Di tempo in tempo-Aión

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Αιών, Χρόνος, Καιρός, Aiòn, Chrònos, Kairòs sono i tre termini che designano nel greco degli antichi le tre modalità del tempo, ossia l’infinito, il cronologico, il momento – la pienezza del tempo ( in Aiòn, Alberto Giovanni Biuso – Villaggio Maori  2016 – pg. 30)

Sempre a proposito di tempi, perduti e non, Aiòn è il titolo ovvero il tema che il filosofo ha assegnato al suo ultimo libro e che,  a mio modo di vedere, dovrebbe essere il libro del cuore di tutti gli uomini di buona volontà; la stessa buona volontà di Nietzsche nell’andare contro il proprio tempo, come scrisse Rudolf Steiner *, nel ribaltare le carte in tavola ai Kulturphilister, ai filistei della cultura**. Bari, nel senso di cheaters. Aiòn è un libretto tanto breve quanto concentrato, quanto complesso; scandito temporalmente da una partizione in tanti capitoli – sei, Teoresi, Filosofia, Fisica, Antropologia, Estetica, Metafisica – quanti sono dunque i legami di Tempo con i fatti, con la materia, con il pensiero, con i sotterranei della vita quotidiana che, peraltro, dai tempi più lontani è il campo di esplorazione del filosofo; e con una struttura compositiva che rimanda al rigore e a certe ricorsività della composizione musicale – ogni capitolo finisce con sei differenti variate cadenze intorno alla stessa parola, Αιών: il tempo è quest’identità differente. (…) L’essere è evento. Ogni immagine-mondo stabile e perenne va sostituita con un’immagine-tempo che è la verità del mondo. Un tempo che non consiste soltanto nell’ordinata geometria del χρόνος ma anche nel frattale sempre nuovo dell’Αιών (ivi Metafisica – pg. 117).

Chi conosce Alberto Biuso sa come, ascoltandone il discorso, all’interlocutore sia dato di vedere il suo pensare costruirsi, prendere forma fisica nell’aria, di parole màndala***, che pronte disappaiono là dove non si copino nel pensare altrui, e dunque come architetture in movimento continuo la cui traccia permane e non si sa bene, dopo – dopo, hmm – che forma abbiano acquisito****. Forse quella di sentimento. Il pensiero di Biuso prende tempo, cioè si prende una parte di chi lo deve riformulare in sé, per adattarlo, per cumprehĕndĕre, scilicet, farlo proprio a dispetto, non di rado, da quella intelligenza che di ogni dire altrui si pretende automatica e vertice del sapere, cioè del aver sapore. Ma domandarsi se intellĭgĕre è comprendere sarebbe opportuno. Nel tempo, mi sembra di non avere strumenti ragionevoli per capirmi  ma di comprendere, ovvero, dopo un po’ di tempo, di avere in me sotto qualche altra forma i detti e i fatti. Di averne acquisito la materia senza che io abbia fatto nulla per conquistarla. Ma questi sono fatti miei. Non saprei fare una lezione su questo libro importante, così tanto sottolineato e notato e dunque amato da rendersi necessaria non una ma diverse riletture, l’assimilazione, la mutevole comprensione. Posso dire che mi pare ribalti le carte in tavola ai bari, appunto. Che instilla una profonda, folgorante intuizione del limite, in spregio del quale ecco ὕβϱις, la dismisura che tutto devasta, mandando fuori tempo l’atto, l’umano per lo più. Non mi pare infatti che esista questo luminoso concetto greco nella cosmogonia dei gatti. Aiòn.

Il tempo è la realtà stessa che rende l’universo da noi conosciuto un’indissolubile unità dentro la quale tutto è legato a tutto (…) L’unità metafisica ed estetica del tempo (…) che Heidegger chiama Zeitlichkeit (temporalità ndr.) Tale unità primordiale rappresenta uno dei nuclei dell’ontologia fondamentale, che in Heidegger è costitutivamente linguistica  poiché si danno mondo e comprensione del mondo soltanto nel e attraverso il linguaggio che è linguaggio del tempo nel duplice senso del genitivo: linguaggio che nel tempo accade, linguaggio nel quale il tempo parla. (Aiòn pg. 30)

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* Rudolf Steiner Friedrich Nietzsche, ein Kämpfer gegen seine Zeit (1895) – Rudolf Steiner Verlag – Dornach 2000. Se non avessero incontrato Nietzsche sarebbero rimasti dei perfetti filistei, ed ora – cosí Steiner a proposito di molti sedicenti discepoli del filosofo si atteggiano a nietzscheani. in F.N. un lottatore contro il suo tempo prefazione di Piero Cammerinesi. Tilopa 1985
** in Friedrich Nietzsche Considerazioni inattuali
***sanscrito मण्डल trasl. maṇḍala letteralmente cerchio. ( in dizionario Italiano – Sanscrito on line) Nel buddhismo, rappresentazione simbolica della reintegrazione dell’esperienza individuale nell’unità primordiale del cosmo: raffigura l’universo intero nel suo schema iniziale e nel suo processo di emanazione e di riassorbimento. Si presenta come un complesso diagramma concentrico e può essere espresso anche mediante l’architettura. Può essere eseguito con le tecniche più diverse: un intreccio di fili distesi su un telaio di bastoni in croce; tracciato sul suolo mediante polveri di vario colore; disegnato su carta, dipinto su stoffa o affrescato sulle pareti dei templi. (in Treccani) – The Swiss psychologist Carl Jung published studies of mandala-like drawings executed by his patients. In his view, the spontaneous production of a mandala is a step in the individuation process—a central concept in Jung’s psychological theory—and represents an attempt by the conscious self to integrate hitherto unconscious material (in Britannica)
**** Le particelle sono così poco elementari da non sembrare particelle (ndr).
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Tempi perduti

samead A.G.B.

Non pochi o forse solo alcuni tra quanti chi più chi meno hanno la mia età e dunque un breve e più che mai incerto tempo residuo da consumare, abbiamo vissuto in una sorta di infanzia della ragione inconsapevoli o tardivi  testimoni della leucemia che il mondo, inteso da noi per errore come il guscio protettivo che genitori e adulti lottatori per il bel sol dell’avvenir ci avevano lasciato, stava invece subendo fino a manifestarsi nei modi che oggi ci sono noti. Creduli abbiamo creduto, e per un certo tempo così ci è sembrato di poter credere che la nostra vita, il nostro esserci, si sarebbe svolto lungo un asse verticale di modesto magari ma confortante progresso, di rinvenimento del nostro piccolo locus, prima del loculo. Che sarebbe arrivato di sicuro per noi il momento in cui avremmo potuto vivere della nostra intelligenza una vita da Proust non afflitta da contingenze, liberi di fare del nostro pensare per parole la propria elettiva ed eletta attività. A contemplare il nostro giardinetto svizzero. È evidente per chiunque non sia arrivato al così detto successo, ovvvero a qualcosa di più della mera sopravvivenza e a qualcosa di meno della crocifissione, che così non è stato e che il successo in sé si riassume nella ovvietà di quel che è successo; che chi lo ha raggiunto è in virtù di un opportunismo immorale o amorale, secondo le inclinazioni di ciascuno, secondo le famiglie, il clan, la ‘ndrina o semplicemente secondo l’occasione colta senza remore e in cui si era ritrovato senza talento altro che quello di sgomitare e correre in un campo coatto di calcio in costume, alla fiorentina; o di essere tanto furbo da uscire dalla trincea per ultimo quando il grosso dei morti fosse già così ben fatto da lasciare le mitragliatrici aliene e stanche a raffreddarsi. Sicché il mondo pare più che mai uno Stalag, la grande fuga dal quale, se praticabile, risulterebbe un grande suicidarsi. Una volontaria operazione malthusiana. Nel tentativo di lasciare un po’ di tempo ai figli e ai figli dei figli. La sterilità non si addice all’umano. Se è il peggiore.

Nella piccola loggia fiorita dalla quale contemplo per mia fortuna le montagne e il lago ogni mattina, osservo il lavoro delle api che si dedicano a quei fiori che ieri erano in boccia e che oggi hanno la forma di angeli maturi. Sembra che abbiano memoria o che addirittura tengano il conto di quelli che hanno già visitato le api, e si dedicano solo ai nuovi con metodo. Poi vanno via. Non saprei dire se mi sono spiegato.

Certes il est légitime que l’homme qui rédige des rapports, aligne des chiffres, répond à des lettres d’affaires, suit les cours de la Bourse, éprouve, quand il vous dit en ricanant:” C’est bon pour vous qui n’avez rien à faire”, un agréable sentiment de sa supériorité. Mais celle-ci se affirmerait tout aussi dédaigneuse, davantage même (car dîner en ville, l’homme occupé le fait aussi) se votre divertissement était d’écrire Hamlet, ou seulement de le lire.*

Marcel Proust –Sodome et Gomorrhe – Gallimard pg. 1036.

*È per certo legittimo che l’uomo che redige rapporti, allinea cifre, risponde a lettere d’affari, segue il corso della Borsa, provi, quando ghignando vi dice, Buon per voi che non avete nulla da fare, un piacevole sentimento di superiorità. Ma quest’ultima si manifesterebbe del pari sprezzante, persino di più ( ché cenare in città è affare anche dell’uomo occupato) se il vostro divertimento stesse nello scrivere, o soltanto nel leggere, Amleto.
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Die tausendjährige Reiche*

Non ho mai avuto simpatia per gli egiziani. Intendo quelli vecchi, là, fuori di mano**, ad aspettare il limo del Nilo e a tirar su megaliti grazie a una moltitudine asservita al ghiribizzo di geometri con l’istinto e il potere di Speer***. Non dissimili, coloro, da quei geometri cui fu dato il potere, per esempio in Italia, di tirare su casette in stile distributore di benzina e fino al primo piano, con tapparelle crick crock, cemento a vista e alluminii anodizzati là dove per secoli si era costruito con il legno e il granito e a misura di Pitz. Non ho mai avuto simpatia per gli egiziani e, fin dalla più tenera età, a sentirne cantare le lodi di gran civiltà mi sono sempre stizzito e volontariamente zittito; non sta bene incrinare  il coperchio al vaso di Pandora del turismo. Civiltà di morti in vita, sì certo, civiltà fondata con grande anticipo sul cristianesimo, su un mitologèma cadaverico. Civiltà dunque plasmata dai fondatori e dai propagandisti del mito stesso. Una casta di preti possenti come stivali delle sette leghe. No, mi dispiace per gli egittologhi e per l’ufficio del pittoresco egiziaco, ma quei loro dèi d’Egitto di basalto mi fan paura quanto una vecchia strega in burqa, anche e soprattutto se non posso vedere che cosa c’è sotto. In generale non apprezzo la morte, tranne in casi rari, quella di persone pericolose e odiose per esempio e mi dispiace per Gesù, unico fra gli dèi ad essere raffigurato sempre morto -dunque Nietzsche aveva ragione- almeno da dopo il medioevo che lo mostrava invece impassibile e iconico anche lassù attaccato alla sua croce. Sono andato con grande curiosità dunque a visitare il sito archeologico delle incisioni rupestri di Grosio in Valtellina. Sono recenti, in termini cosmici. Tra i 6.000 e i 4.000 anni fa i più antichi, i più moderni risalenti all’età del ferro che, nel Nord d’Europa, si situa intorno all’VIII secolo antechristo. Cioè coevi primitivi, poco più poco meno, dei nostri egiziani piramidòfori. Ma al contrario di costoro, lassù in Valtellina niente piramidi. E per un bel po’ niente preti, i quali si rivalsero più tardi, installandosi a dominar le valli dall’alto di chiese fastose quanto incombenti e disseminate come se da esse o per esse venissero su il grano e le patate. E la gente giù in ginocchio. Su un pietrone simile al dorso di una balena enorme, centinaia di semplici incisioni fatte a bulino o scalpello non da schiavi ma da uomini liberi di fare i loro disegnini nella roccia, di farsi testimoni e attori della loro umanità bambina. Le incisioni sono identiche a quanto ricordo dei disegni infantili: uno stecchino per in su, due stecchini per in giù con altri due ancora congiunti a squadra, e due stecchini aperti per aria. Al centro un buco per simulare una testa e il tutto simboleggia, e che sia simbolo è evidente dalla mancanza che definisce il simbolo, mancano muscoli, torniture, e lo stecchino non può rivaleggiare con uno scheletro in buona forma; si capisce insomma che gli otto tratti scolpiti significano un bipede umano, mentre altri messi di profilo indicano esseri umani forse in ginocchio. Guerrieri e fedeli dicono le guide che si attengono con buona probabilità alla divisione fondamentale dell’umanità in servi e padroni. Chi lo sa. Non so perché il tratto infantile dei segni mi ha risvegliato il paragone con i signori potenti del Nilo, tutti finiti a far sabbia del loro fiume dopo avere signoreggiato per millenni sui loro profili occhiuti e tettuti. E mi ha ispirato un’istintiva simpatia per quei piccoli montanari adattati all’impero delle Alpi, vere dominatrici esse, con i loro ghiacciai, le foreste, i ricchi torrenti e i campi dove era facile coltivare qualcosa senza disturbare nessuno con conquiste, dove vivere in armonia con esse non fu mai facile ma possibile. L’evoluzione ha tempi differenti per luoghi e modi differenti, lo si sa. Anzi fa il suo tempo dove le pare. Vivano i graffitari, abbasso die Tausendjährigen Reiche*** images

*i Reich millenari
**come in Giuseppe Giusti (1809-1850) Sant’Ambrogio.
*** Albert ∽ (1905-1981) l’architetto del diavolo  ovvero di Hitler.
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Noli negligere

In questo scorcio di tempo di èdita violenza, assistiamo a tutto un tracimar d’orde non accostumate al più piccolo dei compromessi con il buon senso in nome della patria e della fede, cioè di ciò che li riconduce alla cultura ma del duce e delle ciocie. Si osserva in da per tütt un bel minuto d’odio quotidiano e non ce ne accorgiamo. Non c’è da temere il 1984, siamo già oltre. Gli Stati Uniti sembrano non essere mai stati così uniti nel titubare tra un parrucchiere, senza la virtù di essere bensì rosso e molto malpelo, iperbolico con gli aggettivi per compiacere una clientela poco affezionata alla sintassi; e una sciura Narcisa naturalmente americana, un po’ la Anna di De Sica in Ieri oggi domani ma deprivata del bello abbacinante di Sophia Loren, che tutti i giorni però va dalla nipote di Wanda Osiris a farsi pettinare i sogni rifatti. A che pro si sa, si tratta di istigare all’urlo, mica altro. Lo so, le immagini sono rivisitate e risapute, y es que en el mundo traidor/nada hay verdad ni mentira:/todo es según el color/del cristal con que se mira*; ma par proprio che non mutino che di poco le cose, stante che le persone negano la propria entropia riempiendosi ogni globulo di botulino. Dunque è la specie bipede, con l’esclusione di quelle volanti, galleggianti e becchettanti, che va alla rovescia rispetto a una natura così meticolosa nel mutare. E in questo paese per vocazione Furbo e Scapìno che, al pari di Freccia**, mostra sempre le altre mani al padrone e quelle posticce a chi si beve le notizie tra una spumador al bar e un immojito a Calafuria, in questo paese che ripudia la guerra ma non chi la fa e non aspetta a farla, anzi a farla sicci spinge, in questo paese così accostumato a sparare all’urbigna ai dejà morts, non si neglìgono accenti bellicisti da ora che siamo in guerra tanto vale starci, volenti al paperènzolo volante con tutte le sue annidiate. Di questo paese, una delle unzeitgemäße Betrachtungen***da rendere contrarie, atto non tanto di intelletto ma di buon senso appunto, più che di pacifismo retorico, sarebbe dichiararsi unilateralmente neutrale, chiamarsi fuori da qualsiasi ombrello protettivo nato e malnato, restituire il paperènzolo alla fabbrica della Chicco che l’ha ce l’ha gettato nella vasca mediterranea, assicurare compiti di difesa passiva ai soldatini, così che se ne stésseno tranquilli a puliziar le armi, e poi godersi in pace lo spettacolo dei bombardamenti tutt’intorno, meglio che per televisione. Prospettare sempre il vantaggio della vista mare ai turisti in cerca di forte pittoresco e compassionevole, inaugurando così una felice stagione di sfruttamento dell’attualità per le regioni meridionali. Con apposti amplificatori, dalla punta al tacco fino  da laggiù dalle tonnare trapanesi, si potrebbero ascoltare in diretta i groum groum dei carri, gli swish swosh dei bombardieri con la scia dolorosa dei loro broum broum, là dove depongono l’oro del loro tritolo. Amen.

*Ed è che in questo mondo traditore/verità e menzogna/si adeguano al colore/della lente di chi le sogna, in Las dos Linternas I, 9 di Ramón de Campoamor y Campoosorio (1817-1901) poeta del Realismo spagnolo.
** in L’Avaro di Molière (1668) Freccia è un servo di Arpagone, il protagonista. Da qui la citazione in aI/sIII
…FRECCIA
Va bene, esco.
ARPAGONE
Aspetta. Porti via qualcosa?
FRECCIA
Che cosa potrei mai portare via?
ARPAGONE
Vieni qua. Fammi vedere le mani.
FRECCIA
Eccole.
ARPAGONE
Le altre.
FRECCIA
Le altre?
ARPAGONE
Sì.
FRECCIA
Eccole.
ARPAGONE
E lì dentro, che cosa ci hai messo?
FRECCIA
Guardate voi stesso.
ARPAGONE (tastandogli la parte inferiore dei pantaloni)
Pantaloni così ampi sono il ricettacolo adatto per ogni refurtiva; vorrei tanto che avesse- ro fatto impiccare qualcuno.
FRECCIA
Ah! un uomo come questo meriterebbe che gli capitasse proprio la cosa che teme! e quanto mi piacerebbe derubarlo…
***Considerazioni inattuali – Friedrich Nietzsche-1876
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Istàmbul

Questo non è luogo di rimpianti. Non ne ho nelle stessa misura delle speranze cui preferisco il capire, là dove possibile, il domandarmi sempre. Ora e molto a proposito suggerisco la lettura preventiva di Iliade

http://www.biuso.eu/2016/07/23/iliade/#comments.

Ho di Istàmbul un ricordo beato, prepotente, esagerato. Ci andai due volte per un breve periodo; del secondo, a distanza di dieci anni dal primo e non per diletto ma per lavoro, ho in mente solo che le strade giù da Taksim al mare si erano popolate di certi negoziacci brutti e antipatici, di jeans turchi e telefonini. Del primo viaggio rammento invece le notti di animazione febbrile, le camminate estatiche di giorno per carpire l’oro, l’incenso e la mirra di una Bisanzio nata non proprio vergine dalle acque del greco mar, ché greco suonava alle mie orecchie il turco di quei miei giorni felici. Rammento una coppia di professori tedeschi, Filemone e Bauci traghettati a Heidelberg ed ora in traghetto per la città orientale, Üsküdar. Cercarono di chiedermi, in turco, non so che cosa di piuttosto complicato ma tale da mettere in difficoltà anche il loro incerto inglese. Avevo imparato invece abbastanza turco da confondere i bigliettai ed ero abbastanza mimetico da spaesare dei vecchini ingenui che, per turco mi avevano confuso.

Di Istàmbul ho memoria di certe strade nere di polvere d’alluminio per via delle officine di lattonieri e calderai che le popolavano; di un pomeriggio trascorso a seggiola con un magnifico esemplare di mercante sefardìta dall’incantevole francese, cui solo verso la fine di una breve trattativa per un piccolo kilim dal prezzo modestissimo, sostituì la favella toscana che egli parlava con tutte le giuste aspirate e blese cui il vernacolo obbliga; del corno d’oro negro di liquami, gora più che cornucopia; di un ambulante decrepito e miserabile ma dignitoso, delle sue benedizioni per avergli comprato tutti i bicchieri del suo carrettino; degli occhi glauchi di un capitano giovane che, interrogato su un indirizzo, alla voce dava un indirizzo formale e agli occhi l’ispirazione di poco formali ma ben formati desideri, allora ero molto carino, mi dicono; di donne che, fuori da una vecchia casa di legno, brusca di saggina, sapone e sistola, lavavano, stesi sull’acciottolato, tappeti di stupefacente estensione; della collina con il caffè Pierre Loti, un silenzio così denso da sembrare dipinto da un miniaturista ma con una coppia di studentesse americane interessate al loro bedecker più che a quello che stava loro intorno. Su per la salita un cimitero a vista dei tavolini,  ai suoi piedi, del cimitero non dei tavolini, la  impressionante moschea  di Eyüp (1458). Ah, delle moschee era notevole a volte il sentore dei piedi intonato sia con le decine di scarpe del di fuori sia con la magnificenza dei di dentro. Dopo tutto i fedeli non sempre sono fedeli alla pulizia, nonostante i lavacri per solito disposti nei giardini o nei chiostri esterni, con festoso e igienico ordine. Città di acque. O forse di puzza erano portatori infedeli i turisti gravidi di teleobbiettivi sulle pancione me-magno-tutto-io. Mia moglie si era dotata di un scialle colorato, piuttosto bello, così che i molli ragazzi gentili che li custodivano non le dovevano spiegare gli obblighi di chi visita i templi. Esattamente come si doveva fare a Venezia nei pochi anni sessanta rimasti prima del ’68 per adire le duecentocinquanta, chissà di più, chiese della città. Là, fuori da San Marco, c’era un uomo in nero e in polpe, mazza col pomo d’argento e tricorno che sbarrava il passo a chi non comprendesse che per passare dalla città anacquata e imbrogliona all’anticamera del paradiso, l’abito composto e componibile era di rigore; giù il cappello i maschi, su il velo le femmine. Le americane i cui mariti governavano l’Italia tramite la Cia, protestavano il loro non appartenersi cattoliche. Niente da fare. Il tricorno era ecumenico. Le religioni rivelate, per loro natura, la rivelazione, ovvero l’arrivo nel quotidiano dei fantasmi della ragione che genera mostri anche senza essere assente, vengono dall’oriente dove il confine tra dentro e fuori, tra mio corpo e tuo, tra voci di dentro e voci di fuori è tanto incerto quanto di preciso nelle psicosi. Il cristianesimo non avrebbe avuto un cammino dissimile da quello che agita il folle dichiarato sulla sua strada, si badi che egli  non è meno responsabile del supposto sano nel momento in cui decide di farsi saltare in aria, se non fosse stata contaminata la follia trinitaria con tutto quel che si agita in essa, dal razionale romano e dal ripulisti rivoluzionario, e per nostra fortuna. Di tempo ce n’è voluto si intende ma dai e dai il cattolicesimo ha razionalizzato il delirio di Paolo di Tarso, uno che vide di tutto per mare per cielo e per terra e che indusse alla strage non meno di un ayatollah e avrebbe continuato fosse rimasto là dove i deliri hanno la meglio sul loro confinamento. Quando lo citano ancora, citano un indemoniato non minore di altri, ma ormai preso per uno zio bizzarro alle cui nefandezze eretistiche la famiglia non acconsente più, ma tace e via con il Valium. I negozini di bricabraglie e souvenirs a Venezia mettevano intanto a reddito numerose, le vendite di pezze da testa. Allora non si usava peraltro girare in mutande travestite da regginatiche, pinocchietti e reggipetto low cost e infra-il-dito il sudicio. Chi avesse avuto le ulcere da diabete le teneva coperte o addirittura medicate. Pudiche calze contenitive occultavano le varici. Oggi la strada è l’ostensorio delle patologie, il teatro anatomico. Massimo del dedécoro per una donna peraltro era un abito sbracciato, per il resto non erano ancora in voga le minigonne e gli spacchi e gli abiti sbilenchi, un ischio scoperto di qua un malleolo occulto di là; non erano nati né dolci né gabbanti e nessuno ne sentiva davantage la mancanza. Del resto erano tempi in cui si tentava di insegnare ai bambini quella che era ritenuta la buona educazione. E che consisteva in una sintesi di sberle e no equamente distribuiti in forza, frequenza e intensità quando, come era usa dire mia suocera, i bambini seccavano.

Non era un mondo migliore, né i tempi o migliori o peggiori. In Algeria morivano a ciuffi per un agognata quanto inutile quanto ferale libertà. Oh la tortura la tortura. L’OAS ammazzava in Francia, meno ma con lo stesso puntiglio di qualsiasi altro frastornato assassino. Metà del mondo era governata con successo dai T54, l’altra metà, Italia in primis, da personaggi di supporto al malaffare, tutti impomatati, ma con la discrezione degli attaché d’ambasciata, non con la burbanza dei cavalieri di Arcore. Israele era ritenuto un esempio per via dei pompelmi e altre amenità coltivate là dove c’era il deserto, strappato agli arabi prima che alla sua natura di deserto. Indro Montanelli (1909-2001), ne esaltava le forze armate, di Israele non del deserto, capaci, volendo, di minare in silenzio il bidet di Nasser, scriveva, e poi tutti sorrisi, sigarette e pacche sulle spalle soldati e ufficiali dell’armata stellata. Senti un po’ tenente. Si può dire che si esplodeva molto meno allora salvo in piazza Fontana e, più tardi altrove e come cosa nostra. Insomma il passato era di terrificante moderazione.

Non tornerò mai più a Istambul. C’è stato un periodo in cui avevo sognato di morirvi, non esploso o catturato dalla polizia, ma in pace e lungo rive del Bosforo. Sogni di chiara marca imperialista. Ora i turchi si fanno tutto da sé, golpi, còlpi di bambinette e dittatüre. Ben fatto. Le cose indispensabili da fare ora sarebbero, per dei pensanti bene, uscire dalla Nato o espellerne la Turchia quando, da periclitante sì ma laica repubblica, avrebbe dovuto, essere accolta in illo tempore da un Europa intelligente che non c’è mai stata, tanto che si manifesta e si esprime in accorati appelli della Spinelli; dichiarare unilateralmente una sana neutralità, ritirare i contingenti di pace belligerante da tutti teatrini allestiti nel mondo, revocare gli ordini di beni, oggetti e strutture e sospendere i commerci con quel paese, anzi mandarceli, imporre lo stesso embargo imposto per isterica quanto folle ripicca dall’America alla mite Cuba, chiudere la frontiera tra quella pallida aringa chiamata Europa e il sub incontinente anatolico. Per i prossimi dieci, venti, forse, trent’anni, oggi i regimi peggiori non sono sottoposti all’orologio dell’obsolescenza programmata, la Turchia, paese di bei modi gentili quanto di  sordide e brusche turlururìe, è da considerarsi non so che cosa, se un capannone di detenzione in scatola di montaggio o un probabile laboratorio di cultura batterica per altre possibili e financo passabili dittature; ne sappiamo qualcosa qui in Ruropa, mica credere, dopo tutto nel Portogallo di Salazar bastava stare al proprio posto, non forzare la mano ad esigere una vita decorosa e nessuna polizia ti molestava. E nemmeno i preti, q.b.

Ma non sarà così. Passate le caldane sudatizze di Erdogan, i turisti torneranno ad abitare il bazaar dei loro deboli immaginari, affolleranno i negozi di lokums, si abbufferanno di cozze e babbucce e osserveranno soddisfatti la polizia in assetto di guerra. Uguale dappertutto, Dopo tutto, dirà la signora Narcisa, c’è un gran movimento, la gente va in giro, si può comprare tutto. E tutto sa finisce. E ricomincia. Bin bon bon al rombo del cannon.

A proposito di greco mar http://www.antelitteram.com/antologia/foscolo.htm

A proposito di Istambul e per chi volesse leggerlo, suggerisco la lettura di un libriccino memoriale di tale Victor – Vittorio Eskenazi, Grazie della gita in calesse. È difficile da trovare, ma forse in

http://www.anobii.com/books/Grazie_per_la_gita_in_calesse/9788842200772/018d00f4b17b331233,

A proposito di appelli

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/24/turchia-barbara-spinelli-lancia-appello-a-istituzioni-europee-dovete-vigilare-sul-rispetto-dei-diritti-fondamentali/2929970/

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16 luglio

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Fantasmi

Una donna vecchia e sonora attraversa la strada richiamando, come fossero pulcini nell’aia, i suoi nipotini ruzanti sulle strisce pedonali. La sottana lunga, le calze pesanti di cotone, eppur la giornata è caldetta anzi che no [1], le scarpe anacronistiche, la camicia bianca, il farsetto, il fazzoletto, blu a fiori bianchi, ben teso in capo dal nodo chiuso sulla nuca. Non un capello sfugge alla sua morsa. Non è siriana, né turca né basca, né siciliana né drusa a dispetto degli occhi chiari che hanno visto i Lanzichenecchi anche se non li hanno visti. Parla il dialetto della Valsàssina e cammina per Lecco -Italia- una domenica mattina. Orario di Messe.

Un uomo sta bene nella misura in cui sta lontano da se stesso. Alla domanda se si sentono europei o italiani, un  paio di giovanotti mondani colti dal microfono di una cacciatrice di attualità, sul far de’ navigli malannessi rispondono, l’uno con zuffo e baffo, Bè italiano sì, cioè calabrese di più, e l’altro, un Barbarabba, Io molisano; che sta, non si creda altrimenti, per nativo del Molise.

Delle risposte non c’è da ridere. Al contrario. L’appartenenza a un territorio credo possa far risalire al mito della madre terra, all’utero fecondo cui voler ritornare per sempre, al godimento originale, alla pulsione di morte, direbbe forse il gran viennese. È il desiderio. E c’è da credere che un giardiniere dello Schleswig-Holstein piuttosto che un allevatore su su nelle Shetland, darebbero le stesse o simili risposte. Alla domanda su che cosa possa legare tali distanti personaggi a un’ancóra più distante astrazione chiamata Europa è evidente che la risposta è,oNulla. Eppure è qualcosa.

L’Europa è un fantasma[2]. Evropi. Ευρώπη da εὐρύς, eurýs, lungo e ὄψ, óps, vista, da cui [la donna] dalla vista lunga. Si può dire che si aggiri dal tempo della fine dell’impero romano d’occidente. Ma ha da fare con il desiderio ed è piuttosto antico quindi. Lo evocarono i romani facilitati dal fatto che, ai loro tempi, né presso di loro, né presso i popoli bene o male conquistati all’idea che cìvis romanus sum, di nazione non esisteva il concetto. I barbari fecero fuori il progetto su cui tornò il barbaro Carlo Magno, affogando la propria ambizione di potere, che esercitò dalla Normandia all’Italia alla Germania, in un marasma di massacri, battesimi forzati, deportazioni di massa. Da un secolo all’altro, a partire proprio dalle guerre sassoni (772-804 d.C.) l’Europa è lì da vedere ed è bensì teatro stabile di guerre europee, proto-mondiali, diversamente classificate per durata, dei trent’anni (1618-1648), dei sette (1756-1763) o per scopo e fuoco, di successione spagnola (1701-13 Pace di Utrecht); di successione polacca (1733-1738 Trattato di Vienna); di successione austriaca (1740-1748 pace di Aquisgrana). Conflitti che stabiliscono legami logoranti e feroci tra diversi. Balugina il mito di un’Europa, consacrata alla ragione questa volta dalla Rivoluzione francese. Isolata dal resto del mondo, sotto assedio, l’urto da fuori la Francia da sola non avrebbe retto. La rivoluzione, l’unica autentica checché ne dicano in CL, era necessario esportarla. Fu asportata. Napoleone si impegnò nel tentativo di far fuori i vari potentati tedeschi, l’Austria-Ungheria, la Spagna stessa, e le appendici italiche. Ma Napoleone era basso di statura e guardare le cose dal basso non acuisce la vista, fa vedere miraggi. Mosca fu un miraggio cui soccombette. Francesco Giuseppe, per quanto non fosse un’aquila, era alto abbastanza da contemplare le cose dall’alto delle collinette di Grinzing. Così che l’esperimento di Europa meglio riuscito si potrebbe dire fu quello della duplice monarchia. Esperimento silurato dal prototipo del terrorista, quel Princip [3] che a dir le sue virtù basta guardarne oggi la fotografia di inclinazione lombrosiana. Occhi invasati e miopi, tipici del portatore malsano di cultura, visuale offuscata che non arriva là dove riuscì Leopardi, a vedere oltre l’érmo colle. Il nazionalismo è la massima espressione mortale della cultura dell’auto-affermazione, del guardarsi a solo nello specchio della propria adolescenza senza potere concepire la necessità di una civiltà, cioè di un limite all’onnipotenza del paesello bambinello da cui si proviene e nello stesso tempo, per paradosso, di un allargarsi – eurýs, eurýno, allargo – ultra confinario. Di un allontanamento, di un prendere le misure prospettiche. Tale è la differenza tra cultura e civiltà già chiara a Freud, Ci basta dunque ripetere che la parola “civiltà” indica l’intera somma delle opere e delle istituzioni in cui la nostra vita si distacca da quella dei nostri antenati animali e che servono a due scopi: a proteggere l’uomo dalla natura e a regolare i rapporti degli uomini tra loro [4]. Un uomo comincia a star bene nella misura in cui si tiene alla larga da se stesso. Dagli una patria e un’identità e ne farai un vero spostato e un attaccabrighe. Il secolo accecato, il presente e vivo, non capisce quanto siano lontani i lumi di una ragione malintesa monocola ché le ragioni sono dèe molteplici, multiple e multiformi. L’ultimo tentativo di Europa, minuscola, è al seguito della catastrofe del ’14 con il suo secondo corollario e dopo tutto quello che in Europa le patrie nane seppero concepire di malvagio, fascismi originali e compatibili, tutti ben imbanditi alla mensa di popi e papi, ex ammiragli, reggenti, marescialli, invasati generici, francischifranchi e fantaccini disoccupati. Tutte ciribiciaccole pro-dròmo suo. Tutti piccoli con limite tendente alla microscopìa. Esenti la Svizzera e uno degli stati scandinavi. Questa è la nostra storia però e, non rinnegata, non verworfen, la storia servirebbe a una critica degli atti. Negata porta al presente che è comodo alla pubblicità e ai bikers, ultima tra le mutazioni che ha subito il politico, da filosofo a unno a gasolina. Una civiltà, stante che è un’immaginazione, o una sublimazione delle spinte primitive che le culture, frutto del singolo portatore umano, hanno in seno, che è un atto artistico, di creazione di là dai fatterelli, ecco, direi che una civiltà si disegna su una tela vuota. Non su un foglio di calcolo usato, né in un libro di vecchia partita doppia. Tutti i progetti europei e anche nazionali  nacquero da menti politiche, sostanzialmente fantasiose. Mazzini, Cattaneo. Manzoni. Teste. Mi si dica dove sono oggi. Quelle che sopravvivono, o si manifestano in territori protetti e inascoltati della riflessione o appartengono all’ottocento del pensiero. E anagraficamente sono in un’età che le rende innocue agli occhi del piratàme che dell’Europa si è impadronito, cioè della sua larva, gli a lungo citati finanzieri, senza che sia chiaro quanto un finanziere sia nocivo tanto alla cultura quanto alla civiltà, e gli esangui funzionari e deputati di Bruxelles; in sostanza parassiti, in senso zoologico, profittatori, boiarducoli ubriachi di vomito. Alla costruzione di uno stato immaginario occorreva un disegno di civiltà. C’era, fu rinnegato, verworfen. C’era, era il comune a tutti i popoli, culture europee, dibattito e combattimento per liberarsi; analogo a quello che condusse i valligiani di Uri, Schwitz e Unterwalden alla Ewiger Bund der Drei Waldstätten – patto eterno dei tre cantoni – per l’affrancamento progressivo dalla prepotenza asburgica -1° agosto 1291. Sembra retorica ma qualcosa si dovrebbe riconoscere agli stupidi svizzeri che, in tutta evidenza non sono così stupidi per quanto l’orizzonte loro sia limitato dalle Alpi del benessere. Ma è comodo dare dello stupido a chi arriva prima di te a costruirsi uno stato sociale quando tu sei ancora, per dirla con Tabucchi, un’oca al passo. Sembra retorica ma se c’è qualcosa che ha accomunato gli europei di ogni landa è stata la lotta contro i tiranni. Lotta guidata da ultimo e in larga misura dagli isolani e isolati inglesi. Se lo ricordino i polacchi, i danesi, i norvegesi, i francesi, gli italiani, gli spagnoli, gli ebrei, i tedeschi, i cechi, accolti in Inghilterra dal ’40 in avanti e prima. E prima che in America. Fu l’Inghilterra gabellata per anti-europea a costituirsi dell’Europa primo bastione, dell’Europa primo seme. Almeno in pectore. La lotta per la Liberazione l’aggregante. Una lotta di un fac-simile di ricostituita civiltà contro la traslitterazione nazista del Kulturkampf ottocentesco. Un fatto non un’ideologia. Dopotutto il bolscevismo fu soltanto, parafrasando Majakovski, lo zarismo+l’elettricità, ovvero per citare Testori, sovra un lago di sanguo i pali della lettrizità communale [5]. Su questo fatto, se ricordato, andrebbe a mio avviso, riposta la pietra di una costruzione europea politica, di idee, di un contratto sociale, di una costituente che non c’è stata, di una costituzione negata da beghe di bassa pantaloneria, di patte e non di patti, a partire dal ripensare ex novo non solo il  patto in sé ma nello specifico il patto economico cui dar credito. La religione del capitale, il darwinismo sociale prospettato e attuato, con vari travestimenti abili dall’illiberalità del liberismo, ecco il veri sintomi della restaurazione compiuta da tempo e non ancora terminata, della patologia di cui, parliamoci chiaro, l’Europa, la sua pallida imago, per ora si è dimostrata prima afflitta, e in cui oggi s’è dissolta. Grazie al coraggio degli Inglesi. Dei vecchi, sì, gli altri sono imbambolati a sognare finger food, Chablis e voli low cost. Non c’è niente da salvare, la moneta, forse, i confini non saprei, ma se bastano due attentati e l’apocalissi della Siria per farli ridiscutere, in assenza di una politica europea e quindi si salvi chi può, meno male che c’è la NATO, i confini si potrebbero anche restituire ai legittimi geografi. L’Europa si può rifare solo a partire dal pensare anche modestamente ai quei quattro nomi che cita il professor Dario Generali nei commenti a Biuso http://www.biuso.eu/2016/07/02/brexit/, che suggerisco di leggere con passione; da confini sicuri in virtù di una solida neutralità di intenti, quale la rinuncia unilaterale alle armi e alle loro fabbriche. Pronti a difendersi peraltro, è dovuto a se stessi, mai ad offendere con la propria arrogante cicca ‘miricana e gli occhiali da bombardieri. Si dovrebbe costruire ex novo, a partire dalle differenze che le lingue e dunque le culture creano e che sono benedette perché sono e creano ricchezza, non per un‘identità europea che non c’è o che per ora è solo pronuba scimmiottìa dell’atteggiamento banderillero americano – non ci fossero le stelle e le strisce l’America non esisterebbe ché è federazione di ranchos, da cui la necessità di un mito, di Bibbie, di Lobbie e One God in which the dollars trust – ma per un’intimità con l’antichità , con il mito, comune a tutti gli europei, che non esistono ma vengono da lontano. Non dall’osteria dell’ultima cena ma dai banchetti degli dèi. Solo il venire da lontano può far continuare ad andare lontano. L’adolescenza non porta a nulla, ed è quello che viviamo, un episodio selvaggio nella storia del soggetto che si incunea tra le due storie fondanti le persone, quando riescano ad essere tali: infanzia e maturità, ammesso che di maturità per i popoli si possa parlare. Ma forse dopotutto sì. Fossimo almeno a corto di economisti e se in Toscana non fabbricassero ministri.

Nel carcere di Terezin, allo psichiatra dr. Peppenheim (1881-1943), Princip disse, (…) Suggerisco di inchiodarmi a una croce e bruciarmi vivo. Il mio corpo fiammeggiante sarà una torcia per illuminare il mio popolo sulla strada per la libertà [6].

Remember Dacca, reader dear.

[1] L. Da Ponte – W.A.Mozart – Così fan tutte – atto secondo
[2] Europa era la figlia di Agenore re di Tiro. Zeus se ne innamorò e si trasformò in un toro bianco per rapirla. Mentre coglieva i fiori in riva al mare, Europa vide il toro che si sdraiò tranquillo ai suoi piedi. Europa lo accarezzò e vi salì in groppa. Il toro si gettò in mare e la condusse fino a Creta dove Zeus, ripreso il suo sembiante divino le rivelò il suo amore. Ebbero tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Minosse divenne re di Creta dando vita alla civiltà cretese, germe a propria volta della civiltà europea. Da quel momento le terre a nord del Mediterraneo conservarono il nome di Europa.
[3] Gavrilo Princip 1894-1918. L’assassino dell’erede al trono d’Austria a Sarajevo, 28.06.1914. Condannato a vent’anni di carcere ivi morì di tubercolosi.
[4] Sigmund Freud Il disagio della civiltà (1930) pag 122 – Newton classici
[5] Giovanni Testori – Ambleto – atto secondo.
[6] da Dr. Martin Pappenheim’s (1881-1943) Conversations With Gavrilo Princip 5 VI  1916
There is no need to carry me to another prison. My life is already ebbing away. I suggest that you nail me to a cross and burn me alive. My flaming body will be a torch to light my people on their path to freedom.
in Gavrilo Princips Bekenntnisse. R. Lechner & Sohn, Wien 1926.
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