L’ElzeMìro di Martedì 31 marzo

           The Cutters, 2017_Christopher Noulton ( 1961)

In Gli amanti dei libri e nonostante i’ Morbo L’ElzeMìro séguita imperterrito, poco atterrito e finché dura; e augura a tutti di vole’ continuare imperterriti e leggeri a leggere. Sicché oggi…

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

XI episodio – Fatti e fati

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-legumi-legami-e-litoti-a-stomaco-vuoto-11a/

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Come si diceva un tempo, 

 Buon proseguimento

pasquale edgardo giuseppeBAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Priamo

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Ὣς οἵ γ᾽ ἀμφίεπον τάφον Ἕκτορος ἱπποδάμοιο.Iliade- Omero XXIV, 804

Così onorarono la sepoltura d’Ettore domatore di cavalli – Trad. R. Calzecchi Onesti. Einaudi

La cosa migliore che può fare un anziano in pensione è starsene a casa, mi è stato detto e chi l’ha detto ha ragione; ammalarsi da vecchi improduttivi significa certo dare lavoro a giovani medici ché facciano pratica, danni più di tanti non vedo come, ma è pur vero che ogni pensionato schiantato in un letto a tossire, rantolare, sottrae un letto a qualcuno; se a un più vecchio sullo stendere, può essere tragico, accanimento terapeutico (av)verso la specie, se a un giovane valido, magari un cretino, una domanda, vedremo quale, ci interroga. Enea si porta sulle spalle Priamo, lo zaino del passato e di un sapere ma, ha osservato con sagacia un mio amico, la nostra generazione postbellica è l’ultima delle colte e la prima delle ignoranti; cosa vuoi trasmettere, la mia memoria è uno scavo archeologico disseminato di frammenti fittili e ossei, non tutti combaciano, il poco integro l’ho trasferito, molto en passant ai figli, e per dovere ad alcuni allievi che ancora mi lodano, poveretti; il loro poco deve essere loro sembrato una voragine da riempire col mio. Amen, what’s done can’t be undone. Un altro amico e della mia esatta età, continua da pensionato a fare il medico dei poveri. E va lodato, lo lodo, lo invidio. Il sapere del medico fa comodo sempre. Priamo querulo va a richiedere il cadavere del figlio, Ettore, bella forza ce l’ha lasciato lui alla guerra; atteso che l’altro figlio, il Paride vezzoso l’ha provocata… la belle Helène, fa il piasè Parìs. L’Iliade  illustra un stolida pratica, dimenticata ogni volta, ma consolidata nella mitologia a partire da Cronos, il signor Tempo; di padri che se magnano i fioi, anche non loro, e di eone in eone, e si entra nella storia, di vecchi infiocchettati che ne mandano a morte milioni per far cosa, difendere i confini, conquistare territori e, da ultimo, ecco qui, a far argine a un puffo malvagio tutto zuffi e pennacchi anche lui, bah. Soldati spagnoli aprono, ieri non so o l’altro, le porte di una casa degli orrori, corpi vili abbandonati a sé stessi, immaginarsi anche il tanfo, dal giovane personale della loro guardia, morti non pochi; tutti scappati a loro case coloro, non i morti, a badare a neonati, preparare pappe e merende, non escludo a sfruconarsi per il proprio bel diletto e bene della nazione, sai mai che uno spermicolo s’introfuli in un ovulvolo e spedisca al mondo un pensionato a venire. Soldati giovani si abituano alla vista dei cadaveri. È scuola anche quella. Ma che esempio, che sapienza offrono vecchi silenti, cullati come bambini e del tutto inetti a distribuire un che di sapere ad alcuno. Me sto a casa, mi curo, e un esercito di gente a me d’intorno si batte per me; non solo, lo so, si batte per sé, e questo compensa il fastidio che mi procura il sapere di tutto questo battersi cui non contribuisco in nessun modo se non… I figli  amano, le loro babbe e mammi e vogliono pare conservarci, posti di fronte forse all’attualità della nostra scadenza probabile; tutti Enei poverini, ma perché per fondare che cosa, bella la domanda, che il mondo è corroso come una palla di ruggine che affonda da dentro. To be or not to be, Amleto risposte non ho, ma mai come adesso risalta l’audacia della tua questione che qui sottopongo alla prova del lettore, non traduco, sarebbe come spiegare l’incompiuta di Schubert; tempo ce n’è, si arrangi il singolo a mettersi a propria misura l’impellente domanda per un urgente esame di maturità del genere umano. Shakespeare, to be or not to be, Hamlet AIII/SI… Oxford University Press, 1928

To be, or not to be, that is the question:

Whether ’tis nobler in the mind to suffer

The slings and arrows of outrageous fortune,

Or to take Arms against a Sea of troubles,

And by opposing end them: to die, to sleep;

No more; and by a sleep, to say we end

The heart-ache, and the thousand natural shocks

That Flesh is heir to? ‘Tis a consummation

Devoutly to be wished. To die, to sleep,

perchance to Dream; aye, there’s the rub,

For in that sleep of death, what dreams may come,

When we have shuffled off this mortal coil,

Must give us pause. There’s the respect

That makes Calamity of so long life:

For who would bear the Whips and Scorns of time,

The Oppressor’s wrong, the proud man’s Contumely, 

The pangs of dispised Love, the Law’s delay, 

The insolence of Office, and the spurns

That patient merit of the unworthy takes,

When he himself might his Quietus make

With a bare Bodkin? Who would Fardels bear, [F: these Fardels]

To grunt and sweat under a weary life,

But that the dread of something after death,

The undiscovered country, from whose bourn

No traveller returns, puzzles the will,

And makes us rather bear those ills we have,

Than fly to others that we know not of.

Thus conscience does make cowards of us all,

And thus the native hue of Resolution

Is sicklied o’er, with the pale cast of Thought,

And enterprises of great pitch and moment, [F: pith]

With this regard their Currents turn awry, [F: away]

And lose the name of Action…

Qui da ascoltare Adrian Lester in un’edizione accademica quanto impeccabile https://www.youtube.com/watch?v=muLAzfQDS3M

E per concludere, per curiosità, ammirazione (mia), e diletto offro qui questa bella e breve, brave, panoramica di un paese lontano lontano, Nanchino, abitanti 8,5 milioni… https://video.corriere.it/esteri/cosi-riparte-cina-la-fine-contagio-plastica-dappertutto-app-mascherine-drone-controlla/ce7597cc-6dcb-11ea-9b88-27b94f5268fe

p.s. Leggo che il Papa invita a pregare; impeccabile nel suo mestiere ma la perplessità che l’invito induce nei libertini sarebbe se crede davvero a quello che dice o se, senza far nulla di senso compiuto, si limita a mentire; e allora chi mente si propone alle mente di un bimbo come nel Macbeth, sempre quello di Shakespeare… 

Macbeth. aIV/sII Lady Macduff, her son

Son. What is traitor?

L.Macd. Why, one that swears and lies

Son. And be all traitors that do so?

L.Macd. Every one that does so is a traitor, 

and must be hanged.

Son. And must they all be hanged that swear and lie?

L.Macd. Every one

Son. Who must hang them?

L.Macd. Why, the honest men

Son. Then the liars and swearers are fools,

for there are liars and swearers enow to beat the 

honest men, and hang up them

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Sonatina minore

25matinee

Jonathan Wateridge – Matinée, 2011 

Concludo con anticipo che seguirmi sarà difficile non poco. Nemmeno io so esattamente dove e come annodare il filo dei discorsi che finisco per accozzare qui in forma tripartita, di sonata; il cui adesso, primo tempo, appunto si può dire…

I – Adagietto. Sehr laxsam*C’era una volta il dottor Lax, chi era costui poco importa, reduce o esiliato o residuato del mondo dove vissero Roth, Bruckner e Canetti; nei giorni in cui era a pranzo da certi signori e dopo ore di musica, verso sera levava di tasca il suo ferroviario imperialregio Roskopf, già di suo padre doc Lax the elder, e senza deroga, senza deroga alcuna, Oh il tempo avanza ma io vedete che lo tengo al guinzaglio, usava dire e aggiungeva, Gli orologi da polso sono manette insopportabili. Qualcosa di ferramenta detentiva, lui che fino al 1943 era stato a Ferramonti, ne sapeva. Avvenne da ultimo che Àtropo, Ἄτροπος colei che non si volta, stava lì a gingillarsi con le sue luccicanti cesoie e con lo scampolo finale del tempo di lui, senza decidersi se troncarlo o no, sicché sfilando a lei dal fuso tomo tomo quel frustolo ecco come finì il dottor Lax; aveva preso a non mangiare, fu ricoverato e dell’ospedale rifiutava il cibo; paranoia o verità, non poteva tollerare che il suo riso, le sue carote, la scarola e le cipolle fossero schiumate dalla stessa pentola dove bollivano i cadaveri, diceva lui da vegetariano, il brodo ovvero di carni pe’ pazienti altri, i sarcofagi; tutto il cibo di mense e trattorie era a suo modo di vedere condannato dalla promiscuità con prosciutti e cotolette. Morì di fame il dottor Lax per non partecipare all’olocausto quotidiano.

II. Allegretto. Lebhaft con sentimento. Qualche alba fa mi è apparso un pensare inusuale, di pensare cioé, with all due respect, ai detenuti; in particolare a quanti lo sono in questo momento ma, in generale attenti, ché il conto è infinitesimale. Tutti sapete il mantra caro a certi mali ceffi che si ritengono alieni all’animalità, In galera e buttare la chiave; in più, da tanta parte d’Italia mi suonava una domanda, retorica come tutte le domande che rispondono senza interrogarsi, tranne talvolta, Che ore sono; una domanda all’indicativo imperfetto, nel campo del reale immaginato, dunque retorica, e che mi sono volto al condizionale, condizionale come una pena detentiva, se avrebbero potuto i detenuti giù per la penisola, aspettare tempi migliori per ribellarsi, e poi perché saccheggiare li codoni, ossi, meta e naloxoni delle infermerie. No, la risposta al condizionale perfetto è stata, non avrebbero potuto. Probabilmente per paura ma con maggiore probabilità perché vivere assediati anche da un morbo oltre che da una cinta di mura e dal brutto egemone e istituzionale che domina, con poche eccezioni, l’ambiente carcerario, vivere senza l’unico motivo di Mitsein e di conforto dei colloqui col loro extra-mondo, genera chissà quali mostri di sconforto, angoscia, furore o rabbia, la banale rabbia dell’animale all’angolo; e con animale mi riferisco senza differenza a tutti bipedi e quadrupedi, sciacalli come Salvini, artropodi e jene come la Meloni (aspetto la denuncia ma jena e sciacallo non sono insulti ma  tassonomia) Quanto alla droga, ebbene, ci si droga per in qualche modo suicidarsi; diritto così insultato gravemente; la cintura dei pantaloni o il cordone della radio chiedono una dose di coraggio che non tutti; la cintura, esser chiari, non frantuma le cervicali, mal applicata strangola, un po’ per volta finché morti non ci separi e, c’era una volta; riempirsi di tutto che si trova nell’armadietto d’un dispensario medico, è magari più indolore… le brave e pie Dame di San Vincenzo negli anni del boom che si domandavano come mai la signora D’Avàno facesse la la là, sa sa sà la vitaebbene l’unica che il destino le aveva provocato o procurato; funziona a muzzo il destino, vùm vum vùm vum, è in do minore il destino e la signora D’Avàno forse, sarà morta, sicuro, magari per mano del marito, libertà libertà libertà, che la vendeva tot a chilo. Tutto vero si badi.

III. Finale. Vivace. Ausdrucksvoll. A prescindere dalla necessità della pena per il reato messo in atto, a volte orrendo non discuto, il detenuto vive la più curiosa delle privazioni, ma sotto pelle non dico nello spirito che aleggia sulle acque, la privazione del tempo, chissà se lo sa; lui tempo che cammina sulle sue due gambette, come tutti, il detenuto si trova nella condizione di privazione più metafisica, domanderei al mio amico Biuso se tale è corretto definirla, la condizione di chi è costretto a vivere a ripetizione un istante segnato da inceppate sfere, al tempo del delitto per esempio. Un tempo a macchine ferme. Il vivente cammina avanti; la religione razionale, la legge, il sistema dei delitti e delle pene e del controllo, tranne nei pochi casi virtuosi, marcia sul posto, fissa per sempre nel suo reparto orologi l’istante del delitto, della condanna, e offre con la privazione del tempo la sua pena principessa. In questo è quanto mai cristiana. Ora pare che una detenzione del terzo tipo riguardi tutti, tutti alcatrazzi senza uccellini né gabbiettsaviae, tutti i ragazzi with all due respect del ghetto di Varsavia (belli loro la polizia ebraica, bei bastoni per incarognirsi sulle schiene cugine), tutti with all due respect dei ghetti di Gaza, di Hebron, di Betlemme, tutti ingabbiati dai gadget di sopravvivenza comune, giochi per macchine, carte da giochi; tutti ammanettati ai propri buttare via la chiave, ai propri te la do io, pregiudizi, arrières-pensées, a idee tanto mummificate da essere sarcofagi (alla lettera, magnamorti) ingabbiati, coatti, sotto assedio; e se mancasse la corrente che ne sarebbe dei computer più veloci del mondo… e se si intasassero tutte le pornotube dei server di falloppio… augurarsi che Apollo non artigli con le sue frecce i nanetti delle centrali elettriche. Dunque come e perché rispondere a una domanda che, essa sì avrebbe potuto/dovuto, dovrebbe aspettare e non ripresentarsi alle porte. Ogni assedio è una macchina del tempo. Che macina e rigetta du weißt wohin. Lì sullo smeriglio dello specchio in bagno mi vedo farmi un cenno. Fuori suona le sue trombe la protezione civile.

*(ted. molto e giochetto di parole con langsam,  per lento.)

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17 Marzo – Martedì di quasi primavera

 

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Childe Hassam (1859-1935) – April_the green gown

In Gli amanti dei libri e nonostante i’ Morbo L’ElzeMìro séguita imperterrito, poco atterrito e finché dura; e augura a tutti di vole’ continuare imperterriti e leggeri a leggere. Sicché oggi…

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

X episodio – Prerogativa

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73786

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Come un tempo s’auspicava, Signore e signori e signorini, Buon proseguimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascolaBAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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Panico, panìco o la nave dei polli

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Mending Wall, 2018 by Chester Arnold (1952)

Aux animaux, aux malades, aux prisonniers, Cèline, Féerie pour une autre fois.

Spanderò parole inutili tanto a me non costa nulla e para vosotros estàn gratis. So, much ado about nothing. Fine delle citazione. Ende. Fin. the End. Final. Nel 1957,  i miei con i loro amici cavalieri fecero una gita a Monaco di Baviera, due macchine, fotografie tutti in spigato siberiano era inverno pare, inverni veri allora. C’era l’asiatica in giro, tre anni, e mia mamma infettata non si perse un arrosto con patate né una birra, aveva la febbre a chiodo e ancora fame, tornò a Milano, guarì. Intorno a lei ne morirono nel mondo 1.500.000 ma si veda un po’ https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_influenzale , si veda. Vaccino, cure, ‘sta minchiazza fritta. Termometro e aspirina. Nessuno sapeva della vitamina C dell’anti-HIV; insomma ammalarsi e morire era un’eventualità non allontanata, non obliterata, non diniegata. Seccante sì, si saranno toccati le palle, facevano le corna e hop alé vin brûlé. Chiudere i cinema, ci andavano a fumare, se mai un po’ di cancro, ecco quello non lo si levava a nessuno. Gente che ora e sempre Resistenza, conosceva la guerra, a ognuno il suo pochino di orrore, torture, bim bam bombe, tutti, sulla pelle, sotto le unghie, tra le dita dei piedi, una morchia di schifo, restata attaccata fino alla fine, ma mentre ch’el moria mio padre non face gnanca un plissé, no, pisciava sé stesso nel sacco del catetere, ma si sbarbò da sé sempre, chiese il parrucchiere il giorno prima, e ogni giorno la toilette dell’infermiere, se proprio non stava in piedi; vasculite; mia madre, mia suocera, mio suocero, sdeng, finita. Mio suocero a Cassino di notte, nel dì dei grilli, come usava a Firenze all’Ascensione, andò per l’appunto a caccia di grilli. Entrarono tutti nella morte a occhi aperti. (Tâchons d’entrer dans la mort les yeux ouverts – M. Yourcenar- Mémoires d’Hadrien, FOLIO pg. 316). Chiudere, chiudere sì capisco, è un metodo, capisco che, ma chiudere prima che sia il morbo, come la peste ai tempi, a posare la pietra fatale sull’economia, much ado about what thing. Si legga si legga invece di chiacchierare, oltretutto meati, nasi, bocche chiusi, il cervello è impermeabile quando pensa. Cinema teatri ma per carità, è un modo per dire addio al sapere. Forse è quel che si vuole. Ma basta. Sono convinto che ista pista sista nell’immaginazione miricana che ha voluto dare una scossa di supremazia al mondo che li subisce, qui nell’isola di pannolini, shampo e biscottini nel bel mezzo di una mare d’orrore, e che li sorpassa, il Cincino, dove miserabili non ce ne sono, mi dicono, grazie al comitato centrale del partito tutto di grilli confuciani in salsa rossa. Poco piccante. Il sogno americano è un incubo per milioni di persone. Si legga si legga cosa ne è degli hoboes, dei migliaia che crepano in astanteria perché non hanno carte di credito, cioè credito in assoluto, poveri che non si sono dati da fare, non sono arrivati a mettere fuori la testina dalla merda e allora giù nella fogna, se non ti sei fatto da te ( li senti di che parlano nei film, politze e collegg semo lu paìsi della libbertà). Fuck them all. Se domani scoppia una nuova vera peste, proprio peste, siamo finiti. E finalmente. Premio di consolazione sarebbe vedere selvaggi come Trumb, Saldini e Cocomeri aggirarsi tra ponti e autostrade, tutti una fetenzia di cadaveri, con la lancia e il coltello. Vinca il peggiore.

p.s. sono nell’età di rischio; in caso di decesso sono tranquillo, si fa svelti, come affogare ma il tempo  di un plìn d’ascensore; mia moglie, i miei figli sono al coperto per legge. Non credo proprio avranno da contendere pei diritti delle mie opere; la mia letteratura è un articulus mortis. Il mio pensiero va ai gatti. Ieri ha nevicato. Di che cosa mi devo preoccupare. Lo domando.

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L’ElzeMìro di Martedì 3 marzo

 

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro

 

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

IX episodio – Il bucintoro impudico

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73709 

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Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

 

 

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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Cascaggini

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Samuel Jackson in un fotogramma da The Hateful eight di Quentin Tarantino.

Per il gusto di chissà cosa; lo so poi lo dico aspettare un attimo; mando al coram populo un’intervista apparsa in Gli amanti dei libri tempo fa; nella rivista è stata spostata nel dimenticatoio ma a me, anche se ne provo non poca vergogna, fa comodo riproporla da postumo,aggettivo e nome maschile; i nomi sono non di rado molto maschili. Un’intervista, poco da fare, poche balle, è un’ostentazione, esercizio di risalita su per i vetri insaponati, lap dance col palo unto, extra vergine d’oliva, giri che è una bellezza, sguisc sguasc, ma fermarsi ahi, Narciso nella regione dei grandi laghetti, paludette, man mano che si procede, zacchete, zacchete zac acqua fin dentro le scarpe; e fanghiglia. Nella prima risposta ne parlo male del Narciso ma ma ma si sa che è difficile ignorarlo; anche quando ci pare di desiderare l’ombra si finisce di aspettarsi lo sparo nel buio, il flash che ci renda, è un paradosso per certo, eccolo, temporaneamente immortali. L’importante con sé stessi è provare un buon grado di fastidio e trattare con la massima indulgente spietatezza le proprie cascaggini; anche senza darla a vedere, anzi soprattuto senza ostentarla, atto che ci farebbe ricadere nel peccato del laghetto; quindi ecco, per il gusto dichiarato di mettermi alla berlina  tel chi  il testo dell’intervista commentato qua e là da precisazioni leguleie, pedanti ma forse utili a rintracciare una sorta di dichiarazione di estetica. Che alcuni diranno chi-se-ne-frega, si dà per scontato.

Intervista per Barbara BOTTAZZI da Pasquale D’Ascola

BB. Hai scritto opere teatrali, racconti e romanzi. In quale di questi generi ti senti più realizzato come scrittore?

r. Credo di non saper rispondere in modo convincente e nemmeno succinto. Tuttavia, come ogni contenitore, la forma ha la sua necessità, egualmente l’estensione  del testo o ha una sua urgenza interna, o dipende da richieste ambientali, o dalle ambizioni del signor Narciso (deus traguardo dell’espressione – molto popolare ma pessimo mi pare tra i peggiori suggeritori) Conviene precisare che ho sempre scritto, pubblicare è un’altra storia e dipende dal caso e dalla faccia tosta che si possiede, io(me) poca (e dal chi se ne importa, la letteratura è come un negozio o i clienti entrano, magari a cercare quel che non vendi, o sfiorano appena le vetrine, regards obliques e buonasera a vostra signoria- Bohème a1/s1) Per campare ho fatto sempre il teatrante (vedi alla voce negozio) o l’insegnante ed è in questi ambiti che ho scritto diciamo da professionista, dopo la goduria del tema a scuola che a me piaceva più della ricreazione. (Banda) A parte, qualcosa di copywriting, coi limiti del brief, progetti di eventi aziendali, nel limiti delle tre cartelle, preventivo di massima incluso; lì avevo l’obbligo di sbizzarrirmi a stupire il possibile cliente per acchiapparlo; al Conservatorio scrissi decine di copioni per le esercitazioni e i lavori degli studenti; per forse quindici anni lavorai in Rai, olà anch’io come Gadda e Camilleri, film, solo due, moltissima radio dove la parola è tutto, serie, adattamenti, ricordo i Racconti di mezzanotte; occorreva tagliare, rimontare, riscrivere parti magari di un romanz/etto americano e pessimo, un gialletto (pallido) [o poco meno dove sempre  il delitto veniva compiuto per denaro e non come è più ovvio e più consono alla natura umana per il gusto del delitto (chi uccide per denaro è un piccolo borghese del delitto, un/a Conformista, un/a realista senz’arte; non si capisce a chi può importare se la signora Park uccide il marito, ricco avvocato per intascre l’assicurazione e fuggire a Copacabana –ti trovano dico due ore dopo la registrazione in reception – con l’amante maestro di sci acquatico; c’è di che annoiarsi come a voler  nuotare in una giornata di sirocco e bassa marea a Rimini); in ogni modo non erano rari i casi in cui lei, icastica dark or limelight lady, accavallate le gambe con intenzione, corresse ad aprire la finestra e che l’assassino le sparasse non alle spalle ma dalle spalle, le proprie]. Roma mandava da fare a Milano, loro  davano la traccia dei tagli, tu dovevi ingeniarti a costruire una sceneggiatura per farlo (farla la storia)  stare nei tempi, riscriverlo per renderlo logico, o alle corte in buon italiano. Non sembra ma così si impara a maneggiare gli strumenti o se preferisci le armi. Mi piaceva, mi è sempre piaciuto il lavoro modesto svoltato per bene, con abilità. L’arte è nell’uso dei mezzi, è il mezzo (mai invidiato nessuno, molti ammirati, Hitchkock per esempio così letterario). Alla stregua del ritratto o della sonata per pianoforte o del quartetto che riassume e allude all’orchestra, così il racconto non è solo ridurre, scarnificare, anzi è condensare, offrire un pasto completo con una sola portata. Una pizza insomma. Tutti gli artisti del passato hanno praticato la forma che più si adattava alla sua necessità interna, al suo destino; voglio dire che sarebbe stato dissennato, impossibile, stringere Las Meninas in un 50×70. A volte può essere difficile fermarsi al racconto, il racconto è difficile in sé, condensare appunto senza omettere, ma stare nel cornicione della pizza; ( non so se condensare è il termine adatto; si può meglio dire che il racconto si attiene alla più piccola cellula narrativa, la mette a fuoco e non guarda al contorno o poco; il racconto è un brano anatomico)  è un po’ come per l’attore nel cinema, il primo piano lo obbliga, non si può muovere da lì a deve dar tutto, raccontare, anticipare, riassumere, darla a intendere, riempire del proprio essere corpo significante-puro in tre secondi, ma tutto, anche di spalle. Il romanzo come tale ti affatica, tenuto conto che non è la storia che conta ma lo stile, il ritmo, io scrivo moltissimo per accumulo, per attrazione, ( imparato tanto dai musicisti, Wagner, Mahler) per associazione, non l’ho inventato io il modo, Proust insegna, Gadda, leggere Ada di Nabokov, e allora ad ogni proposizione di nuovo materiale devi stare attento a che sia congrua, sbarazzarti non tanto del di più ma di ciò che non crea attrazioni tra elementi differenti a partire da quello che si chiama soggetto in teatro, la battuta di avvio cioè; è una rete che si snoda e in modo tale da riportare in qualche modo il discorso sul sentiero che la trattazione va costruendo. Sai nei film di spionaggio quando ti mostrano la mappatura di una connessione internet, va di là, di qua, su e giù per il globo e alla fine si scopre che è partita da dove sono gli infallibili investigatori. Ho scritto finora solo tre romanzi, ammesso che si possano dire tali; ( non è modestia ostentata, ma perplessità a posteriori)  e non ho intenzione di cuocerne un altro per ora; forse riscrivere il terzo, che si piazzò secondo a una gara e che non è pubblicato. Tante idee, ma come diceva Carmelo Bene (cito a memoria da un’intervista che gli feci quando lavoravo in Rai) Quando mi viene un’idea, la lascio perdere, se si ripresenta, la caccio, se insiste molto, allora solo allora, la prendo in qualche minima qualche considerazione (non è detto che ciò  si fa piaccia, anzi, il risultato, il prodotto, boh, il metodo, il processo è catturante). Sai io per metodo ogni mattina mi metto a scrivere e non so mai o quasi mai prima, che cosa, la scrittura discende in linea diretta dalle dita, o sgorga con l’inchiostro, quando scrivo all’antica. Allora fisso e talvolta completo una pagina, non so quando la prenderò in esame per farne qualcosa. Mi trovo bene dunque un po’ dappertutto, ho anche vinto un premio per la poesia quest’anno, dovrebbe essere pubblicato, vedremo; si badi bene che io non scrivo, sono scritto. Ho cominciato a nove anni, mi piaceva l’atto, qualsiasi tema mi piaceva. Al liceo tutto questo è finito; al liceo, classico beninteso, la scrittura è intesa come compilazione di detti altrui e la scuola, qualunque scuola, è una fabbrica di esecutori, gente che pensa in modo uniforme, cioè che non pensa, che acquisisce tratti altrui. La gente così crede a cose false ma con fede intensa, in fondo al vicolo cieco c’è facebook. Per quanto riguarda il teatro ho scritto e pubblicati, ma è un esercizio inutile se non si ha una compagnia, una casa ( chiamasi così) per cui scrivere. O delle commissioni da grandi teatri; la Scala commissionò a Saramago Il dissoluto assolto, ma in Italia non succede che poco, fuori non so dire quanto, ma poiché altrove il teatro è un luogo frequente e diffuso, credo esista ancora la commissione. Poi ci sono gli scrittori per il cinema, lavoro bellissimo che qui in Italia hanno fatto dei grandi (il cinema italiano è un necrologio, Suso Cecchi D’Amico, Age, Scarpelli amen) ma manca lo standard, la professione, che c’è in America. (ma è stato scritto molto bene davvero The New Pope).Ho scritto dunque per i miei studenti, cosette, anche gradevoli; ricordo un Orfeo al piano bar, Orfeo che da una porticina cascava in un inferno dove tutto era gioco televisivo, poi si svegliava alla televisione accanto a Euridice che gli negava il bacio della buonanotte in quanto, No… non mi sono lavata i denti. Finiva lì. Poi un lavoro corale per più di venti personaggi, anche coreani, Le rovine di Violetta, molto dark, quasi splatter, violentissimo, assai osé per un Conservatorio, tutto alluso ovviamente, al teatro il realismo non paga, un tavolino vero annoia, ognuno lo ha in casa propria, e dunque dove sarebbe la meraviglia, ricordiamoci, È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia, Giovan Battista Marino.(Iperbole, iperbole, iperbole). Gli studenti di allora strepitosi, alcuni stanno facendo o hanno già una bella carriera, anche all’estero. Quei copioni non esistono più; mai conservati nella convinzione perfetta di non essere all’altezza del mio metro e settantasei. Scrivere per gli studenti era utile a loro e a me, se hai una classe con tutte donne, devi adeguarti, vedi com’è, un altro limite imposto dalla circostanze. Ma il limite indica sempre un’altra strada. Un mio testo Il circo della fanciulle è stato il lavoro di regia della mia ultima classe. Sono stato molto fiero di loro ( con trenta cinesi di coro strepitosi, specie le donne; sono ancora in contatto con una di loro, sposata a un bresciano e a un gatto rosso ma in ordine inverso, bellissima, una ballerina, fenomeno)  Ne fecero uno spettacolo bellissimo, l’anno scorso, osando correggermi. Alla regista dissi subito: taglia(te) e adatta(te), riscrive(te). Oggi due di loro si sono scritti e hanno debuttato con una loro rivisatazione di West Side Story. Il testo teatrale è un pretesto. Molière, tutti trascrivevano. Per questo fu un nonsense il Nobel a Fo per la letteratura, lui si guardò bene dal rifiutare la milionata del premio ma precisò di non essere un letterato ma un giullare. Del resto il Nobel è stato dato anche a un menestrello. Peraltro ci sono canzoni strepitose. Ho scritto anche quelle.

BB. Il tuo ultimo libro, intitolato Assedio ed Esilio (Aracne edizioni) ha come protagonista un antifascista che, sentendosi assediato, vive una sorta di rifiuto della vita.

r. Sì, ma, chissà, rifiuto non saprei, astensione, lento sprofondare nella scoperta dell’impossibilità, più o meno, di preciso non so dire. Del mio lavoro non sono stato mai nella mia vita più che spettatore. Osservatore, le chiavi di lettura le lascio a chi pensa o sa di poterle trovare, guardare sotto lo zerbino. Ai miei studenti ho sempre, sempre, sempre insegnato di non cercare il significato ma l’eventualità dei significati, in tutti i casi fermarsi alla superficie prima di tutto; lo diceva anche Nietzsche. ( ricordo in un cartone animato di Bozzetto, Il signor Rossi mi pare, no, sì sì, con lo psicanalista tedesco che diceva al Rossi, Caro Zighnore qui analizziamo il profondo che nel suo caso non è più profondo di kvalke milimétro).Un buona osservazione è già interpretazione, l’intercettazione di un senso. Ma, insomma, osservo che Lui, Innominato, senza articolo, tanto non-nome, quanto aggettivo, guarda per anni fuori dalla finestra di cucina e non trova niente; più, non ancora, sono domande possibili e senza risposta. Tornando al tema scolastico del pensare con la propria testa. Ecco si fa presto a capire che si vive nonostante. Un libro allegorico chissà. Comincia e finisce con vaste osservazioni sulla morte il libro. È un libro dei morti. Ecco cos’è molto in sintesi. Comincia dall’agonia del protagonista in preda alla polmonite ( allora, 1927, si moriva) ma che per un gesto estremo del medico torna al mondo; prosegue con tutte le sue agonie e quelle di chi lo circonda, le impossibilità che incontra, le negazioni, fin nel nome, Innominato, che non lo lascia mai per tutto il libro, e finisce con l’ultima la più definitiva di tutte, la morte senza resurrezione. Per questo ho narrato con puntiglio la cremazione e la dispersione delle sue ceneri. Forse Jarmush o Tarantino potrebbero farne un film. Io dico che metterebbero la camera nel forno. Cremazione in diretta.

BB. È davvero impossibile combattere secondo te in queste situazioni?

r. Impossibile no, insensato chissà. Lo stato di guerra è insensato ma antropologico. La vita è insensata e non richiesta. Non lo dico io ma Cioran. Eppure. Eppur si  combatte per dignità o, mi pare, per narcissìa, come dice Gadda, e più semplicemente per non rimetterci la pelle. Si combatte, in vari modi, o come Céline crocifiggendosi da sé, o come i russi che da soli sostennero l’invasione; la seconda guerra mondiale fu la guerra dei russi. Si combatte a scuola per mantenerla tale o darle un po’ di dignità; ma è una bella pretesa, occorre rendersene conto e nonostante continuare per evitare di essere ciononostonàti.

BB. L’approfondimento di quel periodo storico tanto drammatico per noi italiani è protagonista della nostra letteratura contemporanea, basti pensare a M di scurati, vincitore dello Strega. Che cosa pensi ci portiamo dentro di quel periodo? Quali ombre che si annidano nella nostra coscienza collettiva sono più inquietanti?

r. Non saprei. Non so un sacco di cose. Nelle risposte occorre non farsi tentare dall’oracoleria, dal tono profetico o di chi la sa lunga. Dal tentare di sembrare intelligenti. Io discendo da una famiglia e ho vissuto in un ambiente di intellettuali, politici e artisti. Rivoluzionari intendo, quando saltò Piazza Fontana, dopo dieci minuti sapevamo di avere i telefoni sotto controllo, ci divertivamo a punteggiare le nostre telefonate con dei saluti, Maresciallo buongiorno come sta… si annoia lo so… porti pazienza. Nel merito della tua domanda ho un po’ l’impressione che aveva Pasolini. Il fascismo storico è stato un accadimento, funesto e finito. Gli epigoni oggi sono solo bipedi rozzi, ignoranti e non sostenuti da un’ideologia, (nonostante ciò) bulldog confusi e pasticcioni, non diversi dal resto del mondo politico in generale. Dire né destra né sinistra segnala solo che non si sa che il pragmatismo senza idee genera mostri (gli Indifferiti). Ma mi pare che solo il comitato centrale del partito in Cina abbia idee confortate da questa loro ideologia di un comunismo della ricchezza. Il fascismo è antropologico e, mi pare, tutto italiano, piccolo borghese, bieco, retorico, tronfio, priapo-senz’eros, baciapile; Don Abbondio che biascica il suo latinorum, corrotto, codardo, carogna. Sempre con Pasolini si può dire che, l’italiano era fascista prima del fascismo e dopo. Altri popoli ne sono in tutto o in parte immuni, o vittime di focolai isolati… (il fascismo francese, vederlo quello) non so se si possa dire che mafie, camorre e lo stesso cattolicesimo, siano, un po’, precondizione o conseguenza di questo zoofascismo. Esiste poi, mi pare, un fascismo che io chiamo logico che è quello che domina la scena politica mondiale. Fascismi. Di mio lo identifico con quello che Diego Fusaro chiama turbocapitalismo. Che è un aspirapolvere, noi, tu, me, la signora che strilla a Pontida, siamo l’utile polvere. Di fatto esistono turpitudini ben peggiori della politica e che magari servono alla politica dello sviluppo esponenziale, della polvere. Snuff films, trafficking. Il mondo è una miniera a cielo aperto di orrori.( non mi piace viaggiare fuori dall’Europa, ma anache qui; hmm; ci aggiriamo in un set di film pubblicitario chiusi in uno studio tutto tecnologia e sorrisi costruito in mezzo a una favela)

BB. In che modo la tua attività di insegnante al Conservatorio si è intersecata con quella di scrittore?

r. Intersecata non so. Ho già detto che ho scritto a iosa proprio per il Conservatorio. L’insegnare mi ha formato, ah questo sì, il teatro mi ha formato, tra l’altro ho lavorato proprio pel teatro musicale, una meraviglia, si impara molto, in molti sensi, sai a me sono capitate crisi maniaco depressive in classe, svenimenti di anoressiche, scontri alle mani con giganti di duecento chili che dormivano in classe, sono cose che devi darti da fare ad affrontare, al momento. È lavoro su di sé di là dall’analisi, la psico, che ho eseguito per anni.  Anche lì, a posteriori mi resi conto che fu per me vera e propria didattica.

BB. Il tuo è uno stile personalissimo, insieme lucido e visionario. Da chi sei stato maggiormente influenzato?

r-. Grazie per la definizione. Meno male che non hai aggiunto difficile-occorre-il-vocabolario-per-leggerti-che-cosa-vuoi-dire; è il disco che mi perseguita dal mio esordio. Alle tue dotte definizioni mi giovo di aggiungere quella di eversivo. Guarda le mie prime maestre sono state senza dubbio le immagini e i suoni, ascoltavo la radio, rapito, i miei mi portarono al cinema dacché ebbi tre anni, ( fantascienza, Cittadino dello spazio, lo ricordo benissimo) era voluttà, sfogliavo le illustrazioni dei libri, un giardino. Disegnavo molto a scuola; con la scrittura e il canto era ciò che perdonavo alla scuola. Sono laureato in storia del cinema, immaginati, come i libri  riguardo i film che mi acchiappano sette, otto, venti volte. Poi ho lavorato nella musica fino all’altro ieri in pratica. La musica insegna tantissimo. Ho studiato pf per un po’, poi mi ha frenato il non saper contare in frazioni. Prova a contare cinque ottavi, per me ingegneria. Ma da quando imparai a leggere rimasi fulminato dalle storie e dalla voce che le racconta; i miti, ricordo in seconda elementare, da non cristiano mi iscrissi a un doposcuola in cui la maestra Schnabel, oh ja, ci raccontava le storie dell’antico testamento, ero rapito dallo stile della maestra e lo stile è tutto, poi a casa leggevo di Sigfrido, Gilgamesh, Deucalione e Pirra, dall’enciclopedia Garzanti, Il mio amico, la posseggo ancora. Poi la grammatica e il vocabolario. La grammatica è meravigliosa. Voglio dire che a me piaceva. Tutte le grammatiche, di tutte le lingue. Occorre sapere altre lingue anche male. Ho scritto anche in inglese, una professora mi ha detto che ho classe. Idem in francese. D’annunzio scriveva benissimo in francese, anche Marinetti, Poesie a Beni, sono deliziose, dato il così colossale egotista. Leggere leggere leggere qualsiasi cosa. Nessuno mi ha mai seccato dicendomi cosa potevo o non potevo leggere, in casa c’era un bel numero di libri e di persone speciali che frequentavano i suoi 70 mq. Anche Pinelli, chi lo ricorda più, poveretto; era un uomo gentile e sveglio, passò da casa nostra il giorno prima di essere suicidato e stava benone. Ho imparato più che molto, solo ascoltando, osservando. Ma vivevo in un mondo separato di poveri privilegiati. Del resto la musica. Lessi Peyton Place della Metalious a 9 anni. Non che capissi bene cosa combinavano i ragazzi e gli zii americani con le signorine, ma insomma qualcosa. Era un libro potente. Tutti ti insegnano purché abbiano maestria È come a scuola però, devi cadere amoroso, to fall in love con un insegnante, allora egli ti insegna quasi solo con la sua presenza. Altri lo chiamano transfert, Lacan ci dice che si tratta di innamoramento bello e buono. Le conoscenze non bastano affatto e sono in qualsiasi biblioteca. Il sapere è una questione di corpo, lo scrisse in un suo bel saggio Massimo Recalcati prima di tomber amoureux con Renzi. E una questione di paradossi elettivi, vuoi dei nomi, Manzoni, tanto per cominciare.  Letto 23 volte I Promessi Sposi, opera assoluta come Guerra e Pace. Poi il solito, Balzac, Flaubert, Zola, tre moschettieri, sono un po’ esterfono, da Manzoni si salta a Pirandello e Busi secondo me. Gesualdo Bufalino, sì. Camilleri, ha ibridato una lingua, come Manzoni, diabolicus. Ma anche Carolina Invernizio che invece traduceva dal piemontese una sua lista della spesa. Anche il dialetto però insegna, vuoi mettere il siciliano, il mio primo romanzo, Cecchelin e Cyrano, in larga parte è in triestino. Per far sul serio, Simenon, gigante letto tutto, quasi, mi manca ancora qualcosina; e Saramago, idem. Ho adottato il suo sostituire i due-punti-virgolette, con il virgola-maiuscola per il discorso diretto; io ho aggiunto la formula del corsivetto che trovo soluzione formale pulita graficamente, ordinata, a piombo, che meglio si legge; il testo è anche un disegno, odio l’abitudine di grassettare invalsa nella rete come se un testo non fosse un organismo ma una serie disordinata di frasi a effetto, di tumori grafici; la rete disimpara la coerenza della sostanza, (l’organizzazione dell’organismo) il principio della fine, il chiudere i cassetti; quest’ultima osservazione è di mia moglie con la quale condivido l’amore per le lettere, lei da illustratrice, io come dici tu da lucido visionario. Poi Céline, tutto, una fatica, un immenso, Houellebecq, la Yourcenar, la Nothomb, geni differenti le due, e differenti dai compari masculi, ché della donna il genio, a dispetto di Nietzsche, è luminoso, lampadino, l’uomo, e per fortuna, a volte borbotta, vedi Mann, Joyce, se non lo soccorre un utero nascosto; non c’è bisogno di averne contezza; basta l’ambiguità, Nabokov; poi Roth l’austriaco e l’americano, Gottfried Benn, dei Mann, meglio il fratello uterino; questi sono gli autori con i quali sono o sono stato in sintonia maggiore. Lessi tutto Pirandello, eccolo lì il borbotteur, un dottore delle lettere. Oh mi piaceva assai. E Proust, se vuoi scrivere un periodo che sia musicale devi ascoltare Proust, Proust è un  mistero, è tutto una piccola frase di Vinteuil. E Antonio Machado o Lope de Vega, A mis soledades voy, de mis soledades vengo, porque para andar conmigo me bastan mis pensamientos, gli antichi italiani. Metastasio. A me piacciono i libretti d’opera, Boito, Credo in un dio crudel che m’ha creato simile a sé e che nell’ira io nomo;  Lorenzo da Ponte, un acrobata, Nel mare solca e nella rena semina, e il vago vento spera in rete accogliere, chi pone sue speranze in cuor di femmina, un genio, Da Ponte esce ballando e cantando dalla pagina come Fred Astaire da Cappello a cilindro. Ammirare qualcuno è così piacevole. Innamoramento. Credo di avere appreso tutto da coloro. Naturalmente darei centomila euro per riuscire a scrivere, Life’s but a walking shadow, a poor player, That struts and frets his hour upon the stage, And then is heard no more; it is a tel Told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing. Macbeth 5/5. Shakespeare. Va sans dire. E grazie.

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