Ma che titolo e titolo

The Ear-Ring, 1911 by Ambrose McEvoy (1878-1927)

Ambrose McEvoy (1878-1927) The Ear-Ring, 1911
 

Ho il ricordo dolente dei tempi in cui interfacciarsi era buona norma e abracadabra linguacciuto per interfacce di bronzo o di materia fecale, intersfacciati a non finire. E ho detto tutto. Come Peppino in Totò Peppino e la Malafemmena. I due non si interfacciarono con nessuno mai.

p.s. e intersfasciati e intersfascisti?

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Zhang Zhang

Le parole della signora Zhang Zhang, prima dell’Orchesta di Montecarlo, sono così intonate che mi potrei aggiungere alle sue solo per rabbia e desolazione, da basso. Continuo. Da Le Figaro di Venerdì 17 settembre. © Ronan Planchon e Le Figaro.

Zhang Zhang: «Où est la justice quand on renvoie des musiciens classiques parce qu’ils ne représentent pas la “diversité” ?»

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L’Elzemìro di Martedi 14 Settembre 2021

Favolette Brechtiane 13 – La torre e il muro

http://www.gliamantideilibri.it/?p=76333

in  www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Voragini, vertigini, voltigini, impetigini

C’è tutta una letteratura, critica, epistolare, biografica e agiografica, anadiplòica, che tratteggia lo scrittore, l’artista, come vittima e la scrittura come passaggio per tormenta, tra le fiamme. Ho letto di recente, a proposito di chi non importa, in una rivista peraltro bella e intelligente (Pangea) di voragini, vertigini, incendi e fiamme appunto; ma che c’entrano mai con la meticolosità dell’arte (interrogativa retorica): Ai postumi l’ardua sentenza, ma solo in caso di cirrosi.  Mito autodistruttivo e tortura, e ddolore e morte e ssilenzio e angoscia e cche palle, diceva in un bellissmo brevissimo sketch la geniale Anna Marchesini. (vedi e impara)

In realtà no, sì e no, non credo. Certo che eliminarsi – in qualche modo, non solo cruento – è il bout, il perfezionamento via via dell’opera, qualsisiasi, ma poi ma poi caro mio si scrive o si pittura o si compone perchè si scrive e si pittura e si compone, non c’è nessuna sofferenza, nessun travaglio, nessun abisso, lo disse bene e in chiaro De Chirico a suo tempo. Poi sì, certo che si passa per le fiamme al ca(m)mino. Ma del crematorio. E allora vien via chissenefrega.

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Effetti collaterali

 

vision

Odilon Redon-Vision

Mentre il grande norcino – le grand charcutier – sferruzza e taglia, i pupi scappano, sventrati corrono, si disperano, testimoniano, invocano, gridano e crepano: pare che al giorno d’oggi i fatti siano gli effetti collaterali delle interpretazioni.

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La linea gotica

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In una delle sue note (La solitudine del satiro-Visita a Spoleto, Adelphi pag 171) Ennio Flaiano osserva con esattezza che a Spoleto finisce definitivamente il Sud e non comincia il Nord ma il tredicesimo secolo. E il XIV e il XV. Con qualche forzatura voluta credo che lì cominci e finisca l’Italia.
Siamo reduci da un viaggio in questa Italia, l’Umbria, le Marche, la Toscana. L’Italia, espressività geografica che confina a sud con il regno delle diverse mafie e con l’enclave pontificia e borgatara – Orte è uno sfacelo di carrozzerie, muri pericolanti, avvisi provvisori, segnaletica dubitosa e vecchia, un museo abbandonato dalla sua stessa esposizione, il Lazio; a est, di là dall’autostrada e dal Tevere, l’Umbria, Narni, una gioielleria a cielo aperto (e un’ottima gelateria) –; e a nord con la repubblica sociale legaiola e talebana (una la trina) dove l’italiano è lingua svenduta ai guerriglieri del tondino, del carburatore e del capannone. Solo passando la linea gotica, gli Appennini tra Carrara e Pesaro, si torna a sentire parlare italiano e ci si accorge di poter usare con il taxista e il pizzicagnolo i termini corrusco, rammaricato, sciapo, sciocco, scempio, Italia; ti senti di colpo in un grand tour tra Etruschi e chi ancora, Umbri, Piceni, Volsci. Il turista è delicato e sta attento a non alzare le voce.
Guardi le innumerevoli madonne con e senza bambini, assunte o no in cielo, anzi già traslocate, e vi riconosci i volti delle donne dai tratti gentili dietro ai banchi delle botteghe o alle casse dei musei: efebiche, sensuali, matrone, as you like; nasi Montefeltro, teste Duccio da Boninsegna o di misteriosi quanto spenti Licinia o Volinius cui il tempo o un Goto, hanno rotto orecchie e naso… ma che ancora ti guardano, recitando tutti in barba al tempo, Ricorditi di me, che son la Pia, Siena mi fé, disfecemi...

Da dovunque tu parta da qui, i treni per  Bologna, Torino, Milano sono treni funebri per lavoratori Todt delle esequie.

Eppure in questa regione che è un tempio del bello infinito, dove i Rinascimento si respira anche e forse soprattutto nelle persone, è la natura di foreste e colli e infiniti e campi e olivete olivete olivete e vigne vigne vigne a sembrare scolpita, o dipinta per giustificare a Cocteau il detto, il turista cadde colpito dal pittoresco; e le cittadi e i borghi al contrario paiono incisioni del vento e del sole e dell’acqua e della neve, come la lastra di rame  viene incisa per la stampa. In questo angolo di mondo i quadri abitano non sono esposti: Lotto, Perugino, il divino Piero della Francesca, Raffaello qui stanno in casa, in casa loro, non in musei come un Louvre o una qualsiasi National Gallery, dove li trovi parcheggiati come auto al Watergate… Urbino è una giovane aristocratica che guarda e passa, a piedi. Certo in tutto questo tripudio ideale c’erano violenze, massacri, guerre, invasioni, ma c’erano anche Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento, recita appunto Orson Welles ne Il terzo uomo.

Eppure, un ingegnere non stupido, chiacchierando lamenta che a Gubbio non c’è lavoro. Ovvero non c’è la moderna manifestazione della schiavitù che è il lavoro, l’Arbeit che macht frei, che rende libero il giovane di sottoporsi alla libidine di guadagno altrui. Il giovane è addestrato a percepirsi libero là dove è un cementificio a impiegarlo in un fare e con macchine di cui non è padrone – lo diceva Marx, senza sbagliare mi pare – ma dove può continuare a sognare di arricchirsi non si sa in che modo, o almeno arrivare alla pensione per coltivare l’orto della casetta, vista autostrada magari, acquistata con mutuo quarantennale. Ma te tu mangi cemento e carburatori o pane e pomodori, è la domanda che te tu hai a farti. Così l’ingegnere in quel paesaggio del mondo vorrebbe ora vedere crescere torri per lo stivaggio del metano. Stivaggio del metano.

Naturalmente tutto questo ha la forza dell’illusione che la seduzione perduta innesca. Del rammarico.IMG_3678

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18 Agosto 2021

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Su cui di cui non si può parlare occorre tacere, scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus( 7, pag 82. Einaudi), trattato scritto pare in trincea durante la prima guerra mondiale. Trattato che è una sorta di Talmud. Roba da muro del pianto. Benché abbia provato, non ci ho mai capito nulla o molto poco, tranne qualche detto senza contraddetto, tipo, La morte non non è evento della vita, la morte non si vive ( 6. 4311/80 ibidem) Ho l’acume infatti più che l’intelligenza di un gatto; e la zampetta: afferro ciò che capisco al volo; ovvero che mi passa come lampo o nube per la testa e se va. Sono incapace di sofia ed ecco perché non me la filo. E poi anche a capirlo ‘stu Wittgenstein, citarlo sembrerebbe sfoggio di erudizione… ma non è così. La frase è solo pertinente con questo blog che non sa che cosa dire visto che dire comporta quasi sempre un non sapere. Come dicono a Roma infatti, se si sa, Mmacche tte lo dico a ffa’.

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L’ElzeMìro di Martedì 20 Luglio

Favolette Brechtiane 12 – Supella LongipalpaSupella_longipalpa_cdc

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Ennio Flaiano

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Julio Larraz (1944) Conceptual 2020

Ennio Flaiano da Diario degli errori (1950-1972) – Adelphi 2002

L’italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia. pg 138
Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è non partire. pg 139
La lingua italiana non è adatta alla protesta alla rivolta alla discussione dei valori e delle responsabilità, è una lingua buona a fare le domande in carta da bollo, ricordi d’infanzia, inchieste sul sesso degli angeli ( e degli altri, n.d.r.) e buona, questo sì, per leccare. Lecca, lecca, buona lingua italiana infaticabile fa’ il tuo per il partito e per i buoni sentimenti, ma lascia la rivolta e la protesta al massimo…pg 127
L’Italiano è una lingua parlata dai doppiatori . pg 140
Macchiaveli. Il Principe, libro satirico. Non dà consigli al Principe ma enuncia ciò che ogni Principe farà trovandosi a governare un’Italia. pg. 142

Il quotidiano spagnolo El Pais: Quentin Tarantino torna alla carta stampata con un racconto dal suo film C’era una volta Hollywood. Anteprima dell’incipit.

Il quotidiano inglese The Guardian: Haiti, la bolla di calore in America, i Covid naturalmente

Notiziario Ansa: Wimbledon, Raffaella Carrà, il papa sfebbrato.

La redazione de Ilmiolibro: Abbiamo intervistato Guido Paolo De Felice, poeta del web, autore self publisher di raccolte di poesie. Il suo verso libero, che scardina i dogmi della tradizione e si accompagna alla freschezza di illustrazioni ad hoc, ha conquistato il cuore di migliaia di lettori e ci racconta un modo tutto nuovo di parlare in versi
De Felice (nessuna parentela si immagina) : Dicono che “la poesia non vende”, che sia un genere ormai di nicchia, per pochi aficionados, puristi della tradizione e cultori della terzina dantesca. La mia poesia, visiva e social, così è cambiato il modo di leggere (e scrivere) in versi.

Il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano: il signor Cecchi Paone è maestro di 3° grado della Massoneria. L’avv.Conte e il sig.Grillo… Tale Alice Rohrwacher ( vince un premio a Trieste- forse come velista? n.d.r.) : Io cineasta ma totalmente ignorante del cinema. Il mio primo film? Senti chi parla

Il quotidiano il Post angolo sponsorizzato delle Cultura: Come esordire con un romanzo. La parola agli ex allievi della Scuola annuale di scrittura di Belleville. Da dove arrivano le idee?…

Un modismo francese modificato di poco suggerisce la risposta agli allievi, Elles sortent du cul (de la cuisse n.d.r.) de Jupiter

Conclusione anonima: Nessun atto di coraggio è pari a quello di continuare a essere italiani senza essere almeno ticinesi.

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L’ElzeMìro di Martedì 6 luglio

Reverie, c. 1918 by Edgard Maxence (1871-1954)

Favolette Brechtiane 11 – Barbariccia

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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