l’asino, per dirla alla Totò ché non si sbaglia mai. Benché, nella sua seconda metà, il film si dilunghi con notevoli punte dialogiche sui crucci del gesuita, angelo del noto e proprio forsennato desiderio di redenzione personale violenta alla luce di quella immaginata di Gesù, la fede del malcapitato soldato di Cristo si manifesta nell’accettare con preghiere e lacrime che altri crepino. Domandarsi come altrimenti avrebbe potuto pensare un fervente seguace di una religio fondata sull’omicidio rituale, sul disprezzo della vita presente per quella assente, del corpo quale prigione dell’anima, sul mantenimento dello status quo di quei miseri che nessuno voleva sollevare dal loro stato, le rivoluzioni sono ancora lontane e peraltro hanno sempre dovuto promettere un’avvenire migliore mai qualche chicca di presente, e allora dagli il paradiso così saranno contenti di morire per quanto doloranti. Verso la fine del film l’interprete giapponese ricorda al gesuita la misericordia e quello alla fine la capisce o così pare, abiura, salva diversi disgraziati e si ritira lui in un silenzio da supposto dio e con la pelle ben salda sui muscoli e abiti graziosi sui bei muscoli. Detto scritto sembrerebbe persino una bella matassa narrativa ma, per dirla tutta, a tanto hanno messo mano, in passato, diverse belle menti occidentali, Nietzsche per dirne una. Così come lo presenta Scorsese, che come cineasta non è pulito in quanto partecipe e complice del marketing che sottende ogni opera cinematografica, il novero delle questioni poste in essere risulta un’esaltazione della chiesa tridentina che Scorsese forse non conosce perché americano, ognuno ha i suoi limiti che per gli americani sono il loro esporre ed esporsi ai loro cliché, o che conosce librescamente senza che gli sia noto che cosa è stato in Europa il potere della Chiesa, nonostante le sue nobiltà, e la furia dei conflitti che per il potere essa ha scatenato e l’orrore dei danni provocati da tali conflitti. Sicché non sapendo se fare un film storico o di riflessione, non fa né l’uno né l’altro, sceglie da par suo il miglior punto macchina e non si perita nel rendere ridicoli e crudeli in buona misura gli attori giapponesi che rappresentano i loro antenati, con ciò dimenticando che nello stesso tempo in Europa, era da qualche secolo che si massacrava in nome di dio. Vogliamo ricordare qui i 3 milioni di càtari assassinati nei modi allora noti, persino con un gigantesco crematorio en plein air degli ultimi 200 di loro sopravvissuti a Montségur, 16 marzo 1244, Prat dels cremats e che all’epoca dei fatti giapponesi, l’Europa combatteva di preciso da trent’anni una guerra, si veda anche ne I Promessi Sposi capp. XXI-XXX, guerra che potremmo definire mondiale stante il coinvolgimento totale dei regni europei in difesa dei due dèi, ovvero delle due scellerate pulsioni umane allora in combattimento tra loro, quella di Lutero e quella del Papa; detta guerra fu, ma non ci dobbiamo stupire né storcere il naso, un campionario di orrori comuni e fuori del comune, moltiplicati dall’infatuazione ipnotica, inducendo la quale le ideologie monocole di ogni tempo e gli occhiuti demagoghi, generano i mostri di una ragione pervertita nell’utero di una fede quia absurdum. E qui torna Tertulliano – De carne Christi  5.4 – Credibile est, quia ineptum est, è credibile perché è sciocco. A mio modo di vedere è proprio questo l’inganno ideologico, non teologico, patinato, cinematograficamente ricco di immagini belle quanto sterili, vuote di pathos, tese a far biasimare e dipingere il Giappone come palude di fango e paglia contro la solida pietra del cristiano Portogallo e quindi tanto più utile a portare indietro di anni e anni, come direbbe un giornalista, l’orologio del mondo fedele – bisognava sentire il fremere di narici in sala a ogni sacrifico umano- mondo contro il quale si badi che chi scrive non ha conti in sospeso né risentimenti personali, ma solo storia da contrapporre, se necessario, cosa di cui sarebbe ora di dubitare. Se Scorsese avesse voluto fare un lavoro antinipponico e genericamente contro l’Altro, per dirla con Lacan e si badi al pericolo di tanto atto, poteva fare un documentario sugli orrori, sostanziosi, veri, da voltastomaco, del Giappone dell’unità 731 degli orrori di Shanghai e Nanchino, a.d.1938. Chi vuole faccia qualche ricerca, ci sono ben occultati documenti che un lavoro coraggioso avrebbe potuto estrarre dalla Nostra storia recente per concludere con un giudizio severo, totale definitivo di impossibile assoluzione dell’unico responsabile di ogni orrore, l’essere che si dice umano. Poi, poverini noi, siamo anche capaci di qualche gentilezza, non tutti. Parafrasando però Nietzsche, Se vai presso gli uomini, porta il bastone.

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Anarchisme et anthropologie-Un libro per tutti pria che sia di nessuno-

biuso_aaSi può essere indulgenti ma non fessi. Perché uccidete, perché la violenza diffusa e l’atto violento nelle auto-nominate vittime, gesto che i giornalisti definirebbero gratuito anche se costoso in realtà da agire, domandato all’enorme massa di scontenti di sé e basta, le autonominate, senz’altra giustifica dà luogo a una quasi unica risposta, per uccidere. Altri direbbe per puro nihilismo. Per desiderio che si mette in atto con il desiderio di uccidere il desiderio in atto. Dall’essere desiderio a presentarsi come killer. Ribaltando qualche punto di vista, la domanda circa l’orrore del mondo attuale, nelle sue stratificate manifestazioni e cumuliformi come il terrorismo, rivolta generalizzata al mondo, à la limite, ai no, alle frustrazioni, alla rinnegata civiltà della polis in un orizzonte di neo tribalismo, che non sono estreme ma normali al bipede, la domanda al soggetto fuor di tribù è se non si tratti di infantilismo puro, dell’iterare/iterarsi nella stagione del perverso polimorfo o, per dirla semplice, del reginetto voglio-posso-comando posto innanzi a uno specchio che non gli rimanda la propria ma un’immagine sanguinolenta come al Macbeth i suoi re maciullati. Macbeth non ha specchi per vedersi cioè per contenersi, Macbeth si è adattato al mito della mammacbeth, la sua signora, de iure e de facto. Così ci si immagina fedeli che eternamente hanno da rimproverare un padre di non essere il loro in eterno, cioè padreterno. Passata la funzione biologica il padre che cos’è se non fantàsima, oh Macbeth, a meno che non lo lo si passi alla funzione civile, tirandolo giù dalla pianta della trascendenza. In fondo Cristo è questo che voleva intendere, this’s the unanswered question, Papà ven giò please or not to please. Ma papà non c’è, non è nell’alto di nessun cielo. Si può essere padri da vicino, accanto, non simbiotici. I vostri figli non sono figli vostri, sono i figli e le figlie della forza stessa della vita [a], anche i figli di dio. Un padre può confortare o giocare a scacchi, persino dirigere al bello e al buono, ma non assumersi in cielo da solo per fare di te un campione del telefonino che perdi e rompi ogni giorno e del Kakkakappa47, sia santificato il suo nome. La mitologia della responsabilità altrui, fino alla colpa è il peggiore degli incentivi reazionari. Il padre è caduco, periclitante, limitato, mortale, molteplice per poco che sia, non un divo ascoso nel sua unicità. Oltre è ybris. Non bisogna averne bisogno, né farne un bisogno, pena l’esilio infinito in un status di perenne minoranza ottusa prepotente, violenta, disposta a tutto, di mendicanti in eterno un governo, di risentiti. Ricchi o brutti così fan tutti. Malati senza voglia di affrontare il medico che non sia pietoso e dunque fabbricatore,  mai curandero di piaghe

Di tutte le bestie, la più bestia è l’uomo recita Satana nel Prologo celeste del Faust goethiano. Ma il gran tedesco sbaglia, Satana può decidere di essere tedesco del resto. L’uomo non è affatto bestia se non nella misura in cui si tratta di bestia pericolosa davvero, perché capace di ciò che vipere e tigri non sono capaci, di razionalizzare le proprie pulsioni, guidate dal desiderio che nulla ha a che fare con la semplice necessità di non farsi schiacciare. L’uomo non schiaccia per non essere schiacciato, l’uomo schiaccia per schiacciare. Il male, a chiamarlo così, non è mai banale. Provino i lettori a immaginare un mondo in cui la vipera o la tigre, per colpire, sappiano dirsi che, È giusto, è pio, è dovuto, lo devo Io, Io Io. Per fortuna non è così o sarebbe la fine del mondo a due zampe che purtroppo è tra le zampe anteriori dell’unica specie che si immagina illimitata, per terrore del limite dei limiti di cui razionalizza i confini con il filo spinato o il cemento quando può,  con il massacro. Qualsiasi conflitto ha un limite tra gli altri animali ma non è così per il duegambe. I gatti si riempiono di botte per una femmina o per un’aiuola, ma non violentano né si ammazzano mai. Il duegambe non la fa finita dopo la scaramuccia cha già darebbe l’idea di dove si potrebbe arrivare, il duegambe trova ragionevole, giusto, pio, io io ho oh, tirare in lungo, quattro, dieci, trenta, cento e mille anni, D’io lo vuole il sempre-mit-uns. Ma unnoi chi non è chiaro. Non sono certo i 700.00 morti di Verdun che lo possono fermare. Quanti danni si facciano, quanti stupri e rovine, quante vittime razionali, l’importante è trovarlo giusto e giustificato. Qui sta la differenza antropologica, mi si passi il termine, tra noi, la vipera e la piccola tigre addomesticata che è il gatto. Quell’altra, la più grossa, si noti che è tra le vittime del gamba-biforcuta. Ci sono i principi del paranoico da difendere. Ascolta le voci cicci e vedrai che desideri. Basta stare in groppa a un Sinai o altro cuccuzzolo a piacere. Quel che allo Schreber[b] non riuscì di affermare, riesce sempre ai profeti, questione di  bienveillance per l’antròpolocentrismo. E per questa ultima frase potrei finire sgozzato, ormai è così. La critica non va bene alle masse e alla messe.

Pertanto ecco che il breve quanto densissimo saggetto di Alberto Giovanni Biuso, Anarchisme et anthropologie-Pour une politique materialiste da la limite-Asinamali editeur-Paris. 2016, giunge lieto e di stagione per chi almeno un po’ si sia fatto Leopardi di se stesso e non leopardo o gattopardo. Va letto, meditato, non riassunto e si prenda questa fantasticheria che precede questa conclusione come tale, ovvero come massa plastica di pensierini accessori, limitati di un non filosofo, derivati, per associazione, alla lettura che, invece, viaggia per ben ponderati calli e ben lontane dai socialismi d’ogni specie e misura quando l’utopia anarchista voleva un po’ essere la più bella tra le promesse di sol dell’avvenire. Oggi non è così, oggi il Biuso, medico dell’anarchismo indica non la possibilità di redenzione ma di cura dell’àntroprosopopàico, questione di sopravvivenza, non di nihilismo, di ribellione, di rivolta, ma di ribaltamento, eccola, del nihilismo che è scorciatoia, in fatica. Si tratta di gettare il telefonino con tutta la pubblicità che se ne fa acqua sporca. Così, con queste parole, il Biuso conclude il suo dotto, complesso, misurato quanto brillante argomentare, cui occorre rimandarsi e non solo a settembre:

Notre souhait se nourrit de l’éventualité que la puissance-même technologique- des États, leur dèveloppement démesuré par le biais des Corporations, leur myopie absolue vis-à-vis du futur de la planète, n’aboutissent pas à la fin de l’espèce humaine, et de l’entière biosphère. Le géant d’argile du Léviathan pourrait conduire au résultat, paradoxal pour tous hormis les anarchistes, d’una structure élaborée en vue d’éviter la destruction mais qui serait en réalité la cause déterminante de la destruction. Nous anarchistes, nous devons être désenchantés et matérialistes également, dans le but d’éviter une telle issue et commencer à construire, au contraire, la société humaine. Sans illusions, nous l’avons vu, mais avec une ténacité absolue.

Livre à lire.

Nous les anarchistes.

Intenda chi vuole.

[a] vd. Kahlil Gibran – Il profeta -1923
[b]vd. Paul Schreber-Memorie di un malato di nervi -1903
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Assedio ed Esilio

Romanzo né lungo né breve, ma rigorosamente inedì14c710_8f17c624826243d6abf692aa5b1fb5d6bile, il mio A&E ha vinto il Premio Letterario Internazionale Indipendente 2016. Per leggerne di più si osservi, un minuto di silenzio, e volendo il link  http://www.plii.it/pasqualedascola2016

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Tide

L’umana, come è noto a chi queste cose si è notato da tempo, è la specie più devastante del pianeta e, quando soccomberà a se stessa, la più inquinante; dunque mi auguro che, per ritardare almeno un po’ l’evento, adesso che le sue intenzioni penso dovrebbero far paura anche alla grande marea fascista internazionale, almeno il suo rappresentante più inquinante tra gli inquinanti vada a farsi un bagno di folla a Dallas e che, a dispetto del fatto che i più delinquenti sono i più adatti all’ambiente che devastano, gli sia fatale l’incontro e ci resti. Ci resti proprio. Si spera nei volenterosi.

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Lati, tanti

Da qualunque dei lati lo si voglia osservare il cristallo della situazione in Abruzzo rimanda immagini inquietanti. Imagini da otto settembre, data che credo pochi ricorderanno, dal momento che il forte di questa nostra epoca maledetta è rifiutare la storia. Sono consapevole del fatto che prendere la parola su temi che non conosco che per sentito dire è antipatico e inutile, ma i pochi lettori  perdoneranno l’indignazione di queste altrettanto poche righe. E qui possono anche smettere di leggere. Dunque pare

  1. che l’allarme lanciato dopo la valanga di qualche giorno fa al centralino delle emergenze abbia suscitato un, Non ci credo, delinquenziale. Non ci credo che ha provocato un ritardo ingente sembra, nell’attivare la catena virtuosa dei soccorsi. Ora è verosimile che ai centralini di emergenza non sia affidato il compito di credere/non credere, discutere o fottersene di un’emergenza ma di metterla in moto. Intendo dire che d’ora in avanti v’è da dubitare che al richiedere un ambulanza con medico per un infarto ci si senta rispondere, Ma dai, infarto come fai addirlo (ormai tutti ti danno del tu), aspetta un po’ e vedi come va tra un’oretta. Soggetto da magistratura, ma ci si può scommettere che i centralinisti di quella sera non patiranno nemmeno un rimprovero e campa cavallo.
  2. da quello che ho potuto vedere e capire, s’è visto un battaglione di soldati coraggiosi spingersi all’attacco della situazione in assenza di generali. È vero che i generali devono star da qualche parte a dirigere le operazioni ma altrettanto vero è che nemmeno un cristo di pezzo da novanta della classe digerente, un cianfalòne, un matterugiolo, un ostia-che-lo-brusi di commissario straordinario abbia sentito lo sperone alle tergiversanti terga d’asino per andare sul posto a vedere che succede. Però pare che preghino molto. È ecologico… nelle loro tiepide case.
  3. che in questo quadro oso dire tragico, tra mucche e pastori assiderati e miserie da  assedio di Münster, la classe digerente tutta di un paese eternamente al collasso è medusata dai discorsi vani di Trump e dalle peripezie di Putin, di cui frankly I do not give a damn.

Detto questo voglio  ricordare la sera di diecimila anni fa in cui alla Scala di Milano dove mi pregiai di lavorare alcun tempo, crollò in capo ai macchinisti un pannello di legno alto e pesantiello anzi che no. Niente di che, a cose fatte, una gamba fratturata e qualche escoriazione. Ma l’allora sovrintendente generale Paolo Grassi che per una sera stava a casa a guardarsi la tilivisiona, avvisato, in un vidìri e svidìri arrivò in teatro a rendersi conto dell’incidente.

Ricordo anche appunto, che l’otto settembre del 1943 il mai troppo deprecato reginello d’Italia, alla rovina del paese che aveva rovinato, prese su armi, bagagli, monete da collezione e aiutante di camporella, conte Aloìsio Lardello e via che scappa a Brindisi a fare i bagni; era ancora stagione.

Sono questi due esempi preclari di come il paese sia oggi come ieri governato e non governato nello stesso tempo. E che sappia sopperire alla povertà miserrima della sua ruling class da solo. Forse è il momento di capire che un governo quale che sia non ci serve.

Non so che altro dire.

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Tüti i asan i mena la cua e tüti i coioni i dis la sua – di Leonardo Taschera

Per inaugurare l’anno nuovo e con immenso godimento propongo qui senza miei commenti questa inattuale, unzeitgemässe Betrachtung* – dell’amico Leonardo Taschera

Tutti gli asini agitano la coda e tutti i coglioni dicono la loro                                              ovvero della falsa coscienza democratica

Il titolo è in dialetto mantovano ed è un detto che ho imparato da mia nonna -classe 1869-di origine contadina, nata a Gli Angeli, frazione del Comune di Mantova. Amo credere che il detto sia espressione di un’antica saggezza popolare, temo ormai perduta, e che oggi, come altrettanto temo, verrebbe liquidato come una delle tante manifestazioni-reazionarie- del cosiddetto populismo. D’altronde il dialetto mantovano abbonda nell’uso della denominazione degli attributi maschili, talvolta, probabilmente, anche nelle classi colte, alla Belli o Porta, per intenderci, come dimostra quest’altro detto: Ag secarìa i coioni a Netüno che i ha ga semper in d’l’aqua* – detto di persona che, per dirla alla Camilleri, rompe i cabasisi. Ma, per tornare al titolo, quello che mi diverte è che oggi il politicamente corretto, i cui effetti sono smisuratamente ampliati dall’uso del web, vuole esattamente il contrario del detto mantovano. Oggi il concetto di partecipazione – ricordate l’importante è partecipare di sessantottina memoria che aveva anche ispirato una canzone di Gaber?-non si concretizza nel dibattito, nel confronto diretto, nello scontro, vòlti ad ottenere un risultato, ma si esaurisce in una sorta di scarica verbale lanciata, come il classico messaggio in bottiglia, nel mare della falsa comunicazione, specchio appunto della falsa coscienza democratica. L’agorà è stata sostituita da un incontrollato fare voci, sempre per dirla alla Camilleri, a senso unico che crea l’illusione della partecipazione alle decisioni, e che anzi viene incoraggiato da chi poi le decisioni le prende davvero. E qui bisognerebbe aprire una discussione sulla scomparsa dei corpi intermedi, o comunque sulla scomparsa dei loro effetti nel tessuto socio-politico, ma lascio, appunto per non menare la cua, ad altri l’onere e l’onore di disquisire sul problema. Leonardo Taschera

*cfr. Friedrich Nietzsche –Considerazioni inattuali- 1876 – Franco Angeli 2008

**Asciugherebbe i coglioni a Nettuno che li ha sempre a mollo.

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Sillies & sullies

Ho visto di recente un filmetto che molti troveranno o avranno già trovato minore ma non io. Si tratta di Sully di Clint Eastwood con Tom Hanks. La storia sua è breve, recente e vera, si tratta del racconto di un atterraggio di fortuna sul fiume Hudson e del successivo salvataggio di tutti i passeggeri e dell’equipaggio da parte della guardia costiera. Dell’incidente di macchina, due dei due motori dell’aeromobile Airbus bruciati da uno stormo di uccelli a pochi minuti dal decollo, del rimedio, valutate le alternative, messo in atto con frenetica intuizione dai piloti, un atterraggio rischiosissimo sul fiume fortunosamente sgombro di traffico. E infine dell’inchiesta che segue, di prammatica, un evento che avrebbe potuto rivelarsi fatale. La narrazione purgata da Eastwood di ogni tentazione retorica rende conto soprattutto di questa fase della vicenda, l’inquisizione, che vede di fatto accusati i due piloti, comandante in primis, di malfunzionamento, uso questo termine a proposito, cioè di  avere trascurato le indicazioni del controllo traffico, le procedure, i protocolli, i manuali e soprattutto di contraddire i test matematici e funzionali attuati, a bocce ferme, dalla compagnia per avvalorare la tesi dell’incompetenza umana fronte, fronte a che cosa,  fronte a calcoli e simulazioni.  Poi tutto finisce bene e con tante scuse e qualche commozione della commissione che, obtorto collo, ammette la propria inconsistenza e parla di un vincente fattore x, teoria che Sully il pilota contraddice alla fine, concludendo che il fattore x erano tanti quanti le persone implicate nell’incidente e nel salvataggio. Il film è diretto e montato senza un tremolio parkinsoniano da un maestro del cinema e bla bla, ma non ci tengo a fare né faccio il critico.

A mio avviso invece, ed ecco spiegato il perché allego il lungo documento in calce, a mio avviso l’opera mette in chiaro una tendenza del potere,  oggi  sempre di più essenza che presenza, quella a fare del reale un feticcio statistico, complice una matematica usata come arma letale invece che come strumento di eventuale verifica. In sintesi il discorso del capitalista odierno è che non è vero ciò che accade ma ciò che le previsioni mutate in conclusioni dettano, per il resto, per citare l’architetto Fuffas del Crozza, abbiamo  la tecnologia. Come dire, oggi c’è il sole anche se piove, ma è la pioggia che sbaglia, le equazioni sono corrette a prescindere. Come dire, mia nonna fuma, le ciminiere fumano, dunque mia nonna è una ciminiera. In sintesi grossolana, di cui l’esempio qui sopra, derivato dal tempo della mia seconda  liceo classico, penso che sia il cancro del sillogismo a priori quello che governa e che si vuole metodo di governo dell’umano, stritolandolo in funzione del capitale, nel film l’azienda Airbus e la compagnia di assicurazione, del marketing, di un sistema che si adora nello specchio del mercato, immagine non nuova quest’ultima ma sempre attuale specie in riferimento a gagarelle smorfiose come la signorina Fiat di cui qui di seguito. Nel documento una gustosa vignetta che semplifica in due fumetti quanto si dice.

ARGOMENTI / ISTRUZIONE

Le scuole non sono un mercato. Una risposta a Gavosto

Giorgio Tassinari replica al commento di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, sulle classifiche di scuole sviluppate dalla fondazione. Tassinari conferma tutte le sue critiche, e sottolinea che aver trascurato l’”effetto classe” mina alla radice tutto l’esercizio. Ma al di là dei problemi tecnici, Tassinari contesta l’obiettivo non dichiarato alla base dell’analisi di Eduscopio: rendere (artificiosamente) il settore dell’istruzione pubblica un quasi mercato. “Questo obiettivo, per realizzarsi, necessita che nell’opinione pubblica il settore dell’istruzione sia percepito come un settore di mercato, ed a questo servono gli esercizi retorici come Eduscopio, che si qualifica pertanto come operazione sottilmente ed efficacemente propagandistica. Ciò che è maggiormente criticabile, assai criticabile a mio parere, è proprio il compiere un’azione politica pretendendo invece che sia un’operazione neutra, senza implicazioni valoriali, e che quindi tale azione si giustifichi oggettivamente. Tutto ciò si chiama feticismo, ovviamente nel senso di Marx.”

commodity-fetishism-marx

Il commento al mio breve post su Eduscopio da parte del dott. Andrea Gavosto (direttore della Fondazione Agnelli FGA)  è tanto denso quanto breve. Tenterò di rispondere cercando di attenermi al “principio di giustificazione”.

In premessa, occorre ricordare che gli esercizi di valutazione della qualità delle istituzioni scolastiche sono ampiamente diffusi, e possono vantare anche una tradizione abbastanza antica.  Sotto questo profilo Eduscopiorappresenta comunque una novità assoluta per l’Italia, in quanto si fonda sulla misurazione del successo universitario dei diplomati per “risalire” alla qualità della scuola. Sulla validità generale degli esercizi rimandiamo, per una disamina approfondita, a quanto scritto da Harris (2011).

Quanto al contenuto specifico di Eduscopio, confermo le mie critiche sul piano metodologico (le “bordate”, nel linguaggio del dott. Gavosto). Ovvero:

  1. i fattori di correzione adottati dalla FGA si basano su modelli di regressione cross-section che hanno valori di R2 corretto abbastanza bassi. In altri termini, i fattori individuati dalla FGA come condizionanti l’esito universitario dei diplomati (i fattori cioè legati alla difficoltà dei corsi di laurea), sono sì statisticamente significativi, ma “spiegano” una percentuale modesta della varianza della variabile dipendente;
  2. quanto alla variabile dipendente (la media aritmetica semplice dei crediti ottenuti e del punteggio medio degli esami) confermo puntualmente quanto già scritto. Un coefficiente di correlazione lineare di 0,55 è alto, ma, ancora, circa la metà della variabilità specifica di ciascun indicatore “sfugge” alla relazione lineare tra i due;
  3. tra le variabili inserite come fattore di correzione, non compare la scala (dimensione quantitativa dell’istituzione scolastica). E’ rilevante? Who knows? Tuttavia non mi pare fuori luogo sostenere che per quanto attiene alle istituzioni scolastiche (come per la gran parte delle unità di produzione di servizi, pubblici e privati) esistano una “dimensione ottima minima” e una “dimensione ottima massima”. E’ una pista di indagine che sarebbe interessante percorrere (questo era un suggerimento, più che un rilievo critico).
  4. infine, confermo le mie critiche sulla mancanza di presa in carico dell’”effetto classe” (vedi su questo punto, tra gli altri Gori e Vittadini (1999)). Ed anche senza chiamare in causa la metodologia statistica e la letteratura specializzata, l’esperienza quotidiana di ognuno di noi testimonia della rilevanza dell’analisi a livello di classe. Per essere espliciti, questo è, a mio vedere, il punto di caduta dell’approccio proposto dal dott.Gavosto e dai suoi collaboratori, il suo peccato capitale. Ma non è solo un errore che attiene alla metodologia statistica. E’ molto di più, è un errore che mina in radice tutto l’esercizio, in quanto proprio la mancata presa in carico dell’effetto “classe” corrisponde ad una completa mancanza di attenzione al processo scolastico nelle sue detehumans-greedyrminazioni concrete e fattuali, che proprio nelle classi si esplicano, nel loro farsi quotidiano in cui l’interazione studenti-professori-studenti determina quelle trasformazioni interiori che sono l’outcome del processo educativo. L’apprendimento scolastico è innanzitutto un processo collettivo. E’ sbagliato pensare agli studenti e alle loro famiglie come a degli individui isolati, che agiscono in uno spazio idealizzato senza interazioni reciproche. Si tratta di un’impostazione al tempo stesso sia idealistica che ideologica, nel senso deteriore con cui Marx usa questi termini. Adottare al contrario un’ontologia realistica (Fortunati, 1958, Della Volpe 1969) richiede che nelle rappresentazioni dei fenomeni che si cerca di costruire siano compresi gli snodi fondamentali in cui si articolano i processi sociali.

Non mi dilungo su altri aspetti tecnici che derivano da scelte, a mio vedere assai poco condivisibili, effettuate dalla Fondazione Agnelli nell’impostazione metodologica dello studio, in quanto queste rientrano nella sfera della necessaria arbitrarietà che attiene ad ogni tentativo di ricerca in campo sociale. Vorrei soffermarmi invece su due termini, due parole (nel senso di De Saussure) usate dal dott. Gavosto, che mi hanno molto colpito. Sono le parole falsità e verità (truth scrive Gavosto). Sotto il profilo epistemologico sono parole assai impegnative, da maneggiare con cautela. Sono concetti capitali, concetti rischiosi. Un pelo di prudenza in più o meglio, come diceva spesso Lenin, plus de souplesse.

Sotto il profilo strettamente politico la FGA utilizza il sapere tecnico come strumento di potere. Questa non è una critica, è semplicemente, a mio giudizio un elemento non eliminabile in ogni discorso che deve ancorarsi , per avere un senso, ad elementi pre-analitici . Come per altri strumenti di valutazione nel campo dell’istruzione messi a punto dalla Fondazione Agnelli, l’obiettivo ultimo, (non dichiarato e quindi ctonio), a mio parere, è quello di rendere (artificiosamente) il settore dell’istruzione pubblica un quasi mercato (nel senso di Le Grand come si diceva). Quanto ciò sia auspicabile ognuno è in grado di giudicarlo da sé. E si badi che questo obiettivo, per realizzarsi, necessita che nell’opinione pubblica il settore dell’istruzione sia percepito come un settore di mercato, ed a questo servono gli esercizi retorici come Eduscopio, che si qualifica pertanto come operazione sottilmente ed efficacemente propagandistica. Ciò che è maggiormente criticabile, assai criticabile a mio parere, è proprio il compiere un’azione politica pretendendo invece che sia un’operazione neutra, senza implicazioni valoriali, e che quindi tale azione si giustifichi oggettivamente. Senza mettere in chiaro a quale teoria dei valori si aderisce (perché se si parla di valutazione, almeno qualche frammento di teoria dei valori mi sembrerebbe necessaria) si compie un’operazione di inversione tra fini e mezzi, si confonde la parte con il tutto. Tutto ciò si chiama feticismo, ovviamente nel senso di Marx (Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano, capitolo VI del primo Libro de Il Capitale) non in quello di von Kraft-Ebbing (Psicopathia Sexualis).

In conclusione, penso sarebbe interessante, sicuramente per me almeno, discutere pubblicamente con Gavosto su questi temi. Una bella disputa in stile medievale. Ovviamente in campo neutro. Visto che Gavosto ha scelto per sé la parte dell’offeso, gli rimetto volentieri la scelta del tempo, del luogo e dell’arma.

Per saperne di più

http://www.roars.it/online/il-commento-del-direttore-della-fondazione-agnelli-al-post-sul-feticismo-delle-classifiche/

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