Cassandra

Giorni fa ho passato qualche tempo a cavare dalla cassette della posta qualche po’ di volantini renzeschi, ora qui ora lì, badando bene a non essere visto. In casa ho trovato complicità nel farli sparire. Siamo già a un accenno di carboneria o di Ciascuno muore solo [1]. Si accomodi chi tra i miei 224 lettori volesse denunciarmi per turbativa d’asta ché tanto ci aspetta domani, la messa all’incanto della Costituzione.

Non ho mai cavato gusto dall’avere ragione, se non quando ero giovane cioè inavveduto. L’ho avuta quasi sempre in situazioni di conflitto e quasi sempre, per non dire sempre, ho perduto, sono stato perduto e mi sono perduto, a motivo di quella che un mio maestro mi definì, La tua forsennata etica. Per parafrasare Einstein, non so come andrà a finire domani anche se nell’aria sento odor di trionfo e prevedo che così sarà; un trionfo basta poco a giudicarlo tale da parte di chi di trionfi si alimenta, basta un voto, un sì in più e così sarà. Un no in più e si griderà all’ imbroglio, alla vittoria di strettissima misura, al risultato incerto, al rifacciamo tutto, si agiteran metalli, diranno i massoni,  Verdigli e l’Inscalfibile uniti nell’arrampicarsi sui vetri insaponati per far fuori altrimenti la Repubblica pur di tenere in piedi quell’altra, di carta malstampata e truffe certe. Ma ripeto non so; so invece di sicuro come sarà la prossima tornata elettorale, non ci sarà.

E pensare che sarebbe bastato pensare a una revisione costituzionale, come è garantito dalla costituzione stessa e valutare l’ipotesi della pura e semplice eliminazione del Senato. Ma non avrebbe avuto successo e non sarebbe servita allo scopo, che è un altro rispetto alla bugia collodiana di rendere più snella la Repubblica. Questo referendum insegue la logica dello scontro, ed è a questo che si punta, il più cruento che si possa immaginare. Quello tra civiltà; scontro il cui obbiettivo ed esito sono di non fare prigionieri per privilegiare i vincitori e promuoverli padroni definitivi. Da una parte il diritto, il buon senso, la lungimiranza, per quanto incerte e caduche, dall’altra  il realismo di un potere abbietto che equipara l’accordo convissuto e partecipato e lo confonde ad arte non con la regola, ma con la scartoffia, con la burocrazia, nome con cui ormai dappertutto si sciacqua ognun la bocca, ignorando che anche un condominio, una società qualsiasi ha uno statuto e, poi, delle regole che possono o non possono essere applicate, complicate e burocratizzate; dall’altra le certezze ideologiche dell’unica ideologia dominante egemone, quella che ha trasformato persino quella nel bambin gesù, poverello discacciator di mercanti dal tempio, in fede scapitozzata nella trinità economica, finanza, televisioni e marketing. Detta così sembra niente ma è il niente che corrompe il sacro a beneficio proprio, lo muta in una fede che ha bisogno di guide, di personalità corrotte tanto e tanto puttane da suscitare e scatenare l’orgasmo delle masse bavose, il quietismo degli inconsapevoli o degli sciocchi, e la benedizione dei Mangiafuoco che questa trinità agitano sulla scena del loro teatrino. A tutti sono noti il nome e l’intenzione della Trilateral e della Morgan e dell’aretino Ghelli.  Così mi pare evidente che sia, anzi che è.

Non so che succederà domani, ma so invece che cosa accadrà l’indomani. Il sì ha un entusiasmo ideologico, oceanico, giovanottardo, di balcone e ribalta, che andrà a scontrarsi con le ragioni, autentiche, sensate, educate persin ovvie del no. Di sicuro avremo un paese non solo a metà, qual è, ma diviso a metà. Non ci sarà scontro fisico ma ci sarà paura; l’amico temerà di dire all’amico che ha votato no, il Marchion di turno terrà d’occhio chi sospetta di no per ricattarlo, la preside o il rettore si comporteranno in egual guisa per cacciare nell’ombra il talento e premiare il paggiofernando, si raggelerà il mercante o il notaro a sentirti per il no, più che a sentire parlare di comunismo, un no incautamente esibito deciderà per il sì o per il no a un’assunzione o a un proseguimento di contratto. Tra i nemici degli amici, pessimi e pericolosi i chierici, gli intellettuali di palazzo diceva Pasolini, perché s’è visto, di tutte le carogne la più carogna è il chierico[2]. Il fornaio alla lunga non starà a guardare, l’intellettuale no, ha la luce del Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, Factorem cæli et terræ, visibílium ómnium et invisibilium. E il Ricalcato è il suo profeta [3]. Di fatto, se non guerra, non si fanno più perché si è visto quanto sciupino vacanze e telefonini, sarà conflitto, permanente, insanabile, scivoloso, sotterraneo. Finché non ci sarà l’occasione per una Dongo anche virtuale e un piazzale Loreto, magari a Rignano.

La storia, lo studio della, i fatti del passato non insegnano nulla, tanto è vero che non si sa nemmeno che San Pietroburgo si è chiamata per un po’ Leningrado, tanto è vero che i 4 novembri o i 25 aprili o i 25 lugli sono date su un calendario a strappo. Speriamo che ci sia un ponte, è l’unico motivo per cui le si tiene in considerazione. Essa mostra però come la personalità malata abbia buon gioco, affascini le masse perché delegata a sovvertire l’ordine degli addendi a proprio vantaggio e dei suoi padroni. Ogni untorello ha uno o più mandanti e padrini. Non raccontiamoci la favola che i dittatori abbiano oppresso e ferito pecorelle innocenti. Alle pecore piace il padrone proprio perché è tale, sorride o strilla secondo copione, ha i cani dalla sua, fischia e agita il bastone e soprattutto cammina a gambe aperte, è devoto della grande Mona, per quanto egli ce l’abbia piccolo e sembra sempre che sappia che cosa sta facendo, anche quando dorme. E la pecora si quieta, soddisfatta del suo pascolare. È il padrone cantore, tramite e staffetta degli dèi finanzieri.

Per parte mia vorrei che un dio ignoto guardasse giù e che almeno il Papa pregasse per l’Italia, dopotutto ci dorme. E per essa, per il mio paese, per questa terra madre che pare non amarci, senza vergogna, da pagano andrò ad accendere un cero, ché la seconda divinità dell’olimpo cattolico la faccia ravvedere e vinca ciò che educa, il No.

[1] Hans Fallada (1893-1947) Nel suo Ciascuno muore solo narra la rivolta spontanea e calcolata e segreta di un operaio contro il regime nazista. Ne è uscita da poco la versione cinematografica con il titolo Lettere da Berlino.
[2] parafrasi da Goethe-Faust, Prologo in cielo-Mefistofele ..Er nennt’s Vernunft und braucht’s allein, Nur tierischer als jedes Tier zu sein- la chiama ragione e se ne serve (l’uomo) solo per essere più bestia d’ogni bestia
[3] ivi in La trahison des clercs
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La trahison des clercs

L’icona del prof. Recalcati [1] serio serio sotto la sua barbiccia dottorale da campus o da camporella, tra l’agitarsi di chiome boschive dell’Anonima Aretina e dell’Innominabile Rignanese, mi conduce analiticamente, ad associazioni plurime; all’immagine di Freud che discuta di scienza ebraica con Baldur von Schirach, Gauleiter di Vienna (cfr. in Treccani, Von Schirach, Baldur), di Einstein che chieda asilo  all’ambasciata giapponese dopo Pearl Harbour, di Turing che parli a un convegno di mamme contro l’omofilia. Benché negare, sempre analiticamente parlando, possa voler dire il contrario.

La trahison des clercs, il tradimento dei chierici, che i chierici agiscano, tradiscano da malfattori come gli altri,  è un fatto antico denunciato da Julien Benda, in un bel libro con questo titolo, nel 1927 figurarsi. Antico il libro quanto l’analogo e casereccio costumarsi dell’italico intellettuale al palazzo, alla corte cui si assoggetta, sempre per parlare psicoanalitico, con grande desiderio e godimento. Travestiti che ballano il tango dei potenti [2], anzi di prepotenti, forse sperando, nello specifico, che scendano al ruolo di impotenti secondari, date per scontate ab initio le isteriche, le algide, le cunnilugenti, e dunque di ricchi clienti per apposite, lunghe e costose terapie di parole. Su tutto domina la legge del mercato librario. Chi pubblica e pubblicherà per la Feltrini & Pennelli vendere e venderà in Ewigkeit. Anzi in Ewig-kit.[3]. Vendere e venderemo. L’etica indolenzita ma viva, presso altri s’intende, subisce l’omissione, per non dire, sempre analiticamente, la forclusione o Verwerfung [4]

Devo dirlo, fossi studento del profesur mi ritirerei dal suo corso, consapevole dei bastoni che potrebbe mettermi tra le ruote della mia tesi ma con un zinzinnin di voglia di bucargli le gomme alla Mercedes, nonché rigargli le portiere, nonché versargli zucchero nel serbatoio. Fossi suo paziente, ‘Scolti dutur, lei preferise Rensi alla sua scienza, si tenga Rensi, lü ch’el me faga el cónt, il conto e tanti saluti al sò Telemaco.

La domanda di cui appunto il Benda si fa portatore e risponditore è se all’uomo di cultura e di scienza, di lettere e pensiero, sia lecito farsi guardiano dei Proci, o dei porci, divo del proprio film o filosofo gondoliere, abile e pronto a traghettare quassicosa purché vincente, nazionale, razionalmente dimostrabile da una razionalità patologica, a passar ovunque ponti ove il pan non manchi pur di non sventolare mai la bandiera bianca [5] del proprio ego.

Chi scrive, l’ego di là dallo schermo Macintosh, pur apprezzando molto la prosa di Paul Claudel ha sempre pensato che del di lui appoggio feroce al franchismo avrebbe fatto argomento razionale per la lama della ghigliottina e che del pure savio e intelligente Gentile, i colpi di rivoltelle che misero fine al suo peana vivente alla repubblica di Salò furono  ben tirati. Fu un peccato, fosse stato più giovane, il filosofo avrebbe potuto essere conservato per scrivere elogi di qualsiasi governo, di qualsiasi giovanilismo, su su fino  al non meno repubblichino, di Renzo & Bugia. È tutto per oggi, domani o dopo e dopo ancora vivremo in una copia conforme della turchina Turchia. Ma è il popolo che lo vuole. Di esso meglio non fidarsi dunque. Amen e arrivederci.

Nous disions plus haut que l’humanité passée, plus exactement l’Europe du moyen âge, avec les valeurs que lui imposaient ses clercs, faisait le mal mais honorait le bien. On peut dire que l’Europe moderne, avec ses docteurs qui lui disent la beauté de ses instincts réalistes, fait le mal et honore le mal. Elle ressemble à ce brigand d’un conte de Tolstoï, dont l’ermite qui reçoit sa confession prononce avec stupeur – Les autres, du moins, avaient honte de leur brigandage; mais que faire avec celui-ci qui en est fier! – [6]

[1]cfr.http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/29/referendum-costituzionale-matteo-e-labbraccio-dello-psicanalista/3224194/#disqus_thread  &  https://www.youtube.com/watch?v=jAs5OYvNzTU
[2] Tra vestiti che ballano (1927)  è titolo di Rosso di San Secondo, commediografo.(1887-1956)
[3 ] per citare il prigioniero dell’Arno che parla di kit anti-bufale. Gioco di parole tra Ewigkeit, (e-wig-kait) tedesco per eternità, e Ewig-kit, astuccio per il sempre. Dove ci si burla anche della corrente strafalcioneria italica che legge tutto inglese, kit per kait, ciò che inglese non è.
[4] meccanismo che cancella definitivamente un avvenimento, che non rientra più nella memoria psichica; voce introdotta da J. Lacan (1901-1981) per tradurre il freudiano  Verwerfung ( fer-wér-fung), rigetto, annullamento
 [5] Arnaldo Fusinato (1817-1888) Patriota – L’ultima ora di Venezia (1849)-.. il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca.
[6] http://classiques.uqac.ca/classiques/benda_julien/trahison_des_clercs/benda_trahison_clercs.pdf
Con maggior forza diciamo che l’umanità del passato, più di preciso nell’Europa dell’Evo di mezzo, con i valori che le imponevano  i chierici, faceva il male ma onorava il bene. Possiamo invece dire che l’Europa moderna, i suoi dottori che cantano la bellezza dei suoi istinti di assoluto realismo, fa il male e onora il male. Simile, nel racconto di Tolstoij, a quel brigante cui l’eremita, ricevendone la confessione, proclama stupito – Gli altri malfattori almeno si vergognano del loro misfatto, ma che cosa si può fare di chi ne è fiero – 
Julien Benda – Il tradimento dei chierici – pag 257
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Poveri Rigoletti

Leggo con uno sconcerto magari degno di miglior causa che un gruppo nutrito tra saltinmanchi e italici dottor della lor sorte, si è fatto scrivere da qualche negro governativo un comunicato cui loro poi, essi stessi hanno dimenato in calce le loro scondinzolanti firme di approvazione. E giù sì sì a più non posso in vista della grande acquiescenza del 4 dicembre. I nomi sono preclari, alcuni di tale deludente vigliaccheria, altri di tanta sopravvaluta pochezza che non facciamo nomi per non sporcare la tastiera e i circuiti di questo povero Mac d’annata, e non di razza dannata. Chi vuole se li pappi al link in calce. Ora ci vuole poco ad essere in malafede, essere doppi e tripli è l’arte di Rigoletto che crede di sfottere ed è fottuto, indi chiagne, dunque che si fotta. Pietà per quel vinto non ne ho mai provata. In parole auliche Rigoletto è cortigiano non minore di uno stronzo di cortigiano e non minore vigliacco di Don Abbondio, epìtomi entrambi dell’itala santa, navigatrice e poetica temperie. Verdi e Manzoni, che la sapevano lunga, serve firme  non ne apposero mai, nemmeno una. Ricordiamo che solo quindici professori universitari nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al Truce[1]. Chi firmò invece, per assentarsi dalla propria dignità ebbe allora la giustificazione di tenere famiglia, di vedere lontano le magnifiche sorti e progressive, bref di essergli richiesta apertis verbis la certificazione di servaggio al Truceluce dallo stesso partito comunista, sempre attento al bel sole che sorgi dell’avvenire.[2] Questi multipli sangennari no, sono servi volontari del rignanese. Avantardìti non richiesti. Scapigliati calvi.

Disons donc que, si toutes les choses auxquelles l’homme se fait et se façonne lui deviennent naturelles, cependant celui-là seul reste dans sa nature qui ne s’habitue qu’aux choses simples et non altérées: ainsi la première raison de la servitude volontaire, c’est l’habitude; comme il arrive aux plus braves courtauds qui d’abord mordent leur frein et puis après s’en jouent; qui, regimbent naguère sous la selle, se présentent maintenant d’eux-mêmes, sous le brillant harnais, et, tout fiers, se rengorgent et se pavanent sous l’armure qui les couvre. Ils disent qu’ils ont toujours été sujets, que leurs pères ont ainsi vécu. Ils pensent qu’ils sont tenus d’endurer le mors, se le persuadent par des exemples et consolident eux-mêmes, par la durée, la possession de ceux qui les tyrannisent. Mais les années donnent-elles le droit de mal faire? Et l’injure prolongée n’est-elle pas une plus grande injure? [3]

Poveri rigoletti, finiscano in etti, inetti bigotti e bigoletti [4]

[1] Dal regio decreto n. 1227 del 28 agosto 1931. Art. 18:
I professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d’istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio.
[2]https://www.youtube.com/watch?v=z7_v_PXmyQI
[3] Étienne de La Boétie (1594), Discours de la servitude volontaire ou le contr’un (pag. 27) Version numérique par Claude Ovtcharenko http://bibliotheque.uqac.ca/. Diciamo dunque che, se tutte le cose cui l’uomo si costuma e adatta gli diventano naturali, tuttavia solo questo pare proprio alla sua natura, che non si abitua ad altro che a cose semplici e durature: sicché la prima ragione del servaggio volontario è l’abitudine; alla stregua di quanto capita ai più bravi cortaldi dalla coda e dalle orecchie mozze che dapprima mordano il freno e che poi ci giochino; che recalcitranti dapprima al giogo della sella, si presentino poi di buon grado in lor brillante arnese, e tutti fieri si inorgogliscano, pavoneggiandosi sotto l’armatura che li ricopre. Dicono che sempre sono stati assoggettati, che i loro antichi hanno così vissuto. Pensano di essere tenuti a subire il morso, se ne persuadono da sé medesimi, in virtù dell’esempio, e nella persuasione  si accomodano, per tutto il tempo che durano in possesso dei tiranni loro. Ma che gli anni diano il diritto di far male è norma? E l’ingiuria prolungata non è forse la più grande ingiuria?
[4]http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/20/referendum-da-accorsi-a-sorrentino-fino-a-ozpetek-e-salvatores-appello-degli-artisti-il-si-gesto-logico-e-naturale/3205607/
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Diversamente trump

Trump s. asso, briscola, tromba 
Trump to, trumped trumped v.trans e intrans. – vincerla su, sbancare
Trump, volg. ingl. scoreggia/are

Osservo che in Corea son confluiti da tutto il paese nella capitale, per gridare, Vattene, a un primo ministro ritenuto infame coram populo. Oltre un milione dicono. E non finirà a tarallucci e vino, ma credo a bastonate, strumento di consenso dominato che le democrazie hanno ereditato con gioia dalle tirannidi. Ma non mi accódo né m’accòro, si tranquilli il lettore, con il coro di commentatori dei commentari di fatti lontani. Osservo solo quel dato, uno; la deriva smemorata della questione grave e unica del moderno, la fine del mondo per autocombustione, due; e un altro qui appresso.

Che di qua s’agitano non poche candide e poco affidabili animelle che si stupiscono per distrarsi e si indignano per l’elezione, molto più simile all’erezione tardiva, ne sono al corrente alla mia età, di un vecchino peraltro accasato a una slavata virago dagli occhi a mènnula, che di sicuro lo fa sognare e poco concludere, tanto da non restargli altro godimento che mostrarle le meraviglie di una cappella bianca, marmorea ma funebre come il monumentale commendatore in Don Giovanni. Chi si indigna di quello, a mio avviso fa come dice il proverbiòlo che oppone il trave alla pagliuzza nell’occhio. Ed eccole qua las animulas vagulas a pensare che fine farà la democrazia là in America mentre la si smantella per benino nel suo LI (51°) staterello pulcinella o territorio d’oltremare ed asservito, l’Alitalìa. Qua, dove un omìfide uno e trìfide con adietro tutto il suo partìtulo dalla solida vocazione autoritaria, fascista per dirla, il vecchio pi.ki.i, rivestiti ma nemmeno tanto di nascosto i panni che gli sono propri, cioè di manganellatore, si appresta e lo è già, basta leggere i sintomi nei bollettini quotidiani, a sbancare, to trump, il banco alla briscola della democrazia. In sintesi a consolidare il progetto di Gelli e Berlusconi grazie al conSìenso stesso di un popolo imbelle, l’italicum, non meno e forse più camicianegra dei suoi capoccia.  Ma, benché in difesa di persone e di princìpi non altri da quelli del capitalismo finanziario, almeno in America il popolo è ribelle. Almeno. Ma è poco. A meno che, seguendo la loro esemplare vocazione, i Miricani non scatenino un’altra, e dovrà essere devastante per essere efficace, guerra civile.

Se deve essere catastrofe e non vedo come potrebbe essere altrimenti, lo sia in grande adesso, sicché com’ebbe a dire Gengis Khan, Lasciate che a me vengano i deserti e si struggano i ghiacci, pur qualcosa mi resta. Habemus papam. Pace, amen, gloria.

Animula vagula blandula
hospes comesque corporis
quae nunc abibis in loca
pallidula rigida nudula
nec ut soles dabis iocos . Publio Elio Traiano Adriano

 

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Café Society

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Nel bel mezzo della notte nera mi sono svegliato e piangevo. Allen vede i dettagli che non ci sono nell’insieme che non è quello che si vede, ma l’assenza; ogni film che sia tale, ogni opera compiuta di senso rappresenta un’assenza. Un sipario di persone sfuma alle spalle dei due principali personaggi, ritagliati e tagliati fuori dai loro due ultimi piani americani; guardano oltre lo schermo nel buio, come in Las Meninas di Velasquez, complessi e perplessi, dolenti. È il finale, e questo è Café Society nel mio modo di vedere, un’opera sul Tempo, che siamo tutti, tutti perduti e sperduti in ciò che resta, un film appunto, talvolta in technicolor, e su Necessità, ipotenusa tra il cateto base del vecchissimo e bellissimo Interiors, e il punto vertice di un a venire che con Café Society si annuncia, e che si presenterà in grazia del tempo e dell’arte che, quasi tutta, con l’esclusione dell’ouverture 1812 di Čiajkovskij e altre ben premiate moltitudini di pettorute sciocchezze, dovrebbe essere indicata ai minori di quarant’anni solo se accompagnati da un fortissimo senso della miseria; poi dopo i sessanta liberi finalmente di fare ciò che sappiamo si deve, dissiparci. Nel frattempo il tempo è anche l’istante della risata, che non è liberazione ma rivelazione, svelamento. Café Society sarebbe piaciuto a Shakespeare, La vita è una commedia scritta da un commediografo sadico*.

 

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p.s. Mastro Allen non vivrà abbastanza o non sarà lucido ancora tanto da vedersi assegnare il Nobel.

*in Cafè Society.
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Poeta e contadino[i]

Introduco un tema che interesserà pochi con limite tendente a nessuno. Essere inutile è un privilegio della letteratura, dell’arte in genere, di cui non molti, p.D.n., post Dylan datum, possono giovarsi. Ma non si creda, del Nobel mi occuperei solo il giorno in cui mi venisse assegnato, per la categoria resistenti e reazionari, che reagiscono all’ovvio cioè, al politicamente corretto in nome del dissenso, ossia del trovare il senso distorto delle cose e dei fatti la differenza o l’inganno. Filosofia. Ogni scrittura autentica lo è. Nessuno mi può contraddire che abbia letto Manzoni, Proust e Céline. Più il mio maestro Saramago. Ma la categoria cui mi ascrivo da me con pochi amici di penna, va in direzione esatta e contraria alla politica ricorrente, specie del premiare che, come in politica, premia il già premiato, stabilisce il discrimine tra chi dice sì e chi dice sì. Presume, assume e omologa chi si presume, si assume e si omologa o è lì per farlo. Dunque vengo al dunque. Giorni fa mi imbatto nel manifesto propagandistico di una scuola o corso o seminario o quel che par loro, di scrittura creativa. In tempi di catastrofe, sull’orlo o addirittura dentro la quale molti stanno come bambini stitici incollati al loro vasino, si veda quanti più sono coloro che aprono e chiudono corsi per diventare ciò che non si è, di quanti lavorano esercitando con onore e fatica un mestiere, questo o quello. Per tanto, e per quel che pertiene i mestieri d’arte ci sono più scuole di recitazione che attori in carriere diverse dalla mendicità; più istituti di belle arti che arte, almeno carina, più conservatori di musica che musicisti  fuori dalle gallerie metropolitane. Più scuole di scrittura creativa che lettori. Scrittori, quelli non ci sono proprio. Tabucchi è morto e Busi non avrà mai il Nobel, benché lo abbia a mio avviso ampiamente meritato. Nessuno però a Stoccolma se n’è accorto. D’altro il silenzio gentile è cortesia non sempre dovuta. Poi ci sono gli editori che editano di tutto arrogandosi anzi il diritto di determinare cosa sì e cosa no sia da pubblicare e vendere, tra la storia di una mamma in frégola e quella di un ragazzaccio  tracotanto tra tanti. I dispensari celtici, le carceri, le sale d’attesa sono pieni di storie, disse Céline dove  ora non saprei rintracciare, mi pare in Rigodon. Divagandin don s’impara. Ebbene non sono qui a dire di essere indignato per il pullulare di codeste sesquipedìscuole, non mi permetto di stigmatizzare chi, non avendo trovato lavoro altrove, ma basterebbe guardare all’onesto contadino, al giudizioso fabbro ferraio, tutti mestieri per cui nessuna scuola si apre, di biasimare chi si paga il lesso, ma anche la media chiara con la pizza, insegnando il volo agli asini. Il giro della morte della letteratura non s’è mai fondato su altra scuola che sulla lettura. Lettura dei grandi o meno grandi ma, se uno poco poco avesse letto tutto Dumas, perché la lettura è lavoro su uno o più autori e in questo l’ottocento è, a tuttoggi, il calderone dove ribolle qualsiasi coscienza letteraria; se uno avesse letto, Verne e Simenon, Guerra e pace e Frankenstein, potrebbe con pazienza mettere a frutto quel lavoro con qualche timido tentativo di scrittura. A esser capaci di tramutare il letto in scritto, o di riassettare le lenzuola al pensato con il detto. Bisognerebbe essere passati e ripassati per I promessi sposi, per rendersi in grado di scrivere con un certo gusto una lettera di polemica, ma creativa, al proprio capoccione in ufficio. E senza ricorrere a wow e ;-( e …!!!, o paura di xcorrere i corridoi aziendali, ogni studentista di creatività è animale aziendale, senza paura di essere assalito o perseguitato fino al licenziamento ossia, traduco per gli Itagliesi, mobbizzato o stalkerato prima d’essere fired; senza dubbio il capoccia, ancorché laureato in discipline inesistenti non capirebbe oltre le prime otto parole e cestinerebbe il foglio, ignaro e non grato per essere stato sottoposto a un tentativo di educazione. Lui legge solo i bollettini finanziari e le note informative sulle bottiglie di vino pregiato. E tanto gli basta per arrivare al santo coito di fine settimana. Ebbene, scuole di lettura, quali le scuole elementari e medie e superiori non sono mai riuscite a trasformarsi, farebbero ma la fortuna degli editori dato che se non si formano spettatori non ci saranno teatri, se non ci si educa ad ascoltare è inutile scrivere musica, intendo vera non il frin fren dei menestrelli; se prima, per anni non si è letto, non si scriverà mai. Se prima non c’è ascolto non c’è parola che dici umana [ii]. Ed essere creativi è una virtù senza merito, direbbe il Buddha Sakyanumi; o la possiedi o nessuno te la può regalare che già non te l’abbia regalata. Il resto is nothing but a lot of talk and a badge.[iii] Amen e arrivederci.

[i] https://www.youtube.com/watch?v=Kye7LF5UB08&list=PLwIO-GOUBAi2iozNQ9GcivADRKN7VqY7l
[ii] Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta… Gabriele D’Annunzio – La pioggia nel pineto – 1902.
[iii]  https://www.youtube.com/watch?v=1JXJispv9cg
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Nefasti benigni

Molti e molti anni fa il signor T., gran lavoratore e onesta persona di indefettibile fede PiCcina, stretta addosso come per lo più le fedi, il cui scopo bensì è restringere non l’ego, ché anzi a quello viene garantita libera circolazione di qua e di là da ogni limitante frontiera, ma di condannare ieri come deridere o compatire oggi chi, in assenza di una patologia specifica che ne prescriva l’uso, senza le stampelle del potere cammina, il signor T, uomo che chiamava Enrico il proprio nume tutelare M. de Berlinguer come fosse un personaggio sfuggito alla trama dell’Andrea Chénier  per modellarsi una neo-aristocrazia tutta sua basata sulle masnade tra le più versate nell’uso di martello e ghigliottina, il signor T dunque, mi obbiettò, riferendosi a un attore e di gran vaglia al centro di una ben vexata quaestio tra lui e me, M. Carmelo Bene, mi obbiettò che a tale attore un intellettuale organico – quale io ai suoi occhi risultavo per un mal corretto difetto non solo visivo ma anche prospettico – non poteva concedere credito alcuno, né come attore né tantomeno come bipede, nemmeno perdere tempo a far di sue vanità falò. L’estro del momento mi suggerì di rispondere che intellettuale non avrei saputo dire se lo fossi o no, e quanto all’organico beh, ciò era un lampante fatto biologico dovuto a un’imposizione della natura che, donandomi una doppia elica di DNA con cui volare, mi aveva negato alla duratura cristallina semplicità dell’inorganico, fosse esso quarzo, feldspato od ortoclasio. Altri tempi, tempi orfani di un nome del padre, direbbe M. Lacan (1), severo ma giusto nel concedere asilo ed esistenza a non poche intelligenze private, proibite alla pubblica manifestazione di se medesime dai numerosi e indefettibili fascismi, di allora come d’ora, in cambio di un piccolo concordato tra quelle intelligenze stesse e il babbino caro (2), acciò che esse intelligenti fossero, ma non troppo, né tanto da contraddire il babbo e tutta la famigliola. Dopo il complesso di Edipo, il complesso di Lunačarskij, chi era costui. Diverte e spaura dunque, in merito all’altra super vexata quaestio costituzionale, quel farsi carico dei pensieri altrui di personaggi non riusciti nello sforzo d’essere persone, come M. Benigni che la Costituzione è bella ciao ma Sì, un corno le si può fare o non saremmo uomini e l’uomo si sa è cacciatore, di balle per lo più, o amenità pallide come ministre. Diverte e spaura sentire gli accorati appelli contro banche e baratri, del nuovo Idomeneo di creta, nel senso di sedimento non litificato costituito da alluminosilicati idrati appartenenti alla classe dei fillosilicati ovvero argilla, M. Cacciari (3), che si caccia in grovigli di sì al no, no al sì, ma dal sì al sì, in laguna la filosofia facciam così, che vengan denari al resto son qua io, ïa ïa oh. Ora, non stupisce ma desertifica la volontà di commento l’assenza nell’uno di umorismo; male non raro nei comici, grandi e piccini, più attenti a conservare un regime che a beffarsene, visto che è grazie allo stesso che campano e nel piatto villan mangia e non sputa. Il sarcasmo genera mostri di segno contrario. Né stupisce la disattenzione alla propria comicità dell’altro, dell’involontario veneziano, così misurato nel farsi maschera di una nuova commedia dell’arte, tanto che ascoltarlo suggerisce il piacere del ron ron che diffondono i vari corrieri. Per ogni sera che le stagioni non mutano. Su tutto aleggia l’odore non della benigna merda ma del sospettabile soldo.(4)Uffa.

(1)cfr. http://www.psychiatryonline.it/node/3413
(2)cfr.https://www.youtube.com/watch?v=rnkhtjpZAqQ
(3)cfr.http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/10/06/referendum-massimo-cacciari-mi-impressiona-tremendamente-il-modo-in-cui-sento-pubblicizzare-il-si/564708/
(4) per tutte le altre citazioni veda chi vuole in Enciclopedia Treccani.
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