L’ElzeMìro del 19 gennaio

Il gusto del fisioterapista 10

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Campi d’olio

È arrivata la felicità – James Stewart – ho bisogno di  una valigia grande così

Dopo un tentativo di impeachement subito e un altro annunciato in articulo mortis contro Trump, mi pare di osservare che tuttavia il Parlamento in America ha ancora quello che qualcuno chiama senso dello Stato, altri come gli pare ma, il succo è che le istituzioni onorano il proprio nome e le persone il loro incarico tirando su il capino e dando o tentando di chiamare il mascalzone col suo nome e gli assaltatori con il loro. Ci hanno messo ripeto quattro anni, il paese è quello che è sempre stato, metà  accozzaglia di slandroni, megalomani, individualisti ossessivi con fucile al posto di tutto, e metà isole di civiltà, ovvero le grandi città dell’est e dell’ovest, che a leggere il NYT si sono ribellate a quest’ultimo carosello fognario. Fuori di lì l’America fa paura anche al cinema e più o meno come un hooligan ubriaco. Ma può essere grandissima. 

Guardando al nostro paese dal Pianeta Proibito osservo invece un Parlamento del tutto succube di un, boh di un verme con tutta la mela avvelenata intorno, di un aborto della bambola di una puttana, di un ranocchio con la piorrea, mi rimetto a chi vuole trovare epiteti più adatti ( perché per meno e con minore rabbia in passato mi sono trovato una denuncia e costoro sono accaniti coltivatori di querele e voraci razziatori di soldi) allo sgurattone che aveva asserito si sarebbe dimesso dalla politica. Parlamento codardo, constatazione e  che dire di più, connivente forse. Tutto intorno una valse musette di commenti tra il blasé e il patetico, mancano i richiami alla metafisica, ma uno, dico uno che sia un levati dalle palle o ti facciamo male scintillante come cometa per traverso al transatlantico, nemmeno di striscio.  A margine si sa che dalla destra desta alla sinistra salpingica tutti destri nel pigolare sui massimi sistemi e libertà libertà e no la mascherina gnornò gnornò, tutti concorrono a volere fuori questo governo di Noncemalaccio, per instaurare un vero governo ungaropolacco e confindustriale ( cielo perché tutte le miserie qui da noi), così poi gli uni a fare le pre-fiche accodate al Manifesto e gli Unni, come si suole in Bombardia, giù a fare preventivi per varianti di valico. Come ho detto in passato, sono troppo vecchio per discutere e sono disarmato. 

Va bene il ricoveri fund finanzierà le cliniche private, le scuole cattoliche, parrocchie e spaccio di vaccini e il ponte di MeSina. E a Bruxelles, ci andrà a trattare Salvini parlando brianzolo. O catanese. La somma dei prodotti fa sempre il totale. E non cambia. Maremma maiala.

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L’ElzeMìro del 6 gennaio 2021

Il gusto del fisioterapista 9

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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L’ElzeMìro del 22 dicembre

Il gusto del fisioterapista 8

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Partito comunista dell’internazionale fantasista

Anche la lingua che uso è un prestito, più che una donazione, lingua madre, di mia madre e delle madri. Un mito collettivo. La mia lingua appartiene alle miriadi che l’hanno usata con lo scopo di costituire un tesoro comune, a disposizione di chi non volesse sperperarlo in chiacchiere, in chats and bags. La mia lingua, la lingua è materna perché mette al mondo, sono tutte le lingue che mi sono state prestate. Che si sono prestate, che si prestano a questo sforzo. Lascia stare che riesca o no. La mia lingua è lalingua. E anche questo  è un prestito. 

La morte è un bene o un evento collettivo. In ogni morte muore una parte di ogni singolo; parti miserande ma che sommate alla fine, la frase che segue è di Totò, della somma fanno il totale. Il senso del comune, della morte e dell’evento comune e della responsabilità collettiva mi fu inoculato con pazienza da due maestri; il primo, un medico rumeno con gli occhiali glasant che odiava i sovietici con qualche ragione, ma che era musicista e mi insegnò la musica e medico e mi impratichì soprattutto nella cura del pensare, che lui non lasciò mai andare a vanvera, luogo di non ritorno di ogni intelligenza anche la più accanita a ritenersi tale; il secondo, Checco Rissone, partigiano comunista quando fu e valente attore che con tutto sé stesso insegnò il senso del comune lavoro, proprio al mestiere e ai mestieri dello spettacolo. Checco era stato con Copeau, il maestro francese che abbandonò la scena per costituire una sorta di comune teatrale a beneficio delle periferie; batteva paesini e campagne perché si aprissero al teatro; il teatro che come la musica come tutta l’arte sono beni, sono scuola comune e che dunque entro certo limiti dovrebbero essere facilmente accessibili a tutti, cui tutti che vogliano dovrebbero potersi avvicinare. Non l’arte per il popolo ma il popolo per l’arte.

Quello dell’arte del teatro (del cine) è il mestiere più collettivo e più comunista del mondo; solo quello della medicina di ospedale lo supera e di poco; in teatro non si rappezzano teste ma si tengono insieme teste per due ore tre, affinché il peggio non ne fuoriesca senza passare per una catarsi, almeno per un po’. Questo non ha mai impedito alle SS di tutto il mondo unite di piangere per Isotta e distribuire frustate e ratatataplan. Insomma è così ma credo che non freghi niente a nessuno perché nessuno Stato inculca questo sentimento che è dell’arte, dell’arte collettiva. La scuola è la prima, forse l’unica colpevole; le famiglie hmm quante saranno quelle dove si suoni e si canti e per carità dove si legga. Tutti a sciare altroché, la cultura dominante egemone non è della borghesia ma della seggiovia, ma ‘ndo seggiovai. Di arte si instilla ancora il sentimento romantico dell’Unico, Artefice ( molto giudaico cristiano a pensarci) Solitario Sopra i Monti. Non si sa che l’arte è dedizione spietata al lavoro del momento e di tutti; ecco quello che ho cercato, non sempre riuscendoci, di mostrare agli studenti (e anche agli attori, ricordo di aver condiviso un tempo queste sentenze con uno straordinario basso e intellettuale bulgaro, Dimitri Stantchev, che saluto dove sarà sarà). Sotto qualsiasi tropico è così, e sarà per questo che la gente dell’arte è stata così perseguitata da ogni sistema; lacché ci chiamavano ai tempi di Mozart e Da Ponte, paria, senza dio cui era negata sin la sepoltura, l’avesse voluta qualcuno, in terra consacrata.

Oggi, non è un caso, tutti a lutto, con qualche ragione lo capisco, per i ristoranti e i bar e i parrucchieri ma senti tu uno, non dico che pianga, ma che sappia che gli attori sono a spasso, che i musici musicano a sale vuote, cioè a paga zero, che i teatri chiuderanno, le orchestre ti saluto e non quella di Trento e della Valsugana, l’orchestra del Metropolitan ha chiuso. Reazione… chissenefrega, noi ci occupiamo della visita alla zia e delle vacanze con gli amici a Marrakesh, ma prima tutti a Celerina o all’Abetone si intende. Libertà libertà libertà. Inversione di tendenza signori miei, nel sentire generale il giochetto singolare, ogni propria playstation diventa interesse e bene comune. Libertà libertà libertà. La chiama così chi strilla alla dittatura sanitaria senza rinunciare, dio ne scampi, alla minestrina dello stipendio di stato e dagli ai criminali del governo e daje ai conti sdilinguenti, daje alla nuova Gestapo( sapessero almeno che cosa significa). Costoro, ancorchè magari si proclamino comunisti e addirittura anarchici nessuna percezione hanno del lavoro da costruttori della cattedrale di Chartres (Ingmar Bergman- 4 Film, Einaudi 1961 pag, XIX-XX) che è il nostro (per me parlo al passato). Lavoro collettivo ripeto, in cui le cheche (a non parlare delle checcherie) individuali, gli io, io io sono e gli altri, non hanno spazio, a dispetto del narcisismo che spesso anima i suoi protagonisti. (poi si sa, ogni terza viola o primo contrabbasso vuole dirigersi la sua orchestra)

Così mi sono ricreato e come, come mangiare un gelato al pistacchio, al sentire le urla di Tom Cruise che qui riporto in link, e mi sono ricordato per gli stessi motivi le mie di un tempo anche con gli studenti. Inculcare il senso del lavoro collettivo, della comunistità di intenti, di là dai compensi dagli interessi, delle responsabilità dei pesi e delle misure. Quando T.C. dice ( traduco con lo spannometro) l’industria che siamo e che dà da mangiare a migliaia di persone che potrebbero non trovarsi la minestra in tavola stasera o non avere i soldi per la scuola dei figli, il capitalista Cruise non sa di farsi plurale, comune, collettivo. Non so se l’audio che vorrai ascoltare sia vero e me ne importa un piffero, fesserie da Napalm51, quelle che tendono a prendere tutto per falso, la paranoia della realtà parallela che chissà perchè dovrebbe essere quella vera ( come per gli schizofrenici), come se a qualcuno potesse interessare inventarsi una sfuriata di Tom Cruise; a che pro, non si capisce, ma i Napalm51 hanno il gusto di capisciarsi addosso e fuori dal vaso. Serenase di Stato per tutti.

Vero o falso l’urlo di Cruise corrisponde a quello che ricordo qui molto bene, non una delle mie sfuriate nell’intento di martellare il senso del lavoro, ma quella di Pier Luigi Pizzi, alle prove dell’Ariodante alla Piccola Scala , sarà stato il 1980 e rotti. Il Napalm51 leggerà che è una mia invenzione, e si fotta. Ma insomma quando Pigi si trovò di fronte la squadra macchinisti a voler far saltare la prova generale per una scemenza – perché erano stanchi, il cambio non gli aveva dato il cambio – mi ricordo lui; montò pian piano tutte le erre di cui mancava a neve ferma, poi di colpo scattò dalla poltrona di platea accanto alla mia, come una belva si scaraventò a bordo  palcoscenico e scatenò pistole proiettili e V2; ricordo bene il definitivo, Siete dei sabotatori vergognatevi. Ciascuno che legge pensi al se stesso che … o ai loro stessi che oggi sabotano la vita collettiva per dire la loro miserabile opinione, i loro gne gne, le loro scioìne, a spandere la cenere della loro miserabile personalità, a inquinare gli interessi collettivi. Con ciò credo che oggi sia il caso di fondare il Partito comunista dell’internazionale fantasista. Tessera numero uno a Tom  Cruise.

P.S. In anni non antichi, astrofisici, ancora alla Scuola del Piccolo Teatro, appreso che il mi’ babbo era in pronto soccorso a seguito di ictus, risposi, Non posso lasciare le prove, e continuai a lavorare. La sera andai a visitarlo, il babbo e il giorno dopo tornai alle prove. Quando anni e anni dopo il babbo morì, per fargli il funerale chiesi di avere due giorni di permesso non retribuito al Conservatorio. Mi fu risposto da due occhi sgranati di segretaria, Maestro ma lei ha diritto alla licenza per lutto, come per il matrimonio. Certo il lutto a suo modo è un matrimonio da cui è difficile districarsi.

Disclaimer. L’audio qui sopra è stato twittato dal signor Rex Chapman che non conosco e pubblicato nella pagine del Post. Non credo di aver violato nessun copyright ma mi scuso da subito per non avere chiesto il permesso. 

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Je suis trop vieux pour discuter des heures

Testa di martello da macchinista tipo fiorentino Poli Mario Budrio da 250 grammi

Ho notato che la maggior parte di coloro che lamentano in pubblico gli avvenuti avventi sono o scrivono in modo querulo, lamentoso, ripetitivo e noioso, e se ne compiacciono fino a ritenere utile strillare la loro ragione di oche spaventate e fini portatrici di verità;  nemmeno chi scrive può sfuggire al rischio, salvo prendere la decisione di non dare aria al proprio polemico narciso. E tacere.

Ho scritto tre volte e questa è l’ultima circa la serata del 7 dicembre alla Scala, a lamentare la mancanza di tutto. Ho scritto del minculporopò perepé che squilla il miracolo, alla meraviglia, al successo misurato a sacchi di ascolti (non è nemmeno sbagliato), all’evento internazionale dell’anno e bla bla. Ma poi tutte e tre le versioni le ho buttate. Visto che la polemica non può godere del treno blindato di Strel’nikov (dottor Zivago) a che pro mi son detto, dire, non fare, suggerire, mostrare, controbattere e dimostrare come d’uso che il re è nudo (e non è tanto un bello spettacolo). Per mia fortuna Lemmy Caution mi è apparso in sogno e mi ha ripetuto di stare alla sua battuta di Alphavile (J.L.Godard-1963), Je suis trop vieux pour discuter des heures.

La battuta completa per la verità recita, Et alors je tire…c’est ma seule force contre la fatalité; sono troppo vecchio per discutere delle ore, allora sparo, è la mia unica risorsa contro la fatalità. Che in romanesco sta per, Mma lassa perde’ che nun zolo se’  disarmato, ma pur’in disarmo. Amen e arrivederci.

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L’ElzeMìro dell’8 Dicembre

 

Il gusto del fisioterapista 7

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Pastis

Ho scritto vari pastis in questi giorni e non ne ho pubblicati e non vorrei pubblicarne. E allora, qualcuno domanderà. Allora sessanta minuti, avrebbe risposto mia madre. Gl’è che nel marasma dei detti e contraddetti da ogni tipo di incompetente, assatanato, psicofante, Masanielli ( ma sani elli?) fai da te, cui ogni giorno viene da esprimersi, annunciare, inveritàvidire e che non so quanto venga ascoltato ma un po’ sì, percepisco il silenzio come fontana e restaurant dalle vergine. In addition, piuttosto che sembrare uno che pontifica di vaccini e DNA, senza sapera alla lontana che cos’è questo DNA o sì forse a malapena, è un elica ma dove mai volerà l’aeroplano, e che lo stesso vuole capire ma non ha i fondamentali che glielo potrebbero permettere, sicché se almeno ascoltasse, ostia e maremma, allora a me più tosto il Piave mormorò, silenzio bisognava andare avanti. Mi capita di scrivere però di tutto, per sconforto non per essere letto; per Amazon ad esempio commenti ai libri che acquisto; è il semplice fatto di scrivere che mi piglia. o non sarei, come pare, scrittore. Del resto è sempre stato così fin dalle elementari, datemi un tema e mi solleverò dal mondo. Capita anche che mi chiedano recensioni di prodotti come il Prostenil per l’anziana prostata o il tè Vadham per il palato esigente. O che mi arrivino domande in modalità paranoica, tipo se la sua cuffia AZTLH48dY è compatibile con il suo impianto Sanyo HA5 del 1987. Giorni fa una signora è giunta all’assoluto epilettico chiedendomi se l’ossimetro cinese che io ho comprato (tanto per non contraddire quelli che la mascherina è per cani, e le donne de Roma sì che sono coraggiose perché se ne vanno in giro senza timore a sguazzare tra gli sputi. A Roma dieci sputi per uno solo), è o non è affidabile. Cosa vuole che ne sappia, non le ho risposto così ma l’ho pensato, e le ho replicato, Certo che lo  è, è una macchina. Così ho cercato di far fare una svolta copernicana alla signora circa la razionalità delle macchine che se sbagliano è perché qualcuno le ha progettate male; un essere umano è di affidabilità variabile. In questo periodo, molto difficile saprei mica dire il perché, è molto difficile scrivere di che.

Già non gradevole, poco favorevole alla chiacchiera e funesta, la situazione esterna è, a mie vibrisse, appesantita dal bordone, dal rabarbarorabarbarorabarbaro (onomatopea che ci insegnò in terza elementare la maestra Lievers per una recita di carnevale-me facevo il cuoco cattivo) di quelli che sono nati a Genova. Intanto senza chiedere il permesso a chi le insulta le persone crepano, un altro amico qualche giorno fa, prendono la polmonite doppia carpiata e con un salto via dritti al forno, da bruciare rimane poco, i polmoni per esempio si rinsecchiscono come felci al sole. Ma non è questo il tema di questa conversazione solitaria e per di più ho fatto l’insegnante di recitazione e il regista, 45 anni, e di lettura qualcosa so benino.

Mi pare di poter osservare dai discorsi che colgo qua e là una certa difficoltà nel leggere. Ma se è vero che la lettura è per molti difficile a tutti i livelli, l’ascolto non mi pare meglio messo. Dunque quando riferiscono le voci personali, le voci che gli parlano eh sì, si accavallano in un guazzabuglio di malintesi, in senso letterale. Mi pare fosse di Maigret la frase, Io non penso mai. Prendiamo l’asserzione Mario campa con una bancarella di belle mele; ciò che mi sembra la renda incomprensibile è che pochi la leggono, tutti ne cercano il che cosa vuol dire, chiunque ci vede un sottotesto (si dice in teatro). Ma non esistono i sottotesti, non esiste una metafisica in generale (dov’è l’oltre la fisica) immaginarsi del testo; a meno che per metafisica non si intenda ciò che altra sostanza non ha se non di tessitura di pensiero indotto che è vero, nessuno lo può toccare ma molti ne possono essere toccati. Le sensazioni( echi, associazioni – Virginia Woolf – BBC 29 aprile 1937) indotte dal testo producono nell’attore, prima solo nell’attore, il motivo, l’impulso, la spinta per dire una certa frase in un certo modo, farla propria, cioè con-prenderla. Ma un testo, quale sia sia, non va capito, io non ho mai capito nulla di nulla, ho letto frasi seguendone il corso fino alla fine di faticosi romanzi e poemi e più o meno le ho comprese, alloggiate cioè nella casetta della mia memoria a decantare e germinare, dopo. Non saprei citarne una ma spesso mi accorgo che da sole come la materia dei sogni si sono intricate tra loro a costituire un reticolo di non saprei dire. Come nei sogni ho elaborato materiale diverso che ha trovato le sue relazioni da solo. Quello che mi pare manchi è la pazienza di leggere che cosa c’è scritto e anche se pare confuso ascoltare ciò che vien detto. E basta. Essere intelligenti è stare attenti.  Un sogno è un sogno è un sogno. Ricordo della mi analisi il divertimento di non trovare alcun senso ai sogni, solo rimandi, Che cosa le fa venire in mente era la domanda. Ma il che cosa le fa venire in mente non è il che cosa vuole dire. Non di default. Domandarsi che cosa vuol dire e continuare a ripetersi questo mantra mentre il discorso altrui ( o il proprio interiore) si snoda lungo le sue linee è il primo e moltiplicato passo per non capire niente. Non c’è niente da capire, cosa vuoi capire babbeo, Mario campa con una bancarelle di belle mele.

Tutto il discorso qui è per presentare l’articolo del signor Ross Douthat editorialista del New York Times. Non l’ho tradotto o avrei passato la giornata a farlo quando per chi non mastica la lingua c’è ben il Google translator. Ognuno leggendo o traducendo si faccia il suo cinema circa le mie intenzioni. Ma sappia che sono modeste. Il mio cinema è mio.

New York Times 5.12.20
Why Do So Many Americans Think the Election Was Stolen?
Looking for the reasons behind a seemingly unreasonable belief.

By Ross Douthat *
Opinion Columnist New York Times
Dec. 5, 2020

There have been few surprises this past month in how Donald Trump has dealt with the reality of his electoral defeat.
Anyone familiar with his career could have predicted that he would claim to have been cheated out of victory. Anyone watching how he wielded power (or, more often, didn’t) as president could have predicted that his efforts to challenge the election results would be embarrassing, ridiculous and dismissed with prejudice in court. And anyone watching how the Republican Party dealt with his ascent could have predicted that its leaders would mostly avoid directly rebuking him, relying instead on the inertial forces of American democracy, the conscientiousness of judges and local officialdom, and Trump’s own incompetence to turn back his final power grab.

So far, so predictable. But speaking as a cynical observer of the Trump era, one feature of November did crack my jaded shell a bit: not his behavior or the system’s response, but the sheer scale of the belief among conservatives that the election was really stolen, measured not just in polling data but in conversations and arguments, online and in person, with people I would not have expected to embrace it.

The potency of this belief has already scrambled some of the conventional explanations for conspiratorial beliefs, particularly the conceit that the key problem is misinformation spreading downward from partisan news outlets and social-media fraudsters to the easily deceived. As I watch the way certain fraud theories spread online, or watch conservatives abandon Fox News for Newsmax in search of validating narratives, it’s clear that this is about demand as much as supply. A strong belief spurs people to go out in search of evidence, a lot of so-called disinformation is collected and circulated sincerely rather than cynically, and the power of various authorities — Tucker Carlson’s show or Facebook’s algorithm — to change beliefs is relatively limited.

But what has struck me, especially, is how the belief in a stolen election has spread among people I wouldn’t have thought of as particularly Trumpy or super-partisan, who aren’t cable news junkies or intensely online, who didn’t even seem that invested in the election before it happened.

Others have taken note of the same phenomenon: At National Review, Michael Brendan Dougherty writes that “friends who I did not know were political are sending me little snippets of allegations of voter fraud and manipulation.” At The American Mind, the pseudonymous Californian Peachy Keenan describes watching a passel of lukewarm Trump-supporter moms in her Catholic parish suddenly “get MAGAfied” by election conspiracy theories. (As a fraud believer herself, she thinks that’s a good thing.)

Drawn from my conversations in the past few weeks, here’s an attempt at a taxonomy of these unlikely seeming fraud believers.

The conspiracy-curious normie

I say “normie” to reflect the reality that being open to the possibility of conspiracies is itself extremely normal and commonplace. There is nothing unusual, statistically speaking, about believing that a Cold War-era deep state assassinated John F. Kennedy or that the government is concealing evidence of U.F.O.s. Conspiracy theories are common among Democrats as well as Republicans: Witness the polling on Russia’s supposed tampering with vote totals in 2016 or George W. Bush’s supposed foreknowledge of the Sept. 11 attacks; recall the voting-machine theory spun to explain John Kerry’s narrow defeat in 2004.

This means you don’t need a complex story about Facebook or Fox News to understand why a person who isn’t intensely political might nonetheless be open to the idea that an election settled by tens of thousands of votes in a few key states was actually fixed for the winner. That kind of openness is just human nature — and not the worst part of human nature, either, given that conspiracies and cover-ups exist (the military really has been hiding weird evidence of U.F.O.s!) and even wrongheaded theories often partake of a reasonable skepticism about elite malfeasance, from the Gulf of Tonkin era to the Jeffrey Epstein case.

What’s happened in the past month with our open-minded normie, though, is that this openness has been validated by the president of the United States and his retainers in a way that other forms of conspiracy curiosity are not. There is a longstanding pattern in both political parties of gently encouraging conspiracizing. (The Diebold-stole-Ohio theories in 2004 were given oxygen by prominent congressional Democrats; MSNBC’s Russiagate coverage was not exactly cautious in the theories that it entertained.) But Trump is obviously different — higher-profile and more radical. He’s a president, not a cable-TV host or a congressman, and he’s shouting allegations, any allegations, with no pussyfooting, hedging or deniability involved.

THE INTERPRETER: Original insights, commentary and discussions on the major news stories of the week.

If you are biased against conspiracy theories, this shouting is ridiculous. If you’re somewhat open toward them, though, and somewhat right-of-center, it provides encouragement. It’s not that the curious normie listens to Trump and thinks that everything he says is true. It’s that Trump is providing validation for the belief that something might be true, that where there are so many claims of fraud a few might be accurate, that where there’s so much smoke there might be a blaze or two as well.

Of course there are also lots of pure Trump loyalists who trust his claims absolutely, and a certain number of QAnon-type fantasists who embrace any theory no matter how baroque. But the voter-fraud narrative is pervasive on the right because you don’t have to be a loyalist or a fantasist to take something from Trump’s rants — not belief itself, but the permission to believe.

The outsider-intellectual

The next category of believer consists of extremely smart people whose self-identification is bound up in constantly questioning and doubting official forms of knowledge. Conservatism has always had plenty of this sort in its ranks, but the consolidated progressive orthodoxy in elite institutions means that more and more people come to conservative ideas because they seem like a secret knowledge, an account of the world that’s compelling and yet excluded from official discourse.

This, in turn, instills a perpetual suspicion about anything that seems to have too much of a liberal consensus defending it, especially any idea that gets mocked and laughed at more than it gets rebutted. And it creates a strong epistemological bias toward what you can only find out for yourself, as opposed to what Yale’s experts or Twitter’s warning labels or The New York Times might tell you.

In many cases the outsider-intellectual’s approach generates real insight. (Anonymous right-wing Twitter was way out ahead of the coronavirus threat, for instance, at a time when official liberalism was still fretting more about xenophobia than the virus itself.) But it also tends to recapitulate the closed-circle problems of the official knowledge it rejects.

Thus the outsider-intellectual type looks at the no-voter-fraud consensus and immediately goes out in search of cracks in the pillar of official truth, anomalies that official certainty elides. A lot of the supposed evidence of fraud that circulates online comes from these efforts — not from grifts or lies (though grifters and liars do pick them up) but from sincere analyses of election data, which inevitably turn up anomalies here and there, which confirm the searchers’ assumptions, which closes the circle and convinces them that the official narrative is false and voter fraud is real.

The recently radicalized

This final camp includes many of the people reading and circulating the outsider-intellectual analyses — people on the right whose perceptions of what liberal institutions and actors are capable of doing have been altered by the coronavirus era.

Many liberals have spent the Trump years worried about a kind of Reichstag Fire moment, a crisis that Trump might use as an excuse to consolidate authoritarianism. But a lot of conservatives experienced May and June of the Covid era as a mirror image of those anti-Trump fears — as a crisis that seemed to be deliberately exploited for revolutionary purposes by politicians and activists of the left.

Their story of the spring and early summer starts with our country’s leaders and experts calling for unprecedented sacrifice, with lockdowns and closures that disproportionately affected small businesses, churches and families with children — all conservative-coded groups and institutions — while liberal professionals on Zoom were in better shape and the great powers of Silicon Valley expanded their influence and wealth. Then, based on a single activist-amplified case of police brutality, the same experts and politicians suddenly abandoned restrictions for the sake of left-wing protests … which the official media pretended were peaceful even when they cut a violent swathe through American cities … which included a wave of iconoclasm against key symbols of American history … even as a new ideological vocabulary seemed to suddenly take over elite institutions … and dissenting figures were purged … and in the background the world’s elites loudly announced that they were seeking a “Great Reset,” a post-coronavirus new world order.

For the radicalized, all this felt stage-managed, prearranged — both as a further escalation in the establishment’s battle against Trump, a successor to the Mueller investigation and the impeachment push, and as an attempt to use the weirdness of the Covid situation to consolidate radical power within elite institutions. Experiencing and interpreting the summer of 2020 this way primed people to expect further escalation in the fall: After all, if liberals exploited a pandemic to stage-manage an ideological revolution, why wouldn’t they exploit all the weird features of pandemic voting to stage-manage the election outcome?

No doubt some of my liberal readers will find this question too ridiculous to even merit an answer. You can’t argue someone out of a conspiracy theory, a common axiom goes, which means the only appropriate response to these ideas is condemnation and a kind of quarantine — to be achieved, presumably, through better Facebook algorithms, the comprehensive political defeat of the Republican Party and some sort of “have you no sense of decency, sir” courage from news anchors and political leaders whenever right-wing paranoia re-emerges.

I don’t see any way that these efforts will work. (Certainly on the evidence of 2020, the Republican Party isn’t going anywhere, let alone about to be “burned to the ground” as some anti-Trumpers hoped.)

Of course the alternative — actually trying to argue with people in the camps I’ve just described — may not work either, especially given the curated virtual realities that the internet increasingly enables us all to inhabit. But I’ve been argued in and out of a few outré theories in my life. (Only the best outré theories, I assure you.) And if you accept that there’s more reasoning involved in conspiracy theorizing than official wisdom suggests, then once such theories achieve a certain prominence, there’s an obligation to actually make the case against them rather than just laugh them away.

My own attempts at argument have run as follows: To the conspiracy-curious Republican whose curiosity is validated by Trump’s allegations of fraud, I’ve suggested that the place to look for fire amid the smoke is in claims that the president’s lawyers are actually willing to advance in court, as opposed to in news conferences, semiofficial hearings and on Twitter. Those lawyers — especially now that it’s mostly just the Rudy Giuliani show — have every incentive to blow a fraud case wide open. If their legal claims don’t actually allege fraud or they fall apart under scrutiny, then so should your assumption that the president’s blustering must have some real-world correlative.

To the outsider-intellectuals fascinated by anomalies in ballot counts or ballot return patterns, I’ve argued that anomalies indicating fraud would have to show up in the final vote totals — meaning some pattern of results in key swing-state cities that differ starkly from the results in cities in less-contested states, or some turnout pattern in a swing state’s suburbs that looks weird relative to the suburbs in a deep- blue or deep-red state. But where claims for those kinds of anomalies have been offered, they’ve turned out to be false. So until a compelling example can be cited, anomalies in the counting process should be presumed to be error or randomness, not fraud.

Finally to the radicalized, I’ve tried to convey, based on my own knowledge of how liberal institutions work, that what looked stage-managed to outsiders in the May and June disturbances actually reflected organic upheaval and division, sincere antiracism and disorganized Trump-phobia, a crisis in the mind of liberalism, a dose of religious revival, plus a chaotic revolt by city-dwellers against a lockdown experience that fell heavily on them. Hypocrisy and radicalism alike there was in plenty, but literally nobody was in charge, except sometimes for activists in the younger generation who sensed a professional opportunity, and any supposed “plan” or “reset” was just a hapless attempt by elder statesmen to get woke. Put more succinctly: The liberal establishment that I watched stagger through May and June could not plan a sweeping voter-fraud conspiracy to save its life.
Have I persuaded anyone with these arguments? Maybe not, and as a columnist for a noted establishment organ, I’m probably not the best person to make them anyway. That distinction belongs to people more enmeshed in the conservative universe, scribes for National Review and talk-radio hosts and conservative media critics, all of whom are the more important arguers for an intra-Republican debate.

But I am certain that these issues are connected to a larger and more important question for the future of the right. At the moment, the voter-fraud narrative is being deployed, often by people more cynical than the groups I’ve just described, to help an outgoing president — one who twice lost the popular vote and displayed gross incompetence in the face of his administration’s greatest challenge — stake a permanent claim to the leadership of his party and establish himself as the presumptive Republican nominee in 2024. And it’s being used to push aside the more compelling narrative that the Republican Party could take away from 2020, which is that Trump’s presidency demonstrated that populism can provide a foundation for conservatism, but to build on it the right needs a very different leader than the man Joe Biden just defeated.

That’s the most important argument for the next four years — and one I’ll be making firmly, passionately, right up until the Republican Party nominates Trump again in 2024.

*Ross Douthat

Ross Douthat joined The New York Times as an Op-Ed columnist in April 2009. His column appears every Tuesday and Sunday, and he co-hosts the Times Op-Ed podcast, “The Argument.” Previously, he was a senior editor at The Atlantic and a blogger on its website.
He is the author of “The Decadent Society,” which published in March 2020. His other books include “To Change the Church: Pope Francis and the Future of Catholicism,” published in 2018, “Bad Religion: How We Became a Nation of Heretics” (2012), “Privilege: Harvard and the Education of the Ruling Class” (2005), and a co-author, with Reihan Salam, of “Grand New Party: How Republicans Can Win the Working Class and Save the American Dream” (2008). He is the film critic for National Review.
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L’Elzemiro del 10 novembre 2020

 

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