Fuoco, fuochino fuochetto.

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Ahi noi. In un tempo lontano, dall’Australia per l’appunto, Aldo Busi scrisse un suo lavoro di bel peso, Cazzi e canguri. Uno scritto grave, greve, desolato, adusto, da leggere; ohè, non roba per educande, cioè per per chi cerca rifugi e sotterfugi nelle soavità rasserenanti nella lettieratura, sapete quella dove almeno nel titolo ricorrono le parole, vita, volo, farfalla e fabio, senza trascurare infinito, cuore e amore; ohè tanto di quell’amore, tanti di quei bacispertusati da vomitarne la metà in sospiri. In Busi si sentiva feto di morte – chiunque sia andato qualche volta a visitare il defunto a cassa aperta sa che la formalina e il make up truccano ma non ingannano, la camera ardente non arde ma ma ma – in una cornice di sesso per quel che può essere, larvità, dark rooms, cose vastase pedé ma non più dei vecchi ètero che nelle latrine dei supermercati pisciano e vomitano fuori dal vaso e lasciano lì la traccia, cani; tanto una donna magari latina o africana passerà a pulire… Simone, i morti ti salutano. Ricordo che mi sconcertò quel Busi, ricordo un masturbarsi, one-step del cazzo in una scarpa; nota che il parlar pulito aggrava la gravità del parlare, o fa ridere o non soddisfa come un interruptio in coito – sai quelle signore che scrivono o dicono di fellatio per perifrasi quando pompino restituisce all’idea la sua soave e parziale verità; Totò ebbe sempre ragione, Esequie, esequie vivissime… Ascoltarlo per credere.

Questo del cangurino che mi vedete qui sopra e qui sotto è un piccolo file, solo 12 kappa, non ne ho trovati di più grandi; ce ne saranno ma chi l’ha pubblicato (cfr. fanpage.it) ha pensato di fatto che 12 kappa fossero sufficienti a tenere bene in vista il rapporto di grandezza prosopopaica tra la naturaleza limitata e l’eterno Adamo, che a regola mitologica contiene in sé i germi di un Assassino per noia e di un Belante con i suoi futili cantici al fumo. Così me Canguro di soli 12 k osservo, perplesso; che fare altrimenti, scappare, sì che si può scappare ma dove, aspettare la fine, aspetteremo la fine oh miei canguri. 

Non è un caso che una razza di conquistatori pallidi e cirrotici, gli attuali australopitechi anglofoni, abbia devastato la terra che ne subì i cazzi, giù giù sperma a ufo, per qualche secolo senza che la liberal democrazia dominante egemone, di oggi la peggiore pare dopo quella devastante della signora Thatcher in Britannia ( eppure seguita), accettasse l’idea di finitezza, di ὕβρις, übris – san mica più il greco nessuno, i limiti volanti che Omero vede sul campo di Troia, chi se ne frega, siamo ancora quei snob che occupano il medioriente da cento anni – e attuasse qualche previdenza per limitare il disastro, niente solo pecore, carbone e bonds. Alla fine mi pare veemente che la violentata si ribelli, altro che metoo e come. Oh figliastri viziati e tracotanti di Prometeo. Nessun ciompo, nessuna Jacquerie, Bastiglia, Commune, nessun ’17 son riusciti a mettere così bene a ferro e fuoco come il fuoco in sé che si rivela  la più rivoluzionaria delle istanze e delle manifestazioni. Vroumm. Mi spiace per i pompieri, qui c’è posto credo per gente coraggiosa, sempre tra i pompieri volessero imbarcarsi, ma per i faccendieri-finanzieri dai well blowed jobs e delle locali valstrit c’ho piacere, al mare, al mare, oh lo spettacolo dei bottondown, degli armani, dei colletti bianchi, via giù tra’ pescecani a scambiarsi biglietti di visita e bruci bruci ogni cosa, infradito, uffici governativi, yacht clubs, blondies e congreghe di avvocati d’affari; così che l’Australia torni quello che era, inospitale. Vroumm.  Vedremo se si dovranno accogliere barconi di australopitechi in fuga. Chissà se qui direbbero aiutarli in casa loro. E poi quale, non ne hanno più. Mi spiace lo sfacelo prossimo venturo, per gazzelle, gatti e topi e tigri, canguri e cammelli che secondo il premier australopiteco sono la prima causa degli incendi, mi dispiacerà eccome, mi dispiacerà per i miei figli sopratutto, uomini intelligenti e miti, senza miti; non dico di no, ce n’è altri di intelligenti senza infilato il capo in un sacco di sardine e merdità; lo so e mi dispiace per tutti quanti; per me no, di andare in fumo so che è la mia meta; andarci gratis e sans funerailles è un vantaggio. Quanto ai coglionisti legaioli sovranieri, ‘tenti nèh che i prodromi son questi, anche qui tra faggi e abeti, vroumm una disfatta che Caporetto vi sembrerà una gita sui colli Euganei, e ‘tenti che sarà proprio disfatta. Ve lo do io il Suv.

Ora che è l’ora di pranzo nel freddo di un furgone parcheggiato, pausa mensa; in quel chiuso un africano giovane svolge  da un cartoccio di alluminio un qualche suo tramezzino. Lo mangia ad occhi bassi, forse per pudore.  

p.s. Mi pare che la Belpaese Gazzettini Riuniti abbia unanimemente riprodotto il quadro sommario di orrore e colpe in cui va in fumo l’Australia; la stampa grulla non saprei e me ne impipo dei commenti di Quattropassineldelirio, che è il nome collettivo per la stampa psicopatica riunita, sai, Foglioliberogiornaledipadania. Qui sotto qualche notizia e qualche video di quelli dove non si videa nulla ma insomma tutto fa.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/07/australia-il-premier-negazionista-dei-cambiamenti-climatici-sotto-accusa-ignoro-i-rapporti-ufficiali-sul-rischio-incendi/5654402/

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L’ElzeMìro del 7 Gennaio 2020

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

V episodio- Intermezzo

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73505

***

Buon Ah no

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Alle mani suleimani

 

Unknown

Qui lo dico e non lo nego. Non fosse che forse le cose si metterebbero male anche per quest’attricetta porno che è la nostra europettina frigida, pallida e dal culo scoperto (pallidula nudula frigida) abituata a slargare le gambe e simulare orgasmi in banca; non fosse per il sottoscritto che forse per un po’ dovrebbe rinunciare ai superbi datteri di Persia e ai non meno buoni ma meno cari Medjoul di Palestina, che compro abitualmente alla facciaccia della barba d’Israele; non fosse che non ho nessuna simpatia, né portato a preferire una dittatura a un’altra; non fosse che l’Islam e le sue ossessioni religiose avite per me pari sono a quelle che infiammarono l’Eurofrigida di roghi e scannatorie assortite (cui diedero totale, unico e generosissimo contributo i cristiani d’occidente); non fosse che non vedo la differenza tra un poliziotto di Teheran, che tiene famiglia pur’isso, la signora Cocomeri e il cappelletto con la barba fidanzato della signorina Verdurai; non fosse che nel caso e non sapendo fare la guerra ci rimetterebbero la pelle un sacco di bravi afroamericani o diversamente negri, spaesati e forse tanto fessi da essere conversos; non fosse che nella guerra con l’Iraq, allora, l’Iran ne prese tante, n’ebbi le testimonianze dirette, da ripensarci su due volte prima di un’altra; non fosse che è probabile much ado about nothing l’ostentazione di muscoli e bandiere rosse da degüello a Teheran, non fosse quindi che è probabile siano più sensati i capoccia della Repubblica Islamica, più di quanto danno a vedere,  non fosse per tutto questo e dato che è facile fare tanto brum brum per nigott (much ado about nothing) per il gusto di spaventare qualche brianzolo e il ministero dell’Indifesa ma Stupida, quello che mi piacerebbe adesso, ma è un piaceretto che non vedrò certo esaudito, ebbene sarebbe che la Persia invadesse l’Iraq in un fiat (il cioccolatino of course prima e dopo), si sbarazzasse delle truppe mercenarie irachene addestrate dai nostri valorosi bersaglieri (ma te l’immagini i lai delle mamme alla vicentina per il figliolo sminatore e delle parmigiane di spose col marito marò), arrivasse a Bagdad e si annettesse l’Iraq, lasciando interdetti i Marines a leccarsi a vicenda il testicolame fumante. Mi garberebbe perché ritengo che dal Vietnam l’America falchetta e cheerleader di periferia non abbia abbastanza capito la lezione; che continuare a far cassa per la Texaco e sorelle e i loro alleati sauditi, guerreggiando qua e là per far salire il prezzo del raffinato (alla pompa mi dicono sia già aumentato sì da gonfiare il portafogli dell’Agip) ebbene è un gran bel modo da figghi ‘e bottana per reggere le bretelle umane e progressive. Oh mi piacerebbe un sacco vedergli perdere una battaglia via l’altra (raccontava il mio suocero fiorentino che combattè con gl’Inglesi per la liberazione d’Italia, parlo per chi non sa che ci fu una guerra qui tra l’api e le pirlamidi 1940-45, Gli americani non sanno far la guerra… son dei bischeri che possono versare mezzi e uomini a valanghe sul campo… non fosse stato per gli inglesi ne avremmo viste delle brutte), e ritirarsi coi loro multipli servants fino alle spiagge di Laodicea e da lì co’ lor PortaRei tra le gambe via sotto l’occhi di lupi turchi e dei bikini innocenti moderati di Tel Aviv; mi piacerebbe. Mi piacerebbe che la sconfitta fosse così atroce da far cadere per l’innante governi repubblicani, generali del Pentagono, far scappare tacchini allevati in batteria e mandrie dai macelli di Detroit, fallire lottizzazioni di Trumpeltrimpel, appassire fighette democratiche, metoo e meteo, mi piacerebbe che precipitasse nel caos politico e coconomico la Usaegetta sì da starsene zitta e quieta per un po’ a umettarsi le ferite e le palme di Palm Beach; mi piacerebbe vedere suturarsi su sé stessa la Nato, c’avrei così gusto che un bel dì vedremo, la Cinputina che soffia a Vallstrit tutti i contratti economici a venire. L’Iran ha dalla sua, lì a disposizione siam pronti alla morte tra i 5 e i seicentomila uomini  in apparato, più, ho letto, energie rinnnovabili di 11.000.000 circa tra riservisti, assatanati e scanfatiche; vuoi che non riescano a farcela a riprendersi l’impero di Dario; domanda retorica; punto.

Pssss. Non sono bellicoso, o solo a parole – voglio augurarmi qualcuno abbia notato che  l’intero discorso è costituito da un periodo di quattro frasi tutte in ipotassi separate da tre punti – ma è vero che l’ostentazione della coglioneria in un mondo che alla lettera sta andando a fuoco comincia a rendermi furioso. Ci manca che scendano in piazza le sardine a invocare la pace. Allora non so se sto fermo con le mani, suleimani.

 

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Martedì 24 Dicembre, l’Elzemìro

da Oggi, 24 Dicembre

In Gli amanti dei libri – L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

IV episodio – Il bambino Walther Bruno

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73473

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Buon divertimento e Buona Tale

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Dèmoni

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Fauno e Baccante, affresco di Ercolano – museo archeologico nazionale di Napoli

Parola di DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders)

La schizofrenia è caratterizzata da psicosi (perdita del contatto con la realtà), allucinazioni (false percezioni), deliri (falsi convincimenti), linguaggio e comportamento disorganizzati, appiattimento dell’affettività (manifestazioni emotive ridotte), deficit cognitivi (compromissione del ragionamento e della capacità di soluzione dei problemi) e malfunzionamento occupazionale e sociale. La causa è sconosciuta, ma vi è una forte evidenza di una componente genetica e ambientale. I sintomi di solito esordiscono nell’adolescenza o nella prima età adulta. Uno o più episodi sintomatici devono persistere ≥ 6 mesi prima che venga posta la diagnosi. Il trattamento consiste in terapia farmacologica, terapia cognitiva e riabilitazione psicosociale. La diagnosi precoce e il trattamento precoce migliorano il funzionamento a lungo termine – https://www.msdmanuals.com/it-it

Se andrà a leggere  il breve collegamento proposto qui sotto, il lettore vedrà con quanta sfacciata disinvoltura la classe degli occupatori del paese blatera di cultura;  grasso percolante se hanno letto e capito le istruzioni della loro lavatrice e c’è in proposito una lieta novella del Mark Twain, uh il titolo il titolo, che in sintesi racconta come l’idraulico, l’avvocato, il droghiere, il generale incapaci finiscano senatori a Washington; opinione di un grande. Dunque, non solo coloro parlano di cultura ma della Nostra; come se la mia, modesta lo so, fosse tale tuttavia da sentirsi a suo agio allo stesso tavolo con la loro; e come se quest’ultima, è quella delle istruzioni per la lavatrice, fosse quella di tutti; pretesa che, statistiche alla mano, pare non deviare purtroppo e tuttavia dalla realtà. Ciò detto ecco le sconce pirlate architettate da lor signori; da leggere prima o dopo, ma meglio prima per poi, alla fine, lavarsi la testa col professore Biuso che ha scatenato questo messaggio.  Cliccando cliccando si può vedere in foto il campionario di bipedi del Consiglio regionale del Piemonte che ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Cane (Lega), per imporre il crocifisso nell’aula istituzionale: è stata approvata con 27 voti a favore e 8 contrari.

Orsù precisiamo che chi scrive ha qui sul banco di lavoro una copia avita, 1979, dei due biblia vecchi e nuovi a cura della società biblica britannica e forestiera, roba protestante. Letti tutti, saltando le insopportabili parti compilatorie, compresi i vangeli che Pasolini riteneva grande opera letteraria e intellettuale. Voilà, a me m’è sempre parso che certi intellettuali, come Pasolini appunto, si spruzzassero ogni mattina d’eau d’église ché, per ritenere tutto il malloppo valevole di qualunque giudizio letterario occorre o faccia tosta o una grande fede nella propria capacità di barare alle carte, o una sinfisi caudale mai decaduta e penzoloni nell’acquasanta; contaminante da cui pochi si sono affrancati, esclusi i non appartenenti o meglio i Nonsono, (Οὖτις ἐμοὶ γ᾿ ὄνομα. Odissea IX, 366) come chi scrive, o certi ebrei, Spinoza per esempio. In sintesi per riuscire a trovare nei Biblia anche poco della potestas di Shakespeare, vuol dire essere disponibili da quel momento a ritenere meraviglioso l’orario ferroviario su su fino a opere come Va dove ti porta il cuore con i suoi sequitur, dalla triestina con l’osso, alla napoletana col manico. Per non dar adito, forse solo i primi capitoli, del Genesi, si leggono come letteratura epica. Poi tutto un gran siamo il popolo eletto, dio ci ammazza i faronici e se abbattiamo le mura di Gerico adesso… poi verrà il momento di tirarle su a Gerusalemme, e l’ostia che li brusi a tuti ‘sti arabici ciò.

Capisco benissimo che la disperazione di chi non rinuncia a sperare, il buco interiore con tutti gli spifferi esiziali che vi svolano, il bisogno e la tensione ad adeguarsi per credersi eguali e tutti insieme appassionatamente e a cuccia, il risentimento, e il sentimento di un nemico alle porte del nulla, procurano la tentazione di credere in qualunque cosa, meglio se assoluto, indiscutibile e feroce che dia al soggetto la percezione anche vaga di esserci, nella sua cuccia in giardino con la catena al collo, bau bau are arf. Capisco benissimo che si dura fatica a essere Nonsono, ci vuole vocazione, natura e determinazione; a ben guardare basta uscire per far la spesa al supermercato per osservare che il mondo dei creduli, per limitarci a quello bianco, occidentale, ultraliberista e borghese, della specie, accezione o qualità già presa in esame qualche tempo fa, si divide un due macrogruppi, la maggioranza  di quelli  che vogliono trovare subito il parcheggio al primo piano, se possibile in assoluta prossimità degli ingressi, benché siano più di uno, tre, quattro e oltre a volte, e niente, l’auto qui e subito va depositata; ci si blocca in attesa del posto promesso da chi sta già sistemando la spesa nel furgone – il tipo di vettura oggi preferito da chi ha due bambini come carico – indifferenti al fatto che si formino colonne e intoppi di preciso come in qualunque arteria stradale che, si badi mai da sé s’intoppa; c’è un destino che guida l’automobilista nell’imbuto, a farsi attrarre per sempre dal buco nero dell’ingorgo, nella sua voluttà nervosa. Alla seconda categoria, ripeto è osservazione questa, appartengono coloro, pochissimi che pazientano un poco, passano oltre l’altrui  marasma, scendono o salgono, dal primo al secondo piano del parcheggio e se c’è al terzo, indifferenti al dove siano gli ingressi ai reparti di vendita, alla pioggia se i parcheggi sono scoperti; sono spinti costoro dall’intelligenza che di sicuro un posto si trova; eh sì quasi sempre un piano di parcheggio è del tutto vuoto e solitario; così igualmente se una strada è intasata tale novero di persone adopera l’intuito e la carta geografica per tirarsi fuori dagli impicci e dal consumo sconsiderato di carburante, e via campagna campagna o stradetta stradetta. 

Ciance in bando ecco un esame di realtà del mondo: cristiani circa 2,2 miliardi (fonte Il sole 24 ore) mussulmani circa 1,6 miliardi, e a ruota altri, alcune entità con cifre risibili sul piano percentuale. Questo dato a chi come me non appartiene, a chi è non èΟὖτις ἐμοὶ γ᾿ ὄνομα… racconta che vive in un manicomio globalizzato; per sopportare la vita nel quale, minimo dovrebbe avere in concessione una pistola, una pistolina nella tasca destra del camice da neuropsichiatra, reparto agitati. Mi vien da ridere perché siccome sono appassionato visore di serie, fox, sky netfix, ce n’è una Britannia che mi appassiona. I romani sono lì a prendersi la Britannia per prudenza, si sa mai cosa hanno in mente quei turlurù pitturati di nero che si lascino ingabolare da druidi folli. E il romano generale Aulo, guarda col sopracciglio questi svitati assetati di sangue e ignoranti della vasca da bagno, che si scannano e bruciano a vicenda in nome di dèi feroci non meno di quello appeso in Galilea. Lo dice Aulo, I Profeti sono la specie più pericolosa di maghi. 

Per la delizia dei lettori accorti, li invito adesso a una pausa tè/caffè coi biscottini di un libro importante, secondo me di un gigantesco Pensatore, di un epidemiologo dell’umano, inteso come peste, cioè di Cioran. Tra le mie righe è apparso tante volte in veste di convitato di pietra, cioè di fato. Così in quella raccolta di pensieri dal titolo, Précis de décomposition, Compendio di decomposizione, a pag 9 del volume edito da Gallimard-Tel , egli scrive Généalogie du fanatismo

I’ll join with black despair against my soul,

And to myself become an enemy (W. Shakespeare, Richard the III, 1°/2a)

En elle même toute idée est neutre, ou devrait l’être; mais l’homme l’anime, y projette ses flammes et ses démences, impure, transformée en croyance, elle s’insère dans le temps, prends figure d’événement: le passage de la logique à l’épilepsie est consommé…Ainsi naissent les idéologies, les doctrines et les farces sanglantes.

Idolâtres par instinct, nous convertissons en inconditionné les objects de nos songes et de nos intérêts.

L’histoire n’est qu’un défilé de faux Absolus, une successions de temples élevés à des prétextes,  un avilissement de l’esprit devant l’Improbable. Lors même qu’il s’eloigne de la religion , l’homme y demeure assujetti; s’épuisant à forger des simulacres de dieux, il  les adopte ensuite fiévreusement: son besoin de fiction, de mythologie triomphe de l’évidence et du ridicule. Sa puissance d’adorer est responsable des tous ses crimes: celui qui aime indûment un dieu, contraint les autres à l’aimer, en attendant de les exterminer s’ils se refusent…

… In sé un’idea qualsiasi è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo, vi proietta le sue fiamme e le sue demenze, impura, trasformata in credo, essa s’innesta nel tempo, prende aspetto d’avvenimento: il passaggio della logica a l’epilessia è consumato ( o dalla logica a l’epilessia). È così che nascono le ideologie le dottrine e le farse di sangue. Idolatri di natura, convertiamo in incondizionato gli oggetti (i soggetti) dei nostri sogni e dei nostri interessi. La storia non è altro che un défilé di falsi Assoluti, una successione di templi eretti a dei pretesti, un avvilimento dello spirito fronte all’Improbabile. Anche quando si allontani dalla religione,  l’uomo vi rimane assoggettato ; sfinendosi(sfibrandosi) nel forgiare simulacri di dei, li adotta febbrilmente: il suo bisogno di inganno, di mitologia, trionfa sull’evidenza e sul ridicolo. La sua capacità di adorare, è la responsabile di tutti i suoi crimini: colui che si pone in debito d’amore con un dio, (alla lettera, che ma indebitamente un dio) costringe altri ad amarlo, in attesa di sterminarli se si rifiutano… 

Bon, pausa finita. 

Non sono buono né cattivo teologo, provo un fastidio che non nascondo troppo per le religioni, questa o quella per me pari sono tra quant’altre d’intorno mi vedo; ma taccio a tu per tu per evitare discussioni di cui non ho punta voglia, stante che sarebbero spuntate, la fede  è stilo che mai perde il suo filo; mi è capitato di trovarmi di fronte a uomini o donne, lucidi fino a un certo punto, oltre degli schizofrenici, frenare il delirio dei quali è impossibile. Aneddoto; ricordo molto bene una mia allieva che non partecipava con metodo alle esercitazioni di respirazione in classe; un bel giorno mi chiese un colloquio, cosa che volentieri le accordai. Con calma sospetta – quando ti parlano con ponderazione affettata controllare il caricatore, levare la sicura e armare il cane – mi chiese se gli esercizi di respirazione erano buddisti; sciocca che dici le risposi, non lo so, ma in genere sì molta della pratica di riscaldamento del respiro viene dall’India o dalla Cina, quindi sì può dirsi buddista o confuciana o yoga o quel che ti pare; allora scattò in tutta evidenza la molla della psicosi – il passaggio dalla logica all’epilessia – Sa, mi disse in un marasma impressionante, Io sono evangelica e credo molto, lei è bravo ma la mia religione non mi permette di fare quegli esercizi. (La follia ci coglie spesso impreparati, benché sia noto a noi che sappiamo che aleggia nei corridoi dei conservatori dove il delirio è materia curriculare, tanto che quest’anno in quello di Milano, la direzione ha pensato bene anche di formalizzare l’uso della messa natalizia. Fortuna vuole che io ne sia in pensione) Provai a scherzare, e a dire, che nessuno si sarebbe accorto lassù che/se faceva esercizi di respirazione, che non l’avrebbero marchiata in fronte, né spedita in Australia; le ricordai il secolo in cui viveva… niente, nello sforzo della propria possessione mancò poco che mi svenisse lì, ruttando bava e rospi verdi, nel corridoio del secondo piano. Dovetti mandarla a prendersi qualcosa al bar e la rassicurai, niente buddismo. La ragazza, coreana, comunicava tuttavia attraverso Facebook e quello che ho raccontato  mi pare possa compendiare le parole di Cioran con l’osservazione molto terra-terra, che a motivo di questo inarrestabile bisogno di sciocchezza dei popoli, Facebook è la chiesa di oggi. O, più di preciso, il suo braccio secolare. Ho molta compassione per chi crede che è all’un tempo, dentro e fuori di sé, e quel fuori adora. Può guidare, andare alla posta, prenotare un viaggio a Città del capo, e pochi istanti dopo chiudersi in una chiesa e buttarsi a terra di fronte a un morto simulato, o quello che è; ripeto poco importa dove e come ti prostri. Di mia madre il fratello balengo si prostrava davanti alla sua baionetta, quella con cui sgozzò ed evirò parecchi repubblicani nella guerra di Spagna; poi negli anni settanta si sbucciò le ginocchia per andare a Roma a farsi perdonare. Per fortuna è morto e io non l’ho conosciuto, né lui, né sua moglie, né sua figlia, né suo nipote. Baffo nero per terra.

Ricordo una pubblicità che costellava le pagine dei quotidiani nella mia infanzia, Poveretto come soffre, non ha mai usato il callifugo Ciccarelli.

Per concludere ecco in lettura l’articolo promesso del professor Biuso, articolo che chiude il cerchio del pensiero con una saldatura, a mio modo di vedere tale da reggere a lungo e intensamente

https://www.biuso.eu/2019/12/13/gli-astri-gli-dei/

Poscritto rescritto

Tutto questo sopra scritto non ha né mai potrebbe avere l’intenzione o la possibilità di cambiare il mondo che, a mio modo di vedere avrebbe bisogno di più di un elettrochoc, ché per ora funziona a droghe. Il numero vince sempre e precipiterà  secondo me la vita nello sfacelo e nella catastrofe. Ricordo un visita lontanissima nel tempo a un amico di familia ricoverato al reparto psichiatrico di Niguarda ( Milano, 20162); in cima alle scale del reparto, primo piano, seduta a fumare su una miserabile panchina del pianerottolo, al vedermi, una donna dall’aria esplosa mi mise in guardia, Non ti avvicinare a me o ti brucio, sono il sole. Mi mancò il verso e il cuore di ribattere, Nessun problema io sono l’acqua.

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Tema: Tosca

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Faccio per lavarmi i denti ‘stamane ma lo spazzolino elettrico non va in moto. Se sono macchine bastonate diceva mia nonna, fa un sergente scozzese armato di bastone a un blindato in panne su una delle spiagge di Normandia; nel Giorno più lungo; tira una mazzata al radiatore e rrronronron-ronronron, il motore si riavvia; così batto il culo dello spazzolino sul bordo del lavandino e vrrrrrr che riparte. Il principio del s’ha-da-cambiare resta interdetto dalla contraddizione. Bastonate.

Parrà strano ma di me a me non piace parlare, salvo quando si tratti di inserire il punto di vista degli occhi e dei sentimenti a mia disposizione in un contesto epico che possa coinvolgere; ci tornerò; usare il pronome identificativo di quella imponente torracchiona che tutti adorano, con quelle eccezioni che hanno ritegno in sé, parlare insomma a nome di quello lì che nelle situazioni più delicate si presenta per io, mi procura non poco fastidio; sono anni che mi affatica la coabitazione con altri, non eletti non prediletti e inseparabili e, che  interviene a mio nome  benché sia il più brutto, con Pasquale, quello che cinguetta di più; Giuseppe è un taciturno, di mestiere; Edgardo imprevedibile; mi rendo conto peraltro che allontanarlo del tutto dal tavolo da gioco non è poi così semplice salvo precipitare nel baratro di un’ingovernabile schisi. Diverso è intravedere affiorante dalla propria memoria, nella propria distanza un’epoca, e parlarne comme en sortant de sa peau, facendo di sé un chanteur di Jemaa el Fna, a possederne rispettosamente almeno un po’ il talento. L’epoca ci sarebbe, l’ho attraversata alla periferia, quasi da fuori  senza tanta partecipazione come mia abitudine, osservando; epoca migliore direi, molto più libera, nei limiti di un paese qui che dell’essere liberi coltiva un concetto o restrittivo o debosciato; allora bastava stare a Parigi, dico frequentare solo i suoi caffè per sette giorni, per sentirsi cigolare alle spalle, rientrando alla frontiera di Domodossola, le porte della prigione Italia; e adesso l’ultimo trentennio ha prodotto i guasti di cui ognuno che abbia orecchie per intendere e occhi per pensare può darsi conto; per dirla con Camillo Bensò di essere Cavour ha imputtanito e sputtanato la patria che ci è data.  Dell’epoca e di nient’altro non ho alcuna nostalgia, né dolce né amara, men che meno per una giovinezza anagrafica che se mai, talvolta quando torna alla mente produce noia se non rammarico. Epoca in cui mi trovai a principiare una carriera, prima con la guida di un ometto straordinario, attore strutturato da un’arte della commedia dalle radici affondate nell’età di Spinoza, il mio primo maestro, Checco Rissone; e poi sotto la direzione del dottor Grassi, uomo di teatro, intellettuale e uomo di partito, il socialista, non quello di Craxi però, quello dei rivoluzionari repubblicani di Spagna, quello dei soci rifondatori a modo loro di Milano, città oscura, nebbiosa, albergo dei poveri, Dresda in minore dopo la guerra; sapessero i rampanti leghisti, quei pochi che si lavano, sapessero gli gné gné né destra né sinistra, sapessero le file di baracche dei sinistrati di guerra in viale argonne e al lorenteggio-milano, le non bastanti fucilazioni di fascisti, assassini, colpevoli di tutto lo sfacelo possibile prima e di fortune non ostacolate poi a proseguire l’esproprio di un paese intero da parte di pochi cappotti di cammello con bordo di pelliccia… golf club di Monza… merde alors. Fu messo in piedi tuttavia nel dopoguerra, il primo teatro pubblico d’Italia, il Piccolo Teatro sotto la direzione del dottor Paolo Grassi, appunto, persona a dir poco eccezionale insieme col suo amico Strehler, chi era costui, che non perse mai l’accento e il dialetto di Trieste, evviva. Dèi, del far bene il loro lavoro d’arte, mica piagnoni – oh pardon anche le piagnone sennò si offendono – sardinisti/e e volémose bene, neutri e trans. 

1974, Dicembre. Ordunque, alla sopravvenuta sovrintendenza del dottor Grassi alla Scala, mi ritrovai tra gli assistenti, Carutti, Tommaselli (e me), più tardi Testi, Abbado, Stetka a costituire l’ufficio regia del teatro, guidato da una che poi sarà nota nel mondo della lirica, Sonia Frisell, regista inglese con una cosa chiara in mente, farla breve… ayeaye sergeant. Punto e basta. Ma non era cattiva e sempre prima di noi nella fatica; precisa, pedagogica; un’intransigente dal volto umano, col vezzo obnubilato di essere bella donna; ci insegnava che ogni nostra esitazione o ritardo o errore erano soldi pubblici che se ne andavano in fumo; insegnava a lavorare… virgola… e in una enorme struttura pubblica e augusta come la Scala e che molti faticheranno a immaginare; a music-box con  macchinisti,  elettricisti,  meccanici, attrezzisti tutti come se piovesse, un reparto di sartoria lungo un chilometro e sarte, cape, capi, vice, aiuti, nuvoli; la scuola di ballo e il corpo di ballerine bellissime e odore di sudore sotto il cerone, coristi, oops artisti del coro bisognava chiamarli e i bambini anche del coro; un’antro di artigiani, pittori, falegnami polifemi alla Bovisa (20158 Mi); un mondo a orario da ferriera, persino con una guardianìa interna di pompieri, bomba antincendio al piede; ivi, noi piccoli e ambiziosi, molto sognatori, ci saremmo sfiancati anni durante con orari sovietici, meravigliosi, stachanovisti. Del resto questo era il mestiere del teatro che tutti intendevano, tutti, voto monastico a un ordine, e lo è(ra), ma se n’è perso il sentimento e il fare. Ho cercato negli anni di insegnarlo, inocularlo negli  allievi miei, solo talvolta con successo. 

A ogni recita noi assistenti dovevamo al dottor Grassi una relazione sull’andamento dello spettacolo in corso, sul rendimento di cantanti e comparse e tutto… come mai fosse in ritardo e perché l’effetto 35bis, e se il sipario e se i ponti mobili non a battuta, ma di un zic, quanto mai, prima o poi, e se il tenore avesse in mano la gelida manina e la situazione. Il dottor Grassi la leggeva, la relazione, e la restituiva commentata. Il foglio veniva messo agli atti in un faldone. Ciò non impedì mai al telescrivente, che era amato si badi, di esercitare il sarcasmo e un qualche diritto al mugugno, una ribellione. Talvolta trovavi una breve del dottor Grassi in portineria; busta chiusa, una sferzata o una lode, tutto motivato. Ostie consacrate che ho conservato. Il dottor Grassi era adorato, temuto, rispettato, bestemmiato ma tutte le mattine entrava dall’ingresso pedonale e attraversava a salutare il palcoscenico al lavoro e a capo scoperto, ché il palco era tempio, del lavoro, in cui scoprirsi. La Scala, gli uomini e le donne che vi lavoravano come benedettini con diritto di bestemmia – oh la meraviglia dei porcatroia che schizzavano come frecce su su pei ballatoi del palcoscenico fino alla soffitta dove colpivano una minoranza etnica, i soffittisti – la Scala mi ha formato. Si piangeva talvolta dalla fatica. O si ciondolava. O si leticava. O ci si sdava per obbedire alle bizzarrie, non di rado geniali, alle rodomontate, non di rado oppressive, di uomini che se dicevano, Qui sarebbe bello avere  un cuscino un coltello  dodici schermidori una tavola che si rompe in due un… si trattava di cercare  e trovarlo e subito il qui-sarebbe-bello. Le parole Eccolo maestro erano accolte con un sorriso di compiacenza, Eh bbravu picciottu, da parte di quei mostri, registi, direttori, cantanti, ma sacri; Montserrat Caballé al colmo del suo stracolmo desiderava sedie, oh in stile certo, per sedersi o appoggiarsi qua e là data la fatica che faceva in scena a trascinare l’enorme pondo, ma ella del canto, nel canto casta-diva tutto il suo stile; stile, ascoltare ascoltare come visse d’arte colei.

Ebbene, quelle relazioni si chiamavano Note di regia. Sono critico e musicale ma non le due cose insieme; Tosca; può essere l’occasione per dire qualcosa di estetica; cioè di etica. Ecco dunque l’ultima mia nota di regia, a posteriori, dicendo poco o niente di regia, non direttamente. 

Sulla scena altissima, buissima, si muoveva lui lo scaccino tra colonne dipinte, poi un Te Deum sontuoso, come nel quadro di un David reazionario e allestito dal regista Faggioni in un tutto prospettico, quinte, ogni cosa dipinta tranne un coro infinito di nobili romani, preti; allusioni, velatino davanti per avvolgere tutto a distanza di incenso. Secondo atto, i classici candelabri a piè del morto, un assassino non lo farebbe mai d’accordo, ma allora si usava così e la scena piombava in un’ombra giallastra di enorme suggestione, Innanzi a lui tremava tutta Roma… coùpet… poi il terzo atto, a notte, con un fondale largo miriametri, illuminato solo da una ragnatela di lumini accecanti, le stelle che lucevano e, che pian piano impallidivano, minuit e minuti e minuti di un effetto ingenuo e tale da destare la ma ra vi glia finché l’alba svaniva per sempre nel sogno suo d’amore e un accenno di rosa toccava il fondo; in controluce l’enorme mole di Castel Sant’Angelo sbavata qua e là di luce per farne sentire il volume, seguiva fucilazione; Mariomario; ovazioni del loggione, bravo maestro, Molinari Pradelli se non ricordo male; un che conosceva l’opera, more antiquo. Rimasi sbalordito benché conoscessi poco l’opera e fossi piuttosto uno snob tutto quartetti, sonate e sinfonie. Ma quanto mi piacque quella Tosca solenne senza una trina né un bottone fuori posto, un impiattamento perfetto.*

2019, Dicembre, 7. Ebbene eccoli lì riuniti davanti alle telecamere; un Bruno Vespa col sorriso da carogna trionfante che abbia appena fatto sterminare un battaglione ma perdìo, la posizione, la quota è sua con tutto, salmerie e salumerie; eccoli lì i pupazzi della comunicazione a rivendicare per sé l’avvento della misteriosa dama, la sciura Cultura – siamo mica per niente a Milano, presempio della cultura – eccoli lì a sbavare sui microfoni gli Scarpioni… ah i giovani da avvicinare la tradizione da rinnovare o no maestro oh maestro… così da sentirsi bien au-dessus; il microfono ben impugnato si sa che alza la statura ed equipara lori, senza talento né arte ma molta parte nei palchi reali, benché declassati a repubblicani, agli Impirei sensa distinsione, e massime a quelli della Tosca che, s’è scoperto oggi, è cinematografica e pulp e thriller e grand Guignol…  noi siamo i giovani/ i giovani più giovani/siamo l’esercito/ l’esercito del surf; ma davvero; cultura,  oh quanta merdità in tuo nome. 

L’occasione ladra fa di ogni erba un fascio d’ambaradàn intorno all’evento inaugurale di ogni stagione; a sostegno dell’opera, intesa come genere, disen lur; ma l’opera di Puccini o di chi vuoi tu, ne avrebbe punto bisogno. Basterebbe ascoltarla con qualche po’ di pazienza perché è vero, risulta difficile; lo è oggi più che mai; lontana e all’apparenza irraggiungibile; bella e impossibile… lo è per i masticatori di Preprecotto doc. Bref, una meraviglia che persino un giovane – chi  è costui, borgataro, ignorante funzionale, anencefalico, bollito misto, ma chi sa chi lo sa – se ne accorgerebbe, a volere. Le genti insistono a cercare e a dire di qualsiasi fatto di cui non trovano la chiave di accensione, sarà ibrida; di quel che non toccano col dito, la luna per esempio, ah dev’essere un’altra cosa, ma che cosa ma che cosa; si aggrappano a trovare la corrispondenza con le loro vitine, senza escludere le brugole, e i pensierelli e, oh che emozione che emozione sciura Cultura, che gioia l’inno alla gioia, basta spiegare; Tosca le risulta sciura che l’è un inno alla libertà, che è donna beninteso, libertà parapà parapà parapappapappapà. Ma v’là.

Tutta l’arte ha in sé il lutto, altro che, quel canto di morte, chiù, che fa la differenza e sprimaccia il dubbio, il pensamento, infine anche le lacrime, perché ogni cosa che vola, è un banchetto di dèi sotto l’ali non dell’angelo ma della Sfinge o di chi altro, di Apollo, direbbe Nietzsche. C’è la fine, gli ultimi, i miserabili, il piccolo tamburino nella neve di  Adorno (Wagner-Mahler) o le due parole che chiudono Lezione di lingua morta di Andrzej Kuśniewicz, E gela; presagi. Tosca alla fine non sfugge a sostanziarsi in presagio. Ogni opera è presagio, quella che più quella che meno. Pensare anche solo al Walzer n°2 di Shostakovich, aaa Lolita, aaa Portnoy, aaa Guerra e pace. Importa assai che la Sagrada familia sia una chiesa, vardé il tessersi della recondita armonia da restarne annichiliti, cascare sbalorditi dalla rivelazione dell’intelligenza tutta terraterra che ha potuto concepire quel sovrapporsi di linee e volute e volumi e temi, di sincronia che è sinestesia; Puccini e/è Gaudì. Intorno invece una corolla di scempiaggini, Tosca è da cinema, femminista dice nel foyer una vieille rombière scordatasi di sé quaranta fermate indietro così che esibisce il proprio ego-fui, esibisce cioè il vestibolo della tomba sotto chincaglieria e veli; che nessun li disciolga per carità chè il tessuto si sa è più longevo della pelle umana. Tosca non è cinema grulla perché è teatro e il teatro è sincronico, il cinema cronologico, non lo complicasse il parlato e la musica, che sono sovrapposizioni, non sostanza.

Sono per natura ostile, scorgo, afferro e rigetto  l’inganno in qualsiasi forma di propaganda in genere e massime di un’opera d’arte che non sia l’opera stessa e dunque Tosca; Tosca, la musica in genere è inascoltabile senza che il troppo psicotropo che inietta, che monta l’anima a neve soda, che fa anima direbbe Hillman, erompa di necessità fuori  dal soggetto, lacrime o canto; loro i cantanti che possono tanto, loro possono, o i ballerini; quelli bravi; che cos’è un bravo cantante se non chi si fa canto e un ballerino colui che si fa musica o cosa balla a far cosa… E chi scriv(eva) e chi pittur(ava). Che non insegue progetti, che non ha un’idea. È il suo cantare che ne incarna qualcuna. Canto è esserci, non finirò di ripeterlo, ma non lo dico io, lo scrisse Rilke nel sonetto IV dei tanti elevati a Orfeo. Da credere che attraverso qualsiasi arte si manifesti questo assunto. La letteratura ha il dono e il privilegio dello straniamento, die Verfremdung. La pittura anche, ma tutta l’arte è esserci. L’opera d’arte scaraventa su una spiaggia al buio, tra mare e mura di Ilio e arrangiarsi. Tolstoj lo capì bene in Sonata a Kreutzer. Si gioca in un altro mondo; già all’altro mondo.  La musica, l’arte non è innocua. Consiste nell’apprestare una sedia in più a tavola per l’ospite inatteso… la maschera della morte rossa… come nel vivere, come, solo che qui si tratta di fabbricarne apposta un altro. 

Sembra l’ovvio ma a parlare di cultura si confondono le acque; ah ma mica un caso, l’abilità del giornalista è confondere, ascondere, ridurre a sé; l’arte, oltre che dal giornalismo, è di là dalla cultura, benché quella di questa possa costituire lo scopo, di qualsiasi coltivarsi che sia impegno e costanza e voluttà. Farla breve l’arte praticata si avvale anche di una cultura – i musicisti furono non tutti ma furono colti, ciascuno a suo modo; sapevano, conoscevano, leggevano – e produce l’opera, l’artefatto in cui la cultura se mai è sotto traccia, talvolta la traccia ne scompare egualmente anche quando sembrerebbe palese… a margine, attenzione alla facilità scempia con cui si attribuiscono patenti di genialità e di artisticità a qualsiasi sciocchezza, così che l’abbattimento, la riduzione di ogni opera all’uno dell’indifferenziato, di ogni lavoro alla marmellata della  più bassa qualità, ma più appetitosa, più marketing, più cinema, più pulp, più giovane. Più amen e arrivedercela. Ecco l’artista, declama Tosca al cadere sparato di Mario Mario.  

Ecco. Quarantacinque anni dopo il sette dicembre 1974, il sette u.s. non ho visto nulla più di uno di quei teatrini di giocattoli epilettici che girano in tondo, allestiti fuori dalla stazione Centrale del Milano da singalesi, qualche pakistano, tutti globalizzati, vrrr vrrr vrrr e ron ron ron petit patapon.

* Poscritto. Quando raccontai alla signora Frisell del mio entusiasmo per quella Tosca così tradizionale, nel 1974 era naturale, lei accolse il mio sentimento con una misura di sarcasmo inglese, Ma come, un rivoluzionario come te. Sì sì, mi pare di essere soltanto riuscito a replicare ma avrei voluto dire che la rivoluzione è una questione di stile. Era epoca di eskimo e finzioni operaie; operaio sindacalmente e normativamente parlando lo ero e mi cambiavo per lavorare, Strehler mi chiamava camicia rossa per via della stessa in flanella, ma fuori, me, loden e papillon come il mio maestro Rissone, che mi chiamava sogno di un walzer ma era stato comandante di una formazione partigiana nell’astigiano su per i bricchi e non si vestiva né da rivoluzionario né da artista, lo era. 

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Orizzonte Atlantico – Assedio ed Esilio

Schermata 2019-12-11 alle 19.29.57

All’indirizzo del Premio letterario Internazionale Indipendente il video di Carlo Limonta girato alla presentazione di Assedio ed Esilio a Lecco il 26 ottobre ultimo scorso.

https://www.orizzonteatlantico.it

Schermata 2019-12-11 alle 19.21.10

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