Cascaggini

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Samuel Jackson in un fotogramma da The Hateful eight di Quentin Tarantino.

Per il gusto di chissà cosa; lo so poi lo dico aspettare un attimo; mando al coram populo un’intervista apparsa in Gli amanti dei libri tempo fa; nella rivista è stata spostata nel dimenticatoio ma a me, anche se ne provo non poca vergogna, fa comodo riproporla da postumo,aggettivo e nome maschile; i nomi sono non di rado molto maschili. Un’intervista, poco da fare, poche balle, è un’ostentazione, esercizio di risalita su per i vetri insaponati, lap dance col palo unto, extra vergine d’oliva, giri che è una bellezza, sguisc sguasc, ma fermarsi ahi, Narciso nella regione dei grandi laghetti, paludette, man mano che si procede, zacchete, zacchete zac acqua fin dentro le scarpe; e fanghiglia. Nella prima risposta ne parlo male del Narciso ma ma ma si sa che è difficile ignorarlo; anche quando ci pare di desiderare l’ombra si finisce di aspettarsi lo sparo nel buio, il flash che ci renda, è un paradosso per certo, eccolo, temporaneamente immortali. L’importante con sé stessi è provare un buon grado di fastidio e trattare con la massima indulgente spietatezza le proprie cascaggini; anche senza darla a vedere, anzi soprattuto senza ostentarla, atto che ci farebbe ricadere nel peccato del laghetto; quindi ecco, per il gusto dichiarato di mettermi alla berlina  tel chi  il testo dell’intervista commentato qua e là da precisazioni leguleie, pedanti ma forse utili a rintracciare una sorta di dichiarazione di estetica. Che alcuni diranno chi-se-ne-frega, si dà per scontato.

Intervista per Barbara BOTTAZZI da Pasquale D’Ascola

BB. Hai scritto opere teatrali, racconti e romanzi. In quale di questi generi ti senti più realizzato come scrittore?

r. Credo di non saper rispondere in modo convincente e nemmeno succinto. Tuttavia, come ogni contenitore, la forma ha la sua necessità, egualmente l’estensione  del testo o ha una sua urgenza interna, o dipende da richieste ambientali, o dalle ambizioni del signor Narciso (deus traguardo dell’espressione – molto popolare ma pessimo mi pare tra i peggiori suggeritori) Conviene precisare che ho sempre scritto, pubblicare è un’altra storia e dipende dal caso e dalla faccia tosta che si possiede, io(me) poca (e dal chi se ne importa, la letteratura è come un negozio o i clienti entrano, magari a cercare quel che non vendi, o sfiorano appena le vetrine, regards obliques e buonasera a vostra signoria- Bohème a1/s1) Per campare ho fatto sempre il teatrante (vedi alla voce negozio) o l’insegnante ed è in questi ambiti che ho scritto diciamo da professionista, dopo la goduria del tema a scuola che a me piaceva più della ricreazione. (Banda) A parte, qualcosa di copywriting, coi limiti del brief, progetti di eventi aziendali, nel limiti delle tre cartelle, preventivo di massima incluso; lì avevo l’obbligo di sbizzarrirmi a stupire il possibile cliente per acchiapparlo; al Conservatorio scrissi decine di copioni per le esercitazioni e i lavori degli studenti; per forse quindici anni lavorai in Rai, olà anch’io come Gadda e Camilleri, film, solo due, moltissima radio dove la parola è tutto, serie, adattamenti, ricordo i Racconti di mezzanotte; occorreva tagliare, rimontare, riscrivere parti magari di un romanz/etto americano e pessimo, un gialletto (pallido) [o poco meno dove sempre  il delitto veniva compiuto per denaro e non come è più ovvio e più consono alla natura umana per il gusto del delitto (chi uccide per denaro è un piccolo borghese del delitto, un/a Conformista, un/a realista senz’arte; non si capisce a chi può importare se la signora Park uccide il marito, ricco avvocato per intascre l’assicurazione e fuggire a Copacabana –ti trovano dico due ore dopo la registrazione in reception – con l’amante maestro di sci acquatico; c’è di che annoiarsi come a voler  nuotare in una giornata di sirocco e bassa marea a Rimini); in ogni modo non erano rari i casi in cui lei, icastica dark or limelight lady, accavallate le gambe con intenzione, corresse ad aprire la finestra e che l’assassino le sparasse non alle spalle ma dalle spalle, le proprie]. Roma mandava da fare a Milano, loro  davano la traccia dei tagli, tu dovevi ingeniarti a costruire una sceneggiatura per farlo (farla la storia)  stare nei tempi, riscriverlo per renderlo logico, o alle corte in buon italiano. Non sembra ma così si impara a maneggiare gli strumenti o se preferisci le armi. Mi piaceva, mi è sempre piaciuto il lavoro modesto svoltato per bene, con abilità. L’arte è nell’uso dei mezzi, è il mezzo (mai invidiato nessuno, molti ammirati, Hitchkock per esempio così letterario). Alla stregua del ritratto o della sonata per pianoforte o del quartetto che riassume e allude all’orchestra, così il racconto non è solo ridurre, scarnificare, anzi è condensare, offrire un pasto completo con una sola portata. Una pizza insomma. Tutti gli artisti del passato hanno praticato la forma che più si adattava alla sua necessità interna, al suo destino; voglio dire che sarebbe stato dissennato, impossibile, stringere Las Meninas in un 50×70. A volte può essere difficile fermarsi al racconto, il racconto è difficile in sé, condensare appunto senza omettere, ma stare nel cornicione della pizza; ( non so se condensare è il termine adatto; si può meglio dire che il racconto si attiene alla più piccola cellula narrativa, la mette a fuoco e non guarda al contorno o poco; il racconto è un brano anatomico)  è un po’ come per l’attore nel cinema, il primo piano lo obbliga, non si può muovere da lì a deve dar tutto, raccontare, anticipare, riassumere, darla a intendere, riempire del proprio essere corpo significante-puro in tre secondi, ma tutto, anche di spalle. Il romanzo come tale ti affatica, tenuto conto che non è la storia che conta ma lo stile, il ritmo, io scrivo moltissimo per accumulo, per attrazione, ( imparato tanto dai musicisti, Wagner, Mahler) per associazione, non l’ho inventato io il modo, Proust insegna, Gadda, leggere Ada di Nabokov, e allora ad ogni proposizione di nuovo materiale devi stare attento a che sia congrua, sbarazzarti non tanto del di più ma di ciò che non crea attrazioni tra elementi differenti a partire da quello che si chiama soggetto in teatro, la battuta di avvio cioè; è una rete che si snoda e in modo tale da riportare in qualche modo il discorso sul sentiero che la trattazione va costruendo. Sai nei film di spionaggio quando ti mostrano la mappatura di una connessione internet, va di là, di qua, su e giù per il globo e alla fine si scopre che è partita da dove sono gli infallibili investigatori. Ho scritto finora solo tre romanzi, ammesso che si possano dire tali; ( non è modestia ostentata, ma perplessità a posteriori)  e non ho intenzione di cuocerne un altro per ora; forse riscrivere il terzo, che si piazzò secondo a una gara e che non è pubblicato. Tante idee, ma come diceva Carmelo Bene (cito a memoria da un’intervista che gli feci quando lavoravo in Rai) Quando mi viene un’idea, la lascio perdere, se si ripresenta, la caccio, se insiste molto, allora solo allora, la prendo in qualche minima qualche considerazione (non è detto che ciò  si fa piaccia, anzi, il risultato, il prodotto, boh, il metodo, il processo è catturante). Sai io per metodo ogni mattina mi metto a scrivere e non so mai o quasi mai prima, che cosa, la scrittura discende in linea diretta dalle dita, o sgorga con l’inchiostro, quando scrivo all’antica. Allora fisso e talvolta completo una pagina, non so quando la prenderò in esame per farne qualcosa. Mi trovo bene dunque un po’ dappertutto, ho anche vinto un premio per la poesia quest’anno, dovrebbe essere pubblicato, vedremo; si badi bene che io non scrivo, sono scritto. Ho cominciato a nove anni, mi piaceva l’atto, qualsiasi tema mi piaceva. Al liceo tutto questo è finito; al liceo, classico beninteso, la scrittura è intesa come compilazione di detti altrui e la scuola, qualunque scuola, è una fabbrica di esecutori, gente che pensa in modo uniforme, cioè che non pensa, che acquisisce tratti altrui. La gente così crede a cose false ma con fede intensa, in fondo al vicolo cieco c’è facebook. Per quanto riguarda il teatro ho scritto e pubblicati, ma è un esercizio inutile se non si ha una compagnia, una casa ( chiamasi così) per cui scrivere. O delle commissioni da grandi teatri; la Scala commissionò a Saramago Il dissoluto assolto, ma in Italia non succede che poco, fuori non so dire quanto, ma poiché altrove il teatro è un luogo frequente e diffuso, credo esista ancora la commissione. Poi ci sono gli scrittori per il cinema, lavoro bellissimo che qui in Italia hanno fatto dei grandi (il cinema italiano è un necrologio, Suso Cecchi D’Amico, Age, Scarpelli amen) ma manca lo standard, la professione, che c’è in America. (ma è stato scritto molto bene davvero The New Pope).Ho scritto dunque per i miei studenti, cosette, anche gradevoli; ricordo un Orfeo al piano bar, Orfeo che da una porticina cascava in un inferno dove tutto era gioco televisivo, poi si svegliava alla televisione accanto a Euridice che gli negava il bacio della buonanotte in quanto, No… non mi sono lavata i denti. Finiva lì. Poi un lavoro corale per più di venti personaggi, anche coreani, Le rovine di Violetta, molto dark, quasi splatter, violentissimo, assai osé per un Conservatorio, tutto alluso ovviamente, al teatro il realismo non paga, un tavolino vero annoia, ognuno lo ha in casa propria, e dunque dove sarebbe la meraviglia, ricordiamoci, È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia, Giovan Battista Marino.(Iperbole, iperbole, iperbole). Gli studenti di allora strepitosi, alcuni stanno facendo o hanno già una bella carriera, anche all’estero. Quei copioni non esistono più; mai conservati nella convinzione perfetta di non essere all’altezza del mio metro e settantasei. Scrivere per gli studenti era utile a loro e a me, se hai una classe con tutte donne, devi adeguarti, vedi com’è, un altro limite imposto dalla circostanze. Ma il limite indica sempre un’altra strada. Un mio testo Il circo della fanciulle è stato il lavoro di regia della mia ultima classe. Sono stato molto fiero di loro ( con trenta cinesi di coro strepitosi, specie le donne; sono ancora in contatto con una di loro, sposata a un bresciano e a un gatto rosso ma in ordine inverso, bellissima, una ballerina, fenomeno)  Ne fecero uno spettacolo bellissimo, l’anno scorso, osando correggermi. Alla regista dissi subito: taglia(te) e adatta(te), riscrive(te). Oggi due di loro si sono scritti e hanno debuttato con una loro rivisatazione di West Side Story. Il testo teatrale è un pretesto. Molière, tutti trascrivevano. Per questo fu un nonsense il Nobel a Fo per la letteratura, lui si guardò bene dal rifiutare la milionata del premio ma precisò di non essere un letterato ma un giullare. Del resto il Nobel è stato dato anche a un menestrello. Peraltro ci sono canzoni strepitose. Ho scritto anche quelle.

BB. Il tuo ultimo libro, intitolato Assedio ed Esilio (Aracne edizioni) ha come protagonista un antifascista che, sentendosi assediato, vive una sorta di rifiuto della vita.

r. Sì, ma, chissà, rifiuto non saprei, astensione, lento sprofondare nella scoperta dell’impossibilità, più o meno, di preciso non so dire. Del mio lavoro non sono stato mai nella mia vita più che spettatore. Osservatore, le chiavi di lettura le lascio a chi pensa o sa di poterle trovare, guardare sotto lo zerbino. Ai miei studenti ho sempre, sempre, sempre insegnato di non cercare il significato ma l’eventualità dei significati, in tutti i casi fermarsi alla superficie prima di tutto; lo diceva anche Nietzsche. ( ricordo in un cartone animato di Bozzetto, Il signor Rossi mi pare, no, sì sì, con lo psicanalista tedesco che diceva al Rossi, Caro Zighnore qui analizziamo il profondo che nel suo caso non è più profondo di kvalke milimétro).Un buona osservazione è già interpretazione, l’intercettazione di un senso. Ma, insomma, osservo che Lui, Innominato, senza articolo, tanto non-nome, quanto aggettivo, guarda per anni fuori dalla finestra di cucina e non trova niente; più, non ancora, sono domande possibili e senza risposta. Tornando al tema scolastico del pensare con la propria testa. Ecco si fa presto a capire che si vive nonostante. Un libro allegorico chissà. Comincia e finisce con vaste osservazioni sulla morte il libro. È un libro dei morti. Ecco cos’è molto in sintesi. Comincia dall’agonia del protagonista in preda alla polmonite ( allora, 1927, si moriva) ma che per un gesto estremo del medico torna al mondo; prosegue con tutte le sue agonie e quelle di chi lo circonda, le impossibilità che incontra, le negazioni, fin nel nome, Innominato, che non lo lascia mai per tutto il libro, e finisce con l’ultima la più definitiva di tutte, la morte senza resurrezione. Per questo ho narrato con puntiglio la cremazione e la dispersione delle sue ceneri. Forse Jarmush o Tarantino potrebbero farne un film. Io dico che metterebbero la camera nel forno. Cremazione in diretta.

BB. È davvero impossibile combattere secondo te in queste situazioni?

r. Impossibile no, insensato chissà. Lo stato di guerra è insensato ma antropologico. La vita è insensata e non richiesta. Non lo dico io ma Cioran. Eppure. Eppur si  combatte per dignità o, mi pare, per narcissìa, come dice Gadda, e più semplicemente per non rimetterci la pelle. Si combatte, in vari modi, o come Céline crocifiggendosi da sé, o come i russi che da soli sostennero l’invasione; la seconda guerra mondiale fu la guerra dei russi. Si combatte a scuola per mantenerla tale o darle un po’ di dignità; ma è una bella pretesa, occorre rendersene conto e nonostante continuare per evitare di essere ciononostonàti.

BB. L’approfondimento di quel periodo storico tanto drammatico per noi italiani è protagonista della nostra letteratura contemporanea, basti pensare a M di scurati, vincitore dello Strega. Che cosa pensi ci portiamo dentro di quel periodo? Quali ombre che si annidano nella nostra coscienza collettiva sono più inquietanti?

r. Non saprei. Non so un sacco di cose. Nelle risposte occorre non farsi tentare dall’oracoleria, dal tono profetico o di chi la sa lunga. Dal tentare di sembrare intelligenti. Io discendo da una famiglia e ho vissuto in un ambiente di intellettuali, politici e artisti. Rivoluzionari intendo, quando saltò Piazza Fontana, dopo dieci minuti sapevamo di avere i telefoni sotto controllo, ci divertivamo a punteggiare le nostre telefonate con dei saluti, Maresciallo buongiorno come sta… si annoia lo so… porti pazienza. Nel merito della tua domanda ho un po’ l’impressione che aveva Pasolini. Il fascismo storico è stato un accadimento, funesto e finito. Gli epigoni oggi sono solo bipedi rozzi, ignoranti e non sostenuti da un’ideologia, (nonostante ciò) bulldog confusi e pasticcioni, non diversi dal resto del mondo politico in generale. Dire né destra né sinistra segnala solo che non si sa che il pragmatismo senza idee genera mostri (gli Indifferiti). Ma mi pare che solo il comitato centrale del partito in Cina abbia idee confortate da questa loro ideologia di un comunismo della ricchezza. Il fascismo è antropologico e, mi pare, tutto italiano, piccolo borghese, bieco, retorico, tronfio, priapo-senz’eros, baciapile; Don Abbondio che biascica il suo latinorum, corrotto, codardo, carogna. Sempre con Pasolini si può dire che, l’italiano era fascista prima del fascismo e dopo. Altri popoli ne sono in tutto o in parte immuni, o vittime di focolai isolati… (il fascismo francese, vederlo quello) non so se si possa dire che mafie, camorre e lo stesso cattolicesimo, siano, un po’, precondizione o conseguenza di questo zoofascismo. Esiste poi, mi pare, un fascismo che io chiamo logico che è quello che domina la scena politica mondiale. Fascismi. Di mio lo identifico con quello che Diego Fusaro chiama turbocapitalismo. Che è un aspirapolvere, noi, tu, me, la signora che strilla a Pontida, siamo l’utile polvere. Di fatto esistono turpitudini ben peggiori della politica e che magari servono alla politica dello sviluppo esponenziale, della polvere. Snuff films, trafficking. Il mondo è una miniera a cielo aperto di orrori.( non mi piace viaggiare fuori dall’Europa, ma anache qui; hmm; ci aggiriamo in un set di film pubblicitario chiusi in uno studio tutto tecnologia e sorrisi costruito in mezzo a una favela)

BB. In che modo la tua attività di insegnante al Conservatorio si è intersecata con quella di scrittore?

r. Intersecata non so. Ho già detto che ho scritto a iosa proprio per il Conservatorio. L’insegnare mi ha formato, ah questo sì, il teatro mi ha formato, tra l’altro ho lavorato proprio pel teatro musicale, una meraviglia, si impara molto, in molti sensi, sai a me sono capitate crisi maniaco depressive in classe, svenimenti di anoressiche, scontri alle mani con giganti di duecento chili che dormivano in classe, sono cose che devi darti da fare ad affrontare, al momento. È lavoro su di sé di là dall’analisi, la psico, che ho eseguito per anni.  Anche lì, a posteriori mi resi conto che fu per me vera e propria didattica.

BB. Il tuo è uno stile personalissimo, insieme lucido e visionario. Da chi sei stato maggiormente influenzato?

r-. Grazie per la definizione. Meno male che non hai aggiunto difficile-occorre-il-vocabolario-per-leggerti-che-cosa-vuoi-dire; è il disco che mi perseguita dal mio esordio. Alle tue dotte definizioni mi giovo di aggiungere quella di eversivo. Guarda le mie prime maestre sono state senza dubbio le immagini e i suoni, ascoltavo la radio, rapito, i miei mi portarono al cinema dacché ebbi tre anni, ( fantascienza, Cittadino dello spazio, lo ricordo benissimo) era voluttà, sfogliavo le illustrazioni dei libri, un giardino. Disegnavo molto a scuola; con la scrittura e il canto era ciò che perdonavo alla scuola. Sono laureato in storia del cinema, immaginati, come i libri  riguardo i film che mi acchiappano sette, otto, venti volte. Poi ho lavorato nella musica fino all’altro ieri in pratica. La musica insegna tantissimo. Ho studiato pf per un po’, poi mi ha frenato il non saper contare in frazioni. Prova a contare cinque ottavi, per me ingegneria. Ma da quando imparai a leggere rimasi fulminato dalle storie e dalla voce che le racconta; i miti, ricordo in seconda elementare, da non cristiano mi iscrissi a un doposcuola in cui la maestra Schnabel, oh ja, ci raccontava le storie dell’antico testamento, ero rapito dallo stile della maestra e lo stile è tutto, poi a casa leggevo di Sigfrido, Gilgamesh, Deucalione e Pirra, dall’enciclopedia Garzanti, Il mio amico, la posseggo ancora. Poi la grammatica e il vocabolario. La grammatica è meravigliosa. Voglio dire che a me piaceva. Tutte le grammatiche, di tutte le lingue. Occorre sapere altre lingue anche male. Ho scritto anche in inglese, una professora mi ha detto che ho classe. Idem in francese. D’annunzio scriveva benissimo in francese, anche Marinetti, Poesie a Beni, sono deliziose, dato il così colossale egotista. Leggere leggere leggere qualsiasi cosa. Nessuno mi ha mai seccato dicendomi cosa potevo o non potevo leggere, in casa c’era un bel numero di libri e di persone speciali che frequentavano i suoi 70 mq. Anche Pinelli, chi lo ricorda più, poveretto; era un uomo gentile e sveglio, passò da casa nostra il giorno prima di essere suicidato e stava benone. Ho imparato più che molto, solo ascoltando, osservando. Ma vivevo in un mondo separato di poveri privilegiati. Del resto la musica. Lessi Peyton Place della Metalious a 9 anni. Non che capissi bene cosa combinavano i ragazzi e gli zii americani con le signorine, ma insomma qualcosa. Era un libro potente. Tutti ti insegnano purché abbiano maestria È come a scuola però, devi cadere amoroso, to fall in love con un insegnante, allora egli ti insegna quasi solo con la sua presenza. Altri lo chiamano transfert, Lacan ci dice che si tratta di innamoramento bello e buono. Le conoscenze non bastano affatto e sono in qualsiasi biblioteca. Il sapere è una questione di corpo, lo scrisse in un suo bel saggio Massimo Recalcati prima di tomber amoureux con Renzi. E una questione di paradossi elettivi, vuoi dei nomi, Manzoni, tanto per cominciare.  Letto 23 volte I Promessi Sposi, opera assoluta come Guerra e Pace. Poi il solito, Balzac, Flaubert, Zola, tre moschettieri, sono un po’ esterfono, da Manzoni si salta a Pirandello e Busi secondo me. Gesualdo Bufalino, sì. Camilleri, ha ibridato una lingua, come Manzoni, diabolicus. Ma anche Carolina Invernizio che invece traduceva dal piemontese una sua lista della spesa. Anche il dialetto però insegna, vuoi mettere il siciliano, il mio primo romanzo, Cecchelin e Cyrano, in larga parte è in triestino. Per far sul serio, Simenon, gigante letto tutto, quasi, mi manca ancora qualcosina; e Saramago, idem. Ho adottato il suo sostituire i due-punti-virgolette, con il virgola-maiuscola per il discorso diretto; io ho aggiunto la formula del corsivetto che trovo soluzione formale pulita graficamente, ordinata, a piombo, che meglio si legge; il testo è anche un disegno, odio l’abitudine di grassettare invalsa nella rete come se un testo non fosse un organismo ma una serie disordinata di frasi a effetto, di tumori grafici; la rete disimpara la coerenza della sostanza, (l’organizzazione dell’organismo) il principio della fine, il chiudere i cassetti; quest’ultima osservazione è di mia moglie con la quale condivido l’amore per le lettere, lei da illustratrice, io come dici tu da lucido visionario. Poi Céline, tutto, una fatica, un immenso, Houellebecq, la Yourcenar, la Nothomb, geni differenti le due, e differenti dai compari masculi, ché della donna il genio, a dispetto di Nietzsche, è luminoso, lampadino, l’uomo, e per fortuna, a volte borbotta, vedi Mann, Joyce, se non lo soccorre un utero nascosto; non c’è bisogno di averne contezza; basta l’ambiguità, Nabokov; poi Roth l’austriaco e l’americano, Gottfried Benn, dei Mann, meglio il fratello uterino; questi sono gli autori con i quali sono o sono stato in sintonia maggiore. Lessi tutto Pirandello, eccolo lì il borbotteur, un dottore delle lettere. Oh mi piaceva assai. E Proust, se vuoi scrivere un periodo che sia musicale devi ascoltare Proust, Proust è un  mistero, è tutto una piccola frase di Vinteuil. E Antonio Machado o Lope de Vega, A mis soledades voy, de mis soledades vengo, porque para andar conmigo me bastan mis pensamientos, gli antichi italiani. Metastasio. A me piacciono i libretti d’opera, Boito, Credo in un dio crudel che m’ha creato simile a sé e che nell’ira io nomo;  Lorenzo da Ponte, un acrobata, Nel mare solca e nella rena semina, e il vago vento spera in rete accogliere, chi pone sue speranze in cuor di femmina, un genio, Da Ponte esce ballando e cantando dalla pagina come Fred Astaire da Cappello a cilindro. Ammirare qualcuno è così piacevole. Innamoramento. Credo di avere appreso tutto da coloro. Naturalmente darei centomila euro per riuscire a scrivere, Life’s but a walking shadow, a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more; it is a tel Told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing. Macbeth 5/5. Shakespeare. Va sans dire. E grazie.

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Céline – Cahiers de prison

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Au animaux, aux malades, aux prisonniers

L’horreur des réalités! Tous les lieux, noms, personnages, situations, présentés dans ce roman, sont imaginaires! Absolument imaginaires! Aucun rapport avec aucune réalité! Ce n’est là qu’une “Féerie”… et encore!… pour une autre fois!

Ho conosciuto, voglio dire incontrato e chiacchierato qualche pochino, un detenuto; al suo posto di lavoro; articolo 21, dorme dentro, dalle cinque esce fino a sera, non ricordo l’ora; gestisce con altri una cooperativa di servizi; laureato +2; quest’è però merdaccia infonews, genere redazione della redenzione; nema, stoppo. Dunque il detenuto mi ha parlato con sicurezza di sé, non del delitto ma del castigo sì; andata bene; dice che lo hanno aiutato; fa piacere che uno Stato sia il meno carogna possibile; mi fa piacere che una parte dei miei soldi in tasse sia (stata) destinata a quel detenuto; nei fatti si tratta di riconoscere che a chi la tocca la tocca e allora è un bene che la giustizia sia il meno cattolica, tridentina, santuffizia possibile; castelsantangelo non giova a nessuno che sia conte, marchese, intellettuale, villano; solo le classi digerenti hanno le loro detenzioni speciali, tutto un emiciclo, una madama a palazzo, buvette e pacche di sottecchi. Il detenuto mi ha colpito, sguardo pulito, triste si capisce, intelletto vivace, modi appagati dalla pena, modesti, come un gatto ha scelto lui di parlarmi, di concedermi qualche po’ della sua fiducia; un onore o un onere, discorso riservato, e con un espressione, medica di sé stessa, alla Céline; questo mi ha colpito. Così.  

Ora Louis Ferdinande Céline appunto, Cahiers de prison-février/octobre 1946-Gallimard 2019. Non finirò di parlarne, di Céline. È innamoramento ammirativo il mio, invidia per il talento che mi supera, in tutto, di qualche gamba; lo leggo a pila. Non mi stanco mai. I cahiers en question sono cahiers, kili di appunti, memorie difensive, offensive, abbozzi di opere che non usciranno, Guignol’s band III, e che usciranno, Féerie pour une autre fois furono scritti dal mio/nostro durante l’anno scarso di detenzione a Copenhagen. Il trio Céline, Lucette Almansor, la moglie danzatrice, Bébert il gatto da guerra, scapparono da Parigi dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia, 16 giugno 1944; come il suo editore Denoël, mica stecchi pubblicò Freud, lo avrebbero assassinato altrimenti, la cosa era nell’aria, i Caravaggi, i Giordani Bruni, le Ipazie, gli Zenoni sono sempre nel mirino di qualsiasi potere se con questo o quello non si schierano; il rifiuto del potere, il fiutare la puzza del potere è ritenuta colpa in sé. Dal 16/06/44 cominciò l’esilio orripilato, in Germania, tra carogne e carogne, della Francia di Vichy; bombe e piattole e fiamme e tedeschi scoppiati, esercizio della medicina a proprie spese, fino al confine con la Danimarca, treno della croce rossa, Copenhagen, 27 marzo 1945. Un anno scarso ma tale da produrre la trinità capolavoro della letteratura mondiale, La trilogia del Nord. Anni dopo. Quando l’unico autentico non collaborazionista, l’anarchico toutefois antisemita, smise di essere il bersaglio, la preda del senso di colpa francese; tutti collaborazionisti invece fin dalla prima ora, la polizia a quintali caricava la gente sui treni, destinazione Germany; antisemiti, tutti, si legga Proust a proposito del caso Dreyfus; il generone parigino, amabili carogne; da credere che la disfatta dell’esercito fosse stata preordinata per dare al Pétain il fasto che gli mancava, una grandeur tutta per lui; al contrario dell’Italia che è un paese di collabos umbratili, che ora sì, che ora no, indifferenti furbi nel non ostentare nemmeno questo sentimento, anche di recente né a destra né a sinistra, delirio di obliquità; in Italia si cerca sempre di camminare sull’unica asse di equilibrio, importa un fico se stesa sul vuoto, tra due rocce in bilico; in Franconia o si o no; di qua o di là, oh hanno carattere i cugini, ugonotti, conosco bene, vengo da lì per parte di madre; so io quanto mi ha suonato da piccino;come nasci fai danni è il senso; infrazione e giù battipanni; mia madre non era duchessa; non pestava con mani guantate; battipanni e non sulle chiappine, appena sotto, fa più male; mio zio da Agen mi ha appena mandato il consueto aggiornamento di barzellette anti-arabe, oh una collezione. Céline dicevo; tutto questo che ho scritto c’entra lo stesso, si creda; e se non lo si crede m’importa assai; Céline fu arrestato in Danimarca, dove cercava di recuperare i lingotti dell’oro guadagnato con i suoi libri e messo al sicuro; l’intenzione di fare un juste petit tour au Danemark, forse in Groenlandia, esiliati si nasce. La Francia lo reclama per fucilarlo come traditore; traditore ‘sta fava scrive lui nei quaderni, mai iscritto a niente, esercitato solo la medicina, gratis, e la letteratura, niente giornali, massonerie, niente; antisemita sì ma fatto al forno nessuno per nessun motivo. Si guardi ai veri collaboratori, dice lui, tranne qualche fucilato, gli altri se la passano bene, Maurice Chevalier, Paul Morand, altro che traditore, ambasciatore di Vichy, en Suisse; è lì nel 1946, nessuno lo reclama allo scrittore fascio. Tornerà in Francia per salire al soglio dell’Académie française. Riverito. Anche Céline tornerà, perdonato, riabilitato mica tanto, Sartre, il Tartre, il campione dei Resistenti à pastis, à Beauboir en plume, scrittore mediocre ma sul carro vincente, sbavava per vederlo al muro; solo Camus lo difese ma vabbè, Céline scelse l’esilio a Meudon (Parigi) 25, rue de la Garde, per fortuna amici veri, la coppia Barrault. Scriverà fino alla morte Céline, apoplessia, consegnato Rigodon all’editore.

Ecco mi sono permesso un po’ di passato, è quello che conosco meglio di me, di tutti. Ho evitato di spiegare, se qualcuno trova oscure le citazioni amen, trova tutto in Wikipedia e tanti saluti a ssoreta. Letteratura. Anche del detenuto laureato conosciuto per caso; in carcere Cèline scrive, À moi Voltaire, voyez quelles sont nos angoisses, toutes littéraires. E i quaderni terminano con una lunghissima trascrizione di citazioni letterarie. Un monde à part. Un artista finisce per costruire con metodo la propria prigione. C’è dell’arte in questa costruzione. O la vita fuori sarebbe impossibile. Il dono di Céline anche in questi quaderni squinternati è quello di riuscire a fare di tutto, ma tutto, letteratura. In Féerie pour une autre fois, parlerà di sé stesso comme d’un pendu de si près un pendu de demain. Ci torneremo. 

Nota bene: questi quaderni interessano solo gli innamorati di Cèline. E gli studiosi. Del resto un innamorato studia per mantenersi tale. In quella prigione.

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L’ElzeMìro di Martedì 18 Febbraio

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

VIII episodio – Paris toujours Paris

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73653

***

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Intravedute

Annunciation after Titian, 1973 by Gerhard Richter

Gerhard Richter Annunciation after Titian, 1973

In Spagna, uno dei primi atti della Repubblica – 1931(1936)-1939 – fu quello di commissionare copie dei grandi quadri custoditi in questo o quel museo, Prado sobre todo, e di spedirli in campagne e villaggi coi camion, perché il popolo analfabeta, guarda Dolor y Gloria, potesse rendersi conto, potesse approfittare di tanta bellezza, potesse principiare a farsi un educazione estetica – l’educazione o è tale o è una mala educación – senza bisogno ancora di sapere leggere. La Repubblica e si suoi ingenui tentativi di educare le masse, come ognuno sa, finì in un carnaio e  nella lunghissima dittatura di Franco. Allora adesso, ecco qua, pubblico per mio diletto un intervista apparsa in Gli amanti dei libri tempo fa, novembre ’19, e per la quale provo non poca disagio. (È ancora lì https://www.gliamantideilibri.it/a-tu-per-tu-con-pasquale-dascola/ per chi non volesse sorbirsi e saltare il preambolo che segue). Un’intervista è in sé un’ostentazione di narciso, lo stesso che stigmatizzo nella mia prima risposta. Ma è difficile ignorarlo; anche quando ci pare di desiderare l’ombra si finisce per aspettarsi il falsch flash che ci renda se non immortali duraturi. E si è già morti. L’importante con sé stessi è provare un buon grado di fastidio e trattarci con la massima spietatezza, anche senza darlo a vedere, anzi soprattuto senza ostentarla, atto che ci farebbe ricadere nel peccato dello specchio. È per il gusto dichiarato di mettermi alla berlina che riproporopoporrò tra un pochino il testo di quell’intervista; più che emendata commentata qua e là da forse precisazioni utili a tracciare una sorta di dichiarazione di estetica. Intendersi. Inutile. La mia letteratura, e se lo dice me c’è da fidarsi, è del tutto inutile; è l’estrema propaggine, l’ostinata propaggine di un fare arte che non coglie, anzi ostile agli umori; la letteratura è distanza, sepsi e antisepsi, con tutta la chirurgica a seguire; immaginarsi Flaubert che scrive la Bovary  sotto dettatura di una giornalista di metoo, me tot tu tuuu; perché non sa né vuole, delegare alla scrittura – quel che è diventata la letteratura, un tempo occorreva studiarsela un po’, leggere per esempio il passato, venire da una sintassi per andare verso un’altra, come i musicisti, imparare, pensare all’Alfieri legato alla sedia per apprendere sapere, dici stecchi – delegare alla scrittura il ruolo di grancassa di pulsioni, fastidi generazionali; mica preoccuparsi, le Memorie di un perdigiorno (Freiherr von Eichendorff – Der Taugenichts, 1826) e più i Paralipomena di Schopenhauer testimoniano su fronti critici questo scrivere per accontentare i propri e soprattutto altrui umori. È così che si scrive oggi, e gli umori sono pochi, sentimentali o rabbiosi, si scrive o da sardine o da, come diceva Nietzsche, da risentiti. Gli ingredienti base per qualsiasi democristianesimo. Im Eck liegt a’ Dreck-nell’angoletto ci sta un o stronzetto. Con queste premesse non dovrebbe stupire se domani qualsiasi propagandista si mettesse a scrivere, femmine soprattuto, oggi scrivono solo nicolette e terese, hanno nel sangue la tastiera impastata o di marmellata o di miele, o di fiele, la mancanza di Salvini tra le gambe le spinge a rivelarsi, escavare nell’intimo di intimissimi. Pubblicata subito, garantito e mica da un editore senz’arte né parte, nossignori, scommetterci che finirebbe nel giro dell’editoria standard, Einaudi ha ottimi editors che hanno studiato sintassi e ortografia; aggiustano tutto; garantito; levano le ripetizioni, vocabolario alla mano loro; i capolavori, cioè i campioni di incasso sono prodotti di fabbrica; fiat insegna, aut non sono loro che hanno la fondazione Agnelli a dettare le linee politico filosofiche dell’insegnare, dello studiare, del pensare. Coprolìti, coprofagi. Sicché cosa vuoi fare, a prescindere da essere nati vecchi, inattuali per la precisione, è il vuoto intorno che sconfigge la letteratura, che è pensare, filosofia, nel suo presentarsi, divenire. Per spiegarmi, prendete Gadda, oggi lo pubblicano in edizione critica, bellissima Adelphi, ma non troveresti un Garzanti che se lo prende a cuore alla prima lettura, Gentile dottore, abbiamo letto il suo manoscritto con vivo interesse ma purtroppo il suo lavoro non rientra nei nostri piani editoriali; le consigliamo di studiare il nostro catalogo e di non essere così pessimista. Tomasi di Lampedusa. Idem. I grandi sono destinati all’edizione critica; checché la leggiamo in venticinque, ma oggi la scrittura avviene per fasce protette, i trentenni, i quarantenni, gli antenni al vento che fischia. Lelèlene ferrate. 50, 60, 100% di share, vittoria vittoria. Me sa bene che la più parte delle cose che scrive non hanno senso alcuno per la ggente, er poppolo, la sleeping majority, che legge sul telefono con la giustificazione ballerina, rientri a mutz e katz, accenti che sembrano merdette di topo sul pavimento. L’acuto e il grave me ne frego. Combattiamo l’odio mica tempo di occuparci di orti, figurarsi ortigrafici, noi siamo noi e tu non sei un cazzo. La gente legge così, tutto deve scorrere, velocità velocità, perché stiamo correndo su un camion – immagine non mia, è di Gorbačëv, o su un treno, scegliere il mezzo adeguato, lanciato senza freni verso un burrone o verso uno scambio che non cambia. E oltre all’infinito – Ti lamenti vecchio ehi… usi i tre punti di Céline… che vuoi fare… ognuno in musica e in arte ha usato gli strumenti che qualchedun altro prima di lui ha messo in uso e raffinato nel tempo. Schubert fu possibile grazie a Beethoven, nessuno caga colonne, stitici esclusi; senza Schumann nemmeno un po’ di Bruckner e nemmeno Vasco Rossi. Ma la cosa non è chiara. E allora scrittura creativa. Coupet. Ti lamenti vecchio, sì sì lamento il fatto di vivere in un mondo dove non ho l’opportunità di essere insultato da Céline, o da Camus, anche Sartre mi andrebbe bene; oggi il massimo che ti possono concedere e di essere presi a schiaffi, Ignorante machista fascista, ista ista styx, da un femminiella autrice di weird tales, successomi mica invento nulla nemmeno il nonnulla; weird tales; in inglese ostia, ella scrive in inglese, the pen on the table is mine. Il mio, dice dice suo, editore di Londra; weird tales. Tales ma quales? 

Ecco intravista l’intervista  di Barbara Bottazzi a me medesimo, di fisico ( Totò)

d. Hai scritto opere teatrali, racconti e romanzi. In quale di questi generi ti senti più realizzato come scrittore? 

r. Credo di non saper rispondere in modo convincente e nemmeno succinto. Tuttavia, come ogni contenitore, la forma, ha la sua necessità, egualmente l’estensione  del testo o ha una sua urgenza interna, o dipende da richieste ambientali, o dalle ambizioni del signor Narciso (dio traguardo dell’espressione – molto popolare ma pessimo mi pare tra i peggiori suggeritori) Conviene precisare che ho sempre scritto, pubblicare è un’altra storia e dipende dal caso e dalla faccia tosta che si possiede, io poca. Per campare ho fatto sempre il teatrante o l’insegnante ed è in questi ambiti che ho scritto diciamo da professionista, dopo la goduria del tema a scuola che a me piaceva più della  ricreazione. A parte, qualcosa di copywriting, coi limiti del brief, progetti di eventi aziendali, nel limiti delle tre cartelle, preventivo di massima incluso; lì avevo l’obbligo di sbizzarrirmi a stupire il possibile cliente per acchiapparlo; al Conservatorio scrissi decine di copioni per le esercitazioni e i lavori degli studenti; per forse quindici anni lavorai in Rai, olà anch’io come Gadda e Camilleri, film, solo due, moltissima radio dove la parola è tutto, serie, adattamenti, ricordo i Racconti di mezzanotte; occorreva tagliare, rimontare, riscrivere parti magari di un romanzo (etto etto americano – un gialletto o poco meno dove sempre  il delitto veniva compiuto per denaro e non, come è più ovvio e più consono alla natura umana, per il gusto del delitto; in ogni modo non erano rari i casi in cui lei, icastica dark or limelight lady, accavallate le gambe con intenzione, corresse ad aprire la finestra e che l’assassino le sparasse non alle spalle ma dalle spalle, le proprie) e pessimo che Roma mandava da fare a Milano, loro davano la traccia dei tagli, tu dovevi ingeniarti a costruire una sceneggiatura per farlo stare nei tempi, riscriverlo per renderlo logico, o alle corte in buon italiano. Non sembra ma così si impara a maneggiare gli strumenti o se preferisci le armi. Mi piaceva, mi è sempre piaciuto il lavoro modesto svoltato per bene, con abilità. L’arte è nell’uso dei mezzi, è il mezzo. ( mai invidiato nessuno, molti sono gli ammirati, Hitchcock per esempio così letterario) Alla stregua del ritratto o della sonata per pianoforte o del quartetto che riassume e allude all’orchestra così il racconto, non è solo ridurre, scarnificare, anzi è condensare, offrire un pasto completo con una sola portata. Una pizza insomma. Tutti gli artisti del passato hanno praticato la forma che più si adattava alla sua necessità interna, al suo destino; voglio dire che sarebbe stato dissennato, impossibile, stringere Las Meninas in un 50×70. A volte può essere difficile fermarsi al racconto, il racconto è difficile in sé, condensare appunto senza omettere, ma stare nel cornicione della pizza; è un po’ come per l’attore nel cinema, il primo piano lo obbliga, non si può muovere da lì a deve dar tutto, raccontare, anticipare, riassumere, darla a intendere, riempire del proprio essere corpo significante-puro in tre secondi, ma tutto, anche di spalle. Il romanzo come tale ti affatica, tenuto conto che non è la storia che conta ma lo stile, il ritmo, io scrivo moltissimo per accumulo, per attrazione, ( imparato tanto dai musicisti, Schumann, Mahler) per associazione, non l’ho inventato io il modo, Proust insegna, Gadda, leggere Ada di Nabokov, e allora ad ogni proposizione di nuovo materiale devi stare attento a che sia congrua, sbarazzarti non tanto del di più ma di ciò che non crea attrazioni tra elementi differenti a partire da quello che si chiama soggetto in teatro, la battuta di avvio cioè; è una rete che si snoda e in modo tale da riportare in qualche modo il discorso sul sentiero che la trattazione va costruendo. Sai nei film di spionaggio quando ti mostrano la mappatura di una connessione internet, va di là, di qua, su e giù per il globo e alla fine si scopre che è partita da dove sono gli infallibili investigatori. Ho scritto finora solo tre romanzi, ammesso che si possano dire tali; e non ho intenzione di cuocerne un altro per ora; forse riscrivere il terzo, che si piazzò secondo a una gara e che non è pubblicato. (Manuale di pronuncia per non parlanti) Tante idee, ma come diceva Carmelo Bene (cito a memoria da un’intervista che gli feci quando lavoravo in Rai) Quando mi viene un’idea, la lascio perdere, se si ripresenta, la caccio, se insiste molto, allora solo allora, la prendo in qualche minima qualche considerazione. ( non è detto che ciò si fa ci piaccia, anzi, dopo il primo colpo di fulmine, sorge il dubbio di Otello, ostentarsi è sempre un atto di ardimento, ubbidisci alla spinta del destino, come quelli che si buttavano fuori dalle trincee, vada come vada, tanto non ci puoi fare niente)   Sai io per metodo ogni mattina mi metto a scrivere e non so mai o quasi mai prima, che cosa, la scrittura discende in linea diretta dalle dita, o sgorga con l’inchiostro, quando scrivo all’antica. Allora fisso e talvolta completo una pagina, non so quando la prenderò in esame per farne qualcosa. Mi trovo bene dunque un po’ dappertutto, ho anche vinto un premio per la poesia quest’anno, dovrebbe essere pubblicato, vedremo ( Idillio toscano con fiori, una favoletta); si badi bene che io non scrivo, sono scritto. Ho cominciato a nove anni, mi piaceva l’atto, qualsiasi tema mi piaceva. Al liceo tutto questo è finito; al liceo, classico beninteso, la scrittura è intesa come compilazione di detti altrui e la scuola, qualunque scuola, è una fabbrica di esecutori, gente che pensa in modo uniforme, cioè che non pensa, che acquisisce tratti altrui. La gente così crede a cose false ma con fede intensa, in fondo al vicolo cieco c’è Facebook. ( di là alla pubblicazione è un tuffo)  Per quanto riguarda il teatro ho scritto e pubblicati, ma è un esercizio inutile se non si ha una compagnia, una casa per cui scrivere. O delle commissioni da grandi teatri; la Scala commissionò a Saramago Il dissoluto assolto, ma in Italia non succede che poco, fuori non so dire quanto, ma poiché altrove il teatro è un luogo frequente e diffuso, credo esista ancora la commissione. ( Bello è eseguire una commissione)  Poi ci sono gli scrittori per il cinema, lavoro bellissimo che qui in Italia hanno fatto dei grandi ma manca lo standard, la professione, che c’è in America. ( ho ammirato molto gli scrittori di Sorrentino per il Pope Umberto Contarello, Stefano Bises, Rulli, Grisoni). Ho scritto dunque per i miei studenti, cosette, anche gradevoli; ricordo un Orfeo al piano bar, Orfeo che da una porticina cascava in un inferno dove tutto era gioco a premi televisivo, poi si svegliava alla televisione accanto a Euridice che gli negava il bacio della buonanotte in quanto, No… non mi sono lavata i denti. Finiva lì. Poi un lavoro corale per più di venti personaggi, anche coreani, Le rovine di Violetta, molto dark, quasi splatter, violentissimo, assai osé per un Conservatorio (c’era di tutto, violenza estrema, reggipetti, pistolettate) tutto alluso ovviamente, al teatro il realismo non paga, un tavolino vero annoia, ognuno lo ha in casa propria, e dunque dove sarebbe la meraviglia, ricordiamoci, È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia, Giovan Battista Marino. Gli studenti di allora strepitosi, alcuni stanno facendo o hanno già una bella carriera, anche all’estero. Quei copioni non esistono più; mai conservati nella convinzione perfetta di non essere all’altezza del mio metro e settantasei. Scrivere per gli studenti era utile a loro e a me, se hai una classe con tutte donne, devi adeguarti, ( scrivi e fai con chi hai)  vedi com’è, un altro limite imposto dalla circostanze. Ma il limite indica sempre un’altra strada. Un mio testo Il circo della fanciulle è stato il lavoro di regia della mia ultima classe. Sono stato molto fiero di loro. Ne fecero uno spettacolo bellissimo, l’anno scorso, osando correggermi. Alla regista dissi subito: taglia(te) e adatta(te), riscrive(te). Oggi due di loro si sono scritti e hanno debuttato con una loro rivisatazione di West Side Story. Il testo teatrale è un pretesto. Molière, tutti trascrivevano. Per questo fu un nonsense il Nobel a Fo per la letteratura, lui si guardò bene dal rifiutare la milionata del premio ma precisò di non essere un letterato ma un giullare. Del resto il Nobel è stato dato anche a un menestrello. Peraltro ci sono canzoni strepitose. Ho scritto anche quelle. ( porcherie, ma ammiro Vasco Rossi, Fiona Apple, Kate Bush, genietti)

d. Il tuo ultimo libro, intitolato Assedio ed Esilio (Aracne edizioni) ha come protagonista un antifascista che, sentendosi assediato, vive una sorta di rifiuto della vita. 

r. Sì, ma, chissà, rifiuto non saprei, astensione, lento sprofondare nella scoperta dell’impossibilita (ontologica? Di esistere? ) più o meno, di preciso non so dire. Del mio lavoro non sono stato mai nella mia vita più che spettatore. Osservatore, le chiavi di lettura le lascio a chi pensa o sa di poterle trovare, guardare sotto lo zerbino. Ai miei studenti ho sempre, sempre, sempre insegnato di non cercare il significato ma l’eventualità dei significati, in tutti i casi fermarsi alla superficie prima di tutto; lo diceva anche Nietzsche. Un buona osservazione è già interpretazione, l’intercettazione di un senso. Ma, insomma, osservo che Lui, Innominato, senza articolo, tanto non-nome, quanto aggettivo, guarda per anni fuori dalla finestra di cucina e non trova niente; più, non ancora, sono domande possibili e senza risposta. Tornando al tema scolastico del pensare con la propria testa. Ecco si fa presto a capire che si vive nonostante. Un libro allegorico chissà. Comincia e finisce con vaste osservazioni sulla morte il libro. È un libro dei morti. Ecco cos’è molto in sintesi. Comincia dall’agonia del protagonista in preda alla polmonite ( allora, 1927, si moriva) ma che per un gesto estremo del medico torna al mondo; prosegue con tutte le sue agonie e quelle di chi lo circonda, le impossibilità che incontra, le negazioni, fin nel nome, Innominato, che non lo lascia mai per tutto il libro, e finisce con l’ultima la più definitiva di tutte, la morte senza resurrezione. Per questo ho narrato con puntiglio la cremazione e la dispersione delle sue ceneri. Forse Jarmush o Tarantino potrebbero farne un film. Io dico che metterebbero la camera (macchina da presa) nel forno. Cremazione in diretta.

d. È davvero impossibile combattere secondo te in queste situazioni? 

r. Impossibile no, insensato chissà. Lo stato di guerra è insensato ma antropologico. La vita è insensata e non richiesta. Non lo dico io ma Cioran. Eppure. Eppur si combatte per dignità o, mi pare, per narcissìa, come dice Gadda, e più semplicemente per non rimetterci la pelle. Si combatte, in vari modi, o come Céline crocifiggendosi da sé, o come i russi che da soli sostennero l’invasione; la seconda guerra mondiale fu la guerra dei russi. Si combatte a scuola per mantenerla tale o darle un po’ di dignità; ma è una bella pretesa, occorre rendersene conto ( di essere perduti, battuti senza alternative, il disastro ecologico è prima di tutto uno tsunami antropologico, ai cinesi non fregherà niente dei miei tre puntini, dichiarò Cèline in un intervista del 1957) e nonostante continuare per evitare di essere ciononostonàti.

d. L’approfondimento di quel periodo storico tanto drammatico per noi italiani è protagonista della nostra letteratura contemporanea, basti pensare a M di scurati, vincitore dello Strega. Che cosa pensi ci portiamo dentro di quel periodo? Quali ombre che si annidano nella nostra coscienza collettiva sono più inquietanti?

r. Non saprei. Non so un sacco di cose. Nelle risposte occorre non farsi tentare dall’oracoleria, dal tono profetico o di chi la sa lunga. Dal tentare di sembrare intelligenti. Io discendo da una famiglia e ho vissuto in un ambiente di intellettuali, politici e artisti. Rivoluzionari intendo, quando saltò Piazza Fontana, dopo dieci minuti sapevamo di avere i telefoni sotto controllo, ci divertivamo a punteggiare le nostre telefonate con dei saluti, Maresciallo buongiorno come sta… si annoia lo so… porti pazienza. Nel merito della tua domanda ho un po’ l’impressione che aveva Pasolini. Il fascismo storico è stato un accadimento, funesto e finito. Gli epigoni oggi sono solo bipedi rozzi, ignoranti e non sostenuti da un’ideologia, bulldog confusi e pasticcioni, non diversi dal resto del mondo politico in generale. Dire né destra né sinistra segnala solo che non si sa che il pragmatismo senza idee genera mostri. (il pericolo e c’è, imminente più immanente, deriva proprio in questa marmellata di ignoranze e indifferenze) Ma mi pare che solo il comitato centrale del partito in Cina abbia idee confortate da questa loro ideologia di un comunismo della ricchezza. Il fascismo è antropologico e, mi pare, tutto italiano, piccolo borghese, bieco, retorico, tronfio, priapo-senz’eros, baciapile; Don Abbondio che biascica il suo latinorum, corrotto, codardo, carogna. Sempre con Pasolini si può dire che, l’italiano era fascista prima del fascismo e dopo. Altri popoli ne sono in tutto o in parte immuni, o vittime di focolai isolati… non so se si possa dire che mafie, camorre e lo stesso cattolicesimo, siano, un po’, precondizione o conseguenza di questo zoofascismo. Esiste poi, mi pare, un fascismo che io chiamo logico che è quello che domina la scena politica mondiale. Fascismi. Di mio lo identifico con quello che Diego Fusaro chiama turbocapitalismo. Che è un aspirapolvere, noi, tu, me, la signora che strilla a Pontida, siamo l’utile polvere. Di fatto esistono turpitudini ben peggiori della politica e che magari servono alla politica dello sviluppo esponenziale, della polvere. Snuff films, trafficking. Il mondo è una miniera a cielo aperto di orrori.

d. In che modo la tua attività di insegnante al Conservatorio si è intersecata con quella di scrittore? 

r. Intersecata non so. Ho già detto che ho scritto a iosa proprio per il Conservatorio. L’insegnare mi ha formato, ah questo sì, il teatro mi ha formato, tra l’altro ho lavorato proprio pel teatro musicale, una meraviglia, si impara molto, in molti sensi, sai a me sono capitate crisi maniaco depressive in classe, svenimenti di anoressiche, scontri alle mani con giganti di duecento chili che dormivano in classe, sono cose che devi darti da fare ad affrontare, al momento. È lavoro su di sé di là dall’analisi, la psico, che ho eseguito per anni.  Anche lì, a posteriori mi resi conto che fu per me vera e propria didattica. ( una cura mah, rischiò di diventare un’utile malattia)

d. Il tuo è uno stile personalissimo, insieme lucido e visionario. Da chi sei stato maggiormente influenzato? 

r-. Grazie per la definizione. Meno male che non hai aggiunto difficile-occorre-il-vocabolario-per-leggerti-che-cosa-vuoi-dire; è il disco che mi perseguita dal mio esordio. Alle tue dotte definizioni mi giovo di aggiungere quella di eversivo. Guarda le mie prime maestre sono state senza dubbio le immagini e i suoni, ascoltavo la radio, rapito, i miei mi portarono al cinema dacché ebbi tre anni, era voluttà, sfogliavo le illustrazioni dei libri, un giardino. Disegnavo molto a scuola; con la scrittura e il canto era ciò che perdonavo alla scuola. Sono laureato in storia del cinema, immaginati, come i libri  riguardo i film che mi acchiappano sette, otto, venti volte. Poi ho lavorato nella musica fino all’altro ieri in pratica. La musica insegna tantissimo. Ho studiato pf per un po’, poi mi ha frenato il non saper contare in frazioni. Prova a contare cinque ottavi, per me ingegneria. Ma da quando imparai a leggere rimasi fulminato dalle storie e dalla voce che le racconta; i miti, ricordo in seconda elementare, da non cristiano mi iscrissi a un doposcuola in cui la maestra Schnabel, oh ja, ci raccontava le storie dell’antico testamento, ero rapito dallo stile della maestra e lo stile è tutto, poi a casa leggevo di Sigfrido, Gilgamesh, Deucalione e Pirra, dall’enciclopedia Garzanti, Il mio amico, la posseggo ancora. Poi la grammatica e il vocabolario. La grammatica è meravigliosa. Voglio dire che a me piaceva. Tutte le grammatiche, di tutte le lingue. Occorre sapere altre lingue anche male. Ho scritto anche in inglese, una professora mi ha detto che ho classe. Idem in francese. D’annunzio scriveva benissimo in francese, anche Marinetti, Poesie a Beni, sono deliziose, dato il così colossale egotista. Leggere leggere leggere qualsiasi cosa. Nessuno mi ha mai seccato dicendomi cosa potevo o non potevo leggere, in casa c’era un bel numero di libri e di persone speciali che frequentavano i suoi 70 mq. Anche Pinelli, chi lo ricorda più, poveretto; era un uomo gentile e sveglio, passò da casa nostra il giorno prima di essere suicidato e stava benone. Ho imparato più che molto, solo ascoltando, osservando. Ma vivevo in un mondo separato di poveri privilegiati. Del resto la musica. Lessi Peyton Place della Metalious a 9 anni. Non che capissi bene cosa combinavano i ragazzi e gli zii americani con le signorine, ma insomma qualcosa. Era un libro potente. Tutti ti insegnano purché abbiano maestria. È come a scuola però, devi cadere amoroso, to fall in love con un insegnante, allora egli ti insegna quasi solo con la sua presenza. Altri lo chiamano transfert, Lacan ci dice che si tratta di innamoramento bello e buono. Le conoscenze non bastano affatto e sono in qualsiasi biblioteca. Il sapere è una questione di corpo, lo scrisse in un suo bel saggio Massimo Recalcati prima di tomber amoureux con Renzi. E una questione di paradossi elettivi, vuoi dei nomi, Manzoni, tanto per cominciare.  Letto 23 volte I Promessi Sposi, opera assoluta come Guerra e Pace. Poi il solito, Balzac, Flaubert, Zola, tre moschettieri, sono un po’ esterfono, da Manzoni si salta a Pirandello e Busi secondo me. Gesualdo Bufalino, sì. Camilleri, ha ibridato una lingua, come Manzoni, diabolicus. Ma anche Carolina Invernizio che invece traduceva dal piemontese una sua lista della spesa. Anche il dialetto però insegna, vuoi mettere il siciliano, il mio primo romanzo, Cecchelin e Cyrano, in larga parte è in triestino. (una fatica tradurre dai ricordi linguistici, accozzare frasi sentite dai nonni, poi farsi correggere, cercare mozziconi di riscontri in grammatiche e vocabolari regionali;  la prima lingua è di fatto un dialetto; ma un dialetto vero, ereditato, una protolingua, una lalingua credo sia un vantaggio intimo che non ho, come essere nati contadini e non cittadini, non argotisti, per fortuna mia madre era proprio contadina di origine e qualche po’ di radici; non so se mi spiego ma non m’importa) Per far sul serio, Simenon, gigante letto tutto, quasi, mi manca ancora qualcosina; e Saramago, idem. Ho adottato il suo sostituire i due-punti-virgolette, con il virgola-maiuscola per il discorso diretto; io ho aggiunto la formula del corsivetto che trovo soluzione formale pulita graficamente, ordinata, a piombo, che meglio si legge; il testo è anche un disegno, odio l’abitudine di grassettare invalsa nella rete come se un testo non fosse un organismo ma una serie disordinata di frasi a effetto, di tumori grafici (melanomi); la rete disimpara la coerenza della sostanza, il principio della fine, il chiudere i cassetti; quest’ultima osservazione è di mia moglie con la quale condivido l’amore per le lettere, lei da illustratrice, io come dici tu da lucido visionario. Poi Céline, tutto, una fatica, un immenso, Houellebecq, la Yourcenar, la Nothomb, geni differenti le due, e differenti dai compari masculi, ché della donna il genio, a dispetto di Nietzsche, è luminoso, lampadino, l’uomo, e per fortuna, a volte borbotta, vedi Mann, Joyce, se non lo soccorre un utero nascosto; non c’è bisogno di averne contezza; basta l’ambiguità, Nabokov; poi Roth l’austriaco e l’americano, Gottfried Benn, dei Mann, meglio il fratello uterino; questi sono gli autori con i quali sono o sono stato in sintonia maggiore. Lessi tutto Pirandello, eccolo lì il borbotteur, un dottore delle lettere. Oh mi piaceva assai. E Proust, se vuoi scrivere un periodo che sia musicale devi ascoltare Proust, Proust è un  mistero, è tutto una piccola frase di Vinteuil. E Antonio Machado o Lope de Vega, A mis soledades voy, de mis soledades vengo, porque para andar conmigo me bastan mis pensamientos, gli antichi italiani. Metastasio. A me piacciono i libretti d’opera, Boito, Credo in un dio crudel che m’ha creato simile a sé e che nell’ira io nomo;  Lorenzo da Ponte, un acrobata, Nel mare solca e nella rena semina, e il vago vento spera in rete accogliere, chi pone sue speranze in cuor di femmina, un genio, Da Ponte esce ballando e cantando dalla pagina come Fred Astaire da Cappello a cilindro. Ammirare qualcuno è così piacevole. Innamoramento. Credo di avere appreso tutto da coloro. Naturalmente darei centomila euro per riuscire a scrivere, Life’s but a walking shadow, a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more; it is a tel Told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing. Macbeth 5/5. Shakespeare. Va sans dire. E grazie.

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Giorno di pioggia a New York col giovane Holethen

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Book Painting No. 6, Liu Ye (2015)

Che l’implacabile necessità, ananke ἀνάγκη, domini le cose umane è noto a chiunque sia almeno un po’ pagano in cuor suo, e assai poco meglio niente rabbino; e chiunque abbia un po’ di memoria dovrebbe avere chiaro che da tempo, almeno da Whatever works-basta che funzioni e prima ancora, Woody Allen insegue le mosse, gli arrocchi e infine gli scacchi matti della Moira o, a volere, di quei signori Fates, la coppia parodistica di una sua commedia giovanile, God (ne tradussi delle parti per i miei studenti anni luce indietro). Ebbene il sugo dell’arrosto spesso malcotto che siamo è che uno esce al mattino di casa con un proposito e non solo ignora se tornerà, ma facile è che torni con un compiuto diverso o, come per Schubert, con un’Incompiuta, opera quest’ultima peraltro straordinaria. Questo stesso senso di ineluttabile, voltato da un comico più feroce di Beckett, Totò, anima da bassomondo, fu ben espresso nel suo celeberrimo sketch Pasquale. Non così la giornata di pioggia a neviorch. M’è parso infatti che Allen sia uscito una mattina, di pioggia, per fare un film, protagonista una città e la pioggia, ma che la non si veda, né la si senta, sommersa, buffo eh per l’acqua, dai drlin drlon drlan di uggiosi pianoforti americani. Insomma se ne uscì Allen per fare un film e ne saltò fuori un altro che dire sbagliato è rispettosa pietà… che ha detto Mezzacapa che a Milano c’è una nebbia che non si vede, siamo a Milano, la nebbia c’è e non si vede… Non c’è niente di male; all’opera abortita o sconfitta di un grande occorre comunque riservare il rispetto dovuto al grande che, quando sbaglia, quando non l’azzecca, lo fa in grande; sì che del suo lavoro resta sempre qualcosa di buono da ricordare, non fosse che l’ombra, o da dimenticare del tutto per benevolenza. O non si autoaffondò Chaplin con il tardivo La Contessa di Hong Kong, sì, e allora amen.

In questo giorno di pioggia affoga tutto, restano solo alcune ottime battute – chissà dall’originale quanto adattate – ammollate però sul fondo del lavandino di cucina insieme con bucce di carote e foglie di lattuga di una recitazione da macdonald. Il secondo attentato al film, dopo quello agito dall’autore, fu compiuto infatti da protagonisti che sarebbe compassionevole definire tali, macché, comparse di sit-com o di serie messicana Eppure io ho visto una serie di Sky, Euphoria, così ben architettata e con così tanto pathos e con tali bravi giovanotti attori e ben dotati che bastava farne un provino e scegliere, nel mucchio tra le donne metti Zendaya o Barbie Ferreira o Alexa Demie o il giovane Austin Adams tra i maschietti, escludendo dal conto la perversa polimorfa Hunter Shafer che sarebbe stata troppo caratterista sotto la pioggia, ma strepitosa come rivelazione per il giovane Hole-then di Allen, altro che la madre puttana, pe’ccarità. Voglio Sofia Loren, carne e sangue addolorato, in Matrimonio all’italiana. Il punto che tocco è questo e non è la prima volta che mi capita, l’ho detto, insegnato a ripetizione, che qualsivoglia opera, filmo o melodramma o teatrata… ci tornerò… è fatta di attori, a qualsiasi titolo àttuino; capaci di distruggere le meglio intenzioni in capo a Giove, o inetti a sostenere le intenzioni inesistenti di una regia perduta altrove, nei suoi ricordari pallidi e assorti. Gli attori vanno seguiti, nutriti, imboccati se è il caso, amati se possibile, aiutati; i migliori, senza l’intelligenza di un bravo direttore o autore della loro recitazione, sbandano a ogni cantonata, non sanno che farsene delle battute, le sbagliano, si confondono, perdono la bussola; e siccome ogni messa in scena è nei fati un àuto de amor, se non avvien l’innamoramento sul set, e qui si vede che nulla è successo, nessuno poi dalla sala esce innamorato; guardare Sorrentino come ha indicato la polare al cast eccezionale di young e new  pope; Silvio Orlando testimonia, ascoltarlo se capita. Come li si dirige, gli attori, cioè come li si seduce e rende seduttori, è altra storia, e non interessa il profano, ma insomma l’onesto Jude Law in questo mare di pioggia, naufraga, balbetta come un dilettante a un provino; fuori parte, ma fuori parte persino i costumi; la fotografia non ci fosse stata, fosse stata fatta in automatico con un iphone, bè meglio; Storaro a fa’ cus’è. Un’opera im Bildung più che bildungswerk… in formazione più che di formazione… ma non passata per la dolescenza dell’autentico giovane Holden; priva di pathos, di sentimenti, ricca solo in autocitazioni e ritorni su tasti già altrimenti suonati. Senza palle. Nei meandri di un film non stupido ma perduto, complesso quanto privo di senso si salva per avventura, non tanto l’interprete Liev Schreiber, opaco ai raggi ics, quanto il suo ruolo di regista, il Pollard della storia; amato e vezzeggiato, però si dispera per la propria ultima opera, ne diserta persino la proiezione privata e finisce per stordirsi con l’idea che una ragazzina stolta possa essere la propria musa redentrice. Ma in questo carattere c’è tutta, nei fatti, la tragedia del dubbio, dell’artista spiato dall’angelo del fallimento e della ripetizione a vuoto. Quod Erat Demonstrandum. 

Chi volesse poi farsi del film un’idea più devastante, legga Alberto Biuso con le cui parole sono più che da cordo e de cordo, https://www.biuso.eu/2020/01/04/new-york-linciaggio/

p.s. una menzione negativa speciale alla versione italiana; voci sbagliate e incapaci di rimediare o all’encefalogramma piatto o alle epilessie dei loro originali; finirà che il doppiaggio, piccola gloria italica, si estinguerà se continua così. Infine il missaggio non so come sia stato messo a punto, tutto in primo piano il parlato, ambiente e prospettiva assente. 

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Vittore Villani

Seminar, 2019 by Eric White

Eric White, Seminar ( 2019)

Bagatella cospetton che tremarella…

Mon père disait, Ma porco e poi bon quello/a non ha ancora trovato qualcuno che gli/le cacci una pignatta in testa; oh la pignatta, l’idea di pignatta era di famiglia, prima di mio padre, di suo padre mio nonno, che era basso ma aborriva i pagliacci e lo dimostrò con coraggio durante l’era del pignataro in orduce; dico non era difficile trovare qualcuno cui avrebbe giovato, trunk una pignatta in testa e, Vattene, taci che hai troppi che acconsentono, a rischio della vita; di solito chi sbraita lo fa perché  trova nessuno che gli schianti in capo appunto una pignatta, metaforica, verbale, talequale… lo sbraito è tecnica dello squadrista; comoda; uno con mille a sbraitare intorno e nessuno a contraddire, perché solo o pauroso, o indifferente, o lontano… altro mondo in ogni modo, mica da ridere, fino alla morte mio padre era nato per morire ma da insorto e infatti, mica razza padrona come questi qui di oggi che per me non si salvi chi può… per esempio il dottor Vittore Villani; che lo volle così la mamma, dominante, tutta una famiglia di vincitori, mica bagatelle, doveri menefreco, io io io non sum miser, non sono altri che ego ego chachachà, gli è facile, ha diecimila dimensioni, nessun bordo rintracciabile, borderline beyond the lines, non limes, un buco nero in senso inverso assorbe materia grigia, la poca altrui, ed erutta slogan, urla sprezzi e sprizzi e sprazzi, fulmineo fulmicotone… il fulmicotone so come si fa, prendi ovatta e la immergi in acido nitrico e poi solforico, lasci assorbire, lavi con l’acqua fai asciugare ben bene, poi dai fuoco, flamm fa il cotone, gasgas.

Dunque, io non c’ero ma persone di provata fede cattolica, mi hanno riferito alleluja jubilate che il dr. Villani, domenica, 3 febbraio u.s. è fulminato a Lecco per una conferenza sul Tintoretto e il Bronzino. Nell’occasione tuttavia il detto, si è prodotto pro crocefisso nelle scuole, e nell’accesso, o nell’ascesso cerebellare che lo sveglia ha lodato il portatore malsano di rosario, sig. Salvomini, e lode al cristianesimo che tutti ci piglia e all’armonia di poteri ed eja eja di valori. Allallero alalà. Piccolo comizio non previsto in sede pubblica, cioè comune, il Politecnico. Non credo che l’aula fosse gremita di legaioli e curlers della madonna, ma si sa che il tribuno piace alle masse… anche se…  I come to bury Cæsar not to praise him… credo che per l’occasione ci fosse anche qualche ateo, o rabbino, o nolens e insomma quella che i giornalai chiamano gente comune, perché loro è vero sono di non comune fetenzia ma nell’occasione una tale Desirée, lode le sia avere avuto orecchie sagaci, ha scritto dell’evento ciò che potete leggere per vostro conto, https://lecconotizie.com/lecco-citta/tintoretto-sgarbi-al-politecnico-a-lecco-ce-unarmonia-di-poteri-e-valori/.

Per me mi sono arrabbiato, sono sicuro che se fossi stato presente avrei catafottuto, a parole, al dottorbalanzone la dovuta pignatta, azione di contenimento, T.S.O. per tutti i gugurù, ma gesto che nessuno osa o ha il buon tempo di perpetrare, immaginarsi tutti in preghiera fronte al personaggio, dietro il quale il n’y a personne, attore con un ruolo solo finisce in macchietta, quella di sé stesso, un Fanfulla, chi se lo ricorda a parte chi scrive. Poca roba. Fetenzia di chiaviche del regno qui tridentino sturato a suo tempo dal magnapatonze di Archours. Si capisce che di lui si abbia paura. Egli truona, intestino al fulmicotone. Del resto non ha antagonista, e gioca su questo, è fabbrica di consenso e il dissenso si esprime al massimo con la codardia del silenzio, dell’indifferenza, tanto poi si va in vacanza in Dubai, snowboarding tra le dune, Eh è divertente, o nel palazzo della neve artificiale, Ma va’ che bel, dice il brianzolo alla brianzola, Va’ che grattacieli. Consenso. Me no, dunque non potendo a posteriori impignattarlo come si deve al Villani, ho scritto al sindaco qui del paesello tra monti sorgenti in cui vivo. Il sindaco con puntualità lodevole, mi ha risposto chiarendo che il Comune non ha sborsato un soldo per pagare la propaganda sgarabattola e mi rimanda alla curia. Dieci secondi dopo scrivo al monseigneur la lettera che tutti possono leggere in calce. Risposta coerente con le carte in tavola che da secoli sono abituati a ribaltare. La risposta è da cardinale Voiello per mano di Sorrentino. Ma Voiello ha il vantaggio di tutti i meridionali, l’esprit. Ma il punto non è questo. Il punto è che si pagano, i villani, probabilmente con denaro pubblico sottratto ad opere migliori, o a persone migliori, e si occupano edifici dello Stato per omelie private. Il punto è che in excelsis si crede con ostinata presunzione di detenere signoria su tutto e tutti e tutti gli italiani. Ora delle due l’una. O ci si fa sentire con veemenza o si va via dal paese. O a quel paese. La tentazione è grande. Esilio. 

Gentile Monsignor Milani, 

apprendo dall’asse.to alla cultura del comune di Lecco presso il quale ho vehementer protestato ieri, che l’invito al dottor Sgarbi per la conferenza di domenica in Politecnico è stato promosso da voi, ovvero dalla C.P.Madonna del Rosario. Apprendo anche che il dottor Sgarbi, non ero presente e mi è stato riferito con precisione da insospettabili felici, apprendo dicevo che il detto, al termine o nelle more del suo discorso sul Tintoretto si è prodotto in una predica sulla vexata quastio del crocifisso nelle aule pubbliche. Lo stile, ovvero piuttosto la sua mancanza, è stato quello allo Sgarbi consueto, bava alla bocca e insulti a chi difende la neutralità dello Stato e lodi al Salvini. Allora in breve, il dottor Sgarbi era in un’aula dello Stato e, anche se comodo per la politica della chiesa di Lecco che parrebbe avvallare  Sgarbi, Salvini e loro bave, in quell’aula pubblica il dottor Sgarbi doveva parlare di Tintoretto; punto. Sono costretto a ricordarle che non esistono solo cattolici, schiera cui non appartengo, né leghisti, idem. Trasformare una conferenza in sede statale  in agape privata o concilio di Trento, benché non fossi presente al fattaccio, mi risulta odioso e, mi consentO il termine, vile. Avesse lo Sgarbi parlato in sacristia non avrei avuto nulla da obbiettare; casa vostra. Ma non al Politecnico, che è casa nostra. La conoscevo per persona civile e attenta all’arte, ora ho qualche dubbio. Si usa chiudere cordialmente ma sarebbe un falso. La cordialità non viaggia con la rabbia. Diciamo senz’astio, suo Pasquale Edgardo Giuseppe prof. D’Ascola

RE: Esimio professore, probabilmente le hanno riferito male. Fosse stato presente all’incontro – ne sono certo avrebbe maturato un giudizio differente. Distinti saluti Don Davide

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L’ElzeMìro di Martedì 4 febbraio

 

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

VII episodio- Spècimen

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73612

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Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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