Voice(s) of America 2a

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The Room of Flowers, 1894 by → Childe Hassam (1859-1935)

Non v’è alcun merito-detto Zen

I am only picking up here and there some samples of great American literature. Splendid, in my opinion, which is the only I have, amid the possible ones. Questo è solo un esercizio che forse continuerò, o forse no. Esercizio nel proporre, esercizio per me nel pretendere di tradurre, tradendo di necessità a favore di chi meno di me conosce l’inglese e le sue infinite articolazioni; del resto per tradire occorre essere per lo meno in due, ed essere d’accordo. Ogni linguaggio è un argot, a pensarci bene, o è solo lingua e c’è chi scrive attingendo a un catalogo di nomi; c’è chi scrive a vocabolario. La differenza è all’incirca la stessa che corre tra  menù fisso e  alla carta. Basta così, in questi giorni tristi e grevi, tutto mi pare troppo. Ecco qui una →elegia, bellissima parola per dire qualcosa che in sostanza si costituisce di non detto e attinge al canto. La differenza è musica. Ci torneremo. 

→ Anne Sexton(1928-1974)

Elegy In The Classroom

In the thin classroom, where your face

was noble and your words were all things,

I find this boily creature in your place;

 

find you disarranged, squatting on the window sill,

irrefutably placed up there,

like a hunk of some big frog

watching us through the V

of your woolen legs.

 

Even so, I must admire your skill.

You are so gracefully insane.

We fidget in our plain chairs

and pretend to catalogue

our facts for your burly sorcery

 

or ignore your fat blind eyes

or the prince you ate yesterday

who was wise, wise, wise.

 

Nell’esile aula, dov’era nobile
il tuo sguardo e le tue parole architettura,
trovo al tuo posto questa sverzata creatura;

 

sbandata, sul davanzale della finestra,
irrefutabilmente appollaiata lassù,
enorme massa di una qualche rana
che ci guarda dalla Vu
delle sue gambe di lana.

 

Anche così, devo ammirare il tuo stile.
Così pieno di una grazia insana.
Noi agitate sulle nostre seggioline
ostinate nel catalogare
fatti privati per il tuo gagliardo incanto

 

o ignorare i tuoi occhi grevi e ciechi 
o il principe che hai mangiato ieri
ch’era sagace, sagace, sagace.

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Virtual Reality, 2015 by →Laurie Lipton (b. 1960)

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L’ElzeMìro di Martedì 7 Luglio

BAMANTI

In Gli amanti dei libri

23 giugno – L’ElzeMìro – Animali in disordine alfabetico-Asini

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-animali-in-disordine-alfabetico-asini/

***

Tanti saluti

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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Voice(s) of America

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The Room of Flowers, 1894 by Childe Hassam (1859-1935)

 

Non v’è alcun merito-detto Zen

Ognuno le prenda come vuole. Traduca come meglio o peggio crede.  Le mia voce giusto per…

Emily Dickinson(1830-1886)

A sepal, petal, and a thorn

A sepal, petal, and a thorn

Upon a common summer’s morn —

A flask of Dew — A Bee or two —

A Breeze — a caper in the trees —

And I’m a Rose!

Un sepalo, petalo, una spina/ D’estate, in una comunissima mattina — /Di rugiada una fischettina — Un’ape forse due — /Una brezza — un frullar di fronde — /E sono Io una rosa!

Some keep the Sabbath going to Church

Some keep the Sabbath going to Church —
I keep it, staying at Home —
With a Bobolink for a Chorister —
And an Orchard, for a Dome —

Some keep the Sabbath in Surplice —
I just wear my Wings —
And instead of tolling the Bell, for Church,
Our little Sexton — sings.

God preaches, a noted Clergyman —
And the sermon is never long,
So instead of getting to Heaven, at last —
I’m going, all along.

Qualcuno impiega il Sabato andando in Chiesa — /Io stando a casa — / Un usignolo per corista — Una pergola per duomo — / Qualcuno s’impiega al Sabato sotto la gabbana — Io indosso giusto le mie ali — E invece di suonare la campana, per la chiesa,/ il nostro sagrestano piccolino — canta/ Prega Dio un prete di gran fama— Va mai per le lunghe il suo sermone,/ Sicché invece di conquistarmi il Paradiso, alfine — Io vado, vado in continuazione. 

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Virtual Reality, 2015 by Laurie Lipton (b. 1960)

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Stupidi o cretini

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A Short History of Modern Painting, 1982 – Mark Tansey ( 1949)

È con gran divertimento che pubblico il titolo che accompagna la notizia di  questa pirlata, coglionata, bischerata, cazzata, fesseria, minchionata, belinata, minchiata or ora giunta sull’ali segrete di Internet al mio indirizzo. Mi spiace per le pari opportunità che l’intero repertorio di epiteti negativi circa il granusalis sia riferito al masculo muscolo, mancando un termine che esprima la coglioneria al femminile; non mi pare che esista vulvata; figata è detto di solito per dire che bello, clitoriderìa sarebbe difficile da pronunciare, benché a quelli della mia generazione di universitari sia noto il motto, la lingua batte dove il clìto rìde; non so se fesseria si riferisca alla fessa, che sta per vulva appunto. Bon, Oréal. Non fosse che la pubblicità fa uso autorizzato della stupidità, bisognerebbe che l’intero gruppo dirigente Oréal venisse punito, e costretto a vedere a loop tutti i film di Totò previo corso rapido di vernacolo parte nopèo e parte napoletano, almeno un po’. Eziandio. No dico, per avere queste trovate e non perdersele questa gente guadagna come un bracciante in Puglia non riuscirebbe in trent’anni. Li pagano. È  da schiantarsi dal ridere. È. Ovvio che prima o poi dire stupido e cretino verrà sanzionato. Il vocabolario Treccani a stampa ha già provveduto a depennare poverette, molte parole considerate desuete. Se intelligenza e intelligente faranno la stessa fine, è domanda non risposta ancora. Questione di tempo. O di tampax.

L’Oréal supprime les mots «blanc», «blanchissant» et «clair» de ses produits

Cette décision intervient dans un contexte mondial de manifestations anti-racistes.

Par Le Figaro avec AFP
L'Oréal vient à s'ajouter à la liste des entreprises qui transforme leur stratégie marketing
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L’ElzeMìro di Martedì 23 Giugno

BAMANTI

In Gli amanti dei libri

23 giugno – L’ElzeMìro – Animali in disordine alfabetico-Gatti

http://www.gliamantideilibri.it/?p=74216

***

Tanti saluti

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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L’ElzeMìro di Martedì 9 Giugno

BAMANTI

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro – 9 giugno

Idillio toscano-La bimba che mangiava le rose – Fine

http://www.gliamantideilibri.it/?p=74174

***

Tanti saluti e fiori

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Il salotto provato – 3a

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Mimnermo – Frammento 2 , Wikimedia Commons

Ecco qui sopra di Salvatore Quasimodo, la traduzione del frammento 2 di Mimnermo Chieracostui; al congedarci dal salotto di cui sopra, la mia collega Sonia Gabriella Grandis desiderò dedicarla a noi ed ai presenti. Di sicuro una signora siciliana che è comparsa e chissà se ricomparirà qui oggi a commentare co’ li sua blitz-thoughts queste righine, ma anche qualcuno che del Salotto delle prove  ha letto le prime due parti sa che esse non hanno messo alla prova nessuno. Dedicate solo a chi ha la sciagurata convinzione di fare della sua vita un inferno a parole ecco che se le mie sono servite a qualcosa, il qualcosa è con ogni probabilità risultato un’indigestione; non mi commisero lo so che cosa succede nelle teste e nei cervelli sotto carica, il concertato di Rossini dalla ce n’è Cenerentola, offerto qui nella versione della Scala con Abbado, anima buona, Questo è un nodo avviluppato https://www.youtube.com/watch?v=NB14yuKef1s. E dunque a tutti quei pochi che mi hanno seguito,  e a parziale commento o complemento o corollario delle due parti di Il salotto delle prove ora suggerisco di guardarsi un filmato nuovissimo di Natalino Balasso, teatrante che io stimo assaissimo  – assaissimo, quando qualcosa gli garbava in excelsis, lo diceva un mio povero collega violinista di Napoli, simpatico, intelligente e amichevole, brutto e sposato in Canada a una violinista anche lei, canadese e strepitosa, astounding, non saprei se come violinista ma per il resto sì; lui l’amava, lei gli metteva corna ramificate e gli mangiò la bella mansion in riva ai laghi quei grandi del Canadà, e lo costrinse dopo alterne peregrinazioni in diverse orchestre, tra Venezuela e Chicago a tornare in Italia; insegnò per un po’ al Conservatorio di La Spezia, con me, viveva in un ammobiliato con vista  scalo Farini a Milano; gli venne un infarto, mi chiamò per aiuto, lo portai a Niguarda, chiese e gli procurai un notaio, poi ebbe un secondo infarto, tutto qui – ecco il link al video mostrando il quale mi auguro di fare piacere al Balasso e procurare qualche sussulto cardiaco, che non sia mortale a qualcuno https://www.youtube.com/watch?v=x6fBA2kgQZU. Over and out.

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Il salotto delle prove 2a

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Seconda puntata

Non mi pare utile riassumere quanto già scritto nella prima parte di questo post pubblicata sabato ultimo scorso e che, nel titolo, ripete quello di una sorta di trasmissione di rete dedicata a questioni musicali in generale  e teatrali in particolare. Gli autori della brillante trovata, Elisa Dal Corso e Gianluca Cavagna, hanno fatto sì che, in somma delle somme, non fosse un modo per passare il tempo in confinamento ma una elegante soluzione per far parlare e mettere alla prova persone per natura distanti, confinate in altri lidi d’Italia, che l’è lunga, e che nemmeno si conoscono. A me ha fatto piacere essere stato invitato a tenere questa specie di corso di regia e a partire da un testo poco noto ormai. 1 giugno. Chiuderemo il giro di prove di cui con Sonia Grandis e Stefano Ferrara guidiamo da seniores il percorso. Ad ogni puntata attori giovanissimi si sono lasciati dirigere da me e mi auguro con qualche beneficio. Lunedì primo giugno, note per gli attori.

Parlando da reggisti. Reggetevi forte. Interpretazioni punti di vista. È un po’ molto il secolo dei punti di vista il XIX e della crisi dell’autoleggittimazione dei popoli europei a mettersi nella testa degli altri, come felicemente scriverà Gottfried Benn nel 1937 in Osteria Wolf, è il secolo della dissoluzione delle forme. L’arte ha fatto la Cassandra della dissoluzione del potere, del sistema stato, delle grandi potenze, del pigliamoci il mondo imperialista da metà ottocento in avanti, mangia mangia, e che si suiciderà nel 1914 con ripetizione nel 1939. Con un antipasto importante, sostanzioso: la guerra di Spagna. La dissoluzione della forma sonata o dell’impressionismo coincide con la trovata di forme nuove, incrinate. Schönberg perde la musica di vista, diventa dittatura del pensiero/sistema, che lo stesso Nietzsche aveva così ben frantumato. Lo stato diventa dittatura dello stato, già con la Comune 1871. Mahler e Proust aprono la strada a Shostakovich o Ravel a Kafka; andrebbe osservata l’evoluzione di Malévic, il pittore suprematista. In trincea la poesia esploderà in schegge. Ci vorrà per ricomporla. A questo capitolo di dissoluzione lenta, della forma, appartiene Come le foglie; 1900, anno di Tosca, Vissi d’arte vissi d’amore, Mario Mario, mentre Scarpia è insieme Bismarck e il Re del Belgio che devastano il mondo. Manca poco alla trovata di Bresci che uccide il Re a Monza. È il 1900 l’anno della Interpretazione dei sogni. Ai sogni appartiene Come le foglie. Non meno del Tre sorelle di Cechov, stessa data 1900, che con a Mosca a Mosca si riassume,. Ibsen concludeva Spettri, nel 1882 con un Mamma dammi il sole. A Come le foglie manca uno slogan. Al filisteismo senza cultura dalla famiglia Rosani manca persino un’ambizione da mettere in parola, è il deserto senza tartari. Non c’è del tutto una storia. Ma una preistoria che si allunga nel corso di quattro atti giustificati solo dal fatto che occorreva far vedere nell’intervallo gli abiti delle signore e vendere gli aperitivi del buffet. La famiglia del signor Giovanni, borghesone rovinato, per sua stessa ammissione dall’essere un cretino. Costretti dunque a vender casa e a espatriare da emigranti di lusso a Ginevra. Questo è l’antefatto, poi chiacchiere chiacchiere. L’esasperazione delle parole che girano intorno a una mascherata, a un sogno. Vabbè Shakespeare lo disse meglio trecento anni prima. Sogno.

Ciascuno convive col proprio. Giovanni quello di tornare ad essere il travet che chiossà è sempre stato. Nessuno ha un problema, l’unico, la lotta per il fine mese viene eluso, verworfen. Tommy il figlio maggiore nel sogno del viveur, di un signor Max senza talento imitativo. Alla fine della propria catastrofe etica sposerà una miliardaria. Non dice niente come tutti intorno ma lo dice benissimo La moglie del Giovanni, Giulia è un nuddu ammiscato cu ‘nnenti., una madame Verdurin, ma con un intelligenza da rettile, sogna l’arte in alternativa al sesso, ma forse, quando il pittore Helmer glielo offre è tutto un vorrei e non vorrei poco convinto, poco convincente. Poi c’è Massimo il cugino, che è a suo modo la classe l’industriosa, tra l’operaio e l’ingegnere, vede lontano ma non troppo e lavora in Svizzera, amministrando con oculatezza i suoi anni e Nennèle la figlia minore di Giovanni che vive nel sogno di nume tutelare di un fantasma famigliare, una poltrofiglia. Non riuscendo ad avere una frase che la qualifichino le sue ultime parole sono, Massimo vieni. Nulla TELA. Tutto questo e altro ancora a che cosa serve, a niente. Tutta questa dotta prolusione ha lo scopo preciso di creare agli attori il fondale su cui proiettarsi le proprie biografie immaginarie. E cominciare lavorare sulle parole. E le parole sono in mano agli attori che sono i soli personaggi in cerca d’autore, di sé medesimi cioè, sulla scena. E un abracadabra che susciti l’incantesimo del teatro. A riuscirci naturalmente.

Due paroline per ampliare il discorsino della scorsa settimana. Si è detto è vero che in teatro non si sceglie mai, sì forse qualche super-dìvola, forse Gassman hanno scelto i loro testi, per il resto l’attore soprattutto, è chiamato alla lettera a farsi piacere l’incarico per cui è stato scelto; e spesso non capisce perché, non si sente all’altezza, e lì cominciano le rogne. Sai Calindri disse che finalmente a settant’anni si sentiva abbastanza pronto per sostenere un ruolo di Molière. non ricordo, l’Avaro mi pare. Una cosa che credo importante da sottolineare e che s’è detta è che però le prove sono un tale studio dell’opera altrui che alla fine ci si ritrova si trovano in essa segreti e rivelazioni che alla semplice lettura – il testo è un pretesto non è un romanzo che ti chiappa proprio solo per la sua funzione di recit, di chanson de geste, di epica in cui tu lettore sei subito spettatore di quel che leggi o ascolti  – alla semplice lettura non compaiono e piano piano invece facendosi scoprire finiscono per farti apprezzare quello che fai. Insomma ti piace. Ora di questo Come le foglie chiunque potrà osservare che è assente, come diceva Gadda, l’erotìa. Inutile ululare della società repressa fin de siècle, era repressa ma l’erotico è presente in tutta la letteratura, anzi è il motivo della letteratura otto novecento, Traviata fece scandalo. Il romanzo è potente. Solo le coreane pensano che Violetta e poi Mimì sono vergini delle rocce. Non Giacosa che scrive tre capolavori a loro modo molto pizzicosi, Mimì la dà al Viscontino ma prima a Rodolfo, che gelida manina tutti i tenori che ho frequentato per avventura, in prova la cantavano che gelida vagina. La gaia fioraia nel terzo atto piange di dolore con Marcello per come la tratta Rodolfo ma poi scappa col viscontino che la tiene finché non si accorge che lei la gli macchia tutte le lenzuola di sputi tubercolotici. Per non parlare di Tosca che convive col pittore e che Scarpia si sa che cosa vuole fare di lei, vissi d’arte ma una coltellata è meglio. Quanto alla nipponappa col bell’americano anche lì si capisce. Ma insomma che cosa  più erotico della scena di mamma dammi il sole. La signorina Giulia ahi ahi. Ebbene in Come le foglie assistiamo a un gruppo di famiglia con imbalsamatore. Nessuno ha uno zic di trasporto per niente e per nessuno, sì ti voglio bene ma perché si dice così. L’arte di Giulia non è sublimazione per mancanza di cazzo con Giovanni, il cui erotismo nemmeno in casino, è tutto un biascicare e di sé, sa dire una delle poche battute chiaritrici, Sono un cretino. And not fishing for compliments. Giulia gioca a fare l’Ombretta sdegnosa come se avesse undici anni con un Helmer che ha il fascino di un abete appiccicoso di resina, stante che pare un ebete. Massimo ha una diga nelle mutande, Tommy non è nemmeno un puttaniere. E così Narciso che ormai si vede senza specchio e l’immagine è di devastante pochezza. Quanto a Nennèle avrebbe l’occasione di dire a Massimo ti voglio bene, mi sei caro, non dico ti amo, ma non lo dice; si limita a un NON HA CAPITO; ed è lei che non ha capito nulla. E tutto non finisce. Insomma Come le foglie è il dramma dell’assenza di tutto, passioni, sentimenti, secchi come le foglie appunto. Poar’a Freud. Che cosa serve tutto questo che ho detto, a notare delle cose. Certi registi invece ne approfitterebbero, anzi così fan tutti per mettere gli attori nudi in un bidet che si sciacquano e si sfregano fino a farsi sanguinare passere e piselli. Noi queste cose non le facciamo perché sappiamo che l’immaginazione la deve mettere lo spettatore non noi. Noi possiamo pilotarlo. Come ogni attore, che sia attore di sé stesso, sia arrivato e stia arrivando a definire il suo ruolo nel mondo che si inscena, non può essere una domanda. Può esserci arrivato pregando gesucristo o alzandosi all’alba per il primo martini dry;  questo non interessa che  lui stesso; al regista deve interessare, mi rivolgo a quanto vogliono svolgere questa attività per guadagnarsi il pane, deve interessare se o no il risultato che si sta delineando o che è già a buon punto di maturazione è o no, guardate in una parola, se funziona o non funziona. Se funziona siete a cavallo. E da quella quota tirate calci a Riccardo III e eeee ho detto tutto come Peppino con Totò. Cominciamo.

Fine

 

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L’ElzeMìro di Martedì 26 maggio

BAMANTI

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro – 26 maggio

Idillio toscano-La bimba che mangiava le rose-2a

http://www.gliamantideilibri.it/?p=74092

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Saluti florali

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

 

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Il salotto delle prove

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Intro e prima puntata.

Riporto qui  per un pubblico che non ha altri interessi dai miei, cioè quel po’ di arte che si conosce per mestiere; e in questo periodo soprattutto in cui more italico si moltiplicano come pisci, pani e vino gli olologhi di tutte le risme, gente che manda a dire al dr. Galli (ospedale Sacco.Mi) che è un cretino, ebbene io mi tengo al mio, al poco che so che è davvero poco, e pubblico per maggiore intesa con gli studenti del gruppo messo insieme da ex-studenti, Gianluca Cavagna ed Elisa Dal Corso e viceversa, che mi hanno chiesto di fare lezioni di regia (fischia) e con i quali ci vediamo ogni lunedì nello Zoo(hmm) per una loro lodevole iniziativa divulgativa, Il salotto della voce, delle idee, delle prove. Un circolo aperto a tutti, specie agli studenti d’arte, in cui via via degli esperti o ritenuti tali con qualche ragione o qualche illusione, me per esempio, fanno vedere come si fabbrica la loro specialità. Mia la regia, non la pizza dato il mio nome parte nopeo e del tutto terrone, adatto a una pizzeria appunto. Dopo la scrittura la regia è quello che so fare meglio, e al contrario della scrittura mi ha dato il pane e il companatico per 40 e rotti anni, insomma per tutta la vita attiva, con la parentesi del lavoro con mio padre di fattorino in negozio, subito dopo la maturità e anche dopo, al bisogno. Impresa di famiglia. Imparato un sacco, anche a fare le somme e le sottrazioni. E a chiedere un benefondi. Non dico di più. Così storniamo, da ragionieri, l’idea che da questa sedia parli una preziosa ridicola, non lo sono, ma poiché sono, sempre stato per natura uno che osserva e si fa delle cose la sua immagine e somiglianza, ho dato per anni a bere la notizia, oh-come-ne-sa-di-cose-il-discola, proprio. Il Discola ( mi chiamò così per un periodo il mio maestro Crivelli, l’altro il Rissone mi chiamava sognodiunvalzer) di cose ne sa poche ma quelle poche benissimo.

Con la mia amica e valente attrice Sonia Grandis, e Stefano Ferrara, oh lui sì che è un intelletto da more; perché sa scrutare nelle more di ogni detto o fatto, e accumunati da simili origini, gusto, affinità e formazione d’arte, abbiamo riflettuto con attenzione, cioè chiacchierando a telefono, su che tipo di lavoro proporvi per questa lezione/dimostrazione.( Il salotto delle prove) In altre parole e da che scuola è scuola, la questione gira sempre non intorno a quello che ci piacerebbe fare ( direzione che anzi abbiamo evitato sapendo bene che nella vita il 95% di quello si fa è perché ti scelgono non perché scegli) ma su quello che, tutti i conti fatti, potrebbe essere meglio adatto a far orientare dei giovani apprendisti nell’ambito di qualche tradizione riconosciuta. Occorre intendersi da subito; in ogni arte di fare l’avanguardia sono capaci tutti, indispensabile pertanto essere ignoranti funzionali, e poi dire che si è inventata l’acqua calda. Persino Artaud l’iconoclasta veniva da una scuola. Persino Bene. Persino Poli, ascoltarli dint’ ‘o tiubbo. Non si può dire che si ama Houellebecq se non si è letto Flaubert. C’è un mio conoscente che afferma di possedere una sua cifra stilistica, nel cinema, quando semplicemente non sa cos’è un punto macchina e si vede. L’eliminazione del passato induce a commettere l’errore di ignorare che da che mondo è mondo ce n’è pieno il mondo di avanguardie; alcune recenti, come quella di Stanislavskij o di Brecht, hanno fatto carriera e sono diventatate scuole. Perché a loro volta fondate su solide tavole, di palcoscenico. Quando in visita nel marzo del 1956 a Milano per la prima italiana dell’Opera da tre soldi, a Brecht dal mio maestro Checco Rissone, fu chiesto come andava inteso lo straniamento, la risposta sana sana fu, Me lo chiede lei che ce l’ha di natura e di cultura, la commedia dell’arte; è l’eredità di voi italiani, non avete nulla da imparare. Di tutte le scuole per degli italiani, quella italiana, iniziata appunto e a essere approssimativi con la Commedia dell’arte, sarebbe la migliore. Scuola italiana che è molto articolata e passa per la Duse, per Ruggeri, i Ricci, su su fino a Gassman, Salvo Randone, Cervi, Valli. Ma non abbiamo voluto andare indietro fino alle origini e fermo restando che avremmo usato un lavoro in italiano, e non una traduzione, ci è parso gentile limitare le difficoltà a un periodo della letteratura come dell’arte teatrale che in realtà toccò gran parte dell’Europa, quello del naturalismo. O verismo o come ismo ve lo volete chiamare. Di un Ibsen o di un Cechov in minore, ci è parso dunque che questo lavoro di Giacosa, avesse la caratteristica di non essere né troppo, come un Pirandello, o peggio come un D’Annunzio, né troppo caratterizzato come un Brancati o un Guelfo Civinini, che peraltro scrisse Fanciulla del West. A Puccini infine il nome di Giacosa, lo saprete, è legato per via dei tre capolavori, Bohème, Tosca e Butterfly. Non diciamo che questa sia la scelta migliore ma siamo convinti che affrontare difficoltà attoriali che la prassi moderna ha gettato via non sapendo distinguere tra umido e indifferenziato, sia utile anche per trovare il modus al rebus della famosa battuta, La cena è pronta. Che esiste, è un parlante in Traviata, atto primo e tutti cantanti cani tanti, la sbagliano.

2 maggio. Ciò premesso rispondo alla domande formulato subito  alla prima puntata del programma. Il tema è Come le foglie di Giuseppe  Giacosa e la domanda cui rispondo, come mia abitudine sbrodolando giù per la discesa delle associazioni, è come mai recuperare un testo così obsoleto. Sì sì, si ricordi che Giacosa scrisse per Puccini, mica cretini, né l’uno né l’altro. Allora recuperare hmm può significare un giudizio sul valore dell’oggetto recuperato, buono, cattivo, non è detto. Spesso si recuperano nei teatri, nell’opera non è inusuale, lavori che la storia ha bell’e cremato e sparse le ceneri al vento. Nelle direzioni artistiche dei teatri c’è un doppio marketing quello dell’assodato e quello del recuperiamo che qualcosa resta. Ma in teatro l’obsolescenza è un dato di fatto. Quindi tanto vale. Anche il concerto per violino di Schumann fu recuperato dall’oblio imposto dalla moglie a suo tempo; non voleva  si sapesse che il marito era un mostro di genialità. Lei pensava un mostro e basta come tutte le massaie con qualche pretesa. Lui era scoppiato nel suo genio. Ma non se ne fabbricano più. Ci vuole eroismo dell’esistenza. Andare alla guerra. Nessuno vuole farsi sopprimere dall’arte, l’ultimo fu Dalì. Picasso un amministratore di campagna. Non che avesse torto.

Quindi sai, prima Tino Carraro (alla fine di uno spezzoni televisivo De tant che l’era piscinin in cui compare con il Gotha del Teatro milanese e non) cita il ballo Excelsior, 1881, di Manzotti e Marenco; fu recuperato dal regista Crivelli negli anni 70, io c’ero, scene e costumi geniali di Coltellacci, Dell’Ara coreografò una sorta di lago delle papere in mezzo ai cigni e Filippo Crivelli confezionò il tutto come di rado succede, e voilà  un balletto dimenticato, restituito al valore che ha, valore estetico, visto dalla giusta prospettiva; Perspektivismus ist ein anderes Wort für seine Statik (Gottfried Benn – Poesie statiche). In teatro sarebbe ora che si dimenticasse il termine attuale, reale, che comunica, che parla ai nostri tempi, adesso usa molto la parola condividere, se condividi sei un bravo bambabino che vuole bene anche ai più stronzi tra i bambini del suo asilo e non li picchia, intavola una discussione; volete l’attualità ammazzatevi di telegiornale e pubblicità. Oggi anche nel comodo formato alternativo. Sapere standard, e costruito a misura, nessuno sforzo, vi ricordate [a Gianluca Cavagna ed Elisa Dal Corso, bravissimi teatrantini del mio gruppo in conservatorio a Milano e valenti ideatori di questo arengo zoo(hmm)] vi ricordate in classe quando vi dissi che questa nostra è l’epoca del precotto, del predigerito, sgrassato, poche calorie. Tutto facile, tutto alla portata di un bambino non molto sveglio. Sapete che non si può dire deficiente per la par condicio. Italiano facile per pakistani. Il mondo visto da un buco di serratura e piuttosto stretto. Vedrai vedrai a furia di lasciar biascicare i verbi all’infinito. Vous m’en direz des nouvelles.

Dunque questo recupero è questione di gusto e sapienza ma nel volerci fare direttori artistici di noi stessi, non dandoci per compito ciò che ci piace ma ciò che ci chiedono loro, i capi della borsa d’Arlecchino. Questo ha da essere chiaro. È facile fare ciò che ci piace; con ciò che non ci piace si fanno scoperte, si impara. Come i cavoli da piccoli. L’arte è imparare. Quindi impara l’arte e mettila… Ricordate con quanta diffidenza affrontaste due anni fa il vostro Circo delle fanciulle. Alla fine fu un piccolo capolavoro, di intesa tra voi e un testo e un tipo di teatro che non vi piaceva. Vi trattenne per un po’ solo il fatto che l’autore era il vostro maestro, il Maeschtro. E lì si è visto abbastanza bene che cosa deve fare il regista, anche principiante come la vostra compagna Cristina Rosa, sempre sia lodata, mettere a loro agio gli attori, il più possibile. Mettere in luce. Ci torneremo.

Chiarirsi. Gli attori non sono pupi, hanno un carattere, pessimo non di rado, e si aggrappano a qualsiasi salvagente, anche lo zampone precotto pur di anestetizzare la paura, chiedere a Gassman o Bene, defunti, l’attore ha paura perché recitare fa paura, ( a me per esempio non mi è mai piaciuto e il terrore di emettere un suono mi ha sempre trattenuto dalla tentazione; insomma se non te la vai a cercare non reciti) diamolo per scontato, e il regista non deve essere un puparo ma un esorcista; e poi anche il puparo sa che i movimenti dei pupi sono quelli che sono. Non si deve, non si può forzare un attore dentro una propria fantasia precostituita che poi si traduce in un ipse dixit. Il regista non deve pensare, non deve soprattutto farlo sapere se di notte lo fa, sotto le lenzuola, o darlo a vedere, deve ascoltare e trovare il modo di far uscire dall’attore il suo alter ego. I suoi altri alter ego. E poi indirizzarli, insegnare; una lingua acuta come lo spagnolo la dice bene, enseñar, che vuol dire mostrare la strada (si guardi nel vocabolario della Real Academia) Il regista è alla radice un insegnante, se è regista, niente guru, la cifra, o hai stile per natura, o sembri un duca anche in tuta, o peccarità, il mio teatro, per carità si attenga a non fare il filosofo dei tormenti e delle estasi. De Chirico disse in un intervista, Io non so di tormenti, i tormenti li lascio agli altri, io dipingo. E quando il giornalista gli chiede perché sta dipingendo un sole nero, Non saprei, mi pare una buona idea. E idea per un greco come lui voleva dire quel che vuole, immagine. Ricordo che Strehler procedeva a sbalzi, una sera in Scala, 1975, alle prove del Macbeth si mise a gridare Fermi fermi, di colpo come un matto, centodieci coristi scalpitanti e Abbado e tutti gelati , il matto aveva visto cadere una piuma giù nella luce dei fari di proscenio, chissà da dove, spazzatura. Pino, gridò a Pino l’attrezzista capo, Pino un cuscino. E lo sventrarono in prova, le piume nella luce brillavano. Puoi rifarlo Pino — Certo Maestro. Ed ecco inventata l’ombra di Banco. Chi ha orecchie per intendere. Le cose in teatro accadono così, non si partoriscono dal culo di un Giove qualunque.

Ascoltare stare molto attenti e pazienti. Non si escludano le rabbie furiose. La guerra. Questo indica le strade.

Ci sono almeno due bei film in merito, Effetto notte (La nuit americaine ) di Truffaut e Hitchcock, Sacha Gervasi, 2013. Da vedere. Non so se ho risposto. Vedremo.  

Alla prossima

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