L’ElzeMìro di martedì 20 febbraio

Per fortunate e misteriose vie, ai suoi occhi con l’istinto della talpa, l’ElzeMìro ha ritrovato alcune interessanti lettere indirizzate da uno psicopatico a una certa dr.ssa Xenia Dedgyakéli-К. Делжакели. Del mittente non si sa nulla ma la sua scrittura è parsa all’ElzeMìro avvincente, benché a volte noiosa e dunque evitabile. L’ElzeMìro pubblicherà a suo giudizio, alcune poche, le più stuzzicanti tra quelle lettere che va decifrando, editando e in parte traducendo ché scritte saltando dal palo alla frasca di varie lingue. Della destinataria dr.ssa Dedgyakéli si sa invece, e qui si riassume, che nacque in URSS, Batum-Georgia 1938, da Konstantin D., tisiologo, e Nina Halvashi insegnante di danza. Alla data dell’invasione tedesca i D. fuggono dal paese, e intraprendono una pericolosa odissea per terra e per mare, nero, fino a Istambul dove il dr. D. trova lavoro all’ospedale inglese, oggi Ingiliz Hastanesi, non si esclude esercitandosi nel contempo nello spionaggio a favore degli alleati, anzi pare addirittura impiegato come interprete in una stazione di ascolto radio. La figlia Xenia (Ksenia) frequenta prima la scuola femminile italiana della città, oggi Galileo Galilei, indi il liceo francese oggi Pyerre Loti. Nel 1960 a Parigi e con qualche anticipo sulle consuetudini, X.D. diventa medico come il padre, sceglie la psichiatria e l’abbandona però quasi subito dopo la specialità conseguita con la tesi Aliquid pro aliquo, temporalité et schizophrénie. Segue invece i seminari di Jacques Lacan e diviene psicoanalista. Senza lasciare nulla di scritto in merito eserciterà questa professione fino al dicembre 2017, data in cui della dottoressa si perdono di colpo le tracce. Non da escludere il suicidio o una forma di esilio al suicidio equiparabile, la morte per cause mortali ad esempio. Tuttavia ad oggi, per la polizia la Dedgyakéli risulta scomparsa. Come l’ElzeMìro abbia potuto prima conoscerla, e per quali vie poi essere entrato in possesso delle lettere potrebbe essere oggetto naturale di congetture che l’ElzeMìro si guarderebbe bene dallo smentire. Dunque

da Martedì  20 febbraio 

In Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi

 L’ElzeMìro di Pasquale D’Ascola

Lettere di ignoto alla dr.ssa Dedgyakéli

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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Non c’è bìlia che tenga

 

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Fidia (490-430 a.c.) – Atena Lemnia

Alle corte. Ieri sera  ho visto Un sacchetto di bi(g)lie, filmino docile di tal Christian, oh oh ah ah, Duguay regista televisivo canadese di cui ignoro tutto e va ben così. Come esiste da tempo il genere bellico esiste anche un sotto-genere che non saprei definire se di-fuga, dalla-realtà, o cosa. Ma non è questo che mi ha interessato del film, né i protagonisti bambini, né la storiellina ben condotta fuori da un romanzo di Joseph Joffo che davvero possiede/eva una barberia a Parigi e io ho da sempre molta stima per i barbieri. Mi hanno interessato le mie lacrime e lo strizzottóne emotivo, mio e di chi mi stava intorno nella  sala, avvinta nel buio e in tutta silente evidenza… niente controlli degli sms durante la proiezione… al dramma di due fratellini, in fuga appunto dalla Francia, dalla barbarie della guerra; di rigore accodare a guerra, barbarie o sostantivi di pari inefficacia NEL… come il Mercedes… neolingua poultry-correct; si cfr. in alternativa orrore/i, ferocia, disumanità… tutti correttivi alla mancanza di immaginazione degli scampati… tutti i nati in Europa dopo il 1945… circa la fenomenologia dell’evento più radicalmente consono al bipes simplex. Digressione fatta mi concentro sulle lacrime. Sono anziano e riesce difficile, a me e alle mie lacrimali, non commuoversi fino allo strazio; è la catarsi messieurs-dames, malanno della vista, pseudoblefarìte che affligge credo soprattuto chi abbia frequentato un poco gli studi umanitari, come nel vocabolario della Confuffindustria si chiamano le lettere e la filosofia. Ebbene lo dico, me, ne ho abbastanza delle lacrime… e della confuffindustria… me, sono stufo di chiagnere a un passo – 4 marzo – dall’essere fottuto à nouveau, poultrycaccamente ma forse non solo, dagli eredi, sopravvissuti mentali, di quelli che stragi, stupri e rapine perpetrarono, sentite come suona efficace al passato remoto il verbo perpetrare, in quei dì funesti… idem… dove si farneticava non meno e si ammazzava meglio in nome della razza bianca, della cristianità, dell’itaglia/frattaglia/plebaglia ai ritagliati… Berlusconi, Meloni, Salvini… della Franca ai Franceschi, dell’Alemanìa agl’Alemagni. Lo dico e lo ridico e mi domando a che serve piangere, prostrarsi in settimane della memoria… la memoria pare necessiti di non meno che una settimana di programmazione schizoide per ringalluzzirsi e subito assopirsi… se poi, nel segreto dell’urna… o tra i cipressi… si opta à nouveau per gli stessi farabutti; ché lo dico e lo ridirò, nessuna distanza… sì questione di peli nel naso e di make up… separa quei trigemini qua da quei molti là con un differenza che quelli là ebbero quasi quasi il primato nel cimento e nell’invenzione, i campi, i treni, i forni, le stragi, un’organizzazione impeccabile, nonostante i multipli peccati, e ripeto delle divise tutte nuove e bellissime. Benché l’imbecille più noto del pollaio abbia affermato a Stàzzema che tutto ciò è finito ma bisogna essere antifascisti… minchissima santa… quando proprio ello, capofabbricato di un sordido borgo toscano… rare ma esistono anche in Toskana le Rho e le Mestre, da non confondersi con Le Maistre… egl’è colpevole del procurato aborto trigemellare, Berlusconi, Meloni, Salvini. Lo dico e ripeto, me sono stufo di sentirmi piangere, me e qualche altro di fé per il terribilìo di anni ottanta… or sono… mai tempo verbale fu più consono alla dizione in corsa. Sono stufo stufo stufo, lo dico e ripeto, di lacrime amare; non dimentico da sempre… sto tra i viventi per fortuna di mio padre e coraggio di un carabiniere che lo lasciò scappare dopo averlo arrestato onde dar seguito alla terza condanna a morte… odio con passione, kwuei tre qui, più di quei molti là, non perdono per metodo. Quelli furono abbacinati dalle divise, si capisce; questi potevano, potrebbero scegliere qualcosa di meglio che trasformarci, lo faranno, in doppipettorutti, in un’appendicìte della Polacchia e dell’Hongrya, della Puttinia. Vae victoribus.

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Letture – Il mio primo libro di poesie d’amore

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Allevato in un mondo dove era indistinta la distinzione tra letteratura e letture per bambetti e tale che, nonostante mio padre mi consigliasse talvolta questo, talaltra quello con  autorevole ma scarsa convinzione, fui sempre lasciato saltare da  Luigi Motta – chi era costui – all’eretista eretico Gabriellino al sotterraneo Sigmund,  educazione questa – da e-ducere/portar fuori –  che non m’ha forse riparato  o proprio per questo protetto da danni irreparabili, mi accodo alla banda di zufolàri sentimentali in questo giorno alieno e consacrato dall’industria del trasalimento all’acquisto/invio di bigliettini, ricordini, valentinìni insomma, oltre che allo squartamento di ogni pudicizia o l’ostensione di ogni impudicizia nelle pagine di Fababùk. Mi piace ricordare dunque  ai miei 249 lettori, un po’ per celia un po’ per non morire (Giacomo Puccini, Madama Butterfly A2), la recentissima apparizione di un libretto piccino, pubblicato da un casa editrice, per piccini, il Castoro. Si tratta di un volumetto di poesiole fulminanti,  fulminee alcune, fulminate altre, dell’autore francese Bernard Friot di cui m’è capitato anche di leggere, sghignazzando, amene e furibonde storielle, Il mio mondo a testa in giù.  Di lui chiunque può incontrare convenienti cataloghi e descrizioni in rete sicché, valga o non valga, per tutta notizia dico che egli ha la mia stessa età e questo per qualche motivo lo rende alla mia immaginazione più consanguineo che contemporaneo. Si dice che scriva per l’infanzia il Friot, opera lodevole, esistesse l’infanzia; a me pare il contrario che scriva per un’adultità – part. pass. di adolèscere – tanto ben formata e costruita da permettersi di tener presente uno stato soave passato, una stagion lieta e simultanea, non di rado ai bimbi interdetta. Il libro dal titolo ammiccante, Il mio primo libro di poesie d’amore, ma non di certo per un bimbo, anzi, forse solo per qualche madre reticente ad ammettere di aver smesso di crescere dopo i 13 anni e diverse esperienze di tradimento, riunisce non ho contato quanti poemini a tema amoroso, tema in sé non solo ignoto ai più, confuso com’è tra sesso e decesso, ma soprattutto ai bimbi, così divisi tra oggetti e desideri da farne un tutt’uno senza posa, movesi l’amante alla cosa amata come il senso e la sensibile. Se la cosa amata è vile l’amante si fa vile – Leonardo da Vinci Ma insomma questi brevissimi poemetti fatti di così poche parole da non sapersi situare tra idillio ed epigramma, sono così ingenui, furbi ed affettuosi di un affetto senza oggetto, e qui sta la fortunata combinazione di intelligenza e superficialità canzonante e scanzonata, da avere attratto il mio occhio in una sola unica lettura e di nemmeno un’ora; ma per quell’ora avvinto  dalla perfetta coincidenza tra la parola e il segno dell’illustratrice, Desideria Guicciardini, il cui merito è di avere sposato le poesie, cosa credo rara, senza bambaggianàre, sorvolando trópoi e tópoi che dell’infanzia costruiscono il castello di menzogne, utili all’illusione di sempre e al marketing di oggi, oggi dico di valentino, non cresciuto abbastanza pare da essere valente. Insomma un librettino, peccato non avere stampato à regard l’originale francese così tanto per dire che esistono altre lingue di qua dal patto atlantico, che mi permetto suggerire a ogni lettore accorto, affinché si bèi delle immagini di intelligentissima delizia, coltissime eco, birichine associazioni – ineffabile l’immagine della donna che stira in ciabattine un enorme cuore stropicciato come una tovaglia – e onori Tempo-il-molteplice e non vi si abbandoni. Proust è al corrente e per la prima volta sorride.

Amo/ non amo/ forse sì forse no/ non lo so dipende/ magari/ Francamente è seccante/ un amore esistante/Insomma/ non lo so dipende/forse sì forse no/ E tu che ne pensi?  Bernard Friot.

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L’ElzeMìro – Il cappotto verde

da Martedì  13 febbraio 

In Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi

 L’ElzeMìro di Pasquale D’Ascola

Il cappotto verde

http://www.gliamantideilibri.it/?p=68273

Illustrazione di Desideria Guicciardini per Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Pasquale D’Ascola. Booksrepublic Isbn 9788853440457. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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Sconto di civiltà

 

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Francisco Goya – Modo de volar n°13 in Los disparates /Gli spropositi(1815-1824)

Ho l’impressione di anziano e di persona per natura portata a vederla lunga, cioè il peggio che si trasforma in pessimo, ho l’impressione dico che occorra cominciare ad avere paura. Siamo ad un passo dalle elezioni e, se siamo nelle condizioni anche climatiche in cui il paese si trova, mi pare che una parte di responsabilità sia da addebitare a molti di noi, un noi nebbioso di intellettuali senza palazzi, con un passato che ci onora e un pedigree che oggi è più sinistro che di sinistra; con un termine desueto ma efficace, di sfigati alieni al potere e per lo più con uno stipendio ridicolo, che oggi è  però il nostro lusso. Per anni, questi noi abbiamo pensato, con buone ragioni, non solo che occorresse votare ma, ogni volta, che occorresse far argine contro questo o quello, fermare Craxi, fermare la DC, il PCI, fermare il maniaco di Arcore quando non era ancora un morto vivente e infettivo. Ragioni ben ragionate ci spiegarono ogni volta che non c’erano  da rincorrere passioni e simpatie ma solo e soltanto voti politici da mettere in atto; sempre per salvare il salvabile o, con troppe pretese, per tenere a galla una nave senza nocchiero; ogni volta persino con un velo di assurda speranza in un cambiamento del paese che, dopo i consueti lunghi conteggi di voti che caratterizzano la nostra macchina paleoborbonica, si ritrovava di preciso nelle mani di chi temevamo; gli idem e di male in male, di peggio in peggio. Questo è un esame di realtà, una diagnosi e una prognosi. Oggi mi pare acclarato che ci troviamo in un’orribile contingenza, fronte a una peste nera, più fascista del fascismo di Rosalyn Trump, di Susan Putinpitù e delle Polocche di tutte le  Poltavie, perché endemico più che epidemico; se verrà lasciata dilagare, e così sarà, sarà così spaventosa, così grave che non pochi di noi saranno fisicamente spazzati via da uno stato etico amorale e guidato dal solo giudizio di portafoglio personale in ogni atto. Uno stato di SUV, Nutelle e capi-fabbricato. L’assenza di equilibratori democratici, di una convinta democrazia, come in altri, mondi verrebbe da dire, di previdenze costituzionali e soprattuto sociali, di previdenza in generale, segnerà la definitiva rovina di questo paese, tranne per i titolari di postriboli sardegnoli o alle Barbudas. Ma potremmo giovarci del sostegno della Chiesa così decisa a parole a individuare i mali del mondo e nei fatti a lasciare che tutto proceda com’essa ha sempre desiderato, pro domo sua. Inutile mi pare arrabbiarsi a dire che di questa rovina il principale artefice è stato il partito di logge e cupole, destro nel far brodo per conigli di qualsiasi istituto che non fosse bancario. I padri Arezzo, oggi sono solo la copia col pizzo alla Babbo Balbo, dell’aretino maggiore, il padre della Porco2. D’altro canto nulla ci porta a credere che i solecismi di questo e le scempiaggini di quello, di là dal folklore che pure è uno dei peggiori difetti di questa penisola di mandolieri, verranno, in caso di vittoria mitigate da un inaspettato saper governare la barca di cui sopra in modo inaspettatamente gagliardo e vigoroso. Le intenzioni si giudicano anche dalle divise e qui manca persino quel genio estetico pre-armaniano che, grazie ad Hugo Ferdinand Boss, decretò il successo del nazismo. Allo stato delle cose solo sentire parlare di risanamento del debito pubblico o di uscita dall’euro suona piuttostamente come la minaccia dei vandali alle porte. Chi infatti potrebbe essere costretto a mettere mano al portafoglio lascio immaginare. Non i miliardari De Baruchetti e Scalpàri. Non le benpensanti della buona borghesia lombarda che voterà al solito compatta secondo le indicazioni del giornale unico, il Corriere della sera-della repubblica-della stampa della bibbia. Non gli zompies dell’industria bellica.

In Ombre bianche, film di Nicolas Ray con Anthony Quinn, la vecchia esquimese, divenuta un peso intrasportabile e incurabile si siede a morire sul pack come natura comanda. Ecco mi pare che per noi che non siamo riusciti a far altro che arricchire, con il nostro lavoro avvilito e scempiato il patrimonio intellettuale di questo umile paese, leggendo, scrivendo, pensando al bene, ragionando sull’utile generale ma, votando però il meno peggio a naso turato e orecchie tappate, senza opporre forza a prepotenza, inseguendo il mito e il progetto di una civiltà invece che di nazioni e masse, mi pare dico che sia per noi il momento di sederci e scomparire. Non credo nei giovani  come categoria dello spirito, e spesso mi pare si tratti di folla senza spirito né tempo, ma ho il sospetto che occorra lasciare che al voto vada chi ha meno di 40 anni e che subisce batoste di ogni genere dagli opposti liberismi, che a trent’anni deve temere per la propria sopravvivenza se non ha almeno una casetta di famiglia o almeno i soldi del nonno da parte; voti come voti, sbagli o vinca senza che noi piccole volpi ci si impicci ancora a mettere in atto scelte politiche pondeose e scellerate.

Io non andrei a votare benché mi seduca l’inutilità degli illusi tra Potere al popolo e Sinistra rivoluzionaria e osservi la buona composizione dei candidìti di M5S, frazione di illusionisti guidati da un bell’Antonio da fotoromanzo. Preferisco che i miei figli sbaglino scientemente da soli. Alternative non ci sono (ovvìa una, la rivolta) salvo appunto considerare alternativa di salute pubblica, perchè se non altro rovini del tutto il paese, il movimento che da tutti con meno di 40 anni è considerato tale. Io non andrei a votare per non dovermi rammaricare prima del dopo. Oppure andrei per far argine, per evitare, turandomi il naso perché non c’è due senza tre e… Lo so già, sarà orribile.

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Peccato morire senza vedere Napoli

Orbene, segnalo dal suo blog le belle considerazioni che pubblica l’amico Biuso nel suo ultimo post I morti https://www.biuso.eu/2018/01/25/i-morti/, considerazioni che mi trovano d’accordo ma non  convinto dalla materia che le ha originate. Per non ingolfare il suo, pubblico qui nel mio la mia divertita replica. La forma è epistolare. Il tono, scanzonato, da spettatore annoiato che, da autore, ben sa che tutti rischiamo e non poche sferzan-ti staffilate,  Napoli velata. Ferzan Özpetek.

Oh no Alberto, capisco benissimo che tu da Socrate par tuo trovi occasioni per fare letture oltre il reale qui intorno, fisico o immaginario che sia; quindi ognuna è buona per una riflessione che va, ora molto ora poco, dall’altra parte dell’oggetto, sia o non sia d’arte. In questo caso, parlando di Napoli velata, Alberto, non discuto le tue conclusioni, che condivido senz’altro ripeto, ma il film è un brutto film e l’arte, come da proverbio, è stata messa da parte. Péniblement scritto, sciatto, noioso, trascurati i luoghi, locations, da sopralluoghi frettolosi convertiti in cartoline da vedi napoli e poi muori. Un cinepanettone senza uvetta. Fellini sapeva far recitare la nebbia, una fontana, persino un cassettone d’abete svedese come la Ekberg, Özpetek pare di no. Mal interpretato, se non dal misurato anziano Beppe Barra che si disegna addosso et pour cause il ritratto di un tal Pasquale che nel film cerca di riportare ogni volta il film stesso a qualche ragione d’interesse e non ci riesce; Barra potrebbe recitare la parte del freno in un film di treni ma qui è relegato in un ruolo di carattere quando avrebbe dovuto essere il deuteragonista della protagonista, l’assente, se non in termini di pose e di secondi spesi davanti alla camera da presa e dentro la camera da letto, la signora Mezzogiorno, io son colei che mi si crede; creatura incantevole ai dì, mi parve impacciata e mal portata in giro dai suoi approssimativi quarantanni; nella futile sequenza di letto, hmm di muro prima poi di materasso, si sa che le sfumature di grigio delle mutande sono numerose e absit il tavolo di cucina, dove la simulazione diventa grottesca senza volerlo, ell’è sciolta quanto un’adolescente che giochi alle porcate nelle cabine dei bagni 69 -sìc- a Rimini avendo persa di un’impubere Lolita la freschezza porca e rozza; immagino, non ho mai frequentato Rimini, i bagni 69, le cabine e le Lolite; sicché risulta, perchè avvilirsi così è da chiedere, risulta comica; più di una volta la povera non sa che strada prendere tra un inguine e un gluteo, par che pensi come la vecchia contessa seduta su un paracarro, Questo decisamente non c’entra; e simula smanie toccata dal più piccolo dildìllo; ha studiato poco i porno e si capisce, costretta a sembrare, boh non saprei, erotica, forsennata, malìne o schizofrenica stagionale. Con molte meno esposizioni la Winslet e Gandolfini in Romance and Cigarette, film di Turturro con la Morte, nei suoi meno noti travestimenti, così ben interpretata da  Susan Sarandon e da tutti da potersi rititolare Eros e Tanatos, erano degli imperatori di erotismo mortale e gioioso. In questa Napoli, tutti sono fuori parte anche per un funerale, tranne il citato Barra e i belloni che fanno i belloni ma annoiano perché il bello o possiede carisma, l’autorevolezza dei belli veri del cimena d’un tempo, che so Vittorio Gassman, o si vede che sembra prestato da un set di Dócidóci & Gabbati; si vede che gli attori tutti non san che cosa fare, forse chissà distratti da acrobatci concettismi di un distratto Özpetek che chissà voleva fare filosofia dello spirito, ma ha perso il Dal Pra, casca nello spiritismo e non si accorge che le signore a una certa età hanno le mani gonfie. Impietoso e sciatto poi nel vestirle, tutte e la povera dottora sobre todo; improbabile ambientarla in una casa da signorina grandi firme della medicina, salvo non sia illegale, al posto, come usasi sostituire a Lecco l’avverbio invece, di legale; c’è una famiglia dietro la dottora, pare di grandi mezzi per non dire enormi è vero, con due vecchie galline, la povera signora Sastri e l’altra poverella da corte di assise, la signora Ferrari, a far  lesbicate che alla loro età, ehnnò via ben non istà, benché in illo tempore la signora Sastri fosse la più probabile riproduzione di una statua greca. Lui il türcö napöletanö che in altre occasioni e soprattuto con bei ragazzi davanti all’obbiettivo ha impacchettato filmi graziosi, li ho visti tutti a partire da Hamam opera prima con scarse seconde appresso e un bellissimo Alessandro Gassman per fa’ balà l’oeucc, qui ha l’oeucc da pesce bollito del vecchio pederasta, ma annoiato e senza lo sguardo di Visconti, per dirne uno, che trasformava qualunque cammarera in duchessa e che le attore le scelse e trattò sempre benissimo pur dimostrando che le uniche vere donne non di rado sono uomini. Peraltro il signor conte riuscì a far recitare quell’inutile muso di tinca di Helmut Berger, la forza dell’amore può far molto. Özpetek lontano dai suoi bozzetti umani di patetici caratteri naturali ciondola come un vitellone e fa ciondolare persino la sua staedicam: il piano sequenza con flash back incluso che non va back da nessuna parte di un immenso salotto, irresoluto tra la soggettiva o l’ebbrezza alcolica cosa sia lì a fare cosa non sa; modesto anche come vezzo tecnico, sul piano narrativo marónna peccarità. È vero dunque ciò che il Biuso dice non essere il film, a che genere appartenere; infatti non ha colto l’occasione per essere un film tout court. E poteva esserlo. Ed ora, un po’ per celia un po’ per non morir… di Arbasino – Carpi, Seguendo la flotta. Signore e Signori canta Paolo Poli: https://www.youtube.com/watch?v=69zt64YPbps

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La Gloria di Vladìmir Nabòkov

In quest’epoca che coll’uso indiscriminato dell’iperbole ha fatto di ogni pollo deceduto nel suo brodo un cuoco g-astronomico, finisce che nemmeno del bello e del buono dovuto alla maestria dell’ingegno e della passione artistica autentica vien voglia di dirne geniale nella desolata constatazione che di quell’aggettivo è andata perduta l’ascendenza a favore di una discendenza di cretini che abbiano stipulato un patto di compiacenza col social in luogo d’olimpo e se ne sentano cantóri. Cioè creativi, termine che alle spicce assimila Federico Fellini al cugino vlogger… Che simpatico, direbbe di nuovo Paolo Stoppa se tornasse dalle profondità di Siamo uomini e caporali*.  Compiuto questo saccente quanto antipatico preambolo, l’antipatia è gusto per la forma che si afferma e conferma, La gloria.

Fa parte di una sorta di collezione, i cosiddetti romanzi russi, di Vladìmir Nabòkov, russi perché scritti all’origine in russo, prima che il Nabòkov acquisisse la cittadinanza americana e il diritto degli autori in lingua inglese. Ora dire del suo Lužin, del Pnin, che ho solo sfogliato come farebbe l’amante all’osservare senza toccare l’amata, di questo o quell’altro lavoro, di Lolita, raffrontarli, no, non mi pare il caso né sarei capace, mancandomi com’è noto qualsiasi verve critica; anche se di Lolita, che è un monumento, mi pare si possa dire che non a caso è una cittadina sulla statale 616 del Texas e a sud del lago Texana (Estados Unidos), una metafora del nulla in ciabatte, smalto rosa e brachette corte che l’America stessa è, grande seduttrice, rozza, aggressiva e brutale con bambini o intellettuali maturi ma non abbastanza da non perdersi nella trappola per sènex di quell’aeterna puella. Mi pare che i recenti recuperi di verginità sconciate e postume di una nazione di femminielle in frégola, stia nel quadro di un paese nato nel ’41 ma non ancora cresciuto che stigmatizza e non sa -l’uso del bidet per esempio- ma che s’impone proprio grazie a questo. E piace. Cielo se piace.

Gloria, cedo alla forza dell’iperbole, è un capolavoro che segna il tempo al punto di volersene smarrire. Gloria, bene è leggere a proposito del titolo la prefazione del Nabòkov stesso, non ha storia, come diceva Céline, né trama, ogni trama è un’inganno per polli, ma racconta il procedere di uno, Martin, verso la conclusione o un’esclusione dalla storia. Per non essercene una possibile. In un certo senso è il racconto tragico per se ipso dell’esilio in quanto nocciolo di un carattere, condizione imperturbabile dell’anima, ma così sorridente e olimpico che non ridere, come un santo zeus al vedere cedere i troiani all’impeto dei greci, è impossibile. La catastrofe è comica. E la memoria di quel riso è tremenda. Un basso continuo cui, per chi ama la letteratura in quanto Proust, è necessario intonarsi…

Se indicassi i punti deboli del romanzo, faciliterei troppo le cose a un certo tipo di recensori (in modo particolare a quegli sprovveduti insulari sui quali le mie opere hanno un effetto talmente strano da far pensare che io li ipnotizzi da dietro le quinte inducendoli a gesti sconvenienti.) Basti dire che il romanzo, evitando soprattutto di scadere nel falso esotismo o nella commedia banale si innalza a livelli di purezza e malinconia quali ho raggiunto solo molti anni dopo con Ada.

V. Nabòkov – Gloria-Prefazione – Adelphi pag. 13

* Totò e Paolo Stoppa in https://www.youtube.com/watch?v=fYBXo4UgN2Q

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