Punto contro punto

Domani farò una gallina, disse l’uovo.

Rembrandt van Rijn – Jan Six

Leggi leggi Jan come verremo travolti, sommersi e soppressi, anzi è già avvenuto il pasticciaccio brutto, dal cialtroni e dai dilettanti

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L’ElzeMìro di Martedì 11 gennaio 2022

Favolette Brechtiane 21 – Vampiro di Brabuntza

Blood Meridian, 2006 by Aaron Morse (b. 1974)
Aaron Morse – Blood Meridian

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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La vedova allegra

https://www.youtube.com/watch?v=wtSmYhIuP80&ab_channel=%EB%B0%B1%EC%88%98%EC%84%B1

Pochissimi anni prima che morisse, durante una specie di  pubblica lettura all’italiana de La Vedova allegra di Franz Lehàr, Victor Léon e Leo Stein, Lovro von Matačić mi disse che per dirigere la Die lustige Witwe e tutto questo tipo di musica, più che austriaci è meglio essere viennesi, cioè non credere a niente, con l’esclusione della bicipite aquila – alla fine un angelaccio custode dipinto su uno straccio – avere il Witz viennese e la Sehnsucht. Il Witz (vitzz prima che a qualche scemo venga in mente di leggerlo uisz) lo ebbero Freud, Schnitzler, Kraus e Billy Wilder – oggi non saprei se anche Vienna è stata o sta pere essere divorata dallo Stupido Multiforme o no – e consiste(va) in una particolare forma di umorismo temperato dal sarcasmo, dedito al piacer dell’intelletto che non si riverisce, burlone diremmo. La Sehnsucht (seen-suxt) viene a significare tutta una specie particolare di nostalgia per ciò che non è, che forse mai è stato, che non sarà eppur provoca dolore. Chissà se Lacan lo chiamerebbe il Buco, di certo la sua qualità è che non lo si può rammendare. È un sentimento straziante e, per intenderci bene e non morire della malinconia, molto più forte di quello pucciniano. Mi pare di poter dire che queste due polarità fanno de La Vedova allegra un capolavoro für wenige, etwa niemanden – per pochi, quasi nessuno.

Ja das Studium der Weiber ist schwer. Lovro von Matačić , mi parve pieno di Witz e Sehnsucht. Me lo ricordo alto, allampanato ma ben portante, scanzonato, dal bell’italiano fresco di colonia come l’acqua, di Fiume, dell’impero. Non avrebbe nessuna fortuna oggi tra i direttori che cambiano i tempi, ovvero che non li capiscono, che sono ostili all’opera altrui e si circondano pro bono marketing and their own pockets di registi infami più che infami di Scampìa: questi pervertendo le storie e quelli aggiungendo pagine che l’autore aveva eliminato ben sapendo egli che cosa faceva: iddi dell’autore se ne fottono, non lo sanno e agiscono à la bite, avrebbe detto Cartesio, alla cazzo o appunto da infami.

Gib acht gib acht. Ebbi la ventura fortunata di avere tanti maestri nobilissimi, gente dell’Arte, che non sbagliava per la semplice ragione che sapeva non valicare i confini del nonsense. O dell’hýbris-ὕβϱις, direbbe il filosofo del liceoclassico (tutto attaccato). Lovro von Matačić mi parve così, uno di quelli. La vedova fu fatta, ti dicevo, in forma di lettura, integrale al leggio con tutte le parti recitate di cui curai la plausibilità per un cast che comprendeva anche Daniela Mazzuccato (chi se la ricorda è bravo, io ricordo il volto ma non il nome del tenore, il baritono è svanito). Location ottima, scrivono così quelli che recensiscono trattorie e ristoranti in Trip-advisor, fu il Conservatorio di Milano, la sala Verdi  ancora  casa dell’orchestra Rai di Milano e che, alcuni anni appresso, nel 1993 verrà smantellata dai rulli compressori della Craksi & Belsuconi Rapide Demolizioni.

Dann ich bin also in figura Pontevedro in Paris. Vecchie storie della voluttà annientatrice, che i tempi d’oggi stanno riportando o hanno già portato molto al di là del principio del piacere, dopo l’infanzia, all’adolescenza; quindi alla sua età massimamente distruttiva; giù le statue, teste, targhe, giù i capitelli: destrutturare destrutturare ché non resti qualcosa. I nuovi credenti sono alle porte, anzi già le buttano di sotto e ci fanno tavoli da vivisezione. La vedova allegra è opera del 1905, e di lì a 9 anni l’Europa (si) metterà all’opera per il primo caso di femminicidio di massa; al buio di nazionalismi stolti e ciechi e fecondi di stragi in divenire lo scannatoio sarà reale e non soltanto termine per indicare la brutalità della garçonniere;  si farebbe bene a se lo ricordare, non fosse che l’assassinio della memoria è parte integrante del programma di destruturazione del mondo in atto. Miei sentimenti on course.

Ich bin eine anständge Frau. Ascoltai vedova allegra per la prima volta 16/17 anni e, stante che ero un ragazzino sensibile ( la voce è dei miei che sono morti e devi fidarti della mia parola) da subito e per sempre ho immaginato che si trattasse di un funerale nascosto nell’opera o di un funerale nascosto all’opera; che il Witz, che l’allegrezza fosse lugubre e presaga, dalla straziata Sehnsucht. Per dirla alla tedesca densa di sotterraneo Galgen-humour, (ghalghen, forca umorismo da∼); ritrovata anni e anni dopo e in altra forma in quel film impressionante del genio inattuale e spaesato Wes Anderson,  Grand Budapest Hotel.

Dann geh’ ich zu Maxim. Ecco tutto, se mi sforzo di non distogliere lo sguardo da questa frigida vedova Evropi 2022 – nascondiglio di stragi senza più liceo classico – e, come fossero vedute del Coccorante, ne osservo le rovine, le esequie scempiamente passate per gloria, mi pare che la Vedova sia questo: il pro memoria per la prossima distruzione del già distrutto. Si piange  per per ciò che non è, che forse mai è stato, che non sarà e provoca dolore: Sehnsucht, naturalmente senza le astuzie armoniche di Puccini che, da quel sapiente amministratore di sentimenti che fu, conosceva le combinazioni più utili alla lacrima. Puccini morì prima che delle lacrime si esaurisse la possibilità per eccesso di orrore. Forse esagero, sembro perentorio (ma è nella natura ineluttabile di qualunque dire soggettivo), forse che rincorro il like, non credo, ma non saprei.

https://www.youtube.com/watch?v=VN0SgqUnxPI&ab_channel=%EB%B0%B1%EC%88%98%EC%84%B1

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L’ElzeMìro di Martedì 28 Dicembre 2021

Favolette Brechtiane 20 – I sacerdoti di Sian Po

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Four hours – Paul Fenniak

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L’ElzeMìro di Martedì 14 Dicembre

Favolette Brechtiane 19 – Pietropietrigno, un tablado per voce sola e chitarre

Unknown

Jean Cocteau, illustrazione per Les enfants terribles

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¿Hai visto Macbeth? No, saranno anni.

A memoria di allocco, cioè la mia ché sono passati 50 anni esatti, ho tuttavia presente un mio compagno di corso al primo anno della scuola d’arte drammatica (allora Piccolo Teatro di Milano, oggi Paolo Grassi). Il cognome figurati pfuì, ma ho presente che mi sembrò da subito inventato da De Amicis stante che il giovanotto era torinero. Rammento anche che il tipo mi stava appresso con simpatia, un po’ perché allora ero molto carino un po’ perché non di rado mi è capitato di attirare i più flippati tra i sapiens. Vabbè. Quel tale torinero viveva da solo in un appartamento fastoso (viste foto) con pianoforte a mezza coda in salotto, fiori bianchi nei vasi da fiori, divani pornografici e annessa cagnolina orrenda, una pechinese detta Montserrat. Parlava il tale senza orecchio per aperte e chiuse, continuò a dire vèrde fino a fine corso di dizione e la maestra Molteni alzava gli occhi al cielo, tuttavia, stante la condizione di appartenente a tanto appartamento, mal tollerava che lo si correggesse. Fumava inoltre il tipo certi sigaretti lunghi e colorati – credo fossero svizzeri  contro la predilezione di allora per le MS e per le Gitanes – arrivò alla fine del primo anno fumandoli e scomparve.

Per fortuna non è diventato regista ma temo non sia così, temo lo sia sotto copertura del Mossad, come il Davide Fegattello dell’Ascàla, l’infiltrato nel teatro italiano con il compito di distruggerlo. Il nome vero è noto alla Digos e non si può pronunciare, non hai idea come siano peraltro suscettibilƏ e prontƏ alla querela lƏ registƏ, benché regista sia un nome proprio impersonale ma femminile. A proposito di Torino del tale Fegatello immagino la casa fastosa in un quartiere torinese adatto al fasto, di sicuro ha una cagnetta come la marchesa o addirittura una coppia di cani che escono a far la cacca con il loro bel badante tunisino; sulla casa e di certo sui ritratti di Marylin Monroe e della Callas in ghingheri, governa la mamma, signora agée dai capelli turchini, dal polso fermo e manina bagna cauda.

David Fegatello dell’Ascàla è riuscito nell’intento di essere il regista ufficiale di tutte le scale del mondo. Le sale a quattro zampe ed è intoccabile protegé della protezione animali e immancabile, inesauribile capo di una banda  composta da sfasciacarrozze ( forniscono infatti le auto inedeffetibili sulla scena), informaticci della Malasia che aggeggiano proiezioni, e sartinƏ del terzo piano che forniscono i cappotti. Suppongo lo stuolo di assistentƏ con prendappunti incorporato. Tutto visto, stravisto, arcivisto, arcirivista: polvere di stole, inganno, muffa di Brie industriale. Antiteatro. Ma Lalla Scala è un teatro di stilosi che coi cappotti, immaginati, un Pànetthon curiosamente situato a Milano come un manichino e l’ufficio marketing e Chiallì, il celebre chef stesso, al torinero lo hanno eletto. Torino va bene alla massa, come la 600. E stassera come l’anno scorso Fegatello imperversa. Ma non c’è da preoccuparsi Macbeth è un’opera nuova del medesimo appunto, canta l’ufficio stampa echizzato da tutta una carovana di giornalai e non, li quali si adattano da anni ( chilli tengono famiglia) a granscassare o’ cazzo ( grossolanità di Gomorra quindi consentibile) con l’evento più antimusicale e più ostentatamente e unicamente glamour del mondo ( Pizza 7 dicembre: pruvulazzo, pommidoro russi, shitake giapponesi della valtellina, 1400 euro) come avvento culturale. Che qualcuno con a cuore l’opera e la musica, persino il pubblico che finanzia di suo il tempio della Moosica, partecipi al rito non importa; non è previsto. I prezzi sono ad excludendum. Di sicuro al dr.Mattarella avranno preparato un discorsino adatto all’occasione. Il sindaco di Malanno controllerà lo smoking antiproiettile e torme di torve saccheggiatrici di boutiques sfodereranno tacchi stiletto, i soliti, scosci laterali, i soliti, carta di caramella, anche riciclata; le più ardite il tanga a vista. Le donne si sa che sono le più adatte alla vita sul pianeta; uniche che possono non ammalarsi uscendo all’aperto con la toilette scollegata al servizio metereologico senza avere la pelle d’oca e senza prendere gnanca un Covid dal 19 al 29 e oltre. Gli sponsor sono in festa, gli stilisti fanno ‘na tale e n’altra, domani La Serva del Corriere che già ieri, oggi e ad libitum sta gonfiando il Fegatello a milioni di hectopascal, con e e senza occhiali, porterà lumi sull’interpretazione, niente di meno niente di più di Chiallì, e sull’onirico e cinematografico della regìa in scagno. Il fatto è che salvo sfondoni dei produttori meno oculati, al Fegatello una macchina da presa non gliela metterà mai nessuno in mano. Se mai nei denti. Ma questa potrebbe essere un’altra storia e ci si augura non sia mai. Per i suoi denti di lui e per noi vedenti. Tuttavia Alain Finkielkraut scrive con raccapriccio nel suo ultimo volume L’après Littérature: la mensogne s’installe, la laideur se répand, l’art est en train de perdre la bataille. Per fortuna c’è Netflix e La casa de Papel. A presto

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L’ElzeMìro di Martedì 30 Novembre

Favolette Brechtiane 18 – Zwerg der böse

Study of a Boy by Thomas Sword Good (1789-1872)

Thomas Sword Good (1789-1872) – Study of a Boy

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Il mattino ha ¿che cosa in bocca? Guarda bene

Eduardo e Totò in Napoli Milionaria

Guarda bene ché potrebbe trattarsi di una benamata fava, nel senso più proprio e assolvente la totalità delle accezioni, di nothing, nix, nada.

Vedi che ogni mattina non mi esento dai compiti del civile, dal prendete nota compagni. Ascolto la rassegna stampa del Post, guardo il notiziario ANSA, scorro i titoli della stampa estera cui sono persino abbonato; qualche volta sono tentato e quasi subito mi assolvo dalla lettura di questo o quello per me Bari sono; di solito al secondo paragrafo, qualche volta appena oltre. Termino invece articoletti sparuti  sulla congettura di Riemann o sul trapianto di occhio 3D – curioso se detto occhio veda magari in cinemascope – . Mi capita anche, sai, di guardare le pagine del Fatto invase da così innumerevoli banner pubblicitari da lasciar pensare che notizia sia la pubblicità della Mercedes e non il contrario, quel che per fortuna non posso leggere o, volessi proprio nuocermi, al prezzo doppio di quello che mi costa El Paìs dove ho il vantaggio di non vedere mai nominati i Salvini, salvo commettessero assalti, omicidi, rapine; purtroppo però  iddi non ne hanno né il coraggio né la foia che occorrerebbero all’uopo: intendo dire per trasformarsi in titolone internazionale fin giù in Papuasia chissà, in Zimbawe, sul Nhan Dan di Hanoi. Sicché Diman tristezza e noia recheran l’ore; e Leopardi non aveva il giornalismo per rinnovarla.

Tu mi diresti lo so che prima o poi tutto si aggiusta  tuttavia a me pare che il giocattolo sia rotto e senza pezzi di ricambio. Sbaglio, ti domando e mi rispondo che non so, ma non lo sai nemmeno tu. A me pare che tutto bruci, a me mi puzza di abbruciaticcio, ben oltre l’oggettività degli incendi, – visto persino uno scalmanato gettare al rogo una bicicletta, i libri ormai sono storia – e il bruciore dilaga da questa o quella  parte con sempre più ostinata determinazione e tanto che il vulcano alla Canaria sembra piuttosto un canarino scappato  di gabbia e che chieda cibo: qualche metro cubo in più di creato da mandare in fumo; dopotutto non è mal così grande. Ma che si tratti di un creato, di un giocattolo a obsolescenza programmata, di un predistrutto di qualche demiurgo folle e carogna è ovvietà cui crede in segreto il Vaticano stesso dacché ne trova conferma ogni domenica all’Angelus. Tutto lì riunito il demiurgo, folla perversa polimorfa, voglio dire una suo dannata e folle rappresentanza. Angelus de la Muerte e venditori di speranza.

Per me sai oltre al peso della noia, di una lustrata tristezza, si aggiunge quello di una spaventata angoscia. L’impressione, non starò qui a discutere con me, che il mondo, l’umanità – per dir così, usa a caso il soggetto che trovi più azzeccato – che Chella là vada al deraglio e non si sa se la motrice, sia a carbone o a sospensione magnetica, seguiti tirando sui binari quel che resta di vagoni che hoppla wir sterben ( Hoplà noi moriamo, seguito mai scritto da Ernst Toller del suo Hoplà noi viviamo) oppure al contrario se tutto il convoglio barulli, ciangotti, Oh! Dio… già s’abbassa la fiamma! Che vano, che fragile dramma! Già scricchiola, increspasi, muor, dietro una locomotiva saltata via dai binari giù per un precipizio: oscuro e senza fondo, come spesso i precipizi. Amen and Omen

Eduardo in L’oro di Napoli

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E qui cashca l’asino

Alice Develey, Maguelonne de Gestas e Marie-Liévine Michalik in Le Figaro di Giovedì 18 novembre notificano che la nuova versione digitale del dizionario francese Robert, (poco fa l’aggiornamento non mi era ancora arrivato) si arricchirà del nuovo pronome Iel, ni Elle ni Lui pertanto, un neutro digitale un avatar a beneficio dell’idea balorda che la lingua sia escludente chi non si riconosce in nessuno dei generi conosciuti – i lombrichi sono dunque esclusi ( ma i lombrichi non si pongono che si sappia questioni di identità) –: sì, oh dio maldestro, la lingua occorre conoscerla e saperla usare; dunque esclude i lombrichi, che paiono muti, e i Terrabruciata che, si sa, hanno bisogno di farla fuori con pretese di semplicità, ovvero di povertà lessicale – lessicale eh eh lessicale – pur di raggiungere il traguardo di snudare il pugnale e gridare a scelta, A noi o Viva la muerte, tagliando i lacci ( i lacci e i lacciuoli diceva il Bel Luscón) e gli intrecci che fanno della lingua la costruzione più complessa e ambiziosa dell’essere umano. (Lo so, anche i gatti mi parlano, ma li capiamo io  io e pochi volenterosi).

Ora non ho idea di quale invenzione si potrebbe mettere in atto con l’italiano per definire il Backfisch, il né-carne-né-pesce, l’adolescente, (mira che è tedesco e si legge così come è scritto); Id, andrebbe bene ma verrebbe cassato dai custodes castitatis della lingua semplice. Si potrebbe usare Lo, o Lǝ con lo schwƏ – Oggi sono andatƏ dalla parrucchierƏ, no non dal Sabino dalla JessicƏ ma guarda dai se ti sembrano dellƏ schwƏ questƏ –, qualche idiota ci ha già pensato, ma non sa che la lingua scritta non è quella parlata. Ovvero se nel napoletano e altri idiomi locali tu puoi sorvolare sulle vocali – l’inglese in questo senso è particolarmente perverso – nello scritto che ti serve, macché tte dev’ncludere… domandatelo.

Qualcuni, un tale gattilorenz tra i commenti all’articolo di oggi sul Post, https://www.ilpost.it/2021/11/20/iel-pronome-neutro-le-robert/, e che riprende il tema, succinge la faccenda: un prescrittivista alla guida del ministero. Dice che la politica è in ritardo rispetto alla società, ma direi che lo è pure rispetto alla linguistica. In sintesi si sa, tra cólti e còlti beninteso, che la lingua non è prescrittiva ma suggestiva. Si sa che essa, idda muta e talvolta è mutanghera, si insegue più che aggiornarsi, lungo le strade, nella letteratura, nei fondachi, nei teatri, con il cinema, nei mercati, a Livorno, a Venezia, a Napoli, nella poesia dei campi e delle officine ( prendete la falce prendete il martello, scendete giù in piazza picchiate con quello) e nei postriboli volendo ( ma non saprei dire quanti dei termini usati da Zola abbiano retto la sfida del tempo, pochissimi credo). In tal senso esiste dint’OtiubbƏ, per chi volesse ascoltarlo, un magnifico speech ( mannaggia, credo di averlo giù scritto altrove)  di Virginia Woolf per la BBC, About craftmanship (1936).

La lingua ( La che la batte dove il clito ride, si diceva da studenti) afferra ciò che le comoda per superare ostacoli semantici, per afferrare nuove possibilità espressive, nuovi legami, echi, associazioni. La lingua è, ed è stata sempre per la sua natura intrinseca e di magnifica invenzione umana, artigianato non ministero. Gli esempi di lingua ministeriale ( lassa pèrde il solito 1984 però…) si ebbero con fascismo e altri ismi. Americanismi: GTMO = Gitmo[ˈɡɪtmoʊ] = Guantànamo. Per includerti alle patrie galere: col cavolo. L’inclusivo vuol escludere, mira al campo di concentramento, ecco a mio avviso la dura realtà. Ecco ciò ottiene propriamente la voluttà narcisa di includere: escludere dal vivere in favore di un surrogato semantico. Una stampella virtuale. E qui cashca l’asino ( vedi Totò) o ti taglia la gola.
È come il didattichese, il burocratese, il compilare il form, l’ese di qualsivoglia natura.  Nessuno sano di mente parlerebbe come in un consiglio di classe. O in una riunione tra massoni ( mi capitò tanto tempo fa: non capivo nulla, si guardavano tra loro con voluttà, come in Elisir https://www.youtube.com/watch?v=se7uh4wsGqI le damazze di Paolo Conte, ruculando, Sentiamo rumor di metalli. Pirlate ma si sa che la pirlata piace e si compiace e va bene a messa. Fesserie. Ma barriere. Occhio che, come osservò Brecht nel ’38 ( se non mi fa acqua del tutto la memoria alla conferenza  di Parigi degli scrittori antifascisti), occhio che, Da bruciare i libri non si passi a bruciare uomini. O uominƏ.  Si sa anche che i più adatti peraltro alla vita sono le carogne e gli stupidi e che tali sono per wokazione, quindi… salutamƏ a soretƏ

https://www.lefigaro.fr/langue-francaise/l-ideologie-woke-a-l-assaut-du-dictionnaire-le-robert-20211115

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Madres Paralelas

Leggo nel menu di Mymovies di Milano e Lombardia la spiega di Madres parallelas:
Due donne, Janis e Ana, condividono la stanza di ospedale nella quale stanno per partorire. Sono due donne single, entrambe in una gravidanza non attesa.
Leggo anche dal País di oggi (https://elpais.com/cultura/2021-11-12/la-ausencia-del-publico-adulto-en-las-salas-amenaza-al-cine-espanol-y-de-autor-frente-a-hollywood.html?sma=newsletter_diaria_manana20211112m) che Madres Parallelas ha incassato in Spagna finora solo due milioni di euro ovvero, aggiunge l’articolista, largamente sotto le aspettative. Tutto il pezzo esamina con puntiglio la situazione delle sale postpandemiche in quel paese, divisando una sorta di minaccia per la diffusione e il successo delle pellicole spagnole fronte all’assalto di quelle americane.

La questione non è nuova, mi dirai, è vero e coinvolge tanto il cinema francese quanto quello italiano – la cui produzione è degna di analisi, in senso di psicoanalisi tanto è ossessivo compulsiva e bambolona, politicamente borghese e pastrugnata (basti dire di quel Vita da Carlo e Tre piani), con nobili eccezioni (Qui rido io e Ariaferma) e pochi attori degni ( tutti di teatro e napoletani), il resto ragazzine, anche o soprattutto i maschi, e borgatari che farfugliano un romanesco che ha stufato credo persino i Romani –.

A prescindere da queste considerazioni che sono beninteso prive di valore scientifico perché basate su osservazioni e ottiche personali, a prescindere, l’articolo si pone una domanda circa il gusto del pubblico, entità parallela questa, diviso tra maturi intesi attenti al cinema d’autore o d’arte e giovani amanti delle pellicole lecca-lecca farcite di supereroi, astronavi e pupazzi. ( è difficile situare nella scala della noia Dune di cui mi è arrivata voce che andrebbe ascoltato in inglese come se i suoi broum e yes fossero attribuibili a Becket). Tutte questioni senza risposta perché il pubblico non esiste, se non sotto forma di onde che vanno in genere alla deriva. O a spiaggiarsi senza sapere il perché su una battigia di popcorn.

Ma per quanto riguarda Madrea Paralelas. ho il mio da dire circa la distribuzione italiana che affida la diffusione di quest’opera molto spagnola, molto europea, dell’Almodóvar, e a un redazionale di Mymovies di natura ginecologica – poco male se il film fosse una replica patinata di Helga – Vom Werden des menschlichen Lebens+ o – il divenire della vita umana, Erich Bender 1967 – e, qui casca l’asino, a un versione doppiata in modo irritante. E da un punto di vista acustico – piani assenti, ambiente da sceneggiato televisivo – e da un punto di vista estetico, molto peggio della Vedova allegra in italiano. La doppiatrice di Penelope Cruz – maggiore imputata in un processo al doppiaggio moderno e che non cito per non nuocerle nel condominio – si esercita nel birignao e nuoce gravemente alla degustazione del film il suo non corrispondere per qualità della voce – parlare di qualità nel caso è arduo – alla faccia, al corpo al gestus della stella ispanica.

M.P. non andava tradotto per il sound intrinseco alla lingua spagnola in un film spagnolissimo. Ma io lo spagnolo sì sono stato una settimana a Barcellona due anni fa però, replicherà il pubblico, bon sottotìtolati. Nota, caro mio, che sono nato con il doppiaggio, e che doppiaggio, tutto fatto da attori di teatro ( anche il mio maestro Rissone fratello di Giuditta, cognato di De Sica), prendi Stoppa, prendi la Morelli, la Simoneschi la Lattanzi ( tutte madres parla-lelas) da doppi vocali che spesso creavano, tradendo talvolta l’originale, un personaggio nuovo e magicamente incollato alla matrice tradita.

Ciò detto M.P. è un film epico, brechtiano e dunque politico. Scandito a siparietti e forte di forma drammaturgica antica e propria ad Almodóvar: intrigo, intreccio, peripezia che sfociano in doppie e triple agnizioni(riconoscimenti). Nell’impossibilità di farne un’analisi formale alla moviola giungo a una conclusione del tutto personale: il figlio scambiato tornerà alla madre bambina che così passa dritta all’adulzie, e il figlio morto troverà il suo doppio storico e genetico nei figli di Spagna assassinati dai franquisti nella guerra civile. La madre parallela è dunque Madre Spagna (le madri, le ave di Spagna) che dal suo ventre-terra ha partorito gli spagnoli moderni, adolescenti indifferenti e ignoranti come Ana, Milena Smit di spalle assai larghe nel confronto con la sua antagonista Penelope Cruz/Janis ( ultimo scempio Gianis invece di Hanis, sacco in testa e botte al traduttore) che dà l’ando al film decisa a scavare nella memoria politica, la guerra civile ( guerra che fu un tentativo di pulizia etnica e culturale, e di soppressione generazionale), e che nell’ultima immagine, il disvelamento della fossa comune con il funerale a posteriori con tutto il paese a generazioni unite, trova la mossa finale nel gioco di scacchi che Almodóvar conduce: inquadrature nette, primissimi piani, totali enormi in movimento alla Kurosawa, silenzio, posa e scatta, il resto lo fanno le attrici/tori, dissolvenza a nero. Rispetto ad altri suoi lavori, mi suggerisce mia moglie, qui Almodóvar mette in scena le pance senza pancia, con il rigore da patologo forense del suo virtuale alter ego nella vicenda, Arturo/Israel Elejalde. Così il film rivela lo scambio in culla, la soppressione, la Verwerfung della memoria culturale, politica, storica. È così che noi altre animelle sensibili, cresciute nel mito della Guerra civile, della generazione tradita e mai riscattata dalle Resistenze in Italia e Francia, piangiamo ma a singhiozzi, caro mio. Lacrime amare. In quella fossa finale ci sono gli scheletri di tutti i nostri padri. E Madres Paralelas.

Antonio Machado  – 1938

A Lister, jefe de los ejércitos del Ebro

Tu carta -oh noble corazón en vela,
español indomable, puño fuerte-,
tu carta, heroico Líster, me consuela,
de esta, que pesa en mí, carne de muerte.

Fragores en tu carta me han llegado
de lucha santa sobre el campo ibero;
también mi corazón ha despertado
entre olores de pólvora y romero.

Donde anuncia marina caracola
que llega el Ebro, y en la peña fría
donde brota esa rúbrica española,

de monte a mar, esta palabra mía:
«Si mi pluma valiera tu pistola
de capitán, contento moriría».

P.s. il film dovrebbe essere diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado, insieme con le immagine dei funerali ieri dell’ultimo partigiano francese, dunque d’Europa, Hubert Germain.

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