L’ElzeMìro di Martedì 30 Novembre

Favolette Brechtiane 18 – Zwerg der böse

Study of a Boy by Thomas Sword Good (1789-1872)

Thomas Sword Good (1789-1872) – Study of a Boy

http://www.gliamantideilibri.it/?p=76724

in  http://www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Il mattino ha ¿che cosa in bocca? Guarda bene

Eduardo e Totò in Napoli Milionaria

Guarda bene ché potrebbe trattarsi di una benamata fava, nel senso più proprio e assolvente la totalità delle accezioni, di nothing, nix, nada.

Vedi che ogni mattina non mi esento dai compiti del civile, dal prendete nota compagni. Ascolto la rassegna stampa del Post, guardo il notiziario ANSA, scorro i titoli della stampa estera cui sono persino abbonato; qualche volta sono tentato e quasi subito mi assolvo dalla lettura di questo o quello per me Bari sono; di solito al secondo paragrafo, qualche volta appena oltre. Termino invece articoletti sparuti  sulla congettura di Riemann o sul trapianto di occhio 3D – curioso se detto occhio veda magari in cinemascope – . Mi capita anche, sai, di guardare le pagine del Fatto invase da così innumerevoli banner pubblicitari da lasciar pensare che notizia sia la pubblicità della Mercedes e non il contrario, quel che per fortuna non posso leggere o, volessi proprio nuocermi, al prezzo doppio di quello che mi costa El Paìs dove ho il vantaggio di non vedere mai nominati i Salvini, salvo commettessero assalti, omicidi, rapine; purtroppo però  iddi non ne hanno né il coraggio né la foia che occorrerebbero all’uopo: intendo dire per trasformarsi in titolone internazionale fin giù in Papuasia chissà, in Zimbawe, sul Nhan Dan di Hanoi. Sicché Diman tristezza e noia recheran l’ore; e Leopardi non aveva il giornalismo per rinnovarla.

Tu mi diresti lo so che prima o poi tutto si aggiusta  tuttavia a me pare che il giocattolo sia rotto e senza pezzi di ricambio. Sbaglio, ti domando e mi rispondo che non so, ma non lo sai nemmeno tu. A me pare che tutto bruci, a me mi puzza di abbruciaticcio, ben oltre l’oggettività degli incendi, – visto persino uno scalmanato gettare al rogo una bicicletta, i libri ormai sono storia – e il bruciore dilaga da questa o quella  parte con sempre più ostinata determinazione e tanto che il vulcano alla Canaria sembra piuttosto un canarino scappato  di gabbia e che chieda cibo: qualche metro cubo in più di creato da mandare in fumo; dopotutto non è mal così grande. Ma che si tratti di un creato, di un giocattolo a obsolescenza programmata, di un predistrutto di qualche demiurgo folle e carogna è ovvietà cui crede in segreto il Vaticano stesso dacché ne trova conferma ogni domenica all’Angelus. Tutto lì riunito il demiurgo, folla perversa polimorfa, voglio dire una suo dannata e folle rappresentanza. Angelus de la Muerte e venditori di speranza.

Per me sai oltre al peso della noia, di una lustrata tristezza, si aggiunge quello di una spaventata angoscia. L’impressione, non starò qui a discutere con me, che il mondo, l’umanità – per dir così, usa a caso il soggetto che trovi più azzeccato – che Chella là vada al deraglio e non si sa se la motrice, sia a carbone o a sospensione magnetica, seguiti tirando sui binari quel che resta di vagoni che hoppla wir sterben ( Hoplà noi moriamo, seguito mai scritto da Ernst Toller del suo Hoplà noi viviamo) oppure al contrario se tutto il convoglio barulli, ciangotti, Oh! Dio… già s’abbassa la fiamma! Che vano, che fragile dramma! Già scricchiola, increspasi, muor, dietro una locomotiva saltata via dai binari giù per un precipizio: oscuro e senza fondo, come spesso i precipizi. Amen and Omen

Eduardo in L’oro di Napoli

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E qui cashca l’asino

Alice Develey, Maguelonne de Gestas e Marie-Liévine Michalik in Le Figaro di Giovedì 18 novembre notificano che la nuova versione digitale del dizionario francese Robert, (poco fa l’aggiornamento non mi era ancora arrivato) si arricchirà del nuovo pronome Iel, ni Elle ni Lui pertanto, un neutro digitale un avatar a beneficio dell’idea balorda che la lingua sia escludente chi non si riconosce in nessuno dei generi conosciuti – i lombrichi sono dunque esclusi ( ma i lombrichi non si pongono che si sappia questioni di identità) –: sì, oh dio maldestro, la lingua occorre conoscerla e saperla usare; dunque esclude i lombrichi, che paiono muti, e i Terrabruciata che, si sa, hanno bisogno di farla fuori con pretese di semplicità, ovvero di povertà lessicale – lessicale eh eh lessicale – pur di raggiungere il traguardo di snudare il pugnale e gridare a scelta, A noi o Viva la muerte, tagliando i lacci ( i lacci e i lacciuoli diceva il Bel Luscón) e gli intrecci che fanno della lingua la costruzione più complessa e ambiziosa dell’essere umano. (Lo so, anche i gatti mi parlano, ma li capiamo io  io e pochi volenterosi).

Ora non ho idea di quale invenzione si potrebbe mettere in atto con l’italiano per definire il Backfisch, il né-carne-né-pesce, l’adolescente, (mira che è tedesco e si legge così come è scritto); Id, andrebbe bene ma verrebbe cassato dai custodes castitatis della lingua semplice. Si potrebbe usare Lo, o Lǝ con lo schwƏ – Oggi sono andatƏ dalla parrucchierƏ, no non dal Sabino dalla JessicƏ ma guarda dai se ti sembrano dellƏ schwƏ questƏ –, qualche idiota ci ha già pensato, ma non sa che la lingua scritta non è quella parlata. Ovvero se nel napoletano e altri idiomi locali tu puoi sorvolare sulle vocali – l’inglese in questo senso è particolarmente perverso – nello scritto che ti serve, macché tte dev’ncludere… domandatelo.

Qualcuni, un tale gattilorenz tra i commenti all’articolo di oggi sul Post, https://www.ilpost.it/2021/11/20/iel-pronome-neutro-le-robert/, e che riprende il tema, succinge la faccenda: un prescrittivista alla guida del ministero. Dice che la politica è in ritardo rispetto alla società, ma direi che lo è pure rispetto alla linguistica. In sintesi si sa, tra cólti e còlti beninteso, che la lingua non è prescrittiva ma suggestiva. Si sa che essa, idda muta e talvolta è mutanghera, si insegue più che aggiornarsi, lungo le strade, nella letteratura, nei fondachi, nei teatri, con il cinema, nei mercati, a Livorno, a Venezia, a Napoli, nella poesia dei campi e delle officine ( prendete la falce prendete il martello, scendete giù in piazza picchiate con quello) e nei postriboli volendo ( ma non saprei dire quanti dei termini usati da Zola abbiano retto la sfida del tempo, pochissimi credo). In tal senso esiste dint’OtiubbƏ, per chi volesse ascoltarlo, un magnifico speech ( mannaggia, credo di averlo giù scritto altrove)  di Virginia Woolf per la BBC, About craftmanship (1936).

La lingua ( La che la batte dove il clito ride, si diceva da studenti) afferra ciò che le comoda per superare ostacoli semantici, per afferrare nuove possibilità espressive, nuovi legami, echi, associazioni. La lingua è, ed è stata sempre per la sua natura intrinseca e di magnifica invenzione umana, artigianato non ministero. Gli esempi di lingua ministeriale ( lassa pèrde il solito 1984 però…) si ebbero con fascismo e altri ismi. Americanismi: GTMO = Gitmo[ˈɡɪtmoʊ] = Guantànamo. Per includerti alle patrie galere: col cavolo. L’inclusivo vuol escludere, mira al campo di concentramento, ecco a mio avviso la dura realtà. Ecco ciò ottiene propriamente la voluttà narcisa di includere: escludere dal vivere in favore di un surrogato semantico. Una stampella virtuale. E qui cashca l’asino ( vedi Totò) o ti taglia la gola.
È come il didattichese, il burocratese, il compilare il form, l’ese di qualsivoglia natura.  Nessuno sano di mente parlerebbe come in un consiglio di classe. O in una riunione tra massoni ( mi capitò tanto tempo fa: non capivo nulla, si guardavano tra loro con voluttà, come in Elisir https://www.youtube.com/watch?v=se7uh4wsGqI le damazze di Paolo Conte, ruculando, Sentiamo rumor di metalli. Pirlate ma si sa che la pirlata piace e si compiace e va bene a messa. Fesserie. Ma barriere. Occhio che, come osservò Brecht nel ’38 ( se non mi fa acqua del tutto la memoria alla conferenza  di Parigi degli scrittori antifascisti), occhio che, Da bruciare i libri non si passi a bruciare uomini. O uominƏ.  Si sa anche che i più adatti peraltro alla vita sono le carogne e gli stupidi e che tali sono per wokazione, quindi… salutamƏ a soretƏ

https://www.lefigaro.fr/langue-francaise/l-ideologie-woke-a-l-assaut-du-dictionnaire-le-robert-20211115

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Madres Paralelas

Leggo nel menu di Mymovies di Milano e Lombardia la spiega di Madres parallelas:
Due donne, Janis e Ana, condividono la stanza di ospedale nella quale stanno per partorire. Sono due donne single, entrambe in una gravidanza non attesa.
Leggo anche dal País di oggi (https://elpais.com/cultura/2021-11-12/la-ausencia-del-publico-adulto-en-las-salas-amenaza-al-cine-espanol-y-de-autor-frente-a-hollywood.html?sma=newsletter_diaria_manana20211112m) che Madres Parallelas ha incassato in Spagna finora solo due milioni di euro ovvero, aggiunge l’articolista, largamente sotto le aspettative. Tutto il pezzo esamina con puntiglio la situazione delle sale postpandemiche in quel paese, divisando una sorta di minaccia per la diffusione e il successo delle pellicole spagnole fronte all’assalto di quelle americane.

La questione non è nuova, mi dirai, è vero e coinvolge tanto il cinema francese quanto quello italiano – la cui produzione è degna di analisi, in senso di psicoanalisi tanto è ossessivo compulsiva e bambolona, politicamente borghese e pastrugnata (basti dire di quel Vita da Carlo e Tre piani), con nobili eccezioni (Qui rido io e Ariaferma) e pochi attori degni ( tutti di teatro e napoletani), il resto ragazzine, anche o soprattutto i maschi, e borgatari che farfugliano un romanesco che ha stufato credo persino i Romani –.

A prescindere da queste considerazioni che sono beninteso prive di valore scientifico perché basate su osservazioni e ottiche personali, a prescindere, l’articolo si pone una domanda circa il gusto del pubblico, entità parallela questa, diviso tra maturi intesi attenti al cinema d’autore o d’arte e giovani amanti delle pellicole lecca-lecca farcite di supereroi, astronavi e pupazzi. ( è difficile situare nella scala della noia Dune di cui mi è arrivata voce che andrebbe ascoltato in inglese come se i suoi broum e yes fossero attribuibili a Becket). Tutte questioni senza risposta perché il pubblico non esiste, se non sotto forma di onde che vanno in genere alla deriva. O a spiaggiarsi senza sapere il perché su una battigia di popcorn.

Ma per quanto riguarda Madrea Paralelas. ho il mio da dire circa la distribuzione italiana che affida la diffusione di quest’opera molto spagnola, molto europea, dell’Almodóvar, e a un redazionale di Mymovies di natura ginecologica – poco male se il film fosse una replica patinata di Helga – Vom Werden des menschlichen Lebens+ o – il divenire della vita umana, Erich Bender 1967 – e, qui casca l’asino, a un versione doppiata in modo irritante. E da un punto di vista acustico – piani assenti, ambiente da sceneggiato televisivo – e da un punto di vista estetico, molto peggio della Vedova allegra in italiano. La doppiatrice di Penelope Cruz – maggiore imputata in un processo al doppiaggio moderno e che non cito per non nuocerle nel condominio – si esercita nel birignao e nuoce gravemente alla degustazione del film il suo non corrispondere per qualità della voce – parlare di qualità nel caso è arduo – alla faccia, al corpo al gestus della stella ispanica.

M.P. non andava tradotto per il sound intrinseco alla lingua spagnola in un film spagnolissimo. Ma io lo spagnolo sì sono stato una settimana a Barcellona due anni fa però, replicherà il pubblico, bon sottotìtolati. Nota, caro mio, che sono nato con il doppiaggio, e che doppiaggio, tutto fatto da attori di teatro ( anche il mio maestro Rissone fratello di Giuditta, cognato di De Sica), prendi Stoppa, prendi la Morelli, la Simoneschi la Lattanzi ( tutte madres parla-lelas) da doppi vocali che spesso creavano, tradendo talvolta l’originale, un personaggio nuovo e magicamente incollato alla matrice tradita.

Ciò detto M.P. è un film epico, brechtiano e dunque politico. Scandito a siparietti e forte di forma drammaturgica antica e propria ad Almodóvar: intrigo, intreccio, peripezia che sfociano in doppie e triple agnizioni(riconoscimenti). Nell’impossibilità di farne un’analisi formale alla moviola giungo a una conclusione del tutto personale: il figlio scambiato tornerà alla madre bambina che così passa dritta all’adulzie, e il figlio morto troverà il suo doppio storico e genetico nei figli di Spagna assassinati dai franquisti nella guerra civile. La madre parallela è dunque Madre Spagna (le madri, le ave di Spagna) che dal suo ventre-terra ha partorito gli spagnoli moderni, adolescenti indifferenti e ignoranti come Ana, Milena Smit di spalle assai larghe nel confronto con la sua antagonista Penelope Cruz/Janis ( ultimo scempio Gianis invece di Hanis, sacco in testa e botte al traduttore) che dà l’ando al film decisa a scavare nella memoria politica, la guerra civile ( guerra che fu un tentativo di pulizia etnica e culturale, e di soppressione generazionale), e che nell’ultima immagine, il disvelamento della fossa comune con il funerale a posteriori con tutto il paese a generazioni unite, trova la mossa finale nel gioco di scacchi che Almodóvar conduce: inquadrature nette, primissimi piani, totali enormi in movimento alla Kurosawa, silenzio, posa e scatta, il resto lo fanno le attrici/tori, dissolvenza a nero. Rispetto ad altri suoi lavori, mi suggerisce mia moglie, qui Almodóvar mette in scena le pance senza pancia, con il rigore da patologo forense del suo virtuale alter ego nella vicenda, Arturo/Israel Elejalde. Così il film rivela lo scambio in culla, la soppressione, la Verwerfung della memoria culturale, politica, storica. È così che noi altre animelle sensibili, cresciute nel mito della Guerra civile, della generazione tradita e mai riscattata dalle Resistenze in Italia e Francia, piangiamo ma a singhiozzi, caro mio. Lacrime amare. In quella fossa finale ci sono gli scheletri di tutti i nostri padri. E Madres Paralelas.

Antonio Machado  – 1938

A Lister, jefe de los ejércitos del Ebro

Tu carta -oh noble corazón en vela,
español indomable, puño fuerte-,
tu carta, heroico Líster, me consuela,
de esta, que pesa en mí, carne de muerte.

Fragores en tu carta me han llegado
de lucha santa sobre el campo ibero;
también mi corazón ha despertado
entre olores de pólvora y romero.

Donde anuncia marina caracola
que llega el Ebro, y en la peña fría
donde brota esa rúbrica española,

de monte a mar, esta palabra mía:
«Si mi pluma valiera tu pistola
de capitán, contento moriría».

P.s. il film dovrebbe essere diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado, insieme con le immagine dei funerali ieri dell’ultimo partigiano francese, dunque d’Europa, Hubert Germain.

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L’ElzeMìro di Martedì 9 novembre

Favolette Brechtiane 17 – Caìni

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BAMANTI

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

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Assedio ed Esilio – Asedio y Exilio

coldiretti

L’editore Orizzonte Atlantico (https://www.orizzonteatlantico.it) esce oggi con la traduzione spagnola e una riedizione, ovvero una nuova versione rivista e rivisitata del mio Assedio ed Esilio/Asedio y Exilio.(https://www.orizzonteatlantico.it/catalogo). Vado subito in libreria, mi diresti tu generoso fellowfollows, però, con tutta probabilità troveresti l’opposizione del libraio, Non so non conosco… vediamo – diteggia blasé la tastiera – Dascola hmm non trovo. Tu gli dici, se lo sai, che si scrive D’Ascola e lui, Pasquale uhun magistrato di cassazione ma no… Orizzonte Atlantico mah… proverò da un altro distributore però sa…, gioca la carta della tua ingenuità, la realtà è che lui ha visto il pericolo: è Orizzonte Atlantico tramite Belzebù/Amazon a distribuire; lui non ci guadagnerebbero nulla a ordinartelo né a comprare 5 copie per metterle in vetrina. Sarebbe esposizione di capitale come per il tuo fruttivendolo un cesto di papaya. Se vuoi legittimo atteggiamento. Ma qui è come la Coldiretti, ah ah, si acquista direttamente dall’editore Orizzonte Atlantico o da Belzebù/Amazon . Queste le notizie e punto.

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Mi dilungo un pochinino su questa nuova edizione – la precedente di Aracne è fuori commercio ma ne troverai la traccia fantasma, sai che la rete nulla dimentica – .
A lungo discussa con il traduttore ed editore dr. Alberto Aséro, vista e rivista pensando che non diversamente dai Tre moschettieri si tratta di romanzo storico col difetto, rispetto ai TreMos, di rincorrere eventi taciuti in Italia, verworfen benché esaltati sotto il nome collettivo di Resistenza, la che va sempre bene: ma c’è qualcuno non a ricordare, a sapere che cosa fu il Patto d’acciaio, la legione Muti, chi fu Longo? Non saprei, a giudicare dal rinfocolarsi di fratellerie italiche e legaiole. Come ho sentito dire molto di recente, Uff sono cose talmente lontane, le storie italiane tra il ’19 e le bombe di piazza Fontana che l’Italiano sventato se n’è tenuto alla larga. Si è tenuto alla larga dal quotidiano del nostro regime madre. Ognuno scorda ciò che gli comoda.

Riscrivere, rivedere, lo sferruzzare del chiururgo è quanto di più gioioso ci possa essere; ci si sente liberare da un peso, il peso di una versione intesa ufficiale quando poi ci si accorge, si sa, che è quella di truppa a funzionare. Quando facevo il regista, provare e rifare, trovare e cambiare, tagliare, far funzionare era l’estasi, via via. Hermann Scherchen, – chi era costui – pare lanciasse le partiture di Wagner contro il muro in modo da farne crollare a terra la sostanza e svolare il di più in fogli da riciclo. Non so se la notizia è vera, mi fu raccontata alla Scala (teatro alla) quando ero lì nella mia funzione di truppa, da prima linea beninteso. Insomma è il teatro che mi ha imparato a non innamorarmi di nulla e che tutto è, rivedibile, sostituibile, impermanente, anche il tenore, anche la bella trovata. Via. Per un lettore dovrebbe essere una garanzia sapere che il processo di scrittura è fondato sul prendere le distanze, sul rivisitare i luoghi ritenuti di piacevole soggiorno per ripulirli dal fogliame superato più che secco – come le foglie vedi la metafora come prende il vento oh fellowfollows –. Giacometti, pulisci e rifai. L’arte è culinaria e non il contrario.

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Alberto Aséro

Della versione spagnola sono non contento, di più. E per aver tenuto l’Aséro, da musicista, ritmo e melodia del testo – da immaginarsi letto ad alta voce – e per la riuscita complessiva dell’operazione che lo ha impegnato, da traduttore, in una defatigante corsa al tradimento, l’unico che funzioni tra i tanti modi per tradurre. Come per un attore adattarsi alla parte vuol dire perdere l’orientamento e lasciarsi attraversare, altri direbbe trafiggere, dalle parole – suono rima e ritmo – fino a non distinguere se sono proprie o di quell’altrui che passa per autore, così il dottor Alberto Aséro è saltato in palcoscenico e ha passato il testo italiano alla macchineria teatrale dello spagnolo, lingua che io adoro e che ho studiato abbastanza da apprezzarne i modi e i risvolti – ogni film di Almodóvar andrebbe visto in originale anche a non conoscerlo, solo per il sound of magic delle parole in bocca a Penelope Cruz – ché è lingua di echi e rimbalzi, di affinità elettive con l’arabo e che l’italiano sostituisce spesso con una sorta di hamming up, dicono gli angli, un gonfiare il petto quando basta respirare. Lo spagnolo recorta, ritaglia, pur essendo l’idioma di Góngora e di Zorrilla, ¡Don juan! ¡don Juan! yo lo imploro//de tu hidalga compasión//o arráncame el corazón//o ámame porque te adoro.
Ah certo occorre essere buoni attori dello spettacolo perché, scrisse Strehler, la storia del teatro, dopo Cehov Pirandello è (sia) soprattuto storia di spettacoli (in Intervista a me stesso – De Piante ’21). Gli spettacoli sono traduzioni. Tutti i testi sono intraducibili a meno che non ne sprizzi il bosone, l’imprevisto toccato con mano. La traduzione: un altro testo. La traduzione di Asero è un altro romanzo. Andrebbe letto insieme o dopo o anche prima dell’originale. Allora fellowfollows, se te tu sai l’ispanico, accattati il volume anche in questa lingua: poi se te tu vorrai proprio, leggilo in italiano.

Infine infine infine, ho da essere grato all’Aséro per avere adoperato a conti fatti quasi un anno di ripensamenti per questo lavoro, in modo, parole sue dell’Aséro, da ristrutturare lo spagnolo come se non fosse traduzione. In modo da perdersi. Tradire non tradurre. Punto. Concludo con le righe che un ignoto quanto lettore, tale Benda Giovanni, che ringrazio, mi scrisse:

Giunto con riprovevole e camaleontica velocità al congedo della vicenda, il mio peccato in origine fu non dedicarmi d’un sol fiato sull’intero scritto o di dedicare d’ogni pagina un giorno, come si dovrebbe fare per la poetica. Perchè in questo libro (Assedio ed Esilio n.d.r.) di poetica si parla, dove la metrica è predominante.

L’immagine di copertina è sempre di Desideria Guicciardini.

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Non è detto che il volto umano sia il migliore

Federico Fellini – Satyricon –

Occidente; mai il termine si trovò ad essere più pertinente di quanto pare oggi; questa è la sensazione che provoca l’osservare statico: dal quale è difficile prescindere, perché osservare è come vivere ma non del tutto,  à côté, che meglio o peggio implica distanza, il non fraintendersi, un prospettivismo, per usare un termine caro a Benn – nel campo che mi appartiene el de la poesia –, senza prospettive.

Tu ricorderai in quell’opera fantastica di Federico Fellini, il Satyricon, la scena dei patrizi che lasciano tutto andare e si tagliano le vene con un bellissimo stiletto, centellinando del vino probabilmente squisito da due bellissime coppe, circondati dalle cose belle che hanno posto intorno a sé, estensioni di sé, la bella casa di squisita architettura alle spalle, gli schiavi liberati, i pavoni – non si fa fatica a immaginarne la fine per mano di qualche qualche barbaro, di un qualche mercenario assatanato –un giardino di luce e sabbia; ( la direzione che tutto il lavoro di Fellini mi pare indicasse è che per vivere occorre un set – mare, barche, case, la luce, tutto costruito, immaginato – una finzione che renda tollerabile la noia del dolore che altrove rende l’essere dolenti intollerabile indolenzimento, bref: solo nel set – la scrittura solitaria ne rappresenta una versione più a portata di borsa – si recupera qualche centilitro di fiato dall’acqua alla gola della realtà che altrimenti affoga e basta. Ecco perché vivere in Oriente, Cina, Corea, Chilosà, è praticaemnte impossibile, occorre lavorare in una scatola condominiale e schiattare in una fornace y punto. Condannati per così dire in un film realista – A uno squid game di sistema). Prima di sedersi per compiere l’ultimo rito della loro esistenza, i bei nobili, chissà epitomi dello Steiner organista suicida in La dolce vita, osservano i bambini allontanarsi in carretta con le nutrici e qualche servo, persone dell’altro mondo, del condominio. Lo sfondo è che sopravviveranno. Gli imperi che, occorre dirlo, sono stati tutti bene o male mondi, civilizzazioni o tentativi di costruirne e imporne, crollarono tutti per cause interne. Le due guerre mondiali mi pare sono state – tu tieni sempre in conto che qui, ripeto, si tratta di sensazioni– ferite profonde ma non mortali dell’Impero del Carbone e dell’Acciaio: la disfatta non è alle porte. Le ha già passate. Il resto è asfissia.

Non ho né talento, né pretesa, né attitudine per la sociologia. Non sono filosofo di campagna o da compagnia. Conosco un po’ di storia e di letteratura, di arte sì nei suoi generi… anche lgbt ah ah. Vedi che mi spiace non poco pensare e trascrivere probabili sciocchezze appena fuori dal mio campo di osservazione, quello noto dell’arte. Non nego che è una probababile nota depressiva e l’angoscia a guidare la fabbricazioni di oggetti fittizi come questa scrittura che riempie la pagina – noterai che riempie un vuoto poco consistente in sé, trattandosi della traduzione del pensare in bit di informazione, misteriosi, Quanti noti solo alla macchina in uso; la materia, lo sporchevole l’inchiostro, la palpabile carta, sono mezzi di produzione volontariamente alienati –. Ma chi fa arte non può non osservare, anche se di sfuggita; e subire i climi messi in atto, non da oggi, con pervicace protervia da bande politiche e dirigenti e bravi dal zuffo e piccole zoccole (ratti in napoletano).
Mentre il Madagascar affonda, alla lettera, per effetto della sciagurata indifferenza ai guasti del clima, ecco da Parigi si annuncia (Le Figaro-Venerdì 29/10) che una ditta – Bugatti mi pare – ha messo a punto un auto a benzina capace di 400 km/h. E gli studenti del Politecnico per ora fanno cena con un panino e una busta di prosciutto in attesa chissà di divorare il possibile e i bambini malati pazientano sotto il gamma-knife – 201 punti di luce al cobalto –. Il sapere, anche soltanto di un infermiere o di tecnico di radiologia tuttavia non attrae le masse. Le messe sì.

Le due righe ultime inquadrano il limite dell’osservazione a seguire. Limite temporaneo. Limite variabile. Come pare lo siano tutti i limiti. Limiti limiti. Del resto pare che per i disastri intensivi occorre preparazione alle disfatte locali. Peraltro, oh il bell’avverbio, fatti persuaso che appartengo a quella specie di viventi che al notare un fiore che sfiorisca, cerca di trattenerne i petali anche quando sieno caduti – occasione che pare irripetibile e lo è –;  un vivente che, con estrema sottigliezza, percepisce il tempo della fine del tempo ma mosso tuttavia dal desiderio. Il desiderio senza oggetto. Forse persino senza soggetto. O con un soggetto altro, un avatar o eterònimo che si assoggetta a farsi me a furia di dirsi tale. Desiderio che è tratto caratteristico dell’esistenza – insomma te statti alla larga dal che si fa, si droga di annichilimento dei desideri o dice o si convince di non averne; non è improbabile stia pianificando di farti fuori. Sturmunddrànghete.

Allora pare che la questione sia circa la qualità più della forma che ha assunto e va assumendo l’ordine in cui siamo. E il mondo pare non macigno che ti schianta, ma frana o slavina che ti soffoca pian piano.
Si corre in autostrada contromano.
I motorini degli adolescenti sono artatamente rumorosi e fuorilegge ma quale sindaco, quale assessorato, quale dei quali oserebbe alienarsi le simpatie dei genitori paganti in vista delle prossime elezioni.
La raccolta differenziata, uffa mica ho tempo di levare lo scotch alle confezioni di cartone.
Ci si fa benedire, chiese aperte e vaccinare per il trip in Thailandia: si passeggia tra le guardie di regimi efferati, in mezzo a miseria inenarrabile, sudicio, sifilidi, ma non si tollera un green pass a prescindere.
Un attore chiamato a testimoniare in un tribunale contro un politico, di questo atto non è inteso degno. Tuttavia si segnala un pregiudicato – si badi bene del sistema non un vero pregiudicato che ne è fuori – alla carica di presidente della repubblica. Polacchie e Ungarie hanno concezioni del diritto che spostano i limiti all’arbitrio del loro primate – il politico inteso salvatore che nessuno però cerca di crucifiggere, anzi, spedito al cielo senza tagli – oggi e domani sempre un pochino più in là. Il forno crematorio industriale è la tentazione.

Regole utili alla convivenza che hanno valore di garanzie atte alla sopravvivenza individuale, non si tollerano in nome, non si scomodi qui il diritto, ma della libertà aleatoria e del tutto virtuale di chi se la fa da sé, in nome dunque del diritto di spostarne il limite, oltre ogni limite di un sé ipertrofico: zuccheri e grassi animali a volontà. A titolo personale. Il personale è fondato sull’esaltazione di un ego ego ego ( ego sum abbas cucaniensis) Chi fa da sé se la fa addosso ma questo è il diritto nella vulgata. Diritto del terrorista non di un ladro che sposta carta moneta verso un uso che gli pare, con qualche ragione, proprio al semplice godimento non al potere.

Per quanto mi rattristi tuttavia non mi dà soddisfazione alcuna, al contrario di sicuro di D’Annunzio, trovare eventuali epiteti colorati a chi detesto e che detestare, dovrebbe venire naturale a chiunque. Uno scrittore italiano del secolo, a scorsoio più che scorso, bravo egli ma troppo montato a neve ferma per mettersi a distanza di sicurezza dal proprio specchio, la spia fascista Dino Segre ossia Pitigrilli, in Dolicocefala bionda, tuttavia scrisse, Capisco il bacio al lebbroso, la stretta di mano al cretino no.

Incubi si aggirano sulle acque. Ma tutti cagoia come alla conferenza di Monaco (29/30 settembre 1938), Chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare: Totò, in Pasquale. Il comico, tra gli artisti, percepisce il precipizio con largo anticipo e mette i rimedi alla berlina. Ma al precipizio, bada, si va in berlina. O suv grigio metallico. Scrivere è terrorismo con altri mezzi.

Totò e Mario Castellani in Pasquale (solo audio)

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L’ElzeMìro di Martedì 26 ottobre

Favolette Brechtiane 16 – Bizzo della Ficàttola e i biliardini predittivi dell’imperatore Majruhni

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Sdoganature, departures e portogalli

È del M° Bright Sheng il brano di apertura, pieno di Bartók e di Hindemit ma insomma la scelta di comporre per banda è inusuale, piaccia o non piaccia. Serve peraltro giusto a illustrare la figura del compositore così come in Wiki. https://en.wikipedia.org/wiki/Bright_Sheng.

Nell’articolo qui di seguito – cui si può dare per ipotesi credito – invece la narrazione dell’avventura, non la prima forse non l’ultima, occorsa appunto al Maestro ed esposta dalla corrispondente a Washington di El País, sig.ra Antonia Laborde. Al solito lascio tutto in lingua originale. Chi la sa si sbroglia. Chi non la sa – e che casomai è convinto che lo spagnolo è come il veneto e quindi Sì lo capisco, l’inglese bè è facile, il tedesco non si capisce niente, il francese non serve – usi la traduzione di Google. Sia chiaro tuttavia che la scelta di proporre sempre originali per certo è dovuta a un inestricabile fondo aristocratico da nobil cavaliere com’io mi vanto ( W.A.Mozart-L.da Ponte – Don Giovanni a1/s9 ) e alla convinta intenzione di non voler tradire mai le origini e gli originali del che cosa sia sia. A crearsi e cercarsi le interpretazioni vada ognun pei fatti suoi (G. Rossini-C.Sterbini – Il Barbiere di Siviglia finale1)

Tuttavia riassumo i fatti: il Maestro Sheng, doc di musica alla Michigan State University avvia un seminario su Verdi, Otello e Shakespeare. All’uopo propone la visione del film Othello (S. Burge 1965) con Laurence Olivier. Apriti cielo, Olivier truccato col pancake marrone, ah obbriobrrio che offessa che offessa ( Totò in Miseria e nobiltà) alla kultura oppressa dell’afroamericano studente medio che evidente-mente ignora la di Olivier e si deve supporre anche quella di Welles e magari tutte le versioni finto afro ( è teatro oh babbalei) dei bianchi per Othello. Ma la chiesa Woke (→) vorrebbe senza dubbio che ogni Othello fosse afro ( lo fece Oliver Parker nel ’95 con Fishburne e Branagh) perchè no travesta –  fosse vivente a Shakespeare gliene importerebbe una beata fava – o donna, bianco mai.

Quand’era doc mi dovetti abituare negli anni a far lezione su tutto – dai Promessi Sposi a farsi domande sulle indicazioni dinamiche in spartito per esempio – perché gli studenti coltivano l’ignoranza come un virgulto prezioso annaffiandolo con assenza totale di curiosità sul passato e su tutto che non fosse sotto i loro occhi hic et nunc. Far sentire la Schwarzkopf alle sopranesse era aprire loro un armadio di insospettate meraviglie ché del canto sapevano solo declinare Callas. Bastianini, Della Casa ma anche Sean Connery e Vittorio Gassman tutti militi ignoti. Il presente per lo studente medio è dima e guida di ogni studio. Basti all’insegnante non disturbare il sonno dei pupi. Sia chiaro che giusto i cinesi sanno dell’occupazione giapponese e del massacro di Nanchino e, ovvio, i Russi tutto su Puskin e i loro grandissimi e sulla loro storia. Gli italiani non situano la prima e la seconda guerra mondiale con precisione. Guerra di Spagna, boh. Poi certo Verdi e Rossini Puccini, Bruckner boh, Mahler ah sì, Bartók, Hindemit e Purcell, sì e no. Von Weber? Ignorano poi che la fotografia era affare di pellicola Kodak, che scrivere si scriveva con la Lettera 32, che registrare si registrava su nastri, non di seta, marca Basf su registratori Studer.

Ecco dunque che vien naturale pensare di quei studenti miricani che, Intelligence of which you have none (Al Pacino in Scent of a woman), alimenta in loro il ben dell’ignoranza che genera mostri; che sono degli imbecilli – canaglie, australopitechi, cannibali, mussolinidacarnevale, maramaldi, ectoplasmi, sabordi nello stile del capt. Haddock – e infine come par vero sempre di più dei fascisti; del fascismo genetico che è quello autentico e imperituro. Appiccicare questi epiteti tuttavia svaluta gli epiteti stessi – salvo quelli spiritosi – e può alimentare ma non saziare la disperazione e l’angoscia di chi detesta bastioni e confini, nazioni e sedicenti culture che altro non sono che negazione stessa del termine cultura – coltivazione, crescita, nutrimento – in favore di una cristallizzazione di ritornelli su identità e tradizioni. Dentizioni storte non identità. Ma quale? Non basta e avanza quella promossa dagli specchi ogni mattina ma che riflettono mica prima di riflettere certi ceffi? I ceffi mi immagino di coloro che hanno impacchettato il prof. Scheng nella scatola dei nemici del popolo e via via, crucifige, cioè licenziare oh wake up signor rettore. Non è accaduto ma Sheng, che deve aver interiorizzato l’autocritica pubblica, ha chiesto scusa, ha fatto il Don Abbondio e si inchinato con ogni probabilità a un turlurù in sandali e maglietta, don Abbondio almeno agli stivali finemente ingrassati di un Don Rodrigo in pizzo e pizzi. Tra din don dan ci si intendeva. Il rettorato non l’ha difeso, Sheng non ridondon, e in via cautelare lo ha costretto a cambiare seminario e… leggasi poi.

Per quel che mi riguarda, visti anche i chiari di luna poco marinettiani che splendono qui sulla formaggella dello Stoppani (il Belpaese), la domanda insita in ogni risposta è se e quando e dove scappare. Portogallo? Non sarà certo popolato da Saramaghi e Pessoas – persone forse sì – però… Mah. Intanto sono tentato dal richiedere il passaporto. Si sa mai.

© EL PAÍS Martedì 12 ottobre
Apartado un profesor por mostrar en clase el Otelo del actor blanco Laurence Olivier enEEUU
Bright Sheng, que sufrió en China la represión de la Revolución Cultural y dos veces finalista de los Pulitzer de la música, provocó el enfado de sus alumnos por usar la película en la que el intérprete británico actúa con el rostro pintado de marrón
© ANTONIA LABORDE 12 OCT 2021

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Laurence Olivier y Maggie Smith, en la versión cinematográfica de Otelo.

Escoger mal una película puede tener devastadoras consecuencias en Estados Unidos. El músico Bright Sheng, de 65 años, se ha visto obligado a abandonar su seminario de composición en la Universidad de Michigan después de que sus alumnos reaccionaran a su decisión de poner en clase la versión cinematográfica de la obra Otelo protagonizada en 1965 por el actor británico Laurence Olivier. En la cinta, el intérprete actúa con el rostro pintado de marrón, una desfasada práctica conocida como blackface, considerada racista en este país.

El compositor, director y célebre pianista pidió disculpas por reproducir en clase una versión del drama de Shakespeare que “discrimina y degrada” a los afrodescendientes y a su cultura. Para defenderse, enumeró a varios artistas de minorías étnicas que ha contratado a lo largo de su carrera. Fue peor. Los estudiantes de primer año calificaron la misiva de “incendiaria” y exigen su despido.Sheng es profesor titular de la Escuela de Música, Teatro y Danza de la Universidad de Michigan desde hace un cuarto de siglo. Este otoño impartió un seminario para “analizar Otelo, de Shakespeare a Verdi”. Desde que en la primera clase proyectó la película, no ha vuelto a pisar el aula. “Los tiempos han cambiado y cometí un error al mostrarla. Fue insensible por mi parte”, apunta el profesor a este periódico. Explica que eligió la versión de 1965 por ser una de las más fieles a Shakespeare y añade que en el mundo de la ópera el cross- casting (elección de un actor sin que coincida el género o la etnia con el del papel que va a interpretar) es una costumbre que se remonta al origen del teatro.

“Pensé que tanto la obra como la ópera retrataban a Otelo como a un héroe que es víctima de los blancos” y que podría enseñar algo de provecho sobre “los malos comportamientos humanos universales y sobre problemas como las calumnias o las acusaciones falsas”, apunta el compositor. Muchos lo señalan como una nueva víctima de la corrección política y el revisionismo del arte. Consultado sobre si se ve como un afectado por la cultura de la cancelación, responde: “Antes de este incidente, nunca había oído hablar del término. No tengo comentarios al respecto”.

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El músico Bright Sheng.

Meses después de que el Otelo de Laurence Olivier llegara a las salas de cine, Bright Sheng, entonces de 11 años, vio en Shanghái cómo los Guardias Rojos se llevaban el piano de su madre, la mujer que le enseñó a tocar. A pesar de la represión de la Revolución Cultural se convirtió en uno de los grandes compositores de su generación. Obtuvo una beca MacArthur, conocida como la de los genios, y ha sido dos veces finalista de los Premios Pulitzer de música. Sus composiciones se han escuchado desde Pekín, en la apertura de los Juegos Olímpicos de 2008, hasta la Casa Blanca. “Bright Sheng sobrevivió a la Revolución Cultural de Mao, pero es posible que no sobreviva a un par de estudiantes de Michigan quejumbrosos a los que se les muestra una versión cinematográfica de Otelo”, tuiteó el novelista Christian Schneider.

Sammy Sussman, estudiante de cuarto año de música clásica, fue uno de los alumnos que se molestaron por tener que ver el Otelo de Olivier sin ninguna “advertencia o discusión” previa. Esta película ya fue criticada en los sesenta por herir sensibilidades y estereotipar a la comunidad negra. Sussman le escribió al director de la facultad, quien le recomendó hablar con Sheng antes de acusarlo, ya que creía que un profesor con su experiencia “tenía motivos educativos para compartir esta famosa interpretación de Otelo”, según cuenta el estudiante en su blog. El joven afirma que la solución de discutir el tema no era una opción factible “sin temer por las repercusiones profesionales”.

Al acabar la clase, algunos alumnos le hicieron ver a Sheng su rechazo a la película y este envió una disculpa a todos los estudiantes “en 108 minutos”. Enseguida, despachó otro mensaje informando de que cancelaba el proyecto sobre Otelo y que presentaría un nuevo tema para el seminario. “Investigué más y aprendí sobre el tema y me di cuenta de que la profundidad del racismo era, y sigue siendo, una parte peligrosa de la cultura estadounidense”, rezaba la misiva. Varios alumnos acudieron al decano de la facultad, Dean Gier. Este contactó a la Oficina de Equidad y Derechos Civiles de la Universidad para que investigara lo ocurrido. “Este [incidente] ha sido doloroso e inquietante para los estudiantes de la clase”, escribió Gier en un correo dirigido al alumnado.

Viendo que los ánimos no se calmaban con las disculpas iniciales, el profesor escribió a sus alumnos que a lo largo de su carrera docente había tenido muchos estudiantes afroamericanos y que mantiene el contacto con ellos. También, que ha contratado a varios artistas negros en su trayectoria. La defensa encendió aún más a su alumnado. “Da a entender que gracias a él muchos de ellos han logrado el éxito en sus carreras”, sostuvieron más de cuarenta estudiantes de composición de pregrado, posgrado y miembros de la facultad. Tras esa carta, Sheng dejó de ser oficialmente profesor del seminario sobre la obra de Shakespeare.

“Las acciones del profesor Sheng no se alinean con el compromiso de nuestra universidad con la acción antirracista, la diversidad, la equidad y la inclusión”, explicó a este periódico Kim Broekhuizen, portavoz de la facultad, quien aclaró que el compositor no fue despedido, sino que él mismo decidió, junto con Gier, “dar un paso al costado”. Sheng continúa ofreciendo clases privadas y está previsto que imparta un curso en invierno, pero ya no es el profesor del seminario. El cambio “permitirá un ambiente de aprendizaje positivo” para que los estudiantes puedan enfocarse en su “crecimiento como compositores”, argumentó el decano.
© Antonia Laborde – El País
Corresponsal en Washington desde 2018. Ha trabajado en Telemundo (España), en el periódico económico Pulso (Chile) y en el medio online El Definido (Chile). Máster de Periodismo de EL PAÍS.

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L’ElzeMìro di Martedì 12 ottobre

Favolette Brechtiane 15 – Cenìza marionettista

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Franco Zeffirelli – Inferno – La città di Dite – © Pino Gengo – Fondazione museo Zeffirellli- Firenze

http://www.gliamantideilibri.it/?p=76529

in  www.gliamantideilibri.it a cura di Barbara Bottazzi
BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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