L’ElzeMìro del 17 Settembre​ 2019

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro

Cadenza quindicinale.

Olio di lino 6ª puntata

Tango

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72971

 

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Muzzu ri minchiati

https://youtu.be/3vzLWsMG110

Nel ringraziarvi del credito che mi accordate ancora, cari 276, non so se leggendo ma perlomeno rimanendo iscritti alla mia mailing list -non mi azzardo a dirvi come si fa a levarsene, e confido che in generale sia vostra la facoltà di non leggere- desidero soprattutto rendere l’onore a quelle persone che mi segnalano il loro gradimento o gli affioramenti della loro immaginazione con un mipiace (like). Ne sono contento e ancora grazie. Questo detto, proseguo col diffidare dal darmi retta, più di quel che già farà da sé, il lettore esigente. Ogni cosa che scrivo è priva di qualsiasi motivazione commensurabile. Con i perché, chi vi scrive ha pochissima dimestichezza, tanto che, e non ne dubito affatto, parrò apodittico o/e supponente; c’è una parola francese che ben si attaglia al mio modo di procedere che è spesso tranchant, tranciante. Ma è ovvio; più di una volta a premessa di questo o quel discorso ora su un libro ora sul cinema ho detto che non sono critico, esegeta o analista. Per definirmi, oltre che osservatore estetico, potrei usare un modo di dire caro ai bidelli del mio istituto, nel tempore illo, tutti ammirati per non ho capito mai cosa di me, tanto da ripetermi sempre, spesso, più e più volte, Ah lei maestro qui dentro è l’unico artista. Allora io tra me e me pensavo, unico forse, artista hmmh, maestro poi uhh, ma essere ammirati si sa che piace e ho sempre lasciato dire, ché tanto male non fa, e poi qualunque qualifica rallegra chi la esprime. Però è vero che io non ho nessuna attitudine né capacità a dimostrare ciò che dico, a spiegare perché. Ricordo e si può rintracciare dint’o tiubbe -fatelo da voi se ci tenete- una lunga intervista a De Chirico, il pittore sapete, fratello del più geniale fratello Alberto Savinio. In quella sede l’intervistatore, colto il maestro al lavoro dopo la sua pennica quotidiana, non sapeva che domandargli. Sicché giù a chiedergli incauto, Come mai un sole nero, maestro (?). E il caro Ghiorghios, Giorgio, contadino in greco, a rispondere, Ma così, mi pare una buona idea. Ora occorre riflettere sul fatto che un artista anche quando riflette si riflette, o guarda e vede a traverso quegli specchi di polizia, di qua sì di là no. Sa lui quali fili insegue, tecnici per lo più, che lo legano al come non al che cosa. Non sa perché fa, non di preciso e non con gli strumenti dell’intelligenza geometrica, ma lo fa ed è (quasi) sicuro di non sbagliarsi ( quando abbia finito di correggere il fatto) e il più delle volte accade che altri, dotati di infiniti regoli calcolatori, asseverino ciò che egli disse o fece mmuzzo, tanto nel senso indicato dal Vocabolario della Crusca I e IV ed. Muzzo=di mezzo sapore. Lat. medii saporis, ottimo è il sugo delle mele muzze, tanto nel senso che certo lessico giovanile recupera forse invece all’uso siculo, Muzzu-Mucchio, muzzu ri minchiati un mucchio di fesserie, per estensione anche a vanvera, Parrari a’ muzzu=Parlare a vanvera.
Ora, molti mi chiedono, la mia vicina di casa per esempio, donna gentile e sapida e piena di curiosità ammirative, oh come faccio, oh come mi viene in mente, oh perché dico così o cosà. Ebbene la risposta è e sia sempre non lo so. Apodissi, ipsedissi, biribissi e già lo dissi qui in questa sede parlando del film di Schnabel su Van Gogh. Va precisato che un artista anche quando voglia fare la voce dotta, puttoppro parra a muzzo. Non ha niente da dimostrare. Mostra e basta; tranne i casi disperati, incurabili di quanti prima pensano e poi fanno seguendo una bandiera (Basti ricordare Hermann Hesse, il propagandista più noioso della letteratura, e la ricca messe di predicatori nell’arte modesta ma petulante di oggi; se non hai niente da dire chiacchiera, con accenti ispirati e stizziti, di libertà, spirito, diritti e donne, vedrai che ti pubblicano ché quando uno si pone e finisce al centro di un cicaleccio di cui sia ascoltatore e interprete, finisce allora o assassino o profeta o abbraccia le due carriere). È il suo, dell’artista, gusto, quale sia sia, la sua sensibilità a insegnarli la strada, strada beninteso educata in anni di osservazioni, pazienza pratica e ascolto, letture senz’ordine, a catturare di un’immagine, di una musica, di un testo, la polpa, l’architettura; la sua intelligenza lo guida nel tessere la coerenza di tutto questo quantum, persino una verità. Ebbene ho visto un film che io definirei meraviglioso per questi motivi e perché, a ridànghete, dire non saprei, Dolor y Gloria, di Pedro Almodóvar. Ne posso dire poco, che è un film solo per adulti (come Il posto delle fragole di Bergman mi ha ricordato mia moglie). Escludo che possa apprezzarlo chi ha meno di cinquant’anni, e non sia accostumato a silenzi ed ombre (vivi così nello oscuro è una battuta del film – la traduzione è letterale) o abbia maturato appunto dolor y gloria, almeno un po’, qualunque sia il significato e il peso che ai termini si voglia dare. È un film da ascoltare, chi può, come lo scrivente, nel bell’idioma castigliano, meraviglioso, decaduto e opulento, come il nostro siciliano, anche quando a parlare sono dei contadini. È un film che inizia nel finale, con l’ultimissima sequenza che scopre a sorpresa il protagonista, l’anziano cineasta Salvador, nomen omen, a sigillare, parafrasiamo Artaud, il Film e il suo doppio, col suo fatale cut, che in spagnolo si dice, Corta, e che invece la dice lunga; dice, Non facciamola lunga. E tutto finisce. Sarebbe errato dire che è un film nel film Amor y Gloria o, peggio che è un film sul cinema, o peggio che è autobiografico (c’è chi di mestiere cerca l’aneddoto, il pettegolezzo, la cosiddetta vita vissuta in ogni opera, come se Verdi avesse vissuto i tempi di Rigoletto, Don Carlos, Macbeth) ma qualcuno che l’ha detto c’è di sicuro, e di sicuro qualcuno avrà scritto che è un’opera senza lo smalto (ai critici subito da bambini piace la parola smalto) di Almodóvar. Minchiate a muzzo. Potrei parlare degli attori, di quanto siano ammirevoli e li abbia ammirati lo scrivente, a partire da Banderas, ma sono tutti così straordinari com’è straordinario il loro mèntore e burattinaio Almodóvar che, a parlarne mi annoio da me stesso. Potrei dire invece del bellissimo apparso, Salvador, il bambino che chiappa tutte le note del pentagramma; Salvador, ma dde chi e dde che, icona di Necessità e Destino (Τύχη & Ἀνάγκη). Potrei dire ma non voglio, sarebbe triste come la madre che rientrasse nella casa vuota e oscura con la cartella del figlio morto per la strada in spalla, e non riuscisse a piangere. È una citazione? Sì, amen.

P.s. la colonna musicale, un discretissimo basso continuo, che ho apprezzato molto è di Alberto Iglesias, figlio di Julio.

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Le quattro sragioni

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Into Taihu, 2010  Liu Xiaodong (1963)
A volte una pagina vuota presenta molte possibilità…
in Paterson di Jim Jarmush – finale
(da Haruki Mantasma – Tokidoki)

Preciso che la mia esistenza è all’ombra dell’inutilità; dell’estetica. Dovrebbe essere chiaro a chi un po’ m’ha seguito ma precisarlo conviene. Non ho fatto né un mestiere né alcun pratica a vantaggio del prossimo; e se per quello nemmeno di me stesso stante che l’unica carriera che ho compiuto è quella di pensionato dello Stato, per dire che non ho rendite o capitali o quelle economie che fanno la vita migliore; posso dire di essere un duro e puro dell’inutile, avendo scelto se non preferito la strada dell’ombra appunto, fin dell’oscurità, dell’occuparmi di preferenza di cose che importano a me e a pochi altri, questo bloggo per esempio; escludo dal computo un pugno di studenti volonterosi e capaci che, dicono loro, dai miei sproloqui sull’arte trassero, dicono sempre loro, meraviglie. Ciò non toglie che anche a far l’arte e metterla da parte, cioè in banca, ci si può guadagnare oltre al pane e il companatico anche lo champagne. Ricordo qui per scherzo che nel suo testamento Vittorio Gassman scrisse di desiderare che il suo catàfero svuotato e imbalsamato e impagliato e ben vestito fosse posto all’ingresso di sua casa; servo muto o monito. La notizia è riferita dal figlio Alessandro che, con qualche umorismo precisa non essere stato possibile eseguire questa volontà, datosi che l’Italia impedisce di impagliare congiunti e affini. Bene bene bene, ora sto ascoltando e in pratica scrivo sotto dettatura de Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi (1678-1741), capolavoro che, sembri o non sembri ovvio, varrebbe la pena di ogni defatigante studio musicale e solo per poterlo suonare ed ascoltare come, per analogia, sapendo qualcosina di pittura, di un Guardi (1712-1793) o Canaletto (1697-1768), accostamento di sconcertante banalità, si possono apprezzare e distinguere la ricchezza e la capacità -con maraviglia- di combinare tratti e segni e gesti differenti e indifferenti gli uni agli altri, per ottenere l’insieme coerente ed equilibrato di una realtà laterale -collaterale- operazione, m’è capitato di ripeterlo in occasioni ripetute, a scuola e talvolta anche da questa sede, operazione che è tipica del fare arte. A motivo di ciò i suoi prodotti, che risalgono o discendono dal lavoro d’arte sono, a mio modo di vedere, l’antidoto alla vita, stante o nonostante che la nostra di umani è finta per definizione, ficta, creata; a differenza di quella degli scimpanzè o della api o delle formiche, o delle piante, immediata, decisa, definita, senza o quasi senza variazioni dalla nascita alla morte. Le piante non conoscono l’inutile, vivono di essenziale, sono belle per lo più ai nostri occhi, più di uno scimpanzè, vivono d’acqua e di luce, attingono a una bene bruto; vederle come vegetano in pizzo a cuspidi di sabbiaccia e argille cattive e franose alle Balze di Volterra o come prosperano lungo le linee ferroviarie e chisseneimporta di freccirossi e bianchi; vivono muoiono nella perfezione del loro sistema, senza interessi. Beate poi sono le pietre, i cristalli che vivono di niente, di nulla hanno bisogno, sono e resteranno, salvo disintegrazione del pianeta, evento per ora remoto e di cui nulla può importare a noi, e nemmeno a quelli che con tutta probabilità periranno più prima che dopo pel folle furore della specie rapinatrice e carogna, l’uomo. Per natura, il dramma biologico che si svolge tra le quattro mura dell’individuo, assediato per drénto dal male, alla natura non importa; il modesto io che si lagna le è indifferente; è un pezzo, un lavoro in pelle come per i nazisti lo erano i prigionieri e ognuno di noi è prigioniero della biologia. Essa è; gli enti, noi, transitiamo da un campo all’altro fino all’auschwitz finale. Per questo essere vaccinati con un Velasquez o accompagnati da un orchestrina che zigozìga è importante. Delle stagioni di Vivaldi parlare mi renderebbe cretino agli orecchi di chicchessia, ma io ho ascoltato dunque anche Le quattro stagioni riscritte da Max Richter (1965) e sul tema arrivo, non da critico né da musicista, ma dal punto di vista che mi sono attribuito gratis e per lunga pratica, qualche nozione e molto fiuto, di osservatore estetico. Ora giro a largo. Qui sul lago, su entrambi i rami pullulano le costruzioni, le antiche e le altre; a Gravedona in particolare, sede di un ottimo ospedale, esiste in riva una piccola costruzione, direi quattrocentesca. Le case più antiche, intatte o toccate appena da ripristini conservativi, a pelo d’acqua o su per le coste scoscese, hanno in comune con quest’ultima la forma sicura di sé e soprattutto l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, normali in Toscana, la ratio, con una sola volontà, quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. Uno stile, una misura che furono del romanico e in toscana sin degli edifici di campagna degli innumerevoli contadini che pietra su pietra battezzarono le loro case. Poi, sempre qui sul lago ci sono le case dei sciur-parùni del periodo peggiore dell’architettura, quello della sfida all’eterno senza la voluttà, la mistica, l’erotìa scriverebbe Gadda, dello stile. Innumerevoli costruzioni con tetti aguzzi, elevate al cielo per mostrarsi da lontano ai visitors, accozzaglie di materiali e colori e stili – che si dice equalmente assenza di stile- facciate immense con finestrine ine ine e sproporzionate come lo sarebbero gli occhi strizzati d’una faccia tonda, abuso di materiali che, in epoche recenti, diventò abuso di calcestruzzo, di eccesso. L’eccesso è la malta angolare dello sviluppo. Di questo i regimi, dal paleolitico fascismo al comunismo nucleare coreano, si sono resi colpevoli e i maggiori interpreti. Non si possono dimenticare i deserti di casette di los angeles, da cui los angeles sono scappati, le sue spianate inospitali se non per tribù di lupi squali e sciacalli d’ogni risma. Vedi un film americano e ti viene la nostalgia di Rogoredo… vedere per credere. Il vegetale, il cui scopo inconsapevole pare è lo sviluppo, sa dove fermarsi, oltre s’immencisce, in ogni modo si ferma, spinge la linfa fino alle proprie estreme propaggini ma non va oltre. Conosce la fermata. La mistica, la religione dello sviluppo non capisce questo elementare principio, quello del limite, là dove principio e fine si toccano e che a Vivaldi, il veneziano, nato su una scommessa, una finzione acquatica, era ben chiaro; egli scrisse da mortale, opere per lo più anonime come edere, numeri, n°1, N°12, con per titolo solo la tonalità, Do, Si, diesis, bemolli: la sua musica non finisce, non si interrompe, tace, ignora la ridondanza, centellina, sfuma, tace là dove solo la memoria dell’ascoltatore può inseguirla e ripetersela e prolungarla, come di un buon profumo, la sua eco, la sua persistenza accompagna chi lo ascolta, perché anche il profumo ha una sua tonalità. La memoria definisce una persona e le sue estensioni, importa poco di che qualità. Sto parlando di metafisica non di letto. Eccoci giunti a Genova dunque cioè all’ascolto che ho fatto di Max Richter di cui non discuto il successo e la notorietà, buon per lui, non discuto nemmeno se ha scritto altro e di buono, ma lavori che mi paiono tutti per un film, a parte questa riscrittura delle vivaldesi cui Richter distrugge, al mio orecchio, l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, la ratio con una sola volontà quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. A un’osservazione immediata Richter riempie dove Vivaldi tolse, anzi nemmeno, non mise, eguale al giapponese antico che da un mobile non leva il vaso, non lo mette proprio e poi leva il mobile o lo riduce. Richter aggiunge la dismisura, la ripetizione l’ossessione del suono che insegue sé stesso, un po’ alla Nymann (1944) se vogliamo, di cui Richter usa il vezzo di troncare. Giusto, a furia di ripetere non si può fare altro. La decapitazione. Da qui da questo fare a dismisura d’uomo, a dispetto del minimalismo dichiarato -guai all’opera che si isma o diventa enteroclisma- non si vede altra via d’uscita che la decapitazione senza le ragioni di una rivoluzione. Quando si gira a vuoto senza sapere dove andare, tipica della demenza. La demenza non ha fine. Si decapita da sé.

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Il ritorno dell’ElzeMìro

In Gli amanti dei libri ritorna L’ElzeMìro con i suoi animaletti

Con oggi però la cadenza sarà quindicinale. Questo comporterà una maggiore o se vogliamo dire così, una più distesa estensione dei testi, fatto questo’ultimo che all’Elzemiro pare vantaggio, magari pregio più che difetto.

Si ricomincia dunque da oggi 3 settembre 2019 con 5a puntata della serie Olio di lino dal titolo

Olio di gomito

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72913

Buona lettura

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BA 10

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Santo Natante

Creuza_de_Ma_à_Toulon

La Iole Crêuza de mä a Tolone

Un amico che d’ogni cosa al mondo sa più di me, e che conosce, perché ha in mente i molti trucchi per far sembrare l’esistere una necessità, quanto io tendo a lasciar perdere, se si eccettuano quelle quattro o cinque nozioni che, l’una con l’altra ben accostate, ricombinate e fatte oggetto di oculate associazioni, tutte insieme, io dico per miracolo, riescono a sembrare cultura, metafisica cioè; questo amico, dottore in ogni senso, che bene ha chiara la distinzione degli uomini in due categorie, i medici e i pazienti, di questi ultimi tra vivi e moribondi e tra i primi quei che patiscono abbastanza e quelli che patiscono atroci sofferenze, non ci fosse il rimedio, i medici, la morte; ebbene questo amico mi ha condotto a scoprire un luogo ricchissimo di cui ho apprezzato l’humus, la sensazione che veleggiava di bellezza, a modo suo, divagazione, e di sapere o saper fare, incapace come sono, ignorante di cosa sia ogni navigare, importa poco se a remi, a vela non parliamone, o a motore… la raccolta della barche di Pianello Lario (Co). Allestita nell’edificio che un tempo fu una filanda la raccolta illustra secoli di una sapienza nell’immaginare la navigazione, prima ancora che nel renderla possibile, quella dei mastri d’ascia. Prodotti, beh semplici, le barche, ma quanto ingegno in chi le costruiva e che, chissà, magari manco le utilizzava. In ogni modo con una barca non si va da nessuna parte, si torna sempre al punto e a capo; Odìsseo, come dicono le persone dabbene, insegnò. L’unica volta che mi trovai nella condizione di mostrare una qualche valentia di marinaio fu a largo di Pozzillo(Ct) su un gommone con un fuoribordo che s’impiantò in capo a un’ora e, come spesso accade nella vita mortale a chi della propria insipienza non fa tesoro, su quel battello mi trovavo fuori luogo dal luogo e dalla situazione; situazione in cui ci si incontra con uno, sé, del tutto estraneo a quel tale cui, per convenienza, siamo abituati. Mi ero imbarcato nel mio dondolare alla deriva. Fortuna volle che a terra capirono; i segnali che mandavo non erano di saluto ma di disperazione e qualcosa di più. Esseri capaci di barcamenarsi per di su o per di giù trassero in salvo me e chi mi stava accanto. Da allora anche uno scoglio mi è sembrato non sicuro.

Gli scafi dei contrabbandieri erano lunghe barche da voga, Iole, che partivano lievi a notte, da Musso sulla costiera comacina di occidente, cariche delle bricòlle recate dagli spalloni nel buio su e giù per coste impervie, le più impervie e disagevoli per mettere in difficoltà e pericoli le guardie di finanza in agguato. Poi via via veloci a caricare e poi ai remi, voga. Dalla riva l’equipaggio staccava da non accorgersi la barca, e se l’acqua le filava un destino benigno, voga voga voga via via a doppiare il capo di Bellagio, veri pirati dio santo, capaci di remare tutta la notte, rapidi e invisibili gli scafi color oscurità, oh li avesse visti Catullo altro che phaselus ille, e voga voga voga, fino a Valmadrera, attracco, scarico, un ristoro più veloce del timore di essere avvistati dalle guardie sulle loro barche lunghe e veloci e costruite dallo stesso cantiere, buone sì alla corsa ma non alla manovra. Così, voga alla via così, doppia di nuovo il capo di Bellagio e qui ecco magari la barca della Legge, silenziosa alligatrice, governata da vigorosi quanto i pirati o quasi quasi; e allora vai, inseguimento tra simili se non eguali. Smussata a poppa per rapide manovre, la barca contro ogni bandiera; bislunga quella della legge, per correre pronta all’alt, che è di rigore, affiancare, arrembare coi grappini ma accidenti, i pirati hohop un colpo di remo poppiero e vira  vira che più di così non si può immaginare, i grappini volano in aria e pliff pluff in acqua, l’abbrivo spinge lontana la barca grigia della legge mentre i pirati sagaci filano via nel lutto della notte, e voga voga voga di nuovo fino a Musso. Si approda, mica occorre parlare, forse qualche mezza bestemmia in un dialetto norreno, si leva il tappo dal fondo della Iole, quattro sassi ben pesati e la barca scompare tra i flutti molli del lago dove solo il pirata, quando sarebbe, saprebbe ripescarla per il prossimo carico, per la folle prossima corsa. È quasi l’alba, si va a casa, si mangia, si dorme forse qualche mezz’ora. Dopo, tutti e cinque i pirati, non uno di più o v’è l’aggravante di associazione per delinquere, eccoli sereni nell’ombra del giorno, ciascuno all’usata fatica quotidiana, all’osteria, alle carte anche giocate con le guardie, ché lo star contro in banda cela e conforta di denari sudati assai e pagati dal rischio, talvolta dalla morte e prepara a una fortuna più ridente. Anche per oggi la miseria o il desiderio del di più sono lontani. Anche le guardie tranquille, fumano sigari e tabacco piovuti giù dal cielo. Qualcuno tra loro ama di un pirata la figlia o la donna. La guerra per essere capita è da sempre una questione privata. O chissà.

Ci sono leggende sul lago più antiche, di flotte mercenarie e piratesche, di assalti ai convogli mercantili, di battaglie sull’acqua, del Gian Giacomo (de’) Medici, il Medeghino(1498-1555), fratello e cugino e parente di papi, giureconsulti e patrizi d’ogni sorte, conte di Lecco, marchese di Marignano signore di Porlezza e Valassìna, castellano a Musso, castello appunto ora in rovina, al confine allora coi Grigioni; non li avesse irritati questi passando da una all’altra e all’altra bandiera ancora  e fermati a Chiavenna e Valtellina, saremmo adesso svizzeri e luterani. O chissà che dio sa cosa.

http://www.museobarcalariana.it

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Funeragli – Idillio tergestèo

quint-buchholz-narrative-in-the-rain-2013

Quint Buchholz – Narrative in the Rain, 2013

Quanto segue ha da essere sfumato con un sottofondo, leggero, non più di un rumore d’ambiente lontano, un fervere d’acqua in pentolino. Richard Galliano 

Little tango https://www.youtube.com/watch?v=JLoi7FTQjww

Immaginarsi adesso. Estate, mare, dehors d’un caffè pasticceria. A Tergèste. Spira un’auretta tiribintacea e il cielo, non fosse che è sempre lassù a incombere, è un Veronese, Paolo, tanto bello che a molti potrebbe parere irritante. Ovvero ispira memorie, in chi le ha accumulate, e ispirazioni, in chi a queste si adatta e attende. Nonostante l’ora sia presta Rolando D’Acqualta è seduto, lo direste immobile, a un tavolino, già per due stretto, un bellissimo bicchiere di spritz davanti a sé e un panino che a voi verrebbe voglia di non mangiarlo e fissarlo per sempre con un qualche mastice, per conservare il richiamo dell’imbottitura cannibalica. Con osservanza ogni tanto Rolando tira un sorsetto di aperitivo; per farlo durare. È erotismo. Sta per addentare alla fine il panino quand’ecco arriva Adolfo Similòmo, suo amico e che voi lettori dovreste ritenere storico. Immaginate adesso che entri alla sinistra del vostro campo visivo e che si annunci a Rolando spazzolandogli i capelli con un giornale arrotolato in mano, tipo randelletto gentile sì. Benché non si possa capire alla vista potreste sospettare, da qualche particolare del fare e a momenti del dire, che si tratti in entrambi i casi di medici; ora tenendo conto della loro stazza, altezza 1,85 circa per 90 e 110 di peso rispettivamente, vestiteli e lasciatevi andare a seguirne il breve dialogo qui per voi catturato.

– Ohi(Rolando biascica, un brincello di prosciutto gli casca dalla bocca nel piatto;  subito si ricompone, Rolando non il piatto) Adolf còme xe come stai dove vai 

– Se sto non vado se vado non sto… mònago… la domanda appropriata sarebbe in che cosa consisto… ma sempre di meno so

– (interrogativo/affermativo) Sei di fretta

– Perché vado… là ci siamo… io vado e ti te magni e ti bevi e ti allontani pertanto

– Ore diese rebechìn (ore dieci, merendina)

– Invece io vado a prendere un aspiratìvo…

– L’ostia( occorre supporre che, d’abitudine, Adolfo giochi di parole) a cosa

– Un funerale… aspirapolvere presuntivo… per anime 

– Mi spiace

– Perché… mai vado mica al mio… ( afferma)ho letto in quanti muoriamo in un minuto… centoeotto… mentre che 83.000 i ciava… sempre i altri… si tratta di capire da che parte si può stare

 -Anche se stare lì a fickete fuckete per un minuto insieme a 83000

– Un’orgia catastròfiga sì… vado a un funerale speciale

– Oh là

– Unico direi… il funerale di gesù bambina

– Scherzi

– (imita Mimì nel primo atto di Bohème, si schernisce, fa per andarsene, si ferma, intona) Vorrei dir… ma non oso

– Gesù bambina chi quando

– Right now Roland una gironalista subrette bailarina una madrepia televisiva … perciò stesso apparente a tutte le madonne e agli smadonnari… non posso perdermi lo spettacolo ( c.s.)

– (lo ferma con un gesto, interroga e afferma) È un paradosso

– No al momento sta per essendo un paro d’ossa… là dentro into her box lo sai ben  patologo solitario… la stanno disossando… ma la gente sai com’è non guarda al sodo oggigiorno si disossano live… poi resta poco per insetti e vermi in ogni modo (Adolfo tacet è in piedi senza sapere su che piede stare mentre Rolando bevet un sorso e pensa senza darlo a vedere. Gli spritz sono per lui fontane nel deserto. Poi dice…)

– Sitz and spritz sentate

– Ho il funerale

– Scappa mica… contame

– A me (siede, non sa dove buttare il giornale) piace lo spettacolo appunto… indimenticabile… i pianti… quelli li capisco abbastanza… le madri e i padri per loro è tremendo perdere un a miracol mostrare e poi poveretti capaci di non essersi accorti del miracolo che avevano partorito in casa… quanto pane la ga’ consumà la gesuà senza restituirlo… quanti sardoni senza moltiplicarli… quanto vino bevuto senza un fià d’acqua… aveva il fegato in disordine come tutti noi… ma money money… il resto lo fanno i gazzettini e i parroci…. (giunge da poco lunge una camerierina, l’aria da volonterosa stagionale, caschetto da Louise Brooks in Pandora, truccata con accortezza, curiosi pantaloni lunghi come gli occhi, larghi come la camicia da aviere in portaerei, spigliata, dà l’idea che desidererebbe essere spogliata almeno con gli sguardi più di quanto le concede il ruolo; immaginarsela fino a farsene distrarre)  prendo uno spritz anch’io molto campari… per campare penso di stare dalla parte degli ottantatremila… sa lei chi sono gli 83.000 (la ragazza si mette in guardia con juicio) mannò… un’acqua tonica con mezzo limone spremuto… poco poco gin per aumentare il mio tenore di acidità mentale… gentilmente butti o legga il giornale

– (Pandora) Volentieri ( si allontana, i pantaloni larghi e molli suscitano meditazioni consanguinee dei due)

– (perplesso) Gesù bambina è questa qui

– Indeed… una giovane donna come migliaia… funerale incluso un domani… ma adesso se muore una donna… domandaghe qui alla brunetta porno … quale sia sia il modo manca poco che i gazzettieri o qualche prèfica senza fica dica che è ginecotanatìa… del resto morte è femminile in molte lingue… reaper o ripper that is the question… oggi avremo un ormai non raro caso di beatificazione da strada… il feretro arriva e… (alla cameriera mentalmente spogliata) grazie carissima… (la giovane sorride, lascia lo scontrino sul tavolino e via, Adolfo beve un sorso di acqua acidulata) oh buono oh caro… ( canticchia) un altro sorso ah…la rralà là là là llera…(bevicchia) il fèrretro… dimenticavo bianco virginale… ed è immancabile l’effetto libiamo… al momento in cui i necrofori elevano jam in the box alla vista… si leva automatico… sai come che dicono i gazzetticoli… il commosso applauso di amici colleghi e gente comune accorsa… quei che i còri… a dare l’estremo saluto… noialtri tutti qui nei paesi delle merdaviglie… semo la gente comune… gli antipodi di Alice… l’applauso è commesso grazie all’impunità che gli è accordata… la zente la pensa come che la fusi par televisione… d’abord la società è uno spettacolo ben tristo weisdù… i gà scomenzà coi funeragli spassìba ai morti nell’esercizio del dovere… niente silenzio e bandiere plauso e applauso… epidemici…. poi telefonini telefonini una selva che riprendono il transito alla frontiera tra il giorno e la sera al tempio… ( canticchia improvvisando sul tema di Gilda – Rigoletto Atto primo) quando le sere al tempio/ senza pregare iddio/ bello e fatale un fèrretro s’offriva al guardo mio… 

Ti son proprio mona

– Monàtto mi sòn monàtto… ma il bello deve ancora arrivare… a cassa posata… ‘desso xe trendy par tera… c’è un momento di sconcerto nel tempio… non tutti sanno cosa fare… sentarse levarse saludarse… sarà tutto un lampeggiare di falsch flash… flick flok… correre di paparazzi… flik flok… oh oh il parroco col vestito buono… spassiba signor padre per questo tuo duro pane… duecento chiacchierichetti con un caporalazzo… obeso di sicuro… a tutti che gli spunta i ginz da sotto le palandrane… ecco una zoppa… qui lo spassiba arriva ai vertici… anche monca può andare… una diversamente mugolante la ciòl duecento pagine di spaoli e sgiovanni e smattei e sluchi bislucidi… in quel tempo gnè gnè gnè gnè gnè gnè… e poi al apice della rappresentazione il priester annuncia che è morta gesù bambina… Còme Tè Nonc’è Nisùna… vedesse il culardo in ospedale quante gesùbambine oltre la presente…  ma giù una scartoffiata di lodi virtù e attributi se nhh… sé nòl xé imbriàgo disfà egli non si azzarda a giurare se il perindeaccadàver era maculata o immaculata concezione… il box bianco panna lo induce in tentazione quindi perciò stesso in eau de sainte été… Jeder Priest hat seine Lust. In hora de li morté tue. Amén che non si dica. Scapo… non vorrei che il miracolo si perdesse la mia apparizione… Bon ogi paga ti che doman pago mi (si leva e si allontana)… Quando le sere al tempio… ( si ferma, si volta) Ho un tirocinante in reparto che non sa l’italiano… si è innamorato di tantomeno, l’adverbum caro factum e lo usa à la cock… Grazie a lei tantomeno dotore … Tantomeno adios Rolandus…

Benone ora il vostro sguardo rincorra per un tratto l’Adolfo Similòmo che si allontana lungo il viale, alla vostra destra lo vedete, tantomeno alberato e ombroso nonostante si avvicini il tocco e, senza fermarvi, continuate nella panoramica oraria, a perdere il Similòmo e a inquadrare via via il contorno di traffico e case e persone che ciabattano nel vostro campo visivo verso il mare che, eccolo, vi appare, oh che sorpresa adesso quanto siete stati catturati prima dai discorsi de’ due al caffè. Ora, proseguite senza fermarvi con una carrellata continua e cheta verso il mare che sfolgora e seguitate, seguitate… non vi distraete, non guardate qui, seguitate dico. 

The End

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Accà nisciuno è fisso: l’immagine e inverosimile. 18.08.19

quint-buchholz-boy-with-book-2013

Quint Buchholz – Boy with book (2013)

Ebben giochiamo. Nel pubblicare il commento del prof. Biuso al mio scritto qui di seguito, commento che mi onora in modo particolare, mi pare bene solleticare il lettore a cimentarsi e direi prima, con la lettura dell’articolo che il professore ha per l’appunto pubblicato sul Manifesto di ieri 17 agosto, articolo che, parafrasando Totò io potrei intitolare tempo questo nome non mi è nuovo, e che invece si titola Quel che accade tra Einstein e la meccanica quantistica. Buona lettura https://www.biuso.eu/2019/08/17/spaziotempo/

Che silenzio! Che aspetto di tristezza/Spirano queste stanze… Ascolta come recita Don Alfonso al principio della scena decima/atto primo del Così fan tutte. L’intonazione ovvero l’intenzione suggerita da Mozart alla voce, per queste prime due righe del recitativo che seguirà, come dirla non saprei, se dubitosa, guardinga, opaca, o nel vago, dimessa; ohi ohi torna sempre difficile trovare gli aggettivi che si intonino al da dire e al già detto e, nel recitativo secco, solo pallidissime sfumature imperative del cembalo, indicano alle parole intorno a quale affetto ed effetto possano aggirarsi, nel caso specifico come vertere a tramonto prima di riprendersi nel tono maggiore consono al burlesco dell’opera. Con nove parole si può dire molto. Così, diffusa nella familiare immagine delle persiane chiuse di casa, poco dopo l’alba, in questo agosto che tramonta anch’esso mi pare di percepire un’auretta di morte, che sull’idillio incomba un presagio. Talune immagini sono un giudizio inappellabile.

Se ci penso, riesco a vedermi attraverso un mirino, e provo una noia… la noia dello sniper in attesa… così mi sono colpito stamane nell’osservare me stesso aggrappato all’orizzonte, sul ciglio di un buco fondo come la notte anteriore ad ogni nascita, al presentarsi all’esistere. Resistere. Per carità, che cosa si faccia al mondo, non è la domanda in agguato da ogni pulpito con la risposta pronta, va’ là… ogni risposta da pulpito è diversione; tutto, pulpiti, messe nere e bianche, letture, studi, calcolazioni ingenieristiche, l’esercizio della medicina, dell’arte, anche della cucina è diversione, ritrovati per negarsi alla realtà di api e formiche, parti partoriti da un sistema che ha in sé stesso ogni scopo. Chiamala chiamala in latino, natura naturans… fa subito un certo effetto il latinorum… bellissimi i fiori compaiono e scompaiono e, in grande, compaiono e scompaiono le stelle. Dicono, dicitur. In sintesi estrema a M.me De Nature pare necessario che si mangi e si fotta, nelle maniere che ciascuna specie conosce. Esaurita soprattutto la seconda funzione, si sa destinata al crescete dannati e sgrufolatevi, e sfumata la convenienza di proseguirla solo per gioco o diletto, restano a mala pena i ricordi. Inconsistenze. Il bordo del buco ha una catena, sai le catene che si pongono sui monti a fantasioso appiglio per proseguire il cammino, rampicarsi là dove proseguire sarebbe una stupidata oltre che pericoloso, una catena di distrazioni dall’abisso… in chiaro, la cosiddetta cultura, le cose dotte e dette con qualità, sono prolungare l’esistere con un accattivante sostituto dell’orso di stoffa dell’infanzia… chi ha avuto la fortuna o la sfortuna di possederne uno… sono difesa da ogni tentazione per il quotidiano… ma vallo a spiegare a un negro con gli occhi incollati dal pus di mosche assassine.

Potrei mollare le grinfie da quel bordo, da quella catena e suicidarmi… ogni sera alle undici prendo venti gocce di sonnifero, così tengo a bada i mostri e i dolori che si presenterebbero immancabili alle due, alle tre con una recita della morte di cui solo i sogni costituiscono la prova contraria… l’atto necessario che te tu hai a prevedere ma per il quale v’è da confessare non tanto il manco di coraggio o forse sì, e più il terrore del dolore, ma della visione lucida, senza compromessi con sé stesso; e la completa impossibilità di pensare, che si crede sia il costituente del vivere da formica o da ape. Esse fanno, si riproducono e muoiono. Dannatamente i bipedi, alcuni, siamo dotati del pensiero di noi stessi. A questo stiamo aggrappati. Sul buco. Penzoloni. Basterebbe lasciarsi andare per estinguersi, è risposta più che domanda.

Una tristezza senza malinconia mi guarda da lunge il bordo del buco. Un’oscurità avanza in me, una perfusione, in ognuno un clisma opaco, tranne in quelli che sfrecciano in motoscafo sul lago come al comando di un incrociatore con tanto di figherìa al vento per di dietro.

Nell’umano si instaura, col nascere credo, la tendenza, che muta poi in abitudine al fare, quel che sia sia, in luogo del lasciarsi fare; al pensarci sopra quel che sia sia senza pensarsi sotto; che sia perdersi tra gli scaffali della biblioteca di Alessandria, che sia darle fuoco, che sia schiantare le proprie sanguinarie obesità su una motoretta, appagati da esse e presaghi delle prossime scofanate, estive invernali, di intingoli, di sughi, che avvelenino la bocca a farne quel che è, una cloaca inversa; che sia fabbricare il tempo per scrivere, leggere, che sia affrettarsi e adoprarsi a fornir l’opra di vendersi almanacchi. Tutto nel mondo è antidoti, sedativi, vaccini. Tuttavia tra il delicato urologo che deve visitarne le interiora e il paziente elefantiaco che indica la su’ ganza storta e dice, Vede questa dottore io dopo me la devo scopare, tra quel medico che si è speso in studio e che senza chiudere gli occhi gli esplorerà l’ano rivoltante, trarrà presagi dalla su’ vecchia prostata, dal glande mal lavato, tra il dottore che di tutto ciò ha orrore, frugivoro in tutto, tranne che del sapere e quel bestione, nessuna distinzione è certa. Perché la costituzione di ciascuno, di ciascuna cosa, pianta, animale è un non so come lo chiamerebbe Heidegger. Sia chiaro caro mio che questa non è un a meditazione filosofica per cui occorrerebbe essere capaci, avere le sovrastrutture, le catene adeguate; qui siamo n’un campo di ginestre. Povesia. Cuantas palabras. Ciance e farfugli… se ci penso, riesco a vedermi attraverso un mirino, e provo una noia irresistibile.

Poscritto. Le religioni, accortamente camuffate a mezz’acqua in vari modi, sono di preciso le sirene di Ulisse, con la stessa bocca con cui cantano ti sbranano ma te tu ha’ da dirmi la differenza di ceri tra quelli al Buddha di un santuario in Corea e quella alla Madonnina, del cinquecento beninteso, dimmi la differenza, dimmi che suicidio è se non a rate. La religione si incarica di tenere in vita morti con piccole dosi continue di ciance. Tra la pillola per sopravvivere, nella convinzione di, e il lardo di maiale perché è buono dov’è la differenza chi lo sa. Ovvero c’è, di scelta, ognuno sceglie quali ambardàn, con quali trick e track intrecciare e ancorare la catena sul bordo del buco. A ciascuno la sua. A ciascuno il suo. Ognuno diverso a modo suo. Ognuno suona un destino. E infin della licenza ci si aggrappa a tutto pur di esistere. Chiunque il sa che per avventura abbia provato l’ebrezza di spencolarsi nel vuoto aggrappato ma a un mano, o un volto, o a una voce. No more I love yous
 

https://www.youtube.com/watch?v=mK6j3zx3W9s

E, per i colti che non vogliono farsi cogliere dal pop e che tuttavia meritano qualche consolazione di ferragosto

https://www.youtube.com/watch?v=mmCnQDUSO4I

 

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Eyes wide shut – Stanley Kubrick (1928-1999)

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