L’ElzeMìro di Martedì 20 Luglio

Favolette Brechtiane 12 – Supella LongipalpaSupella_longipalpa_cdc

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Ennio Flaiano

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Julio Larraz (1944) Conceptual 2020

Ennio Flaiano da Diario degli errori (1950-1972) – Adelphi 2002

L’italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia. pg 138
Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è non partire. pg 139
La lingua italiana non è adatta alla protesta alla rivolta alla discussione dei valori e delle responsabilità, è una lingua buona a fare le domande in carta da bollo, ricordi d’infanzia, inchieste sul sesso degli angeli ( e degli altri, n.d.r.) e buona, questo sì, per leccare. Lecca, lecca, buona lingua italiana infaticabile fa’ il tuo per il partito e per i buoni sentimenti, ma lascia la rivolta e la protesta al massimo…pg 127
L’Italiano è una lingua parlata dai doppiatori . pg 140
Macchiaveli. Il Principe, libro satirico. Non dà consigli al Principe ma enuncia ciò che ogni Principe farà trovandosi a governare un’Italia. pg. 142

Il quotidiano spagnolo El Pais: Quentin Tarantino torna alla carta stampata con un racconto dal suo film C’era una volta Hollywood. Anteprima dell’incipit.

Il quotidiano inglese The Guardian: Haiti, la bolla di calore in America, i Covid naturalmente

Notiziario Ansa: Wimbledon, Raffaella Carrà, il papa sfebbrato.

La redazione de Ilmiolibro: Abbiamo intervistato Guido Paolo De Felice, poeta del web, autore self publisher di raccolte di poesie. Il suo verso libero, che scardina i dogmi della tradizione e si accompagna alla freschezza di illustrazioni ad hoc, ha conquistato il cuore di migliaia di lettori e ci racconta un modo tutto nuovo di parlare in versi
De Felice (nessuna parentela si immagina) : Dicono che “la poesia non vende”, che sia un genere ormai di nicchia, per pochi aficionados, puristi della tradizione e cultori della terzina dantesca. La mia poesia, visiva e social, così è cambiato il modo di leggere (e scrivere) in versi.

Il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano: il signor Cecchi Paone è maestro di 3° grado della Massoneria. L’avv.Conte e il sig.Grillo… Tale Alice Rohrwacher ( vince un premio a Trieste- forse come velista? n.d.r.) : Io cineasta ma totalmente ignorante del cinema. Il mio primo film? Senti chi parla

Il quotidiano il Post angolo sponsorizzato delle Cultura: Come esordire con un romanzo. La parola agli ex allievi della Scuola annuale di scrittura di Belleville. Da dove arrivano le idee?…

Un modismo francese modificato di poco suggerisce la risposta agli allievi, Elles sortent du cul (de la cuisse n.d.r.) de Jupiter

Conclusione anonima: Nessun atto di coraggio è pari a quello di continuare a essere italiani senza essere almeno ticinesi.

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L’ElzeMìro di Martedì 6 luglio

Reverie, c. 1918 by Edgard Maxence (1871-1954)

Favolette Brechtiane 11 – Barbariccia

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Per fortuna c’è Amazon

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The Return, 1950 – Stephen Greene (1918-1999)

Farla breve. Ricordo molto bene il mio primo e tutti i successivi sentimenti di noia e frustrazione di ritorno dalla Francia – di depressione, ma ancora la parola non mi era chiara – , e al varcare la frontiera con la Svizzera; la Svizzera costituiva solo una dilazione dei cento passi sul miglio verde che ci avrebbe riportati in Italia. Non eravamo emigranti o da emigranti di lusso capivamo poco ma immagino che un calabrese, dopo la Germania, il Belgio o icche è al paese non avesse che poca voglia di tornare. A far cosa?

Già sotto il tunnel del Sempione mi sembrava che il treno si mutasse in tradotta. Una tradotta per poveri di spirito, uni, cattolici – loro –, provinciali, filistei, proni. Contrari all’aborto perchè inconsapevolmente consapevoli di esserlo. La stessa sensazione anni e anni dopo sulla vera tradotta che mi portava a Udine, al mio battaglione del Genio – no dico, è ovvio – 104° Torre di Remanzacco. Rispetto alla vita autoproclamata civile, con le sue ingordige, la sua microbiologia pullulante, il suo distacco dal resto del mondo la Francia in generale, e Parigi nello specifico, sapeva allora di libertà dal bisogno di mentire, di arrangiarsi, di infurbirsi. Sapeva di bagaglio leggero. Chi stava con me in compartimento non sembrava condividere il mio disagio a dover smettere di parlare il francese, in favore di quell’argot multidialettale, oggi multimediale, che costituiva l’italiano dei più. L’italiano pezzente senza pezze. L’italiano gratta e vinci. L’itagliano.

Ma non avevo letto Flaiano che nel 1950 al ritorno da una viaggio simile, con un unico nodo di stringhe scrive, Triste ritorno in Italia, che appare un paese di giocatori di totocalcio. Squallore. Da Ventimiglia a Genova grassa signora che chiede un passaggio. Forse vuol fare una marchetta. La lascio in un caffè di Genova, dopo aver preso un panino. Ennio Flaiano – Diario degli errori , 26, pag 19 – Adelphi.

Et voilà chères dames et messieurs l’Italia vintage del 1950, di oggi

https://blog.uaar.it/2021/06/22/pressing-del-vaticano-sul-parlamento-contro-il-ddl-zan-uaar-uninaudita-ingerenza/

Non credo che leverò la mascherina anche se me lo diranno. Non voglio respirare l’alito dei microbi. Unica fortuna, Amazon a permettere di andare lontano.

Si battone per l’Idea, non avendone – Ennio Flaiano – Diario degli errori , 29, pag 19 – Adelphi.

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L’ElzeMìro di Martedì 21 Giugno

Favolette brechtiane 10 – La disavventura di Pommesfrites Giardiniere

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Spiritati

Intelligenza senza poesia e senza humour, spirito di patate o almeno sarcasmo, me pare pistola carica in mano di un bambino. Nella migliore delle ipotesi. 

C’è chi se la  pensa e se la canta con Nietzsche, i Greci, prende partito per o contro Freud, si dibatte da  sé come una mosca contro il vetro sz tunc sz tunc sz tunc e non si avvede, preso com’è a eccitarsi di citazioni vetrificate dal tempo che la finestra è aperta. Filosofo, musicante, pittore o autonominato poeta di una provincia dell’anima, si convince che maronna Verità viaggi con lui in filobus ogni mattina e non sa che cara grazia se la ragazza col glitterante vero sul capino si azzarda a uscire di casa e con prudenza e a piedi e guardandosi bene dal metterli a casaccio, causa fondo dissestato. 

A motivo di ciò invece di pasticciare festival o sagre spirituali – titolo, Accadde a Torino – occorrerebbe organizzarne di spiritose. Sarebbero meno affollate di aspiranti ad essere spiritati da un qualche fulmine a ciel sereno e più di ispirati dalla contraddizione,  siccome iscrisse Rilke, sulla propria tomba a Raron(CH), della Rosa – o di sé chissà con qualche pregiudizio –: Rose oh reiner Widerspruch, Lust, Niemandes Schlaf zu sein unter soviel Lidern*. Non mi pare vi sia cabala che si dia il tesserino di sacrocuore che valga la battuta di Totò, Veda maresciallo per un ladro, morire da carabiniere è una grande  soddisfazione.

Poscritto. In un mercato persiano i popoli si scelgono con puntiglio i loro carnefici. O li accettano, atto che, gira e rigira biondina,  equivale a una scelta. Amano la farsa si capisce. La democrazia del patibolo. O come patibolo. https://torinospiritualita.org/

* Rosa,oh pura contraddizione, sotto tante palpebre di non appartenere al sogno di Nessuno, intenzione

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L’ElzeMìro di Martedì 8 Giugno

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John Singer Sargent -Studies for Gassed , 1918/19

Favolette brechtiane 9 – Il palombaro Olimpìno

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L’ElzeMìro di Martedì 25 maggio

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Favolette brechtiane 8 – Benno

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Prodotti Perfetti

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Paul Kirchner

 

Naturale che venderanno, vendere e venderemo ma, attenzion battaglion, frequento la musica da anni 65, mese più mese meno. E ci ho lavorato assai con e proprio dentro. Lirica e non soltanto lirica, anche Jannacci, sì è vero, ho imparato da principoni come Gavazzeni e da maestri sostituti che suonavano a prima vista dalla partitura di Barbablù certo certo certo, sono un signorino snob diranno le pie donne, benché ascolti di tutto da sempre, una volta per mestiere adesso anche per piacere, o per abitudine, dalla Sposa venduta di Smetana a NTS, l’emittente musicale dove si può ascoltare il jazz giapponese e le solite ossessioni rap benché di Scicago. Ma che siano di Schischicago o della Barona-Trans-tevere( Milano-Roma) la un c’è la differenza: da ga dìga, dìga dàga, dàga dàga, dìga dagadà. Dipende da come ci si vuole imbrogliare o da che fede abbracciare – sinonimi sì. Ebbene ho ascoltato i Måneskin – chiaro di luna in danese informa la Treccani, sono già lì i ragazzi – e osservo che la metrica è quella che ho cercato di riportare con digadaga: un ibrido tra rap, reggae, punk, funk, kukù klan.

Osservo con le orecchie, allenate assai per fortuna, che a dispetto dell’intonazione – ma se stai in maggiore e ti abbassi di una terza o sali di una quinta stonare sarebbe da acrobati do la do sol do re – la canzonetta presentata a SRemo e poi nel contesto europeo di cui la capo ufficio relazioni estere della Rai dice essere piena di energia, metafora sotto la quale si nasconde la polvere di casa, la canzonetta è costituita da un una linea di canto aspecifica e da un batti e leva leva e batti in 2/4 delle percussioni ovvero pum-cià pum-cià nello stile che di sicuro chiunque ha sentito rimbombare nelle carrozzerie delle Yaris hybrid zeppe di ragazzi in  Satursday’s night mission. Non mi pare che il drummer tenti mai una rullata o un colpo di piatti, pum-cià ma mmetto che la ripetizione senza a-variazioni mi distrae però… La chitarre butta giù gli accordi guida (ma è play back, direi) il basso boh, è della  femmina del gruppo, Victoria. Questo è l’arrangiamento. E garantisco, ho ascoltato tutti i loro pezzi disponibili in Youtube – mi documento né – quindi  provare per credere. Kate Bush è Fiona Apple sono al confronto Mahler e Schubert. Paolo Conte sentire cosa vuol dire arrangiamento, che è orchestrazione. Ma Paolo Conte non è un prodotto è un artista. Evito di spingere il recently defunto sulla scala di mi-mitolgico. Non voglio citare i soliti Queen e Pink Floyd. Per non dire di più.

Mia moglie mi dice che i MK sono però un ottimo prodotto. Vendere e venderemo. Reggono la botta dell’estero. E vero e poi ah ah belli belli sì tutti, italiani, taliani, ciao ciao dicono loro un giornalista polonese e un altro mi pare lituasco, ed entrambi  per un istante prendono un po’ di abbronzatura. Damiano soprattutto, il front man benché un po’ gobbo sotto le bretelle di Etro, è più figa di Victoria la bassista con nel sangue ha il passo del cammello colpito da un raffica di schegge da attentato; in scena ma non la ferma nessuno, verso i cinquanta soffrirà di mal di schiena, però a quell’epoca la neurochirurgia farà più miracoli di adesso. Mia moglie mi dice che i MK sono però un ottimo prodotto, vendere e venderemo. Ben truccati – poco Amneris tuttavia, allungarli quegl’occhi mica fare le signorine e lo smalto nero sulle unghie trovo deprima l’incarnato; secondo me un vero uomo deve osare il rosso in tutte le sue gradazioni, al limite i glitter – ben immaginati dall’art director di un preclaro gruppo di creativi ( Claudio Santuccci per la Giòforma, Milano ha l’immagine in mano) e, prenderne atto, molto comunicativi; sono persino simpatici a modo loro e parlano inglese. Domani si dovrà parlare cinese forse ma per ora i giovini parlano, anche bene, l’inglese. Fanno sotto sotto liceo classico e british council più che cafeteria di Aberdeen(Washington-US città capodanno di Kurt Cobain) e la musica… la musica domanderà qualche imprudente, bah la sintesi è a little something for the gents in the audience eh o o o alla Landini di oggi alla conferenza della CGIL. 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/23/landini-a-un-anno-dalla-pandemia-torniamo-al-lavoro-precario-e-alle-liberalizzazioni-e-una-presa-per-il-culo/6207569/

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Verdino

Un film sulle rughe e nemmeno in odor di viagra. Un film da non vedere o al contrario da osservare per darsi conto di quanto l’età, per quanto lontana dall’esito finale, possa devastare la capacità d’intendere e volere. Non succede a tutti. Verdone qui non è che una maschera della morte e procura un orribile fastidio.  Orribile è il film costruito intorno con rara sciatteria, quella di un pensionato che ciabattta fino alla bisca di quartiere per giocarsi la pensione, questa mi pare la definizione più vicina al prodotto Si vive una volta sola. Non ha registri espressivi, non c’è composizione, narrazione, piani, montaggio, fotografia. Zalone è Renoir al confronto.

Comincia con una scena in stile based on Tom Clancy’s novel…, esterno notte, auto nere, lampi blu, campi lunghi telati assai. Ma a seguire dalla più nera delle auto nere l’avatar dell’uomo in bianco, l’errore dei due mondi, nella clinica del famoso chirurgo Verdone; la macchina a mano confusa sul da farsi segue genuflessioni e baciamo mani e anelli. La scena è rivoltante. Ma senza Risi a dirigerne il riflusso. Critica assente; Verdone la dà per scontata, forse ci crede, ma è assente il sarcasmo del dottor Tersilli di Sordi/Salce. Il quartetto dei personaggi cinemedicali del film è sordido, di brutti vecchi, mendici più che medici nelle cui mani nessuno si metterebbe ma che Verdone indica come salvatori di vite. Mmaddeché. Dialoghi da serie televisiva italiana. Vuoti e vuoto scenografico intorno, l’ambiente ospedaliero non è raccontato nemmeno come luogo di lustri lustrini. Chiunque abbia intravisto una sala operatoria da paziente o la magistrale serie di secoli fa, E.R, sa di che parlo. Non è vuota. Peccato.

Il film peraltro da quella scena iniziale non scorre, non corre, non va, non arriva, va alla deriva, si spiaggia su una battigia (si ringrazia la regione Puglia) di volgarità rara, senza paragoni persino con i raccapriccianti Natali a Capecazzo. (in effetti manca in Si vive una sola volta, la svizzeretta appena uscita dal reparto intimo della coop che è la signora Hunziker-rarissmo esempio di inettitudine a recitare che avrebbe in effetti completato il quadro).

Verdone nel film somiglia molto a Verdini. Non invecchiato ma gonfio, bolso, decrepito, scemo. Guardarlo risulta penoso. Ma lui si permette ripetuti character dollies, primi piani in cui sfodera il suo repertorio mimico, quello che lo ha reso grande a suo tempo o non lo avrebbero colmato di meritati riconoscimenti, e che sbuca ma tra le rughe. Per contratto a tutti gli attori, no nomi per pietà, è distribuito lo stesso bilanciato numero di takes. Il resto è un penoso ricorso a’ un romanesco strascinato in una padellata di nun me rompe’ er cazzo, nun m’importa un ~, ma che ~, ma vaffanculo, gliel’ha/ho data che, detto da una signora, Foglietta Anna di anni 42 al trucco 58, risulta ancora più sgradevole per lo sfaglio che l’occhio registra tra il detto e il veduto. Verdone primario nel film ha una figlia forse analfabeta, datosi che parla solo napoletano con accento brasiliano, forse è una drag queen sfuggita da un orfanotrofio brasiliano, la domanda e senza risposta e la figlia senza collocazione drammaturgica. Transitoria la storia del non sono stato un buon padre e il ti voglio bene finale. Ecchisenefrega.

Non si sa che cosa è successo a Verdone. Non è mai stato uno che si preoccupa del punto macchina è vero – del resto nemmanco Monicelli talvolta – ma persino in brutti film come Gallo cedrone, ha fatto letteratura; qui sembra averla dimenticata del tutto, la macchina e la letteratura; come dimenticassi io la penna o, nel caso presente, la tastiera e la griglia di WP: implacabile c’è, ci dovrebbe essere. In quasi tutti i suoi film, a Verdone è bastato mettere sé stesso nell’inquadratura, lasciarsi andare alle sue magnifiche parodie, per dipanare la matassa del racconto; ma qui non c’è parodia, né detti né sottaciuti. Qualche sottaceto al ristorante. C’è, per chi guarda, il disagio nel vedere un artista che si spegne sotto le scarpe da sé, come una sigaretta sulla soglia della RSA. Dispiace. Dispiace davvero. Avrà altre opportunità. Dissolvenza a nero. 

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