15.09.20_l’Elzemìro → Gli amanti dei libri

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 Il gusto del fisioterapista

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BAMANTIDesideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Felisberto

Sono venuto a New York perché è il più miserabile e abbietto di tutti i luoghi. Lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti. La città intera è un ammasso di rifiuti. Paul Auster-Città di vetro

È una scrittura solid state quella di Patricia Odriozola, solida; ogni parola, frase, complesso verbale, interpreta il ruolo di detrito, di avanzo murale, di memoria delle costruzioni demolite e seppellite sotto una coltre di terra, la mal riversata dal generale d’aeronautica Osvaldo Cacciatore – https://es.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Cacciatore – e intendente di Buenos Aires 1976-1982; il tutto ciò che le dittature congenite al sud delle Americhe,  hanno cercato di nascondere senza riuscire a seppellirlo – viene in mente Un sorso di terra di Heinrich Böll e l’ossessiva lì come qui in Felisberto presenza dei guardiani – e il cui fiato di tomba alita tra le righe scritte e le dighe erette a fingere un oasi naturalistica, la reserva costanera; affacciata sulla Plata, è quest’ultima il teatro di questo mirabile lavoro letterario, Felisberto, traduzione di Alberto Aséro, Orizzonte Atlantico edizioni, lavoro che subito, per antica deriva professionale, ha rifiondato me su un  palcoscenico. 

Va detto tuttavia e con pudore al lettore esperto, e più esperto di me tout court di letteratura atlantica, per dire argentina, che appunto non ne sono né un frequentatore né un noto conoscitore; sì il minimo indispensabile ma ammetto di avere poca esperienza di Borges, un po’ migliore di Marquez, con piacere sommo tuttavia, perplessa di Neruda  – il cui nobel, opinione contestabile, mi parve come in tante occasioni attribuito alla militanza con poco riguardo a una poesia, modesta, sentimentale, puerile come le canzoncine di Dylan, nobel alle adenoidi, opinione contestabile –; minima di Cortázar, frammentaria di Puig sì, amable, qualcosina insomma e con quella mancanza di cognizione delle differenze autentiche che impongono i chilometri e le altitudini tra Cile e Perù e Argentina e Messico; scoperta infine e da poco una stella splendente, Alejandra Pizarnik, che nacque a Baires, visse a Parigi e si suicidò – i periodisti mascherati direbbero si tolse la vita per farlo suonare un poco come si slacciò il reggiseno – 37 anni anni dopo a Baires. 

Questo per dire che il luogo di partenza e di arrivo conta, noms des lieux, scrisse Proust. Felisberto si apre su un luogo immenso, l’estuario del Paranà col suo mar de la Plata, immenso, come immensa appare la Reserva Costanera, 3.5 km quadri, in cui approda Ignacio, l’altro nome del romanzo, con l’intento di liberarsi di uno zaino di oggetti e oggettini ammassati a costituire il suo bagaglio di ricordi – il carillon della nonna, la lettera di addio della moglie Úrsula titolare unica di un vero nome secondo Ignacio – sopravvivenze tutte da affogare, cancellare, dimenticare gettare via – gesto che non riesco a non associare ai lanci in mare di quelli che verranno chiamati desaparecidos; olvidados mai – là dove è stata sepolta un parte di città, in altri termini di memoria, di romanzo; romanzo poi, lo sarà sì lo sarà no Felis-berto. È racconto quel dell’infeliz-berto, cunto in napoletano, conte di conteuse, non sto divagando, cerco di non farlo, credo che la precisazione sia utile. Il cunto è in principio un parlato, narrazione – in cui per quel che mi riguarda ritrovo bellamente me stesso –, basti pensare a Saramago le cui opere sono principalmente contate prima di essere scritte. Questo discorso si può applicare anche ad altri autori ma ognuno rappresenta, come l’autrice,  voce di Felisberto, la propria differenza. Qui però è bene fermarsi prima di perdere la testa in una non nuova teoria del romanzo. Luogo e clima continentale variabile, inquietante, fiori e ragni e serpenti spaventosi, vegetazione apocalittica. Mi piacerebbe che il lettore già fosse intrigato alla lettura di questo Felisberto. Clima. Geografia. Esterni/Interni, Cinematograficamente parlando la signora Odriozola stacca da esterni, giorno o notte – ma il tempo tende a essere una linea – a interni incapsulati nella memoria, senza tempo dunque, salotti, cucine, camere da letto, fino a una pasticceria che è il luogo solido del finale, luogo del ricordo, luogo impersonale, luogo del Godot. Non è casuale il salto, è sceneggiatura. Non si vuol dire con ciò che Felisberto aspiri a divenire film, non lo credo possibile; Felisberto, che è un desaparecido al reaparecer sobreviviente e Ignacio sembrano costituirsi  in un terzo atto mai scritto per Vladimiro ed Estragone; del tutto anticinematografici; se mai uno sceneggiatore dovrebbe puntare a mettere a fuoco i molti dialoghi stralunati e incoerenti di Felisbo e Gnacio; se Vladì ed Estrago sono surreali gli altri due come dire, sono schizofrenici… ohi ohi come sono stupide le etichette; il vaga(me)nte io che scrive, le trova simili al professor Unrat dell’Angelo azzurro, clown sotto il colletto duro. Ci sono migliaia di parole in Felisberto da leggere una a una, quasi dimenticando che un romanzo è una costruzione da visitare ma come quest’ultima vale per ogni singolo corridoio, andito, terrazzo, solaio – ricordo molto bene la visita a casa Batló di Gaudí a Barcellona – occorre sentir risuonare di Felisberto ogni svolta che la traduzione oltrepassa in modo magistrale, ovvero creando un italiano plausibile in spagnolo e non viceversa com’è comune ai traduttori – per tradurre occorre essere artista quanto, se lo è, l’altro; per scrivere occorre essere pittori o musicisti, mai giornalisti o pubblicitari, vade retro allievi di corsi di scrittura, la scrittura è un dono degli déi non la pagella di una scuoletta; ricordo l’uggia delle traduzioni da Molière o Shakespeare che sconciavano gli originali usando il vernacolo toscano o una lingua asessuata, se si potrà ancora dire asessuata oggi che di sesso non si può dire, ma di genere e sono trentacinque, a stare a sentire, ma tutti uguali, il che a logica è illogico –. La traduzione qui è una sorta di italiano straniato dall’italiano, una traslitterazione del voluttuoso idioma ispanico del Baires – lo immagino, non lo so come sia l’originale ma mi piacerebbe saperlo – in un italiano voluttuosamente acquisito e ripensato dal  catalano, così come quest’ultimo fu ripensato per una comunità di luoghi costruiti, per l’appunto, sulle memorie di persone dalla memoria ricostruita, tali  gli emigrati. Il bello di una traduzione è quando rende plausibile la sensazione, fino a tramutarla nell’ipotesi che di traduzione non si tratti ma di originale; così ogni tanto il traduttore Aséro sagacemente lascia suonare parole locali, campanelli che ricordano al lettore, guarda che sei lì non qui dove credi; sei in volo sopra Buenos Aires non per Buenos Aires. Scendi, pilota/ fammi vedere, scendi/a bassa quota/che guardi meglio/e possa raccontare/cos’è che luccica sul grande mare, cantava Paolo Conte in Aguaplano e Yo tengo la suerte de ser argentino, cantava un vecchio vals, valzer, mi appartiene il destino di esser argentino… 

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Scoperte

Sopraffatto dalla ridondanza del dire altrui su qualsiasi argomento, convinto che i miei argomenti sono cosa rarefatta più che rara, scopro la bellezza del non voler dire niente, del non appellarmi ad alcuna autorità, persino del non avere niente da dire. Intanto noto che ridursi al poco è come aprire lo stomaco al minimo; una scatola di fagioli e quattro pomodori, olio, gnam.

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Gilbert Sorrentino(1929-2006)

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Intolleranze elementari

 

Giuseppe Verdi. Simone Boccanegra. Finale atto primo. Ormai in là negli anni Simone Boccanegra regge da tempo la Repubblica di Genova con mano da intelligente ex pirata,  Putin insomma; a parlamento nel bel mezzo di una rivolta popolare per futili motivi e ad un complotto per invidia – del pene – del suo rivale Paolo, allo sfondare della folla le porte del consiglio, Boccanegra grida, Ecco le plebi…

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Leggere oggi sul NYT che la signora Pelosi è intesa convocare il Senato d’America per scongiurare con un legge ad hoc il tentativo dell’attuale direttore delle poste, signor Louis DeJoy, e megadonor (sic) trumpiano, di minare il servizio postale e quindi lo svolgersi del voto a distanza; leggere sul Figaro l’allarme del governo circa le derive islamiche di alcuni sindaci; leggere su varie testate l’intestardirsi a dire che il popolo, ma quale, bielorusso è in rivolta contro il signor Lukaschenko e che l’Europa si esorta alla storiella che il popolo medesimo vuole la libertà, ma quale – quella di polonesi e ungari di darsi un governo fascista, chi lo sa, – ; leggere  che  per via delle discoteche chiuse, discoteche che danno, chi lo sa, così tanto lavoro alla ‘ndrangheta, quella della fascistissima feticista Santacchetipassa resterà aperta – mentre troupes cinema e orchestre e cantanti lirici e attori e operatori e focus pullers e macchinisti e postproduzioni sono a spasso, pochi sembrano percepire il baratro che li attende e nessuno ne scrive – ;  leggere sul Tirreno di qualche tempo fa che madre di un figlio spiaggiata da qualche parte da altra spiaggiante cui chiedette di di non sostarle appresso causa bambino debole di globuli e dunque facile alle infezioni, dalla detta si è sentita apostrofata e virgolettata con, Se hai il figlio malato tientelo a casa; leggere che folle di signore e signori protestano per il porto di mascherina inteso come abuso di potere e pericoloso sistema di morte – ah ahi ahi ahi si respira strillano la CO2 come se l’aria a Milano o Chicago fosse miscela di gas nobili e i suv borghessi  e i motorini a due tempi scoreggiassero mugòlio e palo santo – quando queste democrazie caucasiche hanno pervertito il loro stoltus sociale al senefreghismo, non al diritto di salvare la pelle ma al diritto personale assoluto, libertà libertà libertà di battere l’epidemia a suon di macarena, ovverosia di diversamente macumba; le stesse democrazie fondate sul sangue di migliaia di miserabili che chiesero e conquistarono pane, orario di lavoro, diritti dei lavoratori, voto alla donne e infine libertà libertà libertà di non essere ammazzati da una qualche o tonaca o camicia nera o bruna o azzurra ( c’era la variante; ogni coglione glabro o peloso si inventò le sue camice, taluni si sa indossando sotto sotto lo chémisier pervinca); leggere tutti i giorni sui muri del ramo del lago di Como i nomi degli eredi diretti degli assassini dei fratelli Rosselli, F.lli Angurie & Salviette di Taglia che, inneggiano sindaco un faccione dall’aria post ictus e gradito al locale Circolo Canottieri e CAI; leggere e mica tanto tra le righe il rieditato Il conformista del Bertolucci;  leggere infine pubblicità a favore di opere meritevoli che garantiscono a pochi irrimediabili infelici con difetti genetici oltre che genitali e che i genitori hanno partorito a dispetto della sorte, che essi tuttavia hanno schiere di ricercatori bianchi e meritori nel cercare il rimedio al male assoluto senza rimedio; leggere che intanto in Niger o dovunque vi pare ciuffi di mencheultimi crepano di fame, così tout simplement. Ma la carità. Saper leggere non c’è che dire è un bel vantaggio. Tutti gli eSipodii – un esipodio due esipodii, Totò – si situano dovunque li si voglia situare, ed è facile cucire insieme focolai di stupidità, miseria, cialtronaggine orrore e carogneria per dar loro valore di sintomi; lo fa la letteratura, per esempio nei feroci libelli censurati di Céline o di Houllelbecq per esempio in varie opere, ma da ultimo in Sottomissione; non starei a fare il tentativo di una diagnostica, che è una tentazione, ma non sono e non studio né da Masaniello, né da Marx, mi limito da sempre a confrontare la colpevolezza sorniona della realtà con l’innocenza feroce dell’arte che è il mio mestiere; del resto Cassandra la cui visione era maledizione ma, ma ma ma…

… nel 1971 Hollywood se ne uscì fuori un film bello, fantascienza solida, ricca, con un attorone, Charlton Heston, Occhi bianchi sul pianeta terra, ossia The omega man che, racconta la spiega Imdb, a seguito di una guerra batteriologica, New York è toccata da un’epidemia che distrugge l’umanità. L’unico uomo sopravvissuto grazie a un vaccino lotta per combattere gli zombi e per trovare un antidoto che possa salvare il resto della popolazione. Questo film che io vidi e rividi impegnò qualche pagina della mia tesi di laurea qualchi anni dopo – la mia tesi non piacque al mio relatore Umberto Ecco perché classificata spiritualista, quando era sottilmente spiritosa –  e, per la precisione l’unico uomo sopravvissuto non è l’unico ed è biologo militare; egli vive con milioni di supermercati e armerie a disposizione e in una graziosa palazzina che ha blindato, gli alloggi in città vengono via con niente; scopre che, lui a parte, l’umanità si divide in due gruppi, infetti e resistenti sani, uno sparuto gruppuscolo dal sangue vivo e fresco che, scoperto il medico, tenterà di aiutarlo nella sua quotidiana lotta contro i folli sopravvissuti, non zombi ma devastati dalle malattie, glaucoma, clorosi e una rara forma di psicosi maniaco-depressiva che li ha riportati a delirare un medioevo oscuro e feroce; guidati da un santone, inteso Messia, demonizzano la scienza e la tecnica che, nella loro testolina, li ha conciati così, vivono non si sa come e perdono il tempo in un furia iconoclasta di tutti i totem della civiltà scienza e tecnica. In particolare sono accaniti con il medico Heston. Della battaglia finale non ricordo quanti morti ma non finisce bene né per gli omega men né per Heston, e infine nemmeno per gli spettatori che dicevano allora, tempi grulli, Ma figurati sempre catastrofici gli americani. Sempre catastrofici già. Fine del discorso. Non solo.

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Traccia per un tema di maturità

Grant_DeVolson_Wood_-_American_Gothic

Grant Wood –American Gothic– 1930

Così fan tutte A2/S2 Fiordiligi e Dorabella

FIORDILIGI 

Sorella, cosa dici?

DORABELLA 

Io son stordita 

Dallo spirto infernal di tal ragazza.

FIORDILIGI 

Ma credimi, è una pazza. 

Ti par che siamo in caso 

Di seguir suoi consigli?

DORABELLA 

Oh, certo, se tu pigli 

Pel rovescio il negozio.

FIORDILIGI 

Anzi, io lo piglio 

Per il suo verso dritto: 

Non credi tu delitto, 

Per due giovani omai promesse spose, 

Il far di queste cose?

DORABELLA 

Ella non dice 

Che facciamo alcun mal.

FIORDILIGI 

È mal che basta 

Il far parlar di noi.

DORABELLA 

Quando si dice 

Che vengon per Despina!

FIORDILIGI 

Oh, tu sei troppo 

larga di coscienza! E che diran 

Gli sposi nostri?

DORABELLA 

Nulla: 

O non sapran l’affare, 

Ed è tutto finito; 

O sapran qualche cosa, e allor diremo 

Che vennero per lei.

FIORDILIGI 

Ma i nostri cori?

DORABELLA 

Restano quel che sono: 

Per divertirsi un poco, e non morire 

Dalla malinconia 

Non si manca di fè, sorella mia.

FIORDILIGI 

Questo è ver.

DORABELLA 

Dunque?

FIORDILIGI 

Dunque, 

Fa un po’ tu: ma non voglio 

Aver la colpa se poi nasce un imbroglio.

DORABELLA 

Che imbroglio nascer deve 

Con tanta precauzion? Per altro ascolta: 

Per intenderci bene, 

Qual vuoi sceglier per te de’ due Narcisi?

FIORDILIGI 

Decidi tu, sorella.

DORABELLA 

Io già decisi… segue duetto. Bon bon borobonbòn, premettiam che non son tra quei che si esaltano per le letture psicoanalahitiche dell’universo mondo; da ex analizzante invece, così si dice il paziente per esempio presso i lacanahiani, ho avuto il mio periodo di passione forte per il metodo, convinto che, alla pari con tutta la medicina, si trattasse di una pratica efficace, quando risultava efficace, intesa a incerottare, la definizione è della mia compianta dottora Pandolfi, a incerottare l’anima perduta del poveretto me, al fine di fargli fare i conti con la frattura tra un sé medesimo e l’altro e ritornare al mondo non di prima – ‘tenti che c’è del Recalcati qui – ma a un mondo nuovo da una rinnovata prospettiva. Può sembrare strano, signori miei, ma con me l’analisi c’è riuscita. Posso dire persino che ci riesce perché una volta appresi i rudimenti strumentali non è difficile rimettere i cerotti al loro posto quando si scollano o si bagnano – succede ai forsennati orsetti lavatori come lo scrivente –. Diverso appunto il discorso che vuole la pissipissispipsic lo spic&span universale, la chiave filosofica che capisce quando  e dove nessuno capisce niente – sapessi le volte che non c’è niente da capire, buci neri in apnea –. È una pretesa filosofica infilare le mano nei detti buci per vedere  se riesce dall’altra parte ma se è per quella, oggi non saprei la filosofia a che ambito utile appartenga se non a quello dei professori di filosofia, non lo dico io, lo scriveva Schopenhauer qualche po’ di secoli orsùno; qualcuno obbietterà che Schopenhauer va interpretato ma il qualcuno si interroghi su che cosa non può o non deve essere interpretato. Il mondo come volontà di interpretazione. Yuk yuk – dice il Pippo che è in me – sento l’orma dei passi spietati (Un ballo in maschera A2/S3) dei carcerieri del penso e ripenso e nel pensare impazzo. Allora tra poco ti lascio al Ricalcati con cui qualche volta mi sono trovato in così forte disaccordo da scriverne qui a sciabolate. Ma vabbè. C’è un motivo per cui questa volta non lo sono, in disaccordo, e mi pare giusto presentare questo Ricalco oricalco allo specchio dei tuoi occhi lettore. In questo periodo di confinamento – confinamento che è l’estensione del mio normale modo di vivere, latino modus vivendi, perché preciso che a me andare in giro non mi è mai piaciuto, amo la mia tana – cfr. Massimo Recalacati – e ci sto bene, ‘o covidde infuria, a mio modo di vedere dunque non vedo perché andarmelo a cercare col lanternino del Diogene – in questo periodo ho avuto due lutti, il primo è noto a chi frequenta qui il sito ed è stato il decesso del qui citato amico Dario, un artista che così è entrato nell’olimpo dei mancanti e vabbè, l’altro è stata la scomparsa fin dalle note d’attacco della pandemia di un altro amico, intellettuale preclarissimo che, non diversamente da altri preclarissimi qua e là nel tempo, ha scelto di fare quattro passi nel delirio e non è più tornato. È sbandato e io non ho avuto il cuore di dirgli nulla, che la sua libertà di non mascherarsi non valeva quella collettiva di farlo, che la paura è sana e non dei prudenti che sulla piana di Troia tengano la testa bassa e lo scudo ben sulla testa, che dire me ne infischio tutte balle del governo, può essere eticamente, politicamente ragionato ma non di preciso ragionevole; di fatto eguale, politicamente, ai discorsi della fasistissima coppia Angurie & Salviette – la mia defunta e amata suocera, disse un giorno alla sua fasistissima cognata, Vedi F** che a furia di andare a destra finirai per trovarti a sinistra –, deliri; e ai deliri anche un mio conoscente psichiatra mi disse di non replicare, Magari gli passa, mi disse ché, Il delirio è un mettersi in guardia ringhiando al mondo, stare alla larga. Fatto sta che non gli passò; ma tempo fa, giorni, dopo tanto silenzio prudente, preso dalla stizza, commisi l’errore fatale di replicare a sciabolate, sul suo blog, al commento di una sua corrispondente, se possibile più delirante della matrice. Morale la sua libertà dell’amico corrispose di fatto alla privazione della libertà mia di dire liberamente. Fatto bizzarro per un che difende la libertà mi censurò il commento al commento e, in somma delle somme altezza cosa vuole, mi tagliò via dal novero dei followers sua. Ostraco tra gli ostrachi, ostracotto. E qui mi fermo. Non ho, cara i me’ sciuri e sciure, nessuna capacità di pensare altro che sciocchezze e mi fa paura e compassione chi ritiene che di là dalla letteratura io, chi come dov’è quel lì, possa manifestare i segni di una qualche erudizione, tale da poter dimostrare un checchessia a chicchessia. Si fidino, io non so nulla davvero, ma lo so alla perfezione, così lo travesto e il costume è a volte bellissimo, questa è l’arte mia, signora cara. Sartoria. Sì sì, a motivo della quale la quale metto da parte per divertirmi un po’ e non crepare della malinconia… leggere Da Ponte. Ecco perché adesso e con piacere Massimo Recalcati…

https://video.repubblica.it/dossier/la-repubblica-delle-idee-2020/rep-idee-2020-massimo-recalcati-l-anima-e-il-contagio/363836/364392

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Dario Barezzi

PHOTO-2020-07-25-21-25-43 Non so di chi sia la foto ma appena mi verrà contestato dall’autore mi farò premura di citarlo

Sul fenomeno dell’autoinganno scrivere capolavori ormai è difficile ma resta l’opzione   delle gran minchiate. Così non si può rimproverare a un uomo di rifiutarsi alla vita, tutt’al più gli si può obbiettare che adattarsi a sussistere dentro il limite di sofferenze naturali ma accettabili e, se mai, by opposing end them (W.Shakespeare-Hamlet,A3/1a) ma tutte in una volta, è più economico e vantaggioso di andarsele a cercare, per farla finita, cercarsi, mettere in atto e configurare la propria esistenza fino all’esito finale come spaventosa gara e gora di malestare, degrado, svilimento; obiezione a quello che Camus chiamava il necessario volersi bene; nossignori, Deleuze, la Sexton, la Woolf, tanti, molti altri integralisti del no, si sono suicidati, bum, un sorso e via, riflettendoci sopra stare sicuri, ma non certo procurandosi una morte atroce e in comode rate a partire da uno zenit del tempo in apparenza stabilito da tempo. Dario Barezzi, un amico, è morto di recente così, atto di diniego di sé totale, ingiurioso, feroce, crudele, Dario ha ucciso l’obeso che l’altro Dario era diventato, segregandolo, torturandolo per anni in modo ossessivo, a Coca Cola e merendine; Dario l’altro ancora, era la mente brillante che molti, non qui è impossibile, ma altrove ricordano; gli amici, tanti e i conoscenti, forse di più, riconoscenti non saprei. Qualcuni, Dario lo hanno accudito come tante Florence Nightingale, il Saluzzi, la Lanzi, il Salvi, il Mazzoleni a suo tempo, tutti intesi a trattenere Dario dallo sfacelo. A che categoria appartenesse invece chi scrive non so dire, e importa niente, per sicuro non alle Nightingales, scarsa attitudine, nulla anzi. Ma a dispetto delle omelie al gran banchetto della morte che il defunto, fosse anche un delinquente, trasformano subito, con la fantasia che è degli amnestici in padre esemplare – non esemplare di padre – Dario dico, ed è un peccato, nell’epica after death è diventato un po’ un gesubambino, un faccio tutto bene e tutto io; non risponde a verità ma alla verità che molti a torto o a ragione si fanno per consolarsi. L’autoinganno. Ma è un torto. Ho pianto per una mattinata all’annuncio della morte prevista (setticemia – sfacelo in greco – aggravata da un cumulo di patologie tutte potenzialmente mortali e auto procurate; un bel caso psichiatrico Dario, per dirla da clinici fai da te); ho pianto non so perché, di sicuro ché dopo una certa età, la vista dei compagni che cadono intorno a te falciati, annuncia che una delle prossime pallottole porterà scritto il tuo nome (luogo comune da Fort Alamo o da duello nel Pacifico) e non sei tanto contento, paura fa novanta si legge in un capitolo di un mio romanzo Assedio ed Esilio la cui tessitura non è dissimile dalla vita di Dario. Ora mi  scuso per la citazione, la lascio e mi ripiglio. Ebbene Dario non fu gesubambino, non sapeva far tutto (non il teatro che insisteva a frequentare con esiti modesti assai, non capiva che tra fare far  teatro e fare in un teatro c’è una differenza, lo dico da teatrante sospeso per precisa personale volontà dall’esercizio dopo una vita, dalle origini a ieri) ma aveva un dono, → the Gift, una grazia mozartiana in un’unica cosa per cui dirlo toccato dal genio è quasi dir poco; alla macchina da presa e al tavolo di montaggio Dario suonava come Mozart il pianoforte, a testa sotto. Non solo dominava il mezzo, non solo risolveva le eventuali mancanze delle ripresa come forse solo Hitchcock; componeva con il tocco di Hitchcock e la sfortuna di Giobbe procurata da un dio che non c’è; il massino dello sberleffo che fato e necessità possono mettere in atto. Dario era capace di riprendere da un unico punto di vista e da stativo un’ora di qualsiasi cosa, uno spettacolo per esempio (esiste forse in youtube documentazione di ciò, Ivresse o Prima della quarta girato in Conservatorio; non ho voglia di cercarla) riuscendo non solo nell’intento di rendere appassionante il risultato ma a dare nel montaggio l’illusione di avere girato con almeno due forse tre camere. Dario viveva in quella realtà, lì soltanto dove esisteva, e così presente per lui, per l’altro che era, da fargli credere che fosse tutta la realtà – la sua maledizione e forse un’anestesia indispensabile non dissimile da quella che si procura l’attossicato – una realtà dove acqua calda, bollette, servizio sanitario e sacchetti della spazzatura, obblighi di legge e piova erano un non luogo a procedere ( a precedere si dice per i camera car); là dove non si vive. Dario fu un anarchico fondamentalista, un negatore del potere della vita sulla vita della singola persona. E ho detto quasi tutto. Ricordo con precisione la mattina in cui, per qualche lavoretto che stavamo facendo, si presentò a casa mia, a Milano allora, molto presto la mattina. Mentre gli sbloccavo il doppio battente, o non sarebbe passato dalla porta, mi disse, Facciamo un film insieme – passa dalla porta – l’idea è questa… il back stage di un film che non c’è… il trailer di un film immaginato… ti piace… sei contento di me mi vuoi bene (usava spesso interloquire così). Va sans dire che trovai diabolica l’idea e ci mettemmo a scrivere, lui accennava quel che gli veniva in mente e io, come dire, sviluppavo e ci aggiungevo il mio carico da undici, dialoghi eterni in inglese, canzoni, follie follie che nemmeno Traviata; scrivevo come si scrive un racconto, nessuna esperienza di sceneggiatura; Dario reclutava adepti e investitori di lavoro; procedemmo poi a quattro mani, anche le canzoni, il film doveva essere molto musicale e io riuscii a convincere un compositore, Davide Galassi, a impegnarsi; scrisse della musica bellissima; poi gli attori, miei allievi in gran parte, il coreografo, l’eccellente Simone Magnani per le scene di ballo: una, bellissima – so che è l’affetto a muovermi e commuovermi – con Ewa Leszczyńska (pianista, mia allieva of course e of course erede di una regina di Francia, chissà in che principato vive adesso) e Davide Fior, (medico mancato, danzatore formidabile, oggi fa il direttore di coro) una era un tango di strada, girato in agosto alla Bovisa-Milano fuori dalla palazzina dell’Enel, un solo lungo carrello di dieci minuti lungo l’asse, senza stacchi, io credo di ricordare sessanta metri di binario, un capolavoro, macchinisti superbi. La ripresa era di Anversa, veterano persino di Bertolucci, fotografia di Cavandoli, figlio del → Cavandoli e lucista con la virtù della quasi cecità ( Come Allen in Hollywood ending); Dario, da impeccabile artigiano figura senza la quale non c’è artista che tenga o non tenga, convinceva tutti ad esercitare l’arte, la propria; in ciò era irreparabilmente regista. Non sto a dire come tutta l’impresa andò a gambe all’aria in montaggio, in parte per causa mia, non capivo quanto Dario fosse più di là o del tutto di là, invece che di qua nel mondo reale, anche del lavoro che di realismo necessità. Un incidente con un computer obsoleto mi fece imbufalire e peccare di arroganza, litigammo, il film senza film, The making of, finì come doveva, non finì, the making of nothing made; con Dario rompemmo per tre anni, poi come gli animali ci riconoscemmo e tornammo a fare delle cose insieme, molte sfortunate, come un bellissimo docu su Monteverdi che il Conservatorio non capì e lasciò perdere, e molto prima, un oscuro Fratelli d’Italia? sul più oscuro orrore del fascismo eugenico in Italia, finì deturpato dai commissari politici del →CDEC che glielo smontarono; io me ne chiamai fuori, Dario non andò alla prima, e il film scomparve. Concludo. Mi capita di vincere il naturale orrore e a volte guardo film italiani; Dario diceva, esagerando un poco ma non molto, che il cinema è americano; filmini vincitori di orsi d’oro e d’argento, dei bei nigutin a Berlin, come quei dei fratelli la bufala, no si chiamano D’Innocenzo, ma di innocente non hanno nulla, anzi sono colpevoli di procurato aborto del cinema; mammane col ferro da calza che non sanno niente, non sanno fare, ignorano tutto, nuddi ammiscati cu’nnenti, e sono premiati ati ati ati. Dario, Mannaja la santa vinedda, conosceva e aveva studiato, studiato, studiato io dico non meno di diecimila film e quasi tutta la televisione italiana di cui era un mostruoso esegeta e smontatore seriale. Nessuno l’ha premiato. Peccato. Peccato, peccato.*

* p.s. The making of, mi piace precisare che non fu una goliardata, costò mesi di preparazione di riprese e qualcosa in termini di permessi e crediti ottenuti presso fornitori oggi scomparsi oppure prestatisi alla bisogna; sempre nell’ambito del credito, ce ne fece l’Ikea dove girammo due giorni e una notte intera. La Fnac-Italia ( non c’è più) nel negozio della quale il film si chiudeva con una conversazione al telefono tra la cuoca messicana di Barbara de Fina, moglie di Scorsese, e noi, Dario e me; la cuoca non esiste, non credo, e la telefonata era una falso. Tutto inesistente come i premi che nei titoli di testa ingombravano lo schermo, tutti falsificati da dio: ne ricordo due, Festival d’arte cinematografica della Slovenia,  e le  Giornate del cinema di Svezia: festival inesistenti in località inventate ma plausibili. Per i falsi erano stati interpellati interpreti di ogni lingua. Uno spasso. Ecco detto tutto, Dario non sapeva andare al passo, solo allo spasso.   

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L’ElzeMìro di Martedì 21 Luglio

BAMANTIIn Gli amanti dei libri

21 Luglio – L’ElzeMìro – Animali in disordine alfabetico-Carnivori

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-animali-in-disordine-alfabetico-carnivori/

Con ciò l’Elzemìro si congeda e si prende le ferie, tornerà il 15 settembre, morbo permettendo. Cari saluti e siate prudenti, lettori, ha da passa’ più che ‘a nuttata. 

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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Voice(s) of America 3a – H’s M.

the-room-of-flowers

The Room of Flowers, 1894 by  Childe Hassam (1859-1935)

 Harper’s Magazine

La lettera che riporto qui di seguito senza modifiche o commenti o lai e bai sterilmente indignati come ogni indignazione, è stata pubblicata su→Harper’s, il 7 luglio u.s. Chi volesse rimandarsi al suo commento e alla sua traduzione legga in→Il Post in https://www.ilpost.it/2020/07/09/lettera-harper-cancel-culture/. A chi sentisse il bisogno di riflessive allitterazioni e divertite polemiche suggerisco, per ridondanza, di spararsi L’impero del bene-Mimesis, L’empire du bien-Perrin, del da me compianto scrittore francese Philippe Muray, Inoltre segnalodi Philipp Roth Il complotto contro l’America-Einaudi, The plot against America-Vintage international. Questo lavoro è stato tradotto in cinema per una miniserie presto in onda per Sky. Altro dire non vo’. Ed è meglio così, sento per lo meno una voce (s)trillare nel deserto della rete. In calce alla lettera, i firmatari. Che la lettura vi sia lieve.

A Letter on Justice and Open Debate 

©Harper’s 2020

July 7, 2020

The below letter will be appearing in the Letters section of the magazine’s October issue. We welcome responses at letters@harpers.org

Our cultural institutions are facing a moment of trial. Powerful protests for racial and social justice are leading to overdue demands for police reform, along with wider calls for greater equality and inclusion across our society, not least in higher education, journalism, philanthropy, and the arts. But this needed reckoning has also intensified a new set of moral attitudes and political commitments that tend to weaken our norms of open debate and toleration of differences in favor of ideological conformity. As we applaud the first development, we also raise our voices against the second. The forces of illiberalism are gaining strength throughout the world and have a powerful ally in Donald Trump, who represents a real threat to democracy. But resistance must not be allowed to harden into its own brand of dogma or coercion—which right-wing demagogues are already exploiting. The democratic inclusion we want can be achieved only if we speak out against the intolerant climate that has set in on all sides.

The free exchange of information and ideas, the lifeblood of a liberal society, is daily becoming more constricted. While we have come to expect this on the radical right, censoriousness is also spreading more widely in our culture: an intolerance of opposing views, a vogue for public shaming and ostracism, and the tendency to dissolve complex policy issues in a blinding moral certainty. We uphold the value of robust and even caustic counter-speech from all quarters. But it is now all too common to hear calls for swift and severe retribution in response to perceived transgressions of speech and thought. More troubling still, institutional leaders, in a spirit of panicked damage control, are delivering hasty and disproportionate punishments instead of considered reforms. Editors are fired for running controversial pieces; books are withdrawn for alleged inauthenticity; journalists are barred from writing on certain topics; professors are investigated for quoting works of literature in class; a researcher is fired for circulating a peer-reviewed academic study; and the heads of organizations are ousted for what are sometimes just clumsy mistakes. Whatever the arguments around each particular incident, the result has been to steadily narrow the boundaries of what can be said without the threat of reprisal. We are already paying the price in greater risk aversion among writers, artists, and journalists who fear for their livelihoods if they depart from the consensus, or even lack sufficient zeal in agreement.

This stifling atmosphere will ultimately harm the most vital causes of our time. The restriction of debate, whether by a repressive government or an intolerant society, invariably hurts those who lack power and makes everyone less capable of democratic participation. The way to defeat bad ideas is by exposure, argument, and persuasion, not by trying to silence or wish them away. We refuse any false choice between justice and freedom, which cannot exist without each other. As writers we need a culture that leaves us room for experimentation, risk taking, and even mistakes. We need to preserve the possibility of good-faith disagreement without dire professional consequences. If we won’t defend the very thing on which our work depends, we shouldn’t expect the public or the state to defend it for us.

Elliot Ackerman

Saladin Ambar, Rutgers University

Martin Amis

Anne Applebaum

Marie Arana, author

Margaret Atwood

John Banville

Mia Bay, historian

Louis Begley, writer

Roger Berkowitz, Bard College

Paul Berman, writer

Sheri Berman, Barnard College

Reginald Dwayne Betts, poet

Neil Blair, agent

David W. Blight, Yale University

Jennifer Finney Boylan, author

David Bromwich

David Brooks, columnist

Ian Buruma, Bard College

Lea Carpenter

Noam Chomsky, MIT (emeritus)

Nicholas A. Christakis, Yale University

Roger Cohen, writer

Ambassador Frances D. Cook, ret.

Drucilla Cornell, Founder, uBuntu Project

Kamel Daoud

Meghan Daum, writer

Gerald Early, Washington University-St. Louis

Jeffrey Eugenides, writer

Dexter Filkins

Federico Finchelstein, The New School

Caitlin Flanagan

Richard T. Ford, Stanford Law School

Kmele Foster

David Frum, journalist

Francis Fukuyama, Stanford University

Atul Gawande, Harvard University

Todd Gitlin, Columbia University

Kim Ghattas

Malcolm Gladwell

Michelle Goldberg, columnist

Rebecca Goldstein, writer

Anthony Grafton, Princeton University

David Greenberg, Rutgers University

Linda Greenhouse

Rinne B. Groff, playwright

Sarah Haider, activist

Jonathan Haidt, NYU-Stern

Roya Hakakian, writer

Shadi Hamid, Brookings Institution

Jeet Heer, The Nation

Katie Herzog, podcast host

Susannah Heschel, Dartmouth College

Adam Hochschild, author

Arlie Russell Hochschild, author

Eva Hoffman, writer

Coleman Hughes, writer/Manhattan Institute

Hussein Ibish, Arab Gulf States Institute

Michael Ignatieff

Zaid Jilani, journalist

Bill T. Jones, New York Live Arts

Wendy Kaminer, writer

Matthew Karp, Princeton University

Garry Kasparov, Renew Democracy Initiative

Daniel Kehlmann, writer

Randall Kennedy

Khaled Khalifa, writer

Parag Khanna, author

Laura Kipnis, Northwestern University

Frances Kissling, Center for Health, Ethics, Social Policy

Enrique Krauze, historian

Anthony Kronman, Yale University

Joy Ladin, Yeshiva University

Nicholas Lemann, Columbia University

Mark Lilla, Columbia University

Susie Linfield, New York University

Damon Linker, writer

Dahlia Lithwick, Slate

Steven Lukes, New York University

John R. MacArthur, publisher, writer

Susan Madrak, writer

Phoebe Maltz Bovy, writer

Greil Marcus

Wynton Marsalis, Jazz at Lincoln Center

Kati Marton, author

Debra Mashek, scholar

Deirdre McCloskey, University of Illinois at Chicago

John McWhorter, Columbia University

Uday Mehta, City University of New York

Andrew Moravcsik, Princeton University

Yascha Mounk, Persuasion

Samuel Moyn, Yale University

Meera Nanda, writer and teacher

Cary Nelson, University of Illinois at Urbana-Champaign

Olivia Nuzzi, New York Magazine

Mark Oppenheimer, Yale University

Dael Orlandersmith, writer/performer

George Packer

Nell Irvin Painter, Princeton University (emerita)

Greg Pardlo, Rutgers University – Camden

Orlando Patterson, Harvard University

Steven Pinker, Harvard University

Letty Cottin Pogrebin

Katha Pollitt, writer

Claire Bond Potter, The New School

Taufiq Rahim

Zia Haider Rahman, writer

Jennifer Ratner-Rosenhagen, University of Wisconsin

Jonathan Rauch, Brookings Institution/The Atlantic

Neil Roberts, political theorist

Melvin Rogers, Brown University

Kat Rosenfield, writer

Loretta J. Ross, Smith College

J.K. Rowling

Salman Rushdie, New York University

Karim Sadjadpour, Carnegie Endowment

Daryl Michael Scott, Howard University

Diana Senechal, teacher and writer

Jennifer Senior, columnist

Judith Shulevitz, writer

Jesse Singal, journalist

Anne-Marie Slaughter

Andrew Solomon, writer

Deborah Solomon, critic and biographer

Allison Stanger, Middlebury College

Paul Starr, American Prospect/Princeton University

Wendell Steavenson, writer

Gloria Steinem, writer and activist

Nadine Strossen, New York Law School

Ronald S. Sullivan Jr., Harvard Law School

Kian Tajbakhsh, Columbia University

Zephyr Teachout, Fordham University

Cynthia Tucker, University of South Alabama

Adaner Usmani, Harvard University

Chloe Valdary

Helen Vendler, Harvard University

Judy B. Walzer

Michael Walzer

Eric K. Washington, historian

Caroline Weber, historian

Randi Weingarten, American Federation of Teachers

Bari Weiss

Sean Wilentz, Princeton University

Garry Wills

Thomas Chatterton Williams, writer

Robert F. Worth, journalist and author

Molly Worthen, University of North Carolina at Chapel Hill

Matthew Yglesias

Emily Yoffe, journalist

Cathy Young, journalist

Fareed Zakaria

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Virtual Reality, 2015 by Laurie Lipton (b. 1960)

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Tutti tulli bulli trulli

Le tre sorelle Leschan erano figlie di August Alexander (1877-1945), acrobata trapezista ungherese nato nel 1877 a Budapest e di Eva de Leeuwe (1892-1984), cantante d’operetta, ebrea olandese, nata ad Amsterdam. Lescano.

Ciascuno potrà ficcare il naso in Wikipedia per sapere tutto e di più sul trio Lescano di cui la premessa antiletteraria che conta poco assai col il resto che vado scrivere e che, avverto le anime belle, è scorretto nel più profondo, ciao.

Bon, ricordo bene assai un mio caro e bravissimo allievo di tanti anni fa, gran musico, voce di velluto con più suono alla → Romero, da → Figaro e Belcore, intelligentissimo, meridionale va sans dire, colto e belloccio, alto e snello, attore nato, un Romolo Valli, gran seduttore ma fedele; ogni tanto veniva a lezione col suo moroso, un acciuga cortese, bellino anche quest’ultimo. Insomma un giorno, chiacchierando chiacchierando quello mi confessò, Vedi Pasquale – con i miei allievi bravi sempre il Tu; gli altri Maestro maestro, gnè gnè gnè e non combinavano nada; i russi implacabili T34, Voi Vedi Pasquale io ci sono in mezzo e mi destreggio ma sai l’ambiente delle checche è terribile, sono cattive, ridono di tutto, scherzano, beviamo qualcosa, determinate a essere superficiali e ti assassinano per un paio di orecchini. L’ambiente delle checche, me l’ho condiviso, solo in palcoscenico dato il mio antico mestiere teantrale, che era un circo di deliranti, egocentrici e palloni gonfiati tra i quali c’ero anch’io come diverso moderato tra i diversi, checche o non checche. Gay, come dicono i leghisti che dicono così e pensano culattone, a quel tempo era solo il cognome di un autore inglese →John Gay (1685-1732) noto per aver scritto la bellissima → Beggar’s Opera, più conosciuta nella parafrasi di → Brecht, → Opera da tre soldi.  Finocchie o  cule o donne tout court erano le altre definizioni del genere incerto e leggiadro e infine c’era la velata, ovvero una checca che vivesse in clandestinità con mogli e figli e mantenesse riserbo assoluto su di sé oltre che sul suo vero amore masculillo. Circa le lesbiche, semplicemente le checche non le consideravano omosessuali ma a Thing, delle birichine, altre; oggi ho appreso che si dice leccaciuffe. Per tutto questo sono passato indifferente a tutto, nonostante l’ampio numero di avances ricevute, le più le meno sfacciate e sconvenienti ma che, dopotutto, ho sempre considerato un elogio, mazzi di fiori, rose naturalmente, di quelle più spinose. Piacevo lo so, dopotutto conforta, anche l’etero ha un volto umano. Bon a un certo punto della mia carriera mi capita di essere chiamato in Olanda, a Dordrecht per la precisione, dove un gruppo di notabili politici locali, con il concorso di manovalanza musicale tutta italiana – ché lori i cantava tutto suoni fissi, niente armonici, non sapevano le prassi esecutiva italiane e se è per questo nemmeno il resto dell’opera – ‘sto gruppo insomma si inventa un festival e scuola estiva di opera italiana; estiva cioè turistica per far quattrini con birra, salsicce e creme solari, vabbè. Mi assegnano Attila, opera non bellissima ma che so a memoria. Mi danno appuntamento per illustrare il progetto di regia. Quest’ultima è operazione cara all’estero e adesso credo anche in Italia; in sintesi tu dovresti spiegare come allestirai l’opera, la tua filosofia, insomma devi vendere il prodotto arrampicandoti sui vetri insaponati per una direzione artistica ignorante; ma oggi è facile basta introdurre carri attrezzi, cazzi che sbuffano vapore acqueo, pizze, stantuffi e peperoni, le immancabili divise di tutti i reich o  l’epilessia e le mutande, Emma Dante’s way, mai nome fu meno adatto ad essere duplicato. Ai miei tempi i progetti di regia, figurati, ne chiacchieravo col dirart al telefono, in trattoria, intorno al tè col direttore d’orchestra, per sapere anzi da coloro le linee di forza dell’opera. ( Ricordo una giornata magnifica a Salsomaggiore, tra vini e delikatessen con Gianandrea Gavazzeni a parlare di letteratura e pittura prima di una donizzettata, io piccino, lui grandissimo) Per imparare. Idea di regia, figurati. Vedremo con la compagnia. Poi alle prove andavo, allora, con tutto lo spartito segnato come uno story board ma poi in palcoscenico per la maggior parte delle volte di quel che avevo scritto, serbata una traccia a memoria, in quella la cancellavo. La regia la facevano l’occasione, il palcoscenico, le persone, le attrazioni fatali che si creavano tra tecnici, cantanti e collaboratori. L’insieme. A Catania, al Bellini,  prima che intervenissero direzioni artistiche moderne, ci si appassionava tantissimo nel lavoro del teatro che è solo di artigianato. Vabbè, ma all’estero occorre pianificare, giustificare, spiegarci tutto a lori, vogliono il → mock-up del prodotto e il mock-up della confezione, sapere di tutto il perché soprattutto il perché, immaginazione nada; sembra un luogo comune ma è così comune da essere l’abitudine di ogni luogo. Vabbè. Filo a Dordrecht con una borsa di documenti, liste, disegni, pro memoria, citazioni di Spinoza, e in senso letterale, mi trovo di fronte a una commissione d’inchiesta, loro da una parte di un tavolo oblungo, io di qua da solo; manca il microfono al centro della tavola, poi sembra un affare Hoover; mi pare dieci persone con l’unico che ci si intende al volo, il capo tecnico, dieci minuti e non c’è altro da dire. Con gli altri, gli esteti, i filofosfori del teatro di cui tutto ignorano, la direzione artistica cioè, una mattina e mezzo pomeriggio secco. Io parlo, loro mi guardano, accenno un sorriso alle signore, loro come se avessi sciorinato un enorme cazzo latino sul tavolo, ma non è cupidigia, è orrore; secondo me mi correggevano mentalmente anche gli errori di inglese, benché fossi fresco di intensivo allo Shenker che ne facessi ovvio, parlare senza il bene di un interlocuzione con delle mattonelle di ghiaccio sintetico è roba che sudi e ti viene il torcicollo, e poi appunto si sente la cattiveria, il malanimo, la cattiva disposizione. Mai successo altrove né altrimenti. Dopo una settimana di silenzio tuttavia per caso un telegramma di via libera. Vabbè, mi metto a lavorare, ma devo mandare esecutivi di costumi e tutto perché non ho né scenografo né costumista. Passa un mesetto e calano in Italia in sette, con una sarta e un’altra che mi dicono sarebbe stata la mia assistente, simpatica come una ringhiera. Li accolgo in casa con dovizia di tartine e caffè e tè. La sarta porta  un costume già pronto; scandaloso; da non darle da fare un orlo ai pantaloni; non conosce l’arte, ha sbagliato tessuto e non sa che un costume non è un copricostume per turiste a Rimini. Spiego però, pare abbiano capito, e dopo avere divorato le tartine ciao ciao. Sorrisi mare del Nord. Passa di preciso un mese durante il quale mi concerto solo col capo tecnico per le prove e via discorrendo. Tutto sembra ok, ma dalla direzione silenzio. Contratto nix. Un mio collega che già lavora con loro, un italiano of course, mi chiede quando arriverò, manca poco all’inizio delle prove, si preoccupa. Poi però, dopo tanto silenzio è lui a chiamarmi, voce ammainata dall’occasione, sono stato silurato. La direzione ha deciso di sostituirmi con la mia prevista assistente, die Fliegende Holländerin, chissà che non faccia parte di un qualche comitato di metooers; scoprirò che per lei Attila è un mafioso in coppola e pistola sotto l’ascella, Odabella in giarrettiere, Ezio con lobbia da avvocato di Manhattan, Foresto col coltello. Ma, mi diranno, allo spettacolo gli olandesi ridono, con gusto, la musica di Verdi è un trascurabile impiccio. Appunto come a uno spettacolo di ruttE – femminile plurale di rutta – della Dante. 

Per caso, ché a leggere apposta non se ne trae nessun giovamento anzi il contrario, ho letto che l’Olanda insiste nel mettersi di traverso a qualsiasi accordo economico europeo. Si sa che a far così difendono le loro rendite di posizione e quel gusto nazista che hanno i popoli del Nord nel trattare i Sudici, ora che han fatto i soldi, perduto l’antico impero imposto a fil di spada come tutti gli imperi; al tempo del Polesine erano calati in Italia a dare una mano, era dopo la guerra e campavano di Piano Marshall come tutti e come tutti avevano le pezze al culo; ora che hanno i soldi gli è rimasto il culo. Poi il signor Conte è terrone. Stante però le cose così non si capisce perché il manipolo d’eroi autonominati frugali non se ne van dall’Europa, se la fan da sé, portandosi adietro anche gli stati con il neo fascista come l’Hongria e la Polacchia che con l’Europa ormai non si sa che cosa accucchia. Non dimenticar le mie parole.

 

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Unione degli atei e degli agnostici razionalisti – U.A.R.R.

Unknown

©Walt Disney in https://www.lospaziobianco.it/disney-propaganda-antinazista/

Segnalo che oggi per mail ho ricevuto e letto con ira  l’invito a partecipare a un dibattito cristiano-sociale qui al paesello del Manzoni. La faccenda ha lo scopo di far girare il nome del candidato di sinist-dest sinist-dest passooo, PD ah ah, caro alle congreghe cattoliche – uniche amenità di Lecco a prescindere dai monti sorgenti e dal lago che meriterebbe silenzio e pulizia e dal filo di ferro – e il cui talento o competenza amministrativa certificata – la sola virtù che dovrebbe avere un sindaco fosse politico politico e non prestato e scelto tra i dilettanti – è quella di imprenditore o una cosa simile. Con che faccia costui (cercare la foto di copertina in rete) si presenti a discutere di, cito alla lettera dalla mail, Patto per la comunità educante, quando dovrebbe rappresentare lo Stato e dunque la sua scuola, non le associazioni e le scuole private, boh, mica lo so. Nessun patto, putto pitto. L’altro candidiasitato è un fascista, non vedo come chiamare uno che si presenta per FDI e Lega, in ordine analfabetico, e presidente della Confcommercio oltre che del CAI Lecco. Tapim tapum, altro dilettante e con che faccia si sa (cercare la foto di copertina in rete). Così è il caso  di dire amen, omen, imen.

Quindi pubblico qui, per sorridere un po’ tra simili e per gentile concessione, l’articolo fresco fresco di Raffaele Carcano dellaU.A.R.R. cui sono iscritto con non poco gusto.  È una copia integrale del testo originale, inclusi i link di rimando, cui ho cambiato l’impagino e il carattere(font) cui ho ridotto il corpo da 18 a 12. Nessun altro intervento di modifica. Ah sì, ho levato dall’originale la foto di gruppo con Signore. Chi non si fida clic-clic qui sotto 

La chiesa è naturalmente di destra.

Da una parte la popolarità del papa, dall’altra l’avanzata elettorale dei populisti. Due fenomeni che hanno caratterizzato gli ultimi anni, due fenomeni che possono sembrare in contraddizione. I più accesi sostenitori di Bergoglio sembrano però aver già trasformato l’apparente contraddizione in una contrapposizione frontale, una polarizzazione nettissima.

Lo si nota molto bene in due libri recentemente pubblicati, scritti da giornalisti. Quello di Iacopo Scaramuzzi ha individuato nel papa “l’antidoto” al virus dei populisti di destra: rapidissimi, a suo dire, a sbandierare la loro appartenenza religiosa, ma con modi che finiscono per abusare della fede autentica. Riccardo Cristiano, già coordinatore dell’informazione religiosa di Radio Rai (e pertanto corresponsabile della sua totalitaria occupazione cattolica), è andato persino oltre. Il suo è un aut-aut dal sapore rivoluzionario: Bergoglio o barbarie.

Ma un papa non può certo abbassarsi a presentarsi alle elezioni

Ma un papa non può certo abbassarsi a presentarsi alle elezioni. Di candidati che rivendicano la bontà delle sue indicazioni politiche ce ne sono già stati parecchi, ma i consensi raccolti sono stati  molti meno. È una constatazione che possiamo cogliere nella presentazione di un terzo libro (ancora in via di pubblicazione) scritto da un esponente del Pd lombardo, Fabio Pizzul: Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici. Caspita: quale sarà mai, allora, la fede di Salvini, Meloni, Berlusconi, Renzi, Mattarella e Di Maio?

Pizzul lamenta che «oggi neppure Aldo Moro batterebbe Salvini». E qui si capisce che in realtà non considera Salvini un ‘vero’ politico cattolico quanto lo si ritiene lui. Che poi, a ben vedere, a Palazzo Chigi c’è un uomo che somiglia non poco allo statista Dc: Giuseppe Conte è infatti un giurista pugliese e un devoto cattolico. E se Moro è passato alla storia (anche) per le convergenze parallele e il compromesso storico, Conte può vantarsi di essere l’unico premier confermato nell’incarico dopo un ribaltone. Tra l’altro, secondo i sondaggi piace molto più di Salvini. Non sempre però i sondaggi sul gradimento dei politici (e dei papi) sono significativi, perché i voti raccolti nelle urne sono spesso assai inferiori. La realtà con cui dobbiamo fare i conti è che la destra cristianista governa già tante nazioni: Trump, Putin, Bolsonaro e Orban sono lì a ricordarcelo. E a ricordarci che l’alleanza tra la destra e il cristianesimo non è un’eccezione: è la regola.

Il Gesù “socialista” era infatti soltanto un mito propagandistico di fine ottocento. Due millenni di storia cristiana ci mostrano invece che le chiese sono quasi sempre state al fianco del potere, spontaneamente, perché proprio al potere dovevano e devono il loro ruolo predominante. Non a caso si sono opposte al potere soltanto quando il potere ha cercato di limitare la loro influenza. Non certo quando il potere era colonialista, schiavista, liberticida.

Destra e sinistra sono schieramenti nati con la rivoluzione francese, che aveva esautorato il ruolo politico del clero e dell’aristocrazia. All’assemblea nazionale i conservatori si collocarono a destra, i radicali dalla parte opposta: e così si usa fare ancora oggi. A destra si è più sensibili ai poteri economici, all’ordine pubblico, alla nazione, alla tradizione, alle differenze sociali, al privato. A sinistra si è più sensibili ai diritti dei lavoratori, all’uguaglianza, alla redistribuzione dei redditi, al pubblico. Negli ultimi due secoli, ogni paese e ogni epoca hanno rimodulato questi concetti, ma il nucleo centrale è rimasto ed è comprensibile pressoché da chiunque, pressoché ovunque.Sillabo

Come si schierò la chiesa cattolica, una volta che era nata questa (reale) contrapposizione? Le fu subito naturale schierarsi con gli esponenti più a destra della destra. Per rendersene conto basta rileggersi il Sillabo del beato Pio IX: è un autentico manifesto politico di estrema destra – estrema anche per quei tempi.

I partiti cristiani votarono la nascita dei governi guidati da Mussolini e Hitler

Il risultato fu che persino le élite borghesi divennero largamente anticlericali. La crescita dei movimenti socialisti, comunisti e anarchici spinse a un’alleanza tattica i cattolici e i liberali, ma durò però poco. I partiti cristiani votarono la nascita dei governi guidati da Mussolini e Hitler, e la chiesa non trovò nulla da ridire nemmeno quando, molto presto, si trasformarono in autentiche dittature – con cui stipulò concordati molto vantaggiosi. Ancora peggio, sostenne con malcelato entusiasmo la nascita di altre dittature programmaticamente clerico-fasciste: il salazarismo portoghese, il franchismo spagnolo, il regime ustascia nella Croazia del beato Stepinac, la Francia di Vichy, la Slovacchia guidata da monsignor Tiso. Fin quasi alla fine della seconda guerra mondiale, l’opzione preferenziale del venerabile Pio XII fu a ricerca di un accordo tra gli alleati occidentali e la Germania nazista. Non scomunicò mai Hitler: finito il conflitto, scomunicò invece i comunisti. Tutti.

Il dopoguerra italiano fu lungamente dominato dalla Democrazia Cristiana, un partito apertamente sostenuto dal Vaticano che amava presentarsi come una forza di centro. A un certo punto fu costretta ad accettare un’alleanza col partito socialista: ma accadde soltanto dopo il fallimento del governo Tambroni, un monocolore Dc che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi di Michelini e Almirante. Anche il lungo pontificato di san Paolo VI, da un punto di vista politico, ben difficilmente può essere considerato progressista: non possiamo facilmente dimenticare le durissime condanne, tuttora vigenti, contro la contraccezione e l’aborto, e la battaglia referendaria combattuta per abrogare la legge sul divorzio. Un grande impegno, il suo, che stride con l’assordante silenzio nei confronti delle dittature clerico-fasciste, vecchie e nuove che fossero. Nei decenni successivi, caratterizzati dalla lunga stagione di Wojtyla e Ruini prima, da quella di Ratzinger e Bagnasco poi, lo sbilanciamento a destra è stato indiscutibile.

La destra si rifà all’identità cattolica molto più esplicitamente di quanto facesse l’Msi

Se oggi qualcosa sembra cambiato è soltanto perché la destra si rifà all’identità cattolica molto più esplicitamente di quanto facesse l’Msi. In particolare, richiama in continuazione il cattolicesimo più popolare, quello fatto quasi esclusivamente di riti, precetti, simboli, tradizioni e devozioni, che è sempre stato più sentito dai fedeli e che continua a esserlo tra le fasce più anziane, meno colte e meno moderne della popolazione. Vi sono dunque cattolici anti laici e identitaristi che si riconoscono in politici anti laici e identitaristi, e li votano: dove sarebbero la novità e la sorpresa? Nel fatto che i politici non sono così fedeli come si dipingono? Ma a questi elettori non importa proprio nulla! A riprova, un recente sondaggio Usa ha confermato che gli evangelicals e i cattolici bianchi continuano a voler votare Trump pur consapevoli che non è esattamente un modello di buon cristiano. Ma agisce come piace loro, e tanto basta. Perché mai dovrebbero votare chi non lo fa?

Non dimentichiamo che il massiccio uso politico delle madonne pellegrine fu determinante nella vittoria elettorale democristiana del 1948, e che il primo a ricorrere a piene mani alla retorica delle radici cristiane è stato proprio san Giovanni Paolo II. Vogliamo poi andare a fare pelo e contropelo su quanto sinceri siano stati Costantino, Clodoveo e tutti gli altri grandi regnanti convertiti? Se i populisti attuali devono essere considerati ipocriti, allora va considerata ipocrita l’intera storia politico-religiosa del cristianesimo.

Se sembra sussistere una contrapposizione con la narrativa bergogliana, dunque, non è perché il papa (che in gioventù fu peronista) ritiene che i populisti vendano merce diversa, o avariata. Il papa si arrabbia perché i populisti di destra vendono la sua merce senza riconoscergli il copyright, usando per di più aggressive strategie commerciali che funzionano efficacemente su buona parte del suo mercato. Se i populisti sono liberi di dichiarare esplicitamente la loro appartenenza politica, Bergoglio è invece costretto a tenere in considerazione che una parte della sua chiesa (minoritaria, ma più attiva, soprattutto nel mondo del volontariato) la pensa in modo politicamente differente, e deve quindi trasmettere un messaggio più sfumato. Inoltre, poiché si rivolge al mondo intero, deve anche cercare di accreditarsi come un leader morale (e a questo fine sono molto funzionali le campagne pauperiste). È una preoccupazione che non sfiora minimamente i populisti, perché è loro sufficiente evocare vagamente qualunque comportamento sia ritenuto tradizionale – e quindi eterno e immutabile. Tra l’altro, è un’impostazione che piace anche a molti “cattolici non praticanti”: che rappresentano un terzo della popolazione italiana, oggi.

Può dunque essere comprensibile che, per reazione, lo storytelling bergogliano abbia attecchito su parte della sinistra

Può dunque essere comprensibile che, per reazione, lo storytelling bergogliano abbia attecchito su parte della sinistra e della galassia liberale. Non era però immaginabile che si arrivasse a sorvolare con non chalance sulla beatificazione di oltre 500 “martiri” franchisti o sull’accordo Caritas-Porsche. O su quanto accade in un paese simile al nostro, in cui vescovi e autorità sovraniste hanno proclamato insieme Cristo “re della Polonia”, mentre istituiscono intere zone lgbt-free e tentano a ripetizione di negare il diritto all’aborto. Nell’inerzia complice della Santa sede.

In fondo, per capire come stanno le cose dovrebbe essere sufficiente osservare con onestà la realtà che si presenta sotto i nostri occhi, nel nostro stesso paese. Dove, come negli anni sessanta, una chiesa che vuole darsi un’immagine di centrosinistra avvia iniziative che vanno nella direzione opposta. C’è solo l’imbarazzo della scelta: dai Family Day organizzati contro una moderatissima legge per il riconoscimento delle unioni civili alla guerra indetta contro una proposta di legge anti-omofobia; dalla battaglia per la riapertura delle chiese (prima di qualunque altra riapertura) alle continue ed esose richieste economiche per le scuole del più grande proprietario immobiliare mondiale. A proposito: un’ulteriore stanziamento di 150 milioni è stato appena approvato grazie a un emendamento presentato dalla Lega. Criticarla è come minimo da ingrati.

Ma se vogliamo la prova del nove delle tendenze politiche del cattolicesimo reale, basta studiare come è governato lo stato della Città del Vaticano, il cui sovrano assoluto (e assolutista) è lo stesso papa Francesco. Scopriremo che vige una legge sulla cittadinanza tra le più restrittive al mondo, e che i diritti dei lavoratori lasciano il tempo che trovano. La sinistra è pronta a riproporre, tali e quali,questi provvedimenti in Italia? Non credo.E la destra? Le possibilità sono molto maggiori.

Bergoglio piace (per quanto un po’ meno che all’inizio) ma non converte

Per fortuna c’è un terzo fenomeno, che desta decisamente meno attenzione mediatica ma che è molto meglio attestato: la continua avanzata della secolarizzazione. Bergoglio piace (per quanto un po’ meno che all’inizio) ma non converte, anzi. Meloni e Salvini godono di ampi consensi elettorali, ma non arrivano ancora al 50% dei votanti (e men che meno degli elettori). In compenso, la pratica religiosa declina e un italiano su due, per restare all’inchiesta più recente, non ha pregato nemmeno una volta durante la pandemia: ce lo fa sapere, autorevolmente, il rapporto annuale dell’Istat. Come questo si possa tradurre in una leadership politica laica è tema su cui dovremmo seriamente riflettere, ma è una premessa importante per costruire un paese migliore.

La fede non si basa sulle prove. I suoi esponenti progressisti, a quanto sembra, nemmeno. Liberi tutti di credere ciò che si vuole, filosoficamente e politicamente. Liberi anche di lavorare per una politica sempre più clericale anziché per forze politiche laiche, a destra,al centro e a sinistra. Libera pure la chiesa di cambiare rotta nella sua storia bimillenaria – purché il cambiamento sia reale, e non una contingente necessità di marketing. Il cattolicesimo è indubbiamente un fenomeno plurale, e sono esistiti movimenti notevoli come i “Cristiani per il socialismo” e la teologia della liberazione. I vertici ecclesiastici non li hanno però mai degnati della minima considerazione, e talvolta hanno pure messo loro la mordacchia.

Evidenze alla mano, la chiesa è naturalmente, storicamente, strutturalmente di destra.

Raffaele Carcano

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