Il viaggio della Gilda

Dopo il public reading di ieri sera al Book pride di Malanno, molti mi hanno chiesto amici e sconosciuti, a voce pochi e per posta molti, di poter leggere la favoletta del titolo. Per andar incontro a  tanto entusiasmo, contravvengo una tantum all’antica promessa di non pubblicare mai da questa sede  alcun mio lavoro. Il contrario sarebbe parso un po’ da  ombretta sdegnosa, personaggio che non mi si addice né che vorrei interpretare; se mai per i veneti che mi leggono e che possono capirmi potrei essere ombreta, ma mai sdegnosa, posta nel dubbio tra un calice di prosecco e uno di Tocai terrano. Ecco la favoletta.

100. Il viaggio della Gilda-una favoletta madre

Come la più parte delle mamme anche quella mamma, prima di ereditare il titolo di mamma, per il tempo dovuto ebbe una mamma e un babbo. E quest’ultimo fu la rovina o, secondo di come si voglia intendere questo fortunosa e inattuale e finale favoletta, la fortuna della famiglia. Ma andiamo per prudenti gradini ché, così procedendo, dicono, di rado si sbaglia. La mamma, prima di diventare mamma, si chiamava Gilda e viveva lontano in un paesino posato tra le basse colline di un ondulato fiume che giù da ghiacci  altissimi, giù per cascate e per buie caverne e salti e balzi finiva tra gli abbracci d’Atlante Oceano. Il paesino, d’Âge, era celebre per i suoi sconfinati frutteti intorno, di prugne soprattuto, moltissime prugne, le rinomate prugne o pruneaux [1] d’Âge, e aveva, la Gilda, non d’Âge, sei sorelle, Emma, Elda, Feda, Renée, Jeannette e Lisette, detta Élise o Élisabeth. E tutte le altre sorelle della Gilda dicevano, È una patata cotta e messa lì. Non si sa bene a motivo di che, forse perché la Gilda volentieri stava seduta a guardare le cose farsi intorno a lei e poi chiedeva, Come mai, Comment ça se fait [2], nella sua lingua franca. E tutti ridevano e la deridevano. Sasfè sasfè, cosiè cosiè ridevano, perché in cuor loro il fatto che, cosa fatta capo ha, non le turbava affatto. Anche quando la Gilda domandava Comment ça se fait che un pullman si fosse incendiato proprio in centro del paese accanto alla fontana e i passeggeri, quelli che riuscirono, dai finestrini giù nell’acqua saltarono dentro, e altri no, non fecero a tempo; e come mai le formiche mangiano di tutto, anche i morti ma senza averli uccisi, mentre gli uomini non mangiano le formiche,  nemmeno vive e uccidono un po’ di tutto per mangiare, per non essere mangiati e, soprattutto,  perché così loro piace; Comment ça se fait, come mai, come mai.

Nel 1933, quando la piccola vicenda narrata da questa favoletta ha inizio la Gilda entra in prima elementare. Un uomo solo, con un passato di pittore e soldato, ha sottomesso a sé tutta la Germania. Si chiama Adolf Hitler. Intanto gli scienziati Sigmund Freud e Albert Einstein si scrivono delle succose letterine chiedendosi l’un l’altro, Perché la guerra. Le risposte che si danno non sono incoraggianti così che Albert Einstein, di ritorno dall’America, scende dal treno che da Bruxelles lo lo sta riportando a Berlino dove vive e insegna, sale su un altro in direzione opposta, e ritorna in America, per nave naturalmente non in treno.

Poi c’era, ci fu e sparì un fratello, Eugenio, che dire vorrebbe dire nato bene ovvero bennato, ma per il bene, come vedremo tra poco, proprio non era portato tant’è che tutti lo chiamavano Gino e tanti saluti alle sorelline per evitare di avere di più a che fare con le sue fanfaronate o, quando gli girava storta, con le zuffe in cui si cacciava, il maltratto che a tutti riservava, la cattiveria con cui uccideva a sassate povere bestiole, di nessun conto nella sua testa, e non per mangiarle ma confermando quanto già detto, per farle fuori e basta. Gino, era fatto a quel modo, malfatto e, bisbigliavano in paese, piuttosto malfattore. Era più grande di tutte le sorelle, e aveva in uggia tanto il babbo che chiamava parapappà-molla, tanto la mamma che considerava la sua personale cenerentola-vien-qua-cenerentola-va-là; sicché poco più che ragazzino Gino scappò di casa e varcò, su per i monti, la frontiera. Allora era normale, c’erano di qua e di là dovunque, e noi di qua e voi di là a non finire, e passaporti da mostrare e guardie armate, con lucerne e mustacchi, pennacchi non di rado, cui c’era da obbedire quando chiedevano, Aprite svelto la valigia e nella borsa orsù fatemi vedere, anche il portafoglio sì e dove andate e perché mai ci andate, avanti dite, purché ti lasciassero andar oltre nelle terre che altri chiamavan, loro. Gino passò invece per un sentiero stretto e nessuno gli chiese dove andava né lui dove si doveva andare per andare alla guerra che lo eccitava, una guerra privata contro gli infedeli, i diavoli, gli anticristi rossi, colore cui da sempre si attribuiscono valori che da sé solo esso non possiede, ma rosso è il sangue vivo, rosse le macchine dei pompieri e il bottone d’allarme negli ascensori. Rosso al semaforo vuol dire, Frena e ferma, la rosa rossa, Ti amo, o qualcosa del genere; un vestito rosso, Eccomi qua guardatemi, una macchina rossa, Via col vento. Un fazzoletto rosso, Rivoluzione o, anche lì, qualcosa di simile.

Intanto appunto era scoppiata in Spagna la guerra di un tale general Francisco, di nome e Franco, ma solo di cognome, contro la pubblica Repubblica spagnola che egli sbraitava fosse da ripulire da bolscevichi [3], e mangiapreti, atei, anarchici e affini lui che cattolico apostolico romano prima di uccidere andava a farsi benedire. Intanto il matematico inglese Turing progetta una macchina, la macchina di Turing, una matemacchina di carta, macchina immaginaria ma tanto bene immaginata da diventare madre e padre  del calcolatore. Il fisico Enrico Fermi vince il premio Nobel e a Gardone Riviera nella sua brutta villa piena di oggettini ed aggettivi muore il poeta Gabriele D’Annunzio. Fermi scappa anche lui in America, mentre Einstein segnala per iscritto al presidente degli Stati Uniti che Hitler potrebbe far fabbricare ai suoi ingegneri una bomba di nuova concezione, detta nucleare. 

Vero è che molti valenti e coraggiosi d’ogni parte del mondo andarono a combattere per difendere quella Repubblica d’Iberia e molti altri come il Gino, vollero abbatterla, ed erano armati questi qui di tutto punto, o fino ai denti secondo come piaccia dire, con aerei cacciatori e carri corazzati e cannoni tanti che alla fine di tre anni di battaglie l’ultima fu perduta, e furono infiniti i lutti che alla vittoria dal general Francisco seguirono, e dopo ancora per tutti gli anni e tanti e lunghi della sua ben inventata dispotica regnanza. E Gino tornò a casa, per farsi bello di sue guerresche imprese, con il babbo. Ma il babbo, più che agli uomini era contento di parlare alla sua gatta e alla cavalla perché una volta, in una notte nera di lampi e di battaglia, una cavalla la vita gli aveva salvato; degli animali dello zoo dietro le sbarre, che compativa, gli animali non le sbarre, e della maiala che lasciava libera in giardino, lavata e pettinata da tutte le bambine, il babbo amava la conversazione fatta di occhiate e gesti impercettibili alla più parte dei distratti bipedi; sicché al sentire del Gino lo sragionare di assalti e assedi, di fuoco e fiamme e impiccagioni, al vedergli brillare tra le mani la baionetta con cui, beh con cui e così basti, per il dolore assurdo, com’ebbe a dire poi, di avere ràllevato sette figliole più un Caìno, detto fatto di casa lo cacciò. Il ragazzo sparì beato e di lui nulla o poco men che nulla per anni trasparì, se non che di buttarsi nelle battaglie più atroci e di servire i padroni più feroci era per lui una vocazione, e che ormai molto vecchio prima di morire, chissà per qual motivo oscuro, per la città del Papa era partito, era arrivato e, più che a piedi, sulle ginocchia a strasciconi. È raro, anzi sono pochi i peggiori che annusando l’odore che sale dai propri orrori almeno dopo un po’ si lavano, ma Gino, Santità ho da espiare, disse al Papa lì per lì. Vedendoselo espiare ai propri piedi sul pavimento di marmo laggiù, e giù giù a baciargli le pappuccette rosse, di raso e d’oro, non sappiamo se lo Papa facesse una faccia stranita o se piuttosto irritata, Pace, amen e gloria.

Intanto in Inghilterra, sempre il matematico Turing scopre come funziona l’Enigma una macchina tedesca per cifrare, cioè  nascondere sotto l’apparenza di un’altra disposizione di parole, gli ordini dati ai sottomarini che in mare fanno danni spaventosi ai convogli che dal Canada portano la roba da mangiare e la benzina per gli Inglesi, soli e isolati a combattere la guerra, la seconda, che di lì a poco sarà la più mondiale fino ad allora conosciuta. Intanto un inventore ungaro, tal  Biro, immagina una nuova penna da scrittura ma non ha soldi per produrla sicché cede il brevetto al francese Bic-h, che di mestiere fa il barone e soldi invece ne ha tanti che così  la penna Biro si chiamerà Bic.

Dopo quel fattaccio il babbo non era stato più lui. Viveva di paura che è un gran bel nutrimento in certe situazioni ma in altre si dice paralizzi. Era scoppiata un’altra guerra, guerra d’invasione dei Germani che, intenzionati insomma a papparsi una gran fetta della torta, del mondo la più grossa, prima s’erano presi l’Ostria, la Suddezia e la Polacchia, quindi la marca dei Danesi e i fiordi dei Norvegia; quindi dal Nord giù per le Fiandre erano entrati nella terra Franca, terra com’è noto di paladini e moschettieri. Il babbo che alla prima, alla grande prima guerra grazie a una cavalla era scampato, ebbe allora la sciagurata ma comprensibile idea di prendere tutti i suoi risparmi di una vita fattiva da fattore [4]di un frutteto vasto quanto una lombardia, di fare le valigie e di tornare nel bel paese dove, canta il poeta, fioriscono i limoni e brillano le arance, nel Friûl, dove limoni non ce ne sono e arance meno ancora, ma insomma si sa che la poesia fa proprie le più vezzose immagini, nel Friûl da dove il babbo era scappato in cerca di fortuna dopo la tanto grande tempesta di fuoco della Grande, appunto, Guerra e che nel Friûl aveva lasciato tracce e trecce di filo spinato e trincee e grandi buchi di esplosioni e neanche un chilo di terra da seminarci il grano, limoni e arance nemmeno parlarne. L’aveva trovata in terra Franca la fortuna, il babbo allora giovane con la sua ancor più giovane moglietta rosa, di nome e di colore; solidi e accorti contadini ma non tanto da rendersi conto, quanta fortuna valesse quella fortuna. Benché non sia così raro che a tornare sui propri passi talvolta non si sbagli, o si sbagli poco, e il più delle volte invece si caschi a gambe all’aria, pensava il babbo di ritrovarla la fortuna tornando indietro, nel suo paesello di Ùdin con la sua collina in mezzo e il bel castello sopra. Non poteva prevedere il babbo che dall’agiata e laboriosa D’Âge là dove tutti leggevano e scrivevano, dove le ragazze avevano scarpe e vestiti gentili di cotone a fiori e sotto le sottane bretelline elastiche e graziose per tenere su le lunghe calze scure o chiare e che al mare oceano in gita andavano o su per i monti, su per i boschi con scarpette lievi e calze corte sui malleoli; dove i ragazzi avevano scarpe e calzoni come li volessero, più lunghi o meno lunghi, e calzettoni e cappottoni per l’inverno; dove tutti mangiavano almeno due volte al giorno, diciamo pure tre senza paura di sbagliare, insomma che da quel paese di pane e marmellata e nuvole sarebbe precipitato in un paese di polenta e zolle secche e latte [5], sì ma non proprio tutti i giorni. Inoltre il paese tutto, detto il Belpaese [6], quello dei limoni che fioriscono quando gli pare adatta la stagione, era però da più di qualche tempo dominato da un Nessuno, molto più spesso nominato che innominato e di nero tutto vestito; un paese dove la legge era quella di certi suoi scalmanati, di lui del signor Nessuno, a tutti noti per camicie nere, bravacci carchi di teschi e cinturoni, pistole, baionette e stivaloni; tipi che per un nonnulla si mettevano a strillare, A noi a noi, per far sentire chi, che era più forte e più bravo dei bravi del Manzoni, quel dei Promessi Sposi; tipi che per un nonnulla, un altro ancora, giù pugni e calci e bastonate a chi il cappello in fronte a loro non levasse; tipi che per un nonnulla anche alle stelle gridavano di notte, A noi a noi. Loro, oh loro in quell’a noi  si sbrodolavano più che nel brodo la pastina. Pareva invece che le stelle guardassero perplesse, ma indifferenti per lo più.

A Ùdin i ragazzi, tranne certuni fortunati, figli di medici e avvocati, non avevano né scarpe né berretti, ma zoccoli di legno e brache, sempre le stesse da un inverno all’altro; nessun cappotto, nessun mantello per il freddo, solo talvolta una giacchetta che il padre al figlio, ed al nipote il nonno aveva posato sulle spalle un giorno e che, per così dire, per sempre si sperava la durasse, simile se non uguale a una fantastica eredità. E anche le ragazze non avevano scarpe ma zoccoli d’inverno e piedi dalla pelle inselvatichita per l’estate e calze nere tenute su con un elastico che stringere stringeva da levare il sangue ma reggere non reggeva niente e così sotto le nere sottanone le ragazze erano sempre sbrindellone e, non di rado, smutandate; nessuno soprattutto, nessuno che avesse il bagno in casa, ma un casotto nei campi per i suoi bisogni più profondi e una tinozza di legno o zinco per lavarsi, ma non sempre, anzi poco, ché scaldare l’acqua costava, mica poco. La Gilda  e le sorelle con il babbo e la sua moglie rosa arrivarono che il capo, quel che le camicie nere chiamavan, Duce-tu-sei-la-luce-che-ci-conduce, e buce invece qualcuno che da sé solo alla sua strada sapeva fare luce, il ducebuce dunque sull’esempio dei Germani, voleva papparsi una fettina di mare e suolo provenzale, sicché, Fuori dal Belpaese questi Franchi fuori, dagli a strillare per le strade gli scamiciati in camicia nera; così forte e tanto che il babbo e la famiglia di bambine con la mamma rosa, franchi ma furlani di cognome, a lungo non osarono mettere il naso fuor dalla pensione dove s’erano installati. Così fu che poco alla volta i risparmi di una vita presero ad essere pochi per un’altra. E le sorelle, anche a uscire non parlavano con nessuno perché non sapevano una riga della lingua propria al Belpaese, nemmeno una parola di furlano, ossia furlane lenghe, che il babbo almeno e la sua moglie rosa ricordavano e delle bimbe invece non era diventata madre lingua, o marilenghe. La Gilda leggeva e rileggeva l’unico libro che le era stato concesso di portarsi appresso, per non far peso in treno, un vangelo dalla copertina azzurra, in franco, e benché amasse i libri non poteva comprarne ché non solo in franco di libri non ce n’era ma in generale il libro, da quelle parti, era un oggetto raro. E poi e poi, Fuori dal Belpaese questi Franchi fuori, detto, ridetto, sbavato e ribadito. Oh cielo, erano piombate quelle sette sorelle, cinque perché due, l’Emma e la Elda le più grandi a D’Âge stavano accasate, erano piombate in cinque nel bel mezzo del paese d’ignoranza. E della povertà ché il babbo, povero geppetto, il lavoro che sperava di ritrovare, la fortuna che in patria si diceva, Arride agli audaci, la patria non la donava affatto, tranne agli audùci. Finché i soldi così ben guadagnati e risparmiati finirono del tutto. Per fortuna, la fortuna scaturita e improvvisata dal peggio, c’era qualche parente che, come era d’uso dire, si levava di bocca il pane che avere non aveva, così per far mangiare quei parenti che dai campi di cuccagna ora stavano affogando nel mar della miseria. Peraltro la guerra portava via il da mangiare a chiunque non avesse abbastanza sostanze per comprarlo a prezzi pazzi ovvero, alla borsa nera, che borsa non è di preciso e a dire la verità non è decisivo che sia nera, ma insomma anche in quel caso lì si usava dire così è [7]. E sempre per  fortuna c’erano gli alpini. Gli alpini erano soldati, lo dice il nome, di montagne, per diceria comune forti e generosi e vivevano in grandi caserme di città, sempre in attesa di essere spediti a perdere la guerra del duce-luce-buce, che nel Belpaese ormai persino era arrivata.

Intanto infatti succede al bel paese, all’Italia, di essere invaso finalmente da un esercito senza fine di Inglesi e Americani, d’Indiani, di Francesi ed Africani, di Polacchi, Marocchini ed Australiani, insomma c’era un po’ più di mezzo mondo a cercare di sloggiare dall’Italia il signor Mussolini , il duce o buce che dal 1923 con le camicie nere aveva conquistato il bel paese e spinto alla guerra dei Tedeschi che lo difendevano adesso, come si difendono i burattini da sé restando immobili nelle loro abitudini di legno, e difendendolo difendevano se stessi ché s’era ormai capito chi quella guerra, la seconda maiuscola e mondiale, avrebbe vinto. Intanto

Gli alpini da mangiare lo facevano bastare per sé e per la popolazione che, fuor dalle caserme, si allungava in tiepide colonne a mezzogiorno e a sera per il pane e la minestra o la polenta, con un burro strano chiamato margarina [8] un surrogato fatto con chissà che cosa, e un po’ persino di formaggio vero, degli alpini. Non era molto ma qualcosa, non tanta cosa. Un giorno in coda la Gilda cadde a terra, svenne e tutti intorno, benché si usasse dire che ognuno avesse le sue gatte da pelare, tutti, Oh poverina, oh povera bambina, cos’è successo, Ha fame, ecco quel che è successo, disse un vecchio lì nei paraggi, ma sottovoce per non farsi intendere da quei che intorno  con o senza la camicia nera ronzavano a cercare disfattisti [9] da sbattere in galera. Dei giovanotti caricarono la Gilda su un carretto e così mentre il babbo faceva la coda per la minestra la mamma rosa della Gilda l’accompagnò all’ospedale dove un dottore anziano la visitò e con occhi chiari e seri sentenziò, Ist anämisch dieses Kind, che in lingua italica si dice, È anemica questa ragazzina, e più alle svelte, Ha fame, viene appunto a dire; ma siccome nemmeno all’ospedale c’era tanto da mangiare, il medico decise di fare alla Gilda una puntura, Di ricostituente, un punturone tanto che rapida si ricostituì la Gilda e potette così ricominciare a fare la coda per mangiare. In quella, come s’è capito, di Ùdin i Germani eran padroni e, come s’è capito, del proprio e dell’altrui avevano un ideale assai particolare così che delle campagne e dei paesi, delle montagne, delle piane, dei fiumi e dei paesi e del Friûl intero fino al mare s’erano appropriati e lo chiamavano, Terra-d’adriatica-costiera, annessa dunque al loro stato, al loro enorme Regno, o Reich ma senza re [10]. Tra una puntura e l’altra del vecchio medico germano la Gilda continuava a domandarsi, Comment ça se fait. E come si poteva sopravvivevano la Gilda e le sorelle con il babbo e la mamma loro.

Intanto il biologo e genetista inglese Julian Huxley pubblica il libro Evoluzione: la sintesi moderna; libro che rielabora la teoria di Charles Darwin e la completa con le nuove conoscenze acquisite dalla genetica.

Per certi aspetti erano più gentili i Germani delle camicie nere e per i Franchi, quegli unici Franchi del Friûl avevano occhi chiari, azzurri e grigi di riguardo. Così di tre, tre delle sorelle più grandi della Gilda trovarono lavoro da infermiere all’ospedale occupato dai Germani, medici biondi e di gentile aspetto,  e fu la loro vita, delle tre sorelle non dei medici, da quel momento un’avventura, piena di insidie e di trabocchetti, di notti fatte giorno dal balenar diffuso degli scoppi, dal tremito del cielo rombante di motori, di treni zeppi di feriti da portare di qua e di là lontani dai fronti della guerra finché alla fine di un bel giorno, a maggio, Renée e Jeannette videro spuntare dalla porta di uno ‘spedale tra i boschi della Svevia, la figurina allegra di un soldato Miricano. La terza no, Lisette sappiamo che sostava con un treno a una stazione piccola tra i monti, andava a cercar acqua pei feriti, passarono degli aerei e poco dopo tutto fu cenere e binari. E fu la fine della loro guerra. Jeannette sposò col Miricano, Renée con un medico germano. Questo fu un fatto di qualche anno appresso ma si sa che quel che dopo tre anni succede nella vita, nel raccontare accade tre minuti prima perché a chi racconta il privilegio è dato di dare al tempo il tempo che gli serve per presentarsi in un tempo dato. Tra le maggiori la più grande ancora, la sorella Feda era invece scappata, si può dire, per sposare giù giù a Florentia un giovane avvocato di non poche speranze e belle e una fortuna già così sfacciata che lui di un soldo riusciva a farne tre, o quattro non di rado. La Gilda invece, Comment ça se fait patata cotta e messa lì, per levarla  alla guerra, almeno un poco ché pian piano tutto quel mondo armato che s’è detto, veniva su pel Belpaese un piede dopo l’altro a levarsi dai piedi Germani e camicie nere, in treno da Ùdin a Florentia la Gilda dal babbo fu spedita a ritrovare la sorella che laggiù s’era sposata. Non bisogna pensare però che il viaggio fosse di piacere, tra spari e lampi nella notte e le fermate all’improvviso in mezzo alle campagne e non si sapeva perché, Comment, comment ça se fait. E inoltre c’era, e tale che molti avrebbero detto pesante come un piombo, una valigia da trascinare ogni volta che occorreva abbandonare un treno per correre su su un altro ché, ora qua ora là lungo la strada ferrata, una stazione qui ed una lì erano magari state bombardate e allora tutti via da quassù a laggiù a pigliare quel treno formato per virtù di ferrovieri indomiti, correva e correva la Gildina con i piedini larghi e svelti pieni di terrore ed il biglietto di terza classe stretto in mano, tra il fumo e il fuoco delle locomotive, gli stronfi e i fischi dei freni e dei pistoni e il mormorio e gli strilli di dialetti, dell’italico ancora più difficili, ed i pidocchi a saltellare lievi da un capo all’altro di tutta una babele di gente che scappava al sud contando che prima o poi, Angli e Miricani e tutto il mondo sarebbero arrivati, a salvarli, e dio solo sa che cosa sarebbe potuto capitare se in tutto quel marasma, lo stesso dio non si sa, ma certo la locomotiva e il macchinista, che in galleria il treno al la bisogna nascondeva, non si fossero compiaciuti di far arrivare la Gilda, da su e da giù per le balze dei colli di Puratta fino alla piana di Florentia e al fiume che una canzone diceva esser d’argento, ma è solo acqua e benvenuta, sotto una luna vivida talvolta. Finalmente.

Furono abbracci e baci tra sorelle, ma mica tanti ché in guerra tutti pensano a salvarsi anche quando son già salvi o sono morti e non lo sanno ancora. La valigia piombigna fu delegata all’avvocato, al cognatino e via ad aspettare dalla città Florentia un altro treno, un treno che arrivava o partiva solo a notte; tutti accampati al freddo i viaggiatori ad aspettare per arrivare su su per la collina, alla Caldìna, tra ulivi e vigne e cipressetti loro. Quella notte arrivarono anche dei Germani, spingendo a calci dei soldati, piccoli italici tranne alcuni, che si querelavano, ma poco, più per paura che per irritazione e ognuno nella sua favella; tutti prigionieri si capiva, le divise stracciate e dei fagotti in spalla, i gradi strappati agli ufficiali, e gridavano i Germani e spintonavano e davano di calcio con i fucili loro a quelli che sembravano più lenti o che esitavano a entrare nei vagoni, di un treno già peraltro pieno. Comment ça se fait, domandava la Gildina alla sorella, e perché quei modi, lei pensava, che finora aveva visto Germani e incamiciati neri in buona compagnia. Fino a quel momento. E il cognato, shh tacere bisognava e andare avanti, che parlare non era bene in mezzo a tanta gente accampata per il treno ché magari qualche spia, qualcuno che sotto sotto indossasse una camicia nera, esserci c’era. Non si sa dove vanno forse a lavorare, il cognato mormorava e non sapeva, nessuno sapeva di che lavoro si trattasse e dove. Solo più tardi, si riseppe, quando tornò qualcuno da quei treni e avrebbe avuto più la pelle alle ossa che muscoli attaccati.

Intanto in un deserto assai lontano, nel Nevada, alcuni scienziati ma non quell’Einstein che sappiamo, mettevano la scienza loro nota al servizio del presidente degli Stati Uniti così che quella bomba nucleare che ai tedeschi di costruire non fu dato, un bel giorno di luglio fu provata nel deserto e poco tempo dopo eccola pronta per piombare su due città del grande impero del Sol Levante che tanta parte aveva avuto nella guerra o non si sarebbe chiamata mondiale. Due esplosioni per una catastrofe annunciata. Ma

Come altrui piacque la guerra finì e benché il perché sia poco chiaro, la Gilda fu spedita in una città su al nord, detta Malanno, ad imparare l’arte del cucito, della camicia e della giacca da un sarto, del cognatino cliente da poco men che un anno. E in poco men che non si dicesse imparò e imparò e imparò la Gilda e, con qualche guadagno, si comperò le scarpe nuove, le francesine rosse che portava con sé da sempre nella fantasia del luogo da dove era venuta al mondo. Ma continuava a non sapere come si parla la lingua del Belpaese dove si trovava in vita, non tanto bello adesso, pieno di buchi e mozziconi, anche di sigarette, ché con la vittoria dei migliori sul buce e sui Germani, con il pane e con il latte da bere erano tornate ad essere fumate. Malanno, la città ricca d’acque di pianura, era affollata di soldati ben puliti e ben stirati e un conte polonese, colonnello anziano, che alloggiava dal sarto e che parlava franco ottimamente, portava la patata cotta e messa lì a ballare, al circolo ufficiali dove la Gilda conobbe un aviatore anglo, dai modi gentili, capelli al vento e occhi scuri e blu come la divisa, conte anche lui, benché sembrasse un principe, che parlava con un accento strano; e dopo un po’ lui le disse, Épouse moi Gilda cherie, je t’emmènerai dans mon château sur l’île des belles lilas [11], e che sarebbe andato a chiedere se la sua di lui di mamma era d’accordo e così fu; e quando tutto sembrò a modino, quando dall’isola lontana arrivarono i documenti per la Gilda che passaporto non aveva da quando una camicia nera glielo aveva sequestrato a Ùdin in mezzo ad una strada e poi strappato sempre gridando, A noi, come d’abitudine, quando avvenne tutto questo la Gilda pensò che non sapeva bene se le sarebbe piaciuto abitare lassù tra le colline in mezzo al mare ad annaffiar lillà ed imparare l’anglo già che di bocca ancora non le riusciva del Belpaese la parlata. E alla domanda per iscritto, Mi vuoi sposare infine, disse di no. Così la Gilda rinunciò a un castello ed a quel principe dai modi azzurrini e restò a cucire dal buon sarto e da sua moglie, la Graziosa, donna gentile di nome e di fatto, che come per una figlia aveva per lei riguardi ed attenzioni.

Poiché restava sempre senza documenti venne il giorno in cui la Gilda dovette andare in comune a cercare di conquistarne uno, di documento non di comune, dal momento che pare, e il perché si capisca o non si capisca affatto, pare che al mondo non si possa stare senza una carta, un tesserino, un librettuccio che come uno specchio dica, sei proprio tu o così pare, il tale o questa o quello che sorride in fotografia, alto così o così bassa, dai capelli perlopiù castani e dalla carnagione regolare. Così la Gilda, calzate le sue scarpine rosse francesine nelle quali si sentiva a suo agio nonostante i suoi larghi piedi adatti a calcar la terra, non a ballare sulle punte, partì alla volta del comune incontro alla sua carta di identità, ovvero al suo destino. Ma siccome lei parlante nessuno la capiva, era lì ferma davanti a un impiegato che diceva e diceva cose che lei, Comment ça se fait; e a piangere era ormai pronta quando, Permettez moi de vous aider ma demoiselle [12], disse un bel ragazzo che ancora aveva al braccio il distintivo da combattente partigiano [13] e lo era stato, né principe né conte ma capitano, molto gentile e tanto onesto, pare. La storia della Gilda egli si mise ad ascoltare e poi a tradurre all’impiegato e fu così che passa un giorno passa l’altro, la Gilda ottenne la sospirata, identità di carta. Le chiese il partigiano di sposarlo ma questo molto e molto tempo dopo, tanto che la Gilda disse, Ouisì, con convinzione tale da giustificare il fatto che il narratore al mondo sia arrivato a raccontare la favoletta che appena avete letto. E vissero d’incanto, felici sì e no, contenti, di quando in quando.

Divisa tra l’antico ed un moderno un po’ insensato, questa storiella ha fatto uso di un linguaggio estraneo un tanto, e un tanto no; ma sono questi i mezzi di chi si sottomette poco al mondo come è fatto, al suo parlare asmatico e scrivere da zoppi, al non voler sapere che il futuro, il tempo di un sospiro, ed è passato.

Fine

 Lecco, autunno 2016

Note

1] Non è facile da pronunciare pruneaux, con la u stretta stretta all’inizio che solo i lombardi e i piemontesi conoscono e la o finale chiusa come per dire móltó, prünó.
2] Comman-sa-se-fè
3] Per bolscevico si intendeva un tempo un rivoluzionario, pericoloso seguace della rivolta russa del 1917 che aveva prodotto lassù tra le steppe la repubblica socialista sovietica.
4] Un tempo chi amministrava e dirigeva un’azienda agricola si chiamava fattore, fatto che lo distingueva dal proprietario che invece per lo più non faceva nulla tranne guadagnare sul lavoro del fattore e naturalmente dei contadini. Ma il fattore in genere stava meglio dei contadini.
5]  Ciò che si mangia oggi in ristoranti belli e caldi e accoglienti talvolta, la polenta, una volta era cibo per contadini, poveri per definizione, delle campagne italiane.
6] Il Bel Paese. Conversazioni sulle bellezze naturali la geologia e la geografia fisica d’Italia, 1876 dell’abate Antonio Stoppani di Lecco (1824), fu così popolare da d formaggio nel 1906 da dare il nome a un formaggio altrattatno popolare.
7]  In tempi di penuria, di guerra e di fame c’è che ammassa cibo e sapone, salami e farina per poi rivenderli a caro prezzo, sottobanco, alla borsa nera, a chi può quel prezzo pagare. E i prezzi salgono di solito, salgono, fino a diventare così alti che solo pochi ricchissimi possono permettersi di comprare due uova, un po’ d’olio, un po’ di burro. In quei casi le autorità, la polizia, l’esercito, tendono a punire chi della borsa fa il suo nero, ma poi si sa che sono proprio le autorità, di solito, ad avere il meglio e la meglio su chi autorità non ha.
8] La più economica e industriale margarina quando c’era, aveva preso a sostituire il burro che non c’era o se c’era era difficile da conservare, il frigorifero non esisteva ancora e il ghiaccio per le ghiacciaie, per chi le avesse avute, scarseggiava.
9]  Disfattista era inteso chiunque non fosse convinto, a dispetto di tutto, che la guerra del ducelucebuce era perduta e così le illusioni di molti, tra gli italiani, che a lui e ai bastoni delle camicie nere avevano creduto e ceduto.
10]  La Germania si chiamava infatti Reich ma al posto di un re qualunque nel 1933 si era installato, abbiamo visto, un uomo dal nome piuttosto noto di Adolfo Hitler. Ironia della storia reich vuol dire ricco.
11] Sposami mia Gilda cara e ti porterò nel mio castello sull’isola dei bei lillà.
12] Permettetemi di aiutarvi mia piccola signora.
13]  Partigiano si intendeva un soldato delle brigate volontarie che combatterono al Nord e al Sud contro i tedeschi e per liquidare, con inglesi e americani, il regime fascista.
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Bookpride

Segnalo che nell’occasione riassunta dal titolo

il mio racconto

Il viaggio della Gilda-una favoletta madre

ha vinto il concorso Racconti.

Cordialmente

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Un film in silenzio

Devo ammettere in pubblico che parlare di film è uno svago intrigante e un esercizio di scrittura. E poiché qui a Lecco, stante la dispersione di sale che più o meno proiettano a giorni alterni gli stessi film e solo dal venerdì al lunedì, andare al ci-ME-na è un avvenimento, l’evento meraviglioso di quando s’era piccini, al tempo della cremalaska. Allora dirne è ancora il di più del meglio ovvero un plus-meglio.

Nello scorsa osservazione su el el lænd mi è venuto in mente il  Joyce di Exiles e da qui il discorso potrebbe andare avanti  a proposito di Manchestere by the Sea,  opera anche questa di dèi minori, un atto unico o, con malcelata malizia, un agìto unico. In proposito e come premessa mi tornano in mente le parole di un conoscente, professore di filosofia a Milano Bicocca e psicoanalista, in occasione di un convegno in cui entrambi ierimo entrambi nel ruolo di relatori. Trascrivendo dalla registrazione del 26 novembre 2016, cito dunque alla lettera il professor Matteo Bonazzi a proposito dell’umano, o meglio del parlante… sarebbe interessante tornare a  chiedersi anche in maniera elementare perché parliamo … la questione è se parliamo o meno di niente… ma parliamo sempre di niente, motivo per cui in effetti continuiamo a farlo, perché se parlassimo di qualcosa risolveremmo la questione … questo niente è evocativo è il motivo per cui chiediamo a qualcun altro di dirci quello che stiamo dicendo… non esiste l’autoanalisi.

Ebbene il film in questione, analitico nelle misura in cui lo si voglia considerare fenomenolgia del male di vivere – quello che si incontra spesso – inizia e finisce, anche in questo caso, con due scene simili. In entrambe lui, Lee, è alle prese con tubi e scarichi, in entrambe c’è un altro che parla d’altro nell’impossibilità di un discorso di cui si immagini il decorso. Nel primo caso una donna fraintende, altro modo del dire d’altro ovvero niente, e parla d’altro; nel secondo caso un uomo usa il discorso di Lee per fare il suo e parla d’altro. Per parlare d’altro, niente. In fondo è come se ognuno, nel corso del film facesse come mi pare si possa dire nella realtà quotidiana (che perde vieppiù contorni realistici), dove si usa il discorso altrui per intervenire con quell’associazione al discorso stesso che salta in mente all’istante. Non sei capace di dire qualcosa tipo la carta di credito, la scuola, il tempo, domanda il giovane nipote a lui, allo zio Lee che replica, No non sono capace. Alternativa è dunque tacere, l’ascolto. Lee tace, subisce la morte del fratello, la vita che conduce, il caso che lo ha sottratto alle sbronze con gli amici, alla moglie che sappiamo avere perso in una tragedia, alle bambine morte appunto nell’incendio della loro casa, incendio di cui spererebbe essere colpevole e non lo è, non in prima persona. Lee ascolta o tira cazzotti, l’agito, come se sapesse che parlare è impossibile, e l’ascolto è grave, difficile, insopportabile. Che si va in analisi, diceva ancora il Bonazzi, in fondo per imparare a mentire un po’ meglio. La moglie divorziata, neo mamma di un bimbo che ha appena avuto da un nuovo compagno, gli dice, Ho detto di te cose orribili, scusa scusa scusa ( frigna che è piacere) ma io ti amo. Tutto questo è inascoltabile, Non fa niente non fa niente, ripete Lee di tutto.

Ora, concludendo, alla stregua di LLL mi pare che Manchestere by the Sea sia un film d’amore sull’amore, di un triangolo amoroso – pieno di appendici: di mogli, di piccole arpie del sesso, di amici, di una madre folle e bisognosa di un padre, eterno nel caso specifico e a capo tavola nella sua nuova casa, di comprensivi medici e poliziotti, una nave dei folli – il padre Joe, che scompare nel passato della sua vita breve e nel presente della propria morte, assente evocato, il figlio, Patrick, altra faccia dell’amore, della libido, come ci insegna il nostro babbo Freud, considerata sotto l’aspetto di abbuffata sessuale, lo zio, Lee appunto, lo spodestato, quello che vive di più in questa che pare la tragicommedia dell’impossibilità quotidiana, del rincorrere contiguità inintersecabili. Lee si nega alla casualità degli inviti di cortesia, teme il nipote, finché non si capisce superstite dovuto del triangolo. Su una barca destinata alla demolizione l’unico legame con il reale, benché sia altrove, sia un mondo fluttuante lontano dalla terra degli uomini, un posto elementare lo l’ultima inquadratura vede zio e  nipote di spalle e in controluce che parlano ma non sentiamo le parole. Son cosa loro. Pescano, mare e sfondo di gabbiani. Un film si sarebbe detto ai tempi di Fernaldo di Gianmmatteo, ben scritto, ben fatto e benvoluto. Pieno di cose da dire che appunto non si possono dire. Un film in silenzio.

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La La L….and?

Dall’ Exiles, Esuli, di James Joyce, che la sua opera riassunse nel detto, three cat and mouse acts, ecco una battuta che per qualche ragione mi ha colpito. Dice Bertha, Lei, a Robert, l’Altro, I like you Robert, I think you are good. Are you satisfied? 

Bon, mi pare che in tanto icastico troncare, impedire il godimento di una verità sull’amore ci sia qualche traccia affine in La La Land.

Non fosse che ha già ottenuti tanti riconoscimenti per dritto e per rovescio, forse il film avrebbe meritato anche l’Oscar come migliore. E in effetti se valutiamo per atto mancato l’annuncio di vittoria agli Oscar, prima formulato e poi smentito, pare proprio che Lalaland abbia anche ottenuto il massimo giudizio come opera nella sua interezza. Ne parlo volentieri, sempre con la riserva che non intendo fare altro che parlare del bello dove, a mio giudizio, si manifesta.

Per chi ancora non lo sapesse i piano sequenza sono quei modi di girare in movimento per cui si parte e si arriva dopo un po’ dove finisce la scena, tutto senza mai fermare la camera. Il film inizia e termina con un imbottigliamento stradale e con una danza lunghissima in una lunghissimo piano sequenza che, come dice una signora amica qui di Lecco, ha il suo bel perché che così sia, che sia cioè un piano sequenza la soluzione più idonea all’aprirsi di una rapsodia, in blues, ovvero di triste sostanza. LLL incomincia con una fine già dall’inizio, Lui che la sorpassa in auto quando alla fine l’imbottigliamento si scioglie, Lui che La urta e supera nella scena seguente, Lui che ama una musica superata, il jazz, Lei che viene superata ai provini, Lui che alla fine fine fine viene superato da un bel tomo di uomo del mondo, tanto ineccepibile che appare, non si rappresenta, elegante e scontato, dice poche battute scontate, l’amore scontato non fa sconti. E più che l’amor poté la necessità di un marito, di un marketing nuziale, avere la tata prima ancora della bambina. Il cinema dona successo ma è il denaro che lo sostiene, non il sogno, e nemmeno la musica. Lei dimentica Lui dopo essersi domandata di un Noi che Lui sa impossibile sì che a domanda, Noi intendo… risponde,  Capisco sì vedremo. Un bel dì vedremo, Lui è dalla parte del superato. Lala blues. Non si può non amare, noi terzi, il due Stone-Gosling. Importante è che non lo sapranno mai.

Genere di siparieti canterini e danzerini e a volte di noia inenarrabile, non diverso dall’opera lirica che talvolta uccide chi non l’ami senza giudizio, il musical, là dove finisce ossia più o meno con Cabaret che, appunto, non ha siparietti ma solo scene di teatro vere e proprie che continuano la storia senza sipario, ecco che comincia La La Land, che musical non è se non nella misura in cui è musicale, tanto musicale che è strutturato come una partitura, con un piano melodico e uno armonico, operazione che con le immagini è difficile ma che denuncia l’abilità del direttore Chazelle nel tenere alla briglia il tempo, annullando i numeri chiusi caratteristici appunto del genere, il genere Minnelli per intendersi, di cui Chazelle cita, tra gli altri citati, Un americano a Parigi. Scartato dal film è proprio il numero; gli attori entrano ed escono da improvvisi accessi, scarti di danza o di canto senza mai soffermarsi senza mai concedere nulla al godimento del soggetto spettatore, come un analista lacaniano che interrompa la seduta nell’istante in cui l’analizzante sembra prenderci gusto. Nada, Chazelle taglia, interrompe, rompe, non concede, scarta. I passi coreografici sono bellissimi, per chi li ama, ottimamente agiti ma allusi e preclusi; che possano durare non ci si deve illudere. Di preciso come questo amore splendido dei due protagonisti, non meno vero quanto l’effimero e il banale, la regola di cui è intriso. Salvo non si creda che vi sia tra due amanti la possibilità di dirsi cose più alate di T’amerò per sempre. Ovvio come la morte, ma è così. Quando va bene l’amore è costruito, fabbricato, fondato su duri scontri con l’altro, con la totalità dei fatti -Wittgenstein- con la rinuncia dell’Io e il mettersi da parte della pulsione oppure, appunto, finisce perché è sogno, vocabolo ricorsivo del film; il sogno, anche l’incubo nasce e muore in tempi brevi quanto abbaglianti. L’amore è altrove. Il film finisce così come inizia, in un ingorgo dove l’amore è trappola e vittima della propria impossibilità nel reale – il sogno cinemagrafico è reale ma di un altro mondo, di una nowhere land, è un linguaggio dell’Altrove che prelude al risveglio ovvero sia al battere il culo sul pavimento. Il numero due esprime contiguità, non c’è carne che si consuma e strugge -grazie a Chazelle niente simulazioni di sesso- i Due sono perduti, solo un’occhiata finale li tiene in vita, lontani, eppure…

Opera di inseparabili solitudini il film ricorda che, We are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep*. Il resto è la cartolina di una california perenne, l’annullamento del tempo, solo cartelli esplicativi, autunno, estate, ché il tempo a La La L and…, lallazione e/o acronimo di Los Angeles, non esprime stagioni, Ma è Natale, Lo so ho visto gli addobbi in giro. Tale da portarci a concludere che il resto è bikini.

* Siam fatti noi della stessa pasta di cui son fatti i sogni, e un sonno è l’anello della piccola nostra vita. Shakespeare. La Tempesta. a4/s1
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Ma va’ a girà l’Ulanda

A seguito delle opinioni  del mondo universitario, non ho idea se solo o in parte solo milanese che la direbbe lunga, circa corsi da tenere esclusivamente in inglese, di recente, un gruppo di seicento docenti universitari ha firmato una petizione all’autorità competente – attributo che vedo male accompagnarsi al sostantivo autorità – schierandosi in difesa invece della lingua italiana. Da pochi giorni circola una circolare competente che sembrerebbe recepire i termini dell’appello, negando, pare, la possibilità di anglicificazione dei corsi.* Un bel dì vedremo. Chi scrive ha firmato anche la petizione in difesa di un istituzione italiana, il liceo classico. Circa il primo degli argomenti, segnalo in calce anche il link all’opinione di Apollonio Discolo, nome accademico all’uso arcadico di un noto linguista, cui garantisco evidentemente il piacere dell’accademico mistero.**  Segue il pensiero di chi scrive.

Dalla lettura del brano di A.D. mi pare di avere evinto la tesi che siamo un popolo infantile con una lingua che si sta rimbambinendo da una parte, e aterosclerotizzandosi dall’altra. Bref,  una lingua ridotta allo stadio infantile del lessico, chissà della lallazione da un canto, e cristalizzata in formule sorde dall’altro. Da lì l’ipotesi, mi pare non dichiarata, che quello dell’italiano è un caso clinico di regressione la cui cura conservativa, seguendo i termini dell’appello, sarebbe peggio del danno già fatto. Ma se ho letto con prudente attenzione, ciò avviene perché l’italiano non sa svoltare oltre l’angolo del liceo classico. Cioè maturare, crescere. Da qui l’inglese.

Da inesperto linguista ma appassionato e mancato clinico, sono convinto, e oggi del sintomo ho le evidenze, che il popolo si abbandona sì all’inglese, è incredibile il numero di vecchine che dicono occhèi al cellulare, ma a me pare si tratti  piuttosto di proto inglese o Unterweltsenglisch, un inglese dialettevole, per sentito dire, omologato, frullato misto, delle caverne o alla 1984. L’errore di prospettiva di Apollonio però, se ho ben capito, sta nel considerare il dialetto angliano in uso, tale e quale una cura sperimentale quando invece è diffondersi metastatico del male che affligge il dire, ovvero l’ignavia sintattica, la pigrizia, l’adagiarsi in usi semplici per non fare fatica; male, quello del non fare fatica, che coincide con una sorta di nolountas, di fase down di un popolo non infantile ma bipolare. Il cioè nel senso voglio dire in luogo di parole che indichino un senso che vogliano dire; dunque a me par grave che se tu fin da piccolo sei abituato ad ottenere tutto, o strillando ché tanto mamma dice di sì, rispetta la tua cultura, o schiacciando un bottone sul telefono, e mi pare che si tratti dello stesso condizionamento di certi  esperimenti sulle scimmie o sui topi con la pappa, con difficoltà riuscirai a capire, parlo di un caso accertato dalla mia pratica ospedaliera – così io chiamo il mio istituto, o pio istituto – riuscirai a capire che esiste il limite, il no, la cenciata in viso, e che non devi aspettarti l’avatàr del testo, per vederlo sul telefono o sull’iiipad, hi ha hi ha, ma leggerlo sulla carta, con note in calce e numeri di pagina uguali per tutti e con una matita accanto per prendere nota. Questa estensione del discorso credo ci trovi concordi in molti, convinti come siamo che almeno resistere alla rovina delle parole e della scrittura con le parole, sia un dovere  ma di giardinieri; scilicet, la lingua vive se la si usa, se la si coltiva, se la si nutre. Più scrivo, da scrittore – è il mio lavoro autentico- più parlo, più studio, più mi do conto del formidabile strumento parlante che l’italiano avrebbe se solo volesse possederlo. Sapere altre lingue è un evidente vantaggio, un estendersi del pensare, e tutti noi amiamo senza rinnegare la nostra prima madre, inglese, spagnolo, oh rude bellezza del castigliano, portoghese, magnifico idioma che Pessoa alternava all’inglese, e tedesco e francese, seconda madre per chi scrive e prima di Céline che maneggiava l’inglese come Beckett il francese, ma colti. Non sono le lingue quelle di scellerate riforme con cui la Francia per esempio – si legga per credere L’identità triste di Finkielcraut – per blandire l’arrogante svogliato è disposta a transigere sull’ortografia e tutto il resto purché egli si senta accolto ed integrato, o come si dice adesso riconosciuto, daje, nella sua cultura, in un sistema che di arroganti e svogliati casseurs fa le vittime cui incerottare la bua bua. Ma la bua bua se la sono procurata da soli.

Pare che a un recente concorso italico per maestri, diciamo anche maestre o non si passa la forca caudina del pregiudizio di genere, le bocciature siano state in percentuale apocalittica. Domande troppo difficili, hanno protestato i respinti; Gravi carenze di italiano di base, hanno replicato le commissioni. Ci torneremo.

L’invenzione linguistica di Camilleri dimostra il contrario di ciò che Apollonio vuole arrivare a dire, credo per depressione da Gattopardo. Ma da qui la fondamentale aporia nel suo discorso. Sotto sotto, ma nemmeno tanto, credo infatti che Apollonio rabbrividisca e, freudianamente dinieghi che è proprio il dire ad essere rifiutato in funzione del balbettare e del menare le mani, del baloccarsi tra ipertesti e iperscemenze, test Invalsi e schede con risposte prepagate; il linguaggio sostituito da un l’Ego per deficienti. Questo è l’aperçu devastante, a prescindere dalla lingua, di cui si dovrebbe prendere atto; e il discorso coinvolge appunto non l’Italia in particolar modo. È mal così grave che ci vorrebbero Medici senza Frontiere per affrontarne l’avanzamento epidemico/pandemico.

L’inglese, ah ah, l’inglese di chi è la domanda agli accademici politennici e suggerisco a tutti di ascoltare Virginia Woolf, On craftmanship, BBC 1937 ***; come tutti sappiamo l’inglese di Shakespeare contava proprio in termini numerici e se non ricordo male, su un lessico di ricchezza dantesca o quasi. Ma ma ma di quel lessico nulla o poco è rimasto, se non presso gli attori che devono studiarlo. Per il resto è chiaro che per l’ignorante sistemico è manna benedetta andare in scuole di lingua dove ti insegnano che con 5000 vocaboli sei un advanced e girerai il mondo. Certo, se è questo che vuoi, giralo, giralo. Va a girà l’Ulanda, si diceva in Lombardia un tempo, per indirizzare qualcuno là dove si riteneva necessario che andasse. La pratica dell’italiano, con 5000 vocaboli fa di te un analfabeta senza ritorno. Del resto basta dare un’occhiata ai libri, nel senso di volumi, che si pubblicano, e massime a quelli per bambini e per le scuole. Brividi blu. Questo è il male di cui cotidie vediamo il manifestarsi, quando non è addirittura manifesto, ovvero il manifesto. È il caso di queste Università che propalano the governance of the ignorance, convinti di parlare in inglese perché storpiano termini della tradizione greco latina per affermare concetti elementari delle loro tecniche dure. Un argot senza la fantasia degli argot. In sintesi, mi pare che non da oggi siano gli stessi clercs untori del male, il cinema borgataro non solo italiano, i consigli accademici che si adeguano e accettano stranieri che non parlano nemmeno per ipotesi italiano, i consigli di classe che spacciano, in senso proprio, e si spacciano tutti i cialtroni e pigri per dislessici; e vai con le mappe invece di piegare loro la testa sui passati remoti. L’intellettuale Pasolini non si rendeva conto del male che diffondeva affermando che amava le persone con non più della quarta elementare a carico. Si stendano coperte pietose, sudari, sulle lettere alle professoresse. Bon ci siamo arrivati. Ho ricevuto un sms, da un laureato  che m’ha scritto mè scappato, mà visto, arrivera’ , con l’apostrofo, che tutti chiamano accènto, arrivèra..’ dunque. Fatti notari i falli, risposta, Mi scusi ho cambiato telefonino e non ho ancora pratica con la tastiera, o voleva dire pastiera, napoletana.

Ho finito ma non sono sfinito. Se sembra ch’io rida, assicuro che piango. Vivere sulla zattera di Medusa  affatica anche qui sul lago tra i monti sorgenti che non è in buona salute; scende scende sotto il livello di guardia che non passa.

* http://www.roars.it/online/corsi-solo-in-inglese-la-consulta-ribadisce-la-centralita-della-lingua-italiana-e-definisce-i-limiti-dellinsegnamento-in-lingua-straniera/

** http://apolloniodiscolo.blogspot.it/2017/02/bimbi-oltranza-e-bimbi-di-ritorno.html. 

***https://soundcloud.com/brainpicker/words-the-only-surviving

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Il silenzio scortese di Scorsese

Preciso di nuovo che non mi piacciono né il tono né gli intenti della critica se altri ve ne sono di là dal tenere su di giri il proprio narcisismo, narcisismo di cui il film Silence è intriso com’ogni altra opera che si compiaccia della propria forma in assenza di struttura. Alla così detta critica preferisco il giudizio e se mai la critica dello stesso, in quanto per natura limitato e passibile di errore, dunque impermanente. Mi adatto pertanto a dire qualcosa poiché quest’epoca il giudizio, ovvero la pratica del discrimine, vanifica, rinnega, rifiuta quando non reprime col gioco pronubo tra domanda ed offerta di consenso, ovvero con la negazione di ogni differenza e identità in favore della diffidenza per ogni cosa che non si riesca ad obbligare all’omologazione, fino all’odio per tutto ciò che, separandoci, non ci pone l’un contro l’altro armati, ma semplicemente, parafrasando Lao Tze, su questa o sull’altra sponda di un fiume senza che vi sia necessità di andare di là dal rivo a dire-fare-baciare, convertire. Questo sapevano i Greci ma Scorsese non è né greco né l’Eraclito dei fiumi. Dunque mi pare che sia utile e non dannoso parlare di un film o di un’opera anche  e soprattuto quando non pare riuscita. Tutto questo vale solo per le opere che in qualche modo si distinguano per essere tali e e che quindi non sia né indifferenti né uguali. Parlare d’altro è parlare di niente.

Di un autore che viene considerato con qualche ragione uno dei grandi maestri del cine, Martin Scorsese, quando toppa come nel caso che esporrò non alla breve, è sempre peraltro penoso voler dire. Per il rispetto dovutogli a prescindere, sembra inutile ma è utile ricordare, così piace  a me ed a un mio amico, il Barezzi regista lui e studioso dalla sconfinata memoria cinematografica, che anche un grande sbaglia ma sbaglia alla grande e dunque anche di un‘opera abortita o non riuscita qualcosa tuttavia resta. Se non ricordo male, questo lo scriveva chissà dove Tertulliano-chi-era-costui , citare il quale casca a fagiuolo nel presente discorsino, trattandosi com’ognun sa, parlando di Tertulliano, del primo teologo cattolico e fanatico defensor fidei. A proposito di teologia ecco che torniamo a Scorsese, non nuovo ad escursioni nel campo, escursioni che al cinema degli americani dovrebbero essere proibite specie se adattate ai sentimenti e dalla fede dei loro uomini marketing. Parlando di fede  preferisco ricordare l’ingenuità perniciosa di Marcelino pan y vino, di Mission, senza escludere il recente Chiamatemi Francesco. E voilà uno dei primi limiti del filmo, Silenzio, di cui non si sa se peggiore sia il doppiaggio o l’originale. Ma anche qui tranne i simpatici attori nipponici e Lyam Neeson che vale la pena attendere nelle nebbiosità delle prime quasi due ore di pellicola per osservare la grazia con cui egli entra in scena nella terza di queste ore, Andrew Garfield che sostituisce oggi e male i divi di ieri non mi piace, piange con facilità le lacrime di glicerina e non è mai presente, lo dico da insegnante di teatro. Studiano tanto quanto li pagano questi ragazzini miricani ma in loro non brilla lo shining con cui Gary Cooper infiammava lo schermo in Mezzogiorno di fuoco. Garfield varrebbe in La merenda del fuco.

Stante che non sono un esperto di cinema rilevo o mi pare di poter fare qualche rilievo di ordine storico ed etico ad un’opera che, per le sue caratteristiche esplicite, si pone come verità agli occhi dello spettatore. E di quale verità è facile dire; della verità che vi fu una persecuzione dei cristiani nella prima metà del 1600 in Giappone, tanto che il film è dedicato ai cristiani perseguitati in questo paese. Della verità che i giapponesi erano ostili alla verità portata dai gesuiti come tale, una verità di conflitto ma non con una fede giapponese, che non c’è – lo zen non è a rigore di termini una religione ma una disciplina etica senza dèi e lo shinto un politeismo  gentile senza inquisitori, Signore potevi porre una zampina benedicente sulla fronte dei traduttori e sviarli da tanto sproposito- ma con il Potere che in Giappone temeva che la verità o supposta tale potesse manifestarsi con un’invasione politica prima e commerciale poi, degli occidentali. E qui casca l’asino, per dirla alla Totò ché non si sbaglia mai. Benché, nella sua seconda metà, il film si dilunghi con notevoli punte dialogiche sui crucci del gesuita, angelo del noto e proprio forsennato desiderio di redenzione personale violenta alla luce di quella immaginata di Gesù, la fede del malcapitato soldato di Cristo si manifesta nell’accettare con preghiere e lacrime che altri crepino. Domandarsi come altrimenti avrebbe potuto pensare un fervente seguace di una religio fondata sull’omicidio rituale, sul disprezzo della vita presente per quella assente, del corpo quale prigione dell’anima, sul mantenimento dello status quo di quei miseri che nessuno voleva sollevare dal loro stato, le rivoluzioni sono ancora lontane e peraltro hanno sempre dovuto promettere un’avvenire migliore mai qualche chicca di presente, e allora dagli il paradiso così saranno contenti di morire per quanto doloranti. Verso la fine del film l’interprete giapponese ricorda al gesuita la misericordia e quello alla fine la capisce o così pare, abiura, salva diversi disgraziati e si ritira lui in un silenzio da supposto dio e con la pelle ben salda sui muscoli e abiti graziosi sui bei muscoli. Detto scritto sembrerebbe persino una bella matassa narrativa ma, per dirla tutta, a tanto hanno messo mano, in passato, diverse belle menti occidentali, Nietzsche per dirne una. Così come lo presenta Scorsese, che come cineasta non è pulito in quanto partecipe e complice del marketing che sottende ogni opera cinematografica, il novero delle questioni poste in essere risulta un’esaltazione della chiesa tridentina che Scorsese forse non conosce perché americano, ognuno ha i suoi limiti che per gli americani sono il loro esporre ed esporsi ai loro cliché, o che conosce librescamente senza che gli sia noto che cosa è stato in Europa il potere della Chiesa, nonostante le sue nobiltà, e la furia dei conflitti che per il potere essa ha scatenato e l’orrore dei danni provocati da tali conflitti. Sicché non sapendo se fare un film storico o di riflessione, non fa né l’uno né l’altro, sceglie da par suo il miglior punto macchina e non si perita nel rendere ridicoli e crudeli in buona misura gli attori giapponesi che rappresentano i loro antenati, con ciò dimenticando che nello stesso tempo in Europa, era da qualche secolo che si massacrava in nome di dio. Vogliamo ricordare qui i 3 milioni di càtari assassinati nei modi allora noti, persino con un gigantesco crematorio en plein air degli ultimi 200 di loro sopravvissuti a Montségur, 16 marzo 1244, Prat dels cremats e che all’epoca dei fatti giapponesi, l’Europa combatteva di preciso da trent’anni una guerra, si veda anche ne I Promessi Sposi capp. XXI-XXX, guerra che potremmo definire mondiale stante il coinvolgimento totale dei regni europei in difesa dei due dèi, ovvero delle due scellerate pulsioni umane allora in combattimento tra loro, quella di Lutero e quella del Papa; detta guerra fu, ma non ci dobbiamo stupire né storcere il naso, un campionario di orrori comuni e fuori del comune, moltiplicati dall’infatuazione ipnotica, inducendo la quale le ideologie monocole di ogni tempo e gli occhiuti demagoghi, generano i mostri di una ragione pervertita nell’utero di una fede quia absurdum. E qui torna Tertulliano – De carne Christi  5.4 – Credibile est, quia ineptum est, è credibile perché è sciocco. A mio modo di vedere è proprio questo l’inganno ideologico, non teologico, patinato, cinematograficamente ricco di immagini belle quanto sterili, vuote di pathos, tese a far biasimare e dipingere il Giappone come palude di fango e paglia contro la solida pietra del cristiano Portogallo e quindi tanto più utile a portare indietro di anni e anni, come direbbe un giornalista, l’orologio del mondo fedele – bisognava sentire il fremere di narici in sala a ogni sacrifico umano- mondo contro il quale si badi che chi scrive non ha conti in sospeso né risentimenti personali, ma solo storia da contrapporre, se necessario, cosa di cui sarebbe ora di dubitare. Se Scorsese avesse voluto fare un lavoro antinipponico e genericamente contro l’Altro, per dirla con Lacan e si badi al pericolo di tanto atto, poteva fare un documentario sugli orrori, sostanziosi, veri, da voltastomaco, del Giappone dell’unità 731 degli orrori di Shanghai e Nanchino, a.d.1938. Chi vuole faccia qualche ricerca, ci sono ben occultati documenti che un lavoro coraggioso avrebbe potuto estrarre dalla Nostra storia recente per concludere con un giudizio severo, totale definitivo di impossibile assoluzione dell’unico responsabile di ogni orrore, l’essere che si dice umano. Poi, poverini noi, siamo anche capaci di qualche gentilezza, non tutti. Parafrasando però Nietzsche, Se vai presso gli uomini, porta il bastone.

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Anarchisme et anthropologie-Un libro per tutti pria che sia di nessuno-

biuso_aaSi può essere indulgenti ma non fessi. Perché uccidete, perché la violenza diffusa e l’atto violento nelle auto-nominate vittime, gesto che i giornalisti definirebbero gratuito anche se costoso in realtà da agire, domandato all’enorme massa di scontenti di sé e basta, le autonominate, senz’altra giustifica dà luogo a una quasi unica risposta, per uccidere. Altri direbbe per puro nihilismo. Per desiderio che si mette in atto con il desiderio di uccidere il desiderio in atto. Dall’essere desiderio a presentarsi come killer. Ribaltando qualche punto di vista, la domanda circa l’orrore del mondo attuale, nelle sue stratificate manifestazioni e cumuliformi come il terrorismo, rivolta generalizzata al mondo, à la limite, ai no, alle frustrazioni, alla rinnegata civiltà della polis in un orizzonte di neo tribalismo, che non sono estreme ma normali al bipede, la domanda al soggetto fuor di tribù è se non si tratti di infantilismo puro, dell’iterare/iterarsi nella stagione del perverso polimorfo o, per dirla semplice, del reginetto voglio-posso-comando posto innanzi a uno specchio che non gli rimanda la propria ma un’immagine sanguinolenta come al Macbeth i suoi re maciullati. Macbeth non ha specchi per vedersi cioè per contenersi, Macbeth si è adattato al mito della mammacbeth, la sua signora, de iure e de facto. Così ci si immagina fedeli che eternamente hanno da rimproverare un padre di non essere il loro in eterno, cioè padreterno. Passata la funzione biologica il padre che cos’è se non fantàsima, oh Macbeth, a meno che non lo lo si passi alla funzione civile, tirandolo giù dalla pianta della trascendenza. In fondo Cristo è questo che voleva intendere, this’s the unanswered question, Papà ven giò please or not to please. Ma papà non c’è, non è nell’alto di nessun cielo. Si può essere padri da vicino, accanto, non simbiotici. I vostri figli non sono figli vostri, sono i figli e le figlie della forza stessa della vita [a], anche i figli di dio. Un padre può confortare o giocare a scacchi, persino dirigere al bello e al buono, ma non assumersi in cielo da solo per fare di te un campione del telefonino che perdi e rompi ogni giorno e del Kakkakappa47, sia santificato il suo nome. La mitologia della responsabilità altrui, fino alla colpa è il peggiore degli incentivi reazionari. Il padre è caduco, periclitante, limitato, mortale, molteplice per poco che sia, non un divo ascoso nel sua unicità. Oltre è ybris. Non bisogna averne bisogno, né farne un bisogno, pena l’esilio infinito in un status di perenne minoranza ottusa prepotente, violenta, disposta a tutto, di mendicanti in eterno un governo, di risentiti. Ricchi o brutti così fan tutti. Malati senza voglia di affrontare il medico che non sia pietoso e dunque fabbricatore,  mai curandero di piaghe

Di tutte le bestie, la più bestia è l’uomo recita Satana nel Prologo celeste del Faust goethiano. Ma il gran tedesco sbaglia, Satana può decidere di essere tedesco del resto. L’uomo non è affatto bestia se non nella misura in cui si tratta di bestia pericolosa davvero, perché capace di ciò che vipere e tigri non sono capaci, di razionalizzare le proprie pulsioni, guidate dal desiderio che nulla ha a che fare con la semplice necessità di non farsi schiacciare. L’uomo non schiaccia per non essere schiacciato, l’uomo schiaccia per schiacciare. Il male, a chiamarlo così, non è mai banale. Provino i lettori a immaginare un mondo in cui la vipera o la tigre, per colpire, sappiano dirsi che, È giusto, è pio, è dovuto, lo devo Io, Io Io. Per fortuna non è così o sarebbe la fine del mondo a due zampe che purtroppo è tra le zampe anteriori dell’unica specie che si immagina illimitata, per terrore del limite dei limiti di cui razionalizza i confini con il filo spinato o il cemento quando può,  con il massacro. Qualsiasi conflitto ha un limite tra gli altri animali ma non è così per il duegambe. I gatti si riempiono di botte per una femmina o per un’aiuola, ma non violentano né si ammazzano mai. Il duegambe non la fa finita dopo la scaramuccia cha già darebbe l’idea di dove si potrebbe arrivare, il duegambe trova ragionevole, giusto, pio, io io ho oh, tirare in lungo, quattro, dieci, trenta, cento e mille anni, D’io lo vuole il sempre-mit-uns. Ma unnoi chi non è chiaro. Non sono certo i 700.00 morti di Verdun che lo possono fermare. Quanti danni si facciano, quanti stupri e rovine, quante vittime razionali, l’importante è trovarlo giusto e giustificato. Qui sta la differenza antropologica, mi si passi il termine, tra noi, la vipera e la piccola tigre addomesticata che è il gatto. Quell’altra, la più grossa, si noti che è tra le vittime del gamba-biforcuta. Ci sono i principi del paranoico da difendere. Ascolta le voci cicci e vedrai che desideri. Basta stare in groppa a un Sinai o altro cuccuzzolo a piacere. Quel che allo Schreber[b] non riuscì di affermare, riesce sempre ai profeti, questione di  bienveillance per l’antròpolocentrismo. E per questa ultima frase potrei finire sgozzato, ormai è così. La critica non va bene alle masse e alla messe.

Pertanto ecco che il breve quanto densissimo saggetto di Alberto Giovanni Biuso, Anarchisme et anthropologie-Pour une politique materialiste da la limite-Asinamali editeur-Paris. 2016, giunge lieto e di stagione per chi almeno un po’ si sia fatto Leopardi di se stesso e non leopardo o gattopardo. Va letto, meditato, non riassunto e si prenda questa fantasticheria che precede questa conclusione come tale, ovvero come massa plastica di pensierini accessori, limitati di un non filosofo, derivati, per associazione, alla lettura che, invece, viaggia per ben ponderati calli e ben lontane dai socialismi d’ogni specie e misura quando l’utopia anarchista voleva un po’ essere la più bella tra le promesse di sol dell’avvenire. Oggi non è così, oggi il Biuso, medico dell’anarchismo indica non la possibilità di redenzione ma di cura dell’àntroprosopopàico, questione di sopravvivenza, non di nihilismo, di ribellione, di rivolta, ma di ribaltamento, eccola, del nihilismo che è scorciatoia, in fatica. Si tratta di gettare il telefonino con tutta la pubblicità che se ne fa acqua sporca. Così, con queste parole, il Biuso conclude il suo dotto, complesso, misurato quanto brillante argomentare, cui occorre rimandarsi e non solo a settembre:

Notre souhait se nourrit de l’éventualité que la puissance-même technologique- des États, leur dèveloppement démesuré par le biais des Corporations, leur myopie absolue vis-à-vis du futur de la planète, n’aboutissent pas à la fin de l’espèce humaine, et de l’entière biosphère. Le géant d’argile du Léviathan pourrait conduire au résultat, paradoxal pour tous hormis les anarchistes, d’una structure élaborée en vue d’éviter la destruction mais qui serait en réalité la cause déterminante de la destruction. Nous anarchistes, nous devons être désenchantés et matérialistes également, dans le but d’éviter une telle issue et commencer à construire, au contraire, la société humaine. Sans illusions, nous l’avons vu, mais avec une ténacité absolue.

Livre à lire.

Nous les anarchistes.

Intenda chi vuole.

[a] vd. Kahlil Gibran – Il profeta -1923
[b]vd. Paul Schreber-Memorie di un malato di nervi -1903
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