L’ElzeMìro di martedì 24 aprile

George C. Tooker 1920 2011 Un ballo en MAschera 1983 litografia ROgallery

George C. Tooker (1920-2011) Un ballo en Maschera,1983, litografia, RoGallery

Per fortunate e misteriose vie, ai suoi occhi con l’istinto della talpa, l’ElzeMìro ha ritrovato alcune interessanti lettere indirizzate da uno psicopatico a una certa dr.ssa Xenia Dedgyakéli-К. Делжакели. Del mittente non si sa nulla ma la sua scrittura è parsa all’ElzeMìro avvincente, benché a volte noiosa e dunque evitabile. L’ElzeMìro pubblicherà a suo giudizio, alcune poche, le più stuzzicanti tra quelle lettere che va decifrando, editando e in parte traducendo ché scritte saltando dal palo alla frasca di varie lingue. Della destinataria dr.ssa Dedgyakéli si sa invece, e qui si riassume, che nacque in URSS, Batum-Georgia 1938, da Konstantin D., tisiologo, e Nina Halvashi insegnante di danza. Alla data dell’invasione tedesca i D. fuggono dal paese, e intraprendono una pericolosa odissea per terra e per mare, nero, fino a Istambul dove il dr. D. trova lavoro all’ospedale inglese, oggi Ingiliz Hastanesi,non si esclude esercitandosi nel contempo nello spionaggio a favore degli alleati, anzi pare addirittura impiegato come interprete in una stazione di ascolto radio. La figlia Xenia (Ksenia) frequenta prima la scuola femminile italiana della città, oggi Galileo Galilei, indi il liceo francese oggi Pyerre Loti. Nel 1960 a Parigi e con qualche anticipo sulle consuetudini, X.D. diventa medico come il padre, sceglie la psichiatria e l’abbandona però quasi subito dopo la specialità conseguita con la tesi Aliquid pro aliquo, temporalité et schizophrénie. Segue invece i seminari di Jacques Lacan e diviene psicoanalista. Senza lasciare nulla di scritto in merito eserciterà questa professione fino al dicembre 2017, data in cui della dottoressa si perdono di colpo le tracce. Non da escludere il suicidio o una forma di esilio al suicidio equiparabile, la morte per cause mortali ad esempio. Tuttavia ad oggi, per la polizia la Dedgyakéli risulta scomparsa. Come l’ElzeMìro abbia potuto prima conoscerla, e per quali vie poi essere entrato in possesso delle lettere potrebbe essere oggetto naturale di congetture che l’ElzeMìro si guarderebbe bene dallo smentire. Dunque…

da Martedì 24 Aprile

Pasquale D’Ascola

In Gli amanti dei libria cura di Barbara Bottazzi

Lettere di ignoto alla dr.ssa Dedgyakéli – 10

Lettera decima, marzo 17, bus

http://www.gliamantideilibri.it/?p=68965

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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L’ElzeMìro di Martedì 17 Aprile

George C. Tooker 1920 2011 Un ballo en MAschera 1983 litografia ROgallery

George C. Tooker (1920-2011) Un ballo en Maschera,1983, litografia, RoGallery

Per fortunate e misteriose vie, ai suoi occhi con l’istinto della talpa, l’ElzeMìro ha ritrovato alcune interessanti lettere indirizzate da uno psicopatico a una certa dr.ssa Xenia Dedgyakéli-К. Делжакели. Del mittente non si sa nulla ma la sua scrittura è parsa all’ElzeMìro avvincente, benché a volte noiosa e dunque evitabile. L’ElzeMìro pubblicherà a suo giudizio, alcune poche, le più stuzzicanti tra quelle lettere che va decifrando, editando e in parte traducendo ché scritte saltando dal palo alla frasca di varie lingue. Della destinataria dr.ssa Dedgyakéli si sa invece, e qui si riassume, che nacque in URSS, Batum-Georgia 1938, da Konstantin D., tisiologo, e Nina Halvashi insegnante di danza. Alla data dell’invasione tedesca i D. fuggono dal paese, e intraprendono una pericolosa odissea per terra e per mare, nero, fino a Istambul dove il dr. D. trova lavoro all’ospedale inglese, oggi Ingiliz Hastanesi,non si esclude esercitandosi nel contempo nello spionaggio a favore degli alleati, anzi pare addirittura impiegato come interprete in una stazione di ascolto radio. La figlia Xenia (Ksenia) frequenta prima la scuola femminile italiana della città, oggi Galileo Galilei, indi il liceo francese oggi Pyerre Loti. Nel 1960 a Parigi e con qualche anticipo sulle consuetudini, X.D. diventa medico come il padre, sceglie la psichiatria e l’abbandona però quasi subito dopo la specialità conseguita con la tesi Aliquid pro aliquo, temporalité et schizophrénie. Segue invece i seminari di Jacques Lacan e diviene psicoanalista. Senza lasciare nulla di scritto in merito eserciterà questa professione fino al dicembre 2017, data in cui della dottoressa si perdono di colpo le tracce. Non da escludere il suicidio o una forma di esilio al suicidio equiparabile, la morte per cause mortali ad esempio. Tuttavia ad oggi, per la polizia la Dedgyakéli risulta scomparsa. Come l’ElzeMìro abbia potuto prima conoscerla, e per quali vie poi essere entrato in possesso delle lettere potrebbe essere oggetto naturale di congetture che l’ElzeMìro si guarderebbe bene dallo smentire. Dunque…

da Martedì 17 Aprile

Pasquale D’Ascola

In Gli amanti dei libria cura di Barbara Bottazzi

Lettere di ignoto alla dr.ssa Dedgyakéli – 9

Lettera nona, s.d., la furia del buio

http://www.gliamantideilibri.it/?p=68889

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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Tre manifesti all’insipienza

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Come dimostra Orwell, il Ministero della Verità è anche sede della menzogna più profonda. Con queste paroline, Alberto Giovanni Biuso termina la più recente tra le sue riflessioni, sull’oggi, Ministero della verità, https://www.biuso.eu/2018/04/11/ministero-della-verita/

Ora, prima di continuare la lettura qui di seguito, invito con veemenza a leggere il prof. Biuso. Naturalmente molti, dopo, mi domanderanno, Ma cosa c’entra il culo con la sottoprefettura, signor Dìscola, c’entra c’entra il motto rumeno e la dice lunga, a chi ha orecchie lunghe. Ed ora, mi permetto, largo alla furia, perché mo’ no, no no basta, basta stop, fermateli, date loro una vanga e che scavino ripetendo 3650 volte la frase di Eastwood, Ci sono due tipi di uomini al mondo, quelli con la pistola carica e quelli che scavano (Il buono il brutto e il cattivo); basta cinematografari fotte e chiagne chiagne e fotte, che se ne fottono e fottono quelli che li potrebbero fottere se li potessero fottere e che allora si fottono tra loro prima, poi tra amici che fotteranno loro. Tutta una cabala del fottere nel film. NON. SE. NEPUÒPPIÙ. Per quel che mi riguarda è ora, adèss cattivo; per anni ho sbagliato a pensare che antipatico bastasse a tenere le distanze con la poltiglia umida, le cicche masticate e attaccate sotto il banco, i frullati di merda con frollini di segatura che si spacciano per artisti e pigliano premi,  lodi,  e spiegano e piegano concettismi e titubanze da esegeti della croce, Basteranno tre chiodi…???… Tre manifesti ad Ebbing piripì piripì, visto al cinema della parrocchia di Galbiate-Lecco; brave persone in sala, poveri nani da avvisare che ci sarà violenza caso mai non sapessero che nel cimena non ci si ammazza davvero, E PURTROPPO; spiegare; a quel punto qui, conviene pornogrammare non-stop di Rambo e la Sirenetta, roba che almeno mette allegria. Tre manifesti, strapazzo all’arte, basta, ma che avvertimenti dare, certo sì alle pensionate sedute in sala, avvertirle che fottere è solo un verbo transitivo o riflessivo, a seconda, e che non per forza ha a che fare con la domanda da che cosa nasce, il cosa; Tre manifesti, manifesto di questo cinema che vuol essere arte, ma l’ha messa non si sa da che parte. Ersatz di luoghi comuni spacciati per critica sociale, per che cosa, tutta la critica americana a se stessa è abuso di credulità popolare, circonvenzione d’incapaci, appropriazione indebita d’intelligenza. Tre reati, altro che. Si legga Biuso. Un tempo, quando ero solo antipatico, mi dicevano, Sei invidioso, macché, balle, si invidia chi si ama, ammirazione, perché mai invidiare un macaco, mica uno solo, una legione di macachi, fanno il cinema come se lo faceva Mario Soldati, a savoiardi tuffati nel vino, ma meglio ché almeno niente aahehihohuh, scopate a cavalcioni così di lei si vedano almeno le tette, Metoo dimmi tu dove l’ometto, pippe per attirare il premio, la lode, l’estasi di Rapubiqua, del Corrierino dei Grandi con tutte le repubblichine,  Oh sì mollto carrino… oh rr rr, elles roucoulent les rikikirepubliquines, faut ecouter comme. Vuoi la critica sociale, guardati qualche volta Il giudizio universale, quel di De Sica, e imparare, Tre manifesti, of my boots. 

Adesso per dire che un’opera, un film, è un particolato di niente, si dice carina, poi che è ben recitata. Ah sì, cinque minuti conosco il mestiere, metti un attore/ice a tu per tu con un 35 mm. Zeiss e nemmeno dopo un po’, subito, vai, di quelle smorfie, di quegli occhi al cielo, di quei sberleffi alla babbaloneria del pubblico che squittirà orgasmo metafisico, tutti Sante Terese. Oscar alla Fantateresa. Mica è meglio, anzi andiamo ma peggio, ma peggio ma peggio con gli spettacoli lirici, quello che vuoi, i librini per l’infanzia senza Ivan, i romanzi sui golfini della zia, sulla liberazione della nonna, sulla autoreggenti delle giannerodare; la letteratura pane & cicerchie al popolo, buono quello, tutti a guardare nel fondo degli occhi il telefono, un tempo in treno almeno le parole crociate; oggi il 27 verticale è un esercizio da intellettuali. Dite voi se vi sia un settore dove si trovi un po’ di musicalità, emozione, immaginazione, terrore, ridicolo, eccesso, disperazione, furia, ritmo. Stile. Miei incliti 254, stile sì, roba che abbisogna di palle; macché, niente tutto finto, affatturato, acqua di rose sintetica; tutto un sorridere, il sorriso ha sostituito l’intelligenza e il carattere. L’arte è del tutto priva di palle, coraggio, di arte soprattutto, chicchiricchì; notare che il gallo non possiede un Augellin Belverde, ma una trombetta che spruzza da lontano, un spray a sperma. Ci sguazza nei particolari crudi il Tre manifesti, ma da ridere e sbuffare, noia, non cotti e mal lavati, tra-manifesti-che-ballano, come che fosse tutto una  una novità, il Kukurukuclàn, la via siriana alla tortura, le galere veneziane, la Gestapo, la banda Koch, Guantanamo, la scuola Diaz…genova per noi… i direttori della prima guerra mondiale, l’Inquisizione, ah già quella è pur sempre santa. Comunicazione e liberalizzazione. Liquidazione.

Tre manifesti, Vèstern senza cavalli, spaghetti e panorami, nemmeno un piccolo Jellystone, scritto e diretto da un praticante della scuola del cinema con un’ambizione, far finta d’essere un cugino Cohen. Propaganda per la forma dell’acqua che, essendone priva, si sa. Mai annoiato tanto, fossi stato da solo e fosse stato aperto il bar del cinema sarei passato a bermi una Spumador nera con patatine in busta.  I bar di paese sono irresistibili. 

Tuttavia, stante che il cimena è parrocchiale, bon là, c’è ‘na provvidenza; alla fine, unica cosa buona del film, il finale interrotto, dopo tanti chassis di pellicola consumati a tirare in lungo… ohi dico, sette minuti per simulare la lettura di una letterina di mezza pagina mentre piovono bombe molotov; in sette minuti Rambo, immaginarsi… mai il tempo fu più oltraggiato, The Rape of time William, pensaci, or The Screw without return. Dov’ero, ah sì, la provvidenza, il film si interrompe sulla battuta beckettiana…???… franceschina…???…viaconvento…???…Ci penseremo strada facendo. Sicché finalmente facendomi strada verso la toilette, EST EST EST, pippiripì. Oh.

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Letture – Animale morente

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Andrea Jansens – Thinking is Ok. – http://www.andreajanssens.com/new-gallery-5/

Diciamo che non è colpa sua se vive appieno, ma con sviste sospette, in un mondo dove il possesso, di qualità senza qualità, dà al giudizio forma perentoria, successo. Con il rispetto, la circospezione e l’ammirazione dovuti a uno scrittore che ha sfiorato il Nobel senza convincere la Regale Accademia ad assegnarglielo, presa si sa com’è a partorire premiaturi tra gli iscritti alla Lega adenoidèo-comunista di Transnistria, la lettura di Animale morente di Philip Roth mi ha lasciato l’impressione tanto del talento che esplode quanto del suo farsi risucchiare o sostare sull’orlo di un buco nero, quello del luogo comune. In Animale morente persino la morte è un luogo comune, il solito cancro, il solito ictus, un ballo in maschera; la mitologia americana, figli, familia, padre, Analista, Porsche, pube, libro e maschietta. Ma tant’è, Roth fa parlare un uomo, inutile come nella canzone di Rascela, prufessùr, colto, al solito e, quanto un personaggio di Allen senza-orore-de-se-stesso, o tale che l’orrore di se stesso ha superato la possibilità di dirsi, Oh to’; ma non più o non meno di un direttore marketing, di un finanziere, di un direttore creativo, di tutto il superurbian power. Gibigiàne; il mondo fatto a immagine e somiglianza di un ologramma. Possesso e accumulo. Così l’Iogrillo parlante del libro, un chiacchierone compulsivo, non parla d’altro; di come il possesso, figa tette culo pelo altrui, stia al vertice e nello stesso tempo alla base di ogni intesa sottesa…con prudenza o cade la scure del carnefice, nè Weinstein… tra dominanti umani americani, qui al solito Hey Judeb. Che poi vuol dir tutti, ché la lotta di classe è stata sostituita dalla rivoluzione borghese dei costumi, intesi mutande, gonne e pantaloni, dettaglio che Roth trasmette di sbieco, lasciando all’iperparlante il ruolo di cabalista sociale e di se medesimo, critico del movimento che da noi sfocerà nel ’68 quale caricatura dei moti pel pane, e degli scioperi per le otto ore. Bon, tutto il subbugliòlo borghese a cosa portò, domanda e risponde Roth, se non a possedere pantaloni, capelli, spinelli, bagaglio da copula… qui sfociò nel terrore, uso politico del fucile; il dogmatismo americano, si legga American pastoral, del ribaltone non riuscì a superare l’aspetto tricoteur… scopare, il termine ricorre molto nel breve lavoro di Roth affilato dal lugubre suo sinonimo andare-a-letto, atto questo che la maggior parte di noi compie quasi ogni notte senza che all’andare si associ di necessità il venire. Libro politico, borghese, Animale morente è l’occidente trasfigurato nella testa di questo dr. Kapesh, povròmm consapevole e addomesticato, uomo pieno di Qualità, dunque ohne (eigene) Eigenschaften oh Musil, maniaco sessuale anorgàsmico e persino carente di un Hitler all’orizzonte, di una rabbia, di un’indignazione, emozione, bersaglio; epìtome di chi ha sposato l’arte e la mette da parte, cunnòfilo che invecchia attizzato dalla sua incredibile o ineguagliabile attitudine all’erezione, e che della critica ha fatto il suo far qualcosa che, laggiù, oltreoceano, procura macchine di lusso, appartamenti con pianoforte e tutto un circondarsi e circoncidersi d’arte appropriandosene come fosse figa ma senza produrne come fosse figlia. Come se si potesse possedere un’esistenza senza esserne posseduti, morire. Come si potesse possedere l’arte senza farne parte, finire… Kapesh suona da umile saccente son petit piano, possiede tutte le sonate di tutti ma nessuna lo possiede. Animale morente è la radiografia cinematografica del nostro mondo incapace di sfuggire all’accumulo, al capitalizzare tutto; più che un libro una diagnosi. Infausta benché… non sono riuscito a capire se generosa; forse, compiacente, non saprei. Dunque rileggere Il teatro di Sabbath dello stesso Roth o il Reigen/Il Girotondo di Schnitzler; dove c’è il resto, sarcasmo, ghigliottina, trincea. Finis. Peraltro il libro è altro, oltre, come ogni libro autentico non è uno, ma molti. Così si può leggere qui in https://www.biuso.eu/2018/01/07/roth/  che cosa ne cattura A.G. Biuso il noto filosofo di Catania.

a.  da 26:40 in  https://www.youtube.com/watch?v=JIMdhdndqXk 

b. gioco di parole tra il tedesco Jude, ebreo, e Jude, Giuda in inglese, nota canzone di Lennon-McCartney, The Beatles, 1970 https://www.youtube.com/watch?v=A_MjCqQoLLA&list=RDA_MjCqQoLLA&t=31

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Un filo fantasma

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Innanzitutto non è nascosto il filo. Ma fantasma, immaginario, persino isterico, phantom pregnancy si dice. Poi guardare un po’ qui il logo del film che è mah… Occorre una quai cautela nel parlare delle opere altrui. So quel che dico. Io leggo e guardo come se fossi stupido e per lasciarmi stupire. Abbasso la guardia del saputo e del saputello. L’ho già detto in altre maniere. Mi alleno alla demenza senile. Ma colgo subito lo stile. E parlo per simpatia. Roba da liceo classico, capisco. Così a costo di passare davvero per stupido dichiaro qui che mi è piaciuto molto un filmetto di Anderson, quasi Andersen – chi è costui andare a guardarselo – dal titolo in sé affilato, Il filo nascosto. Vedi sopra, chi vivrà vedrà. Difficile parlarne e per fortuna l’assenza totale di una trama, di una storia, lascia concentrare sullo stile dell’Anderson che può permettersi di ordire, è il caso di usare l’abusata similitudine, un racconto a partire da niente, ovvero dalla stoffa a disposizione. Un attimo oltre la linea e sarebbe stata la storiella dell’amabile proletaria toccata dalla fortuna di toccare il cuore del ricco sarto, avrebbe ricordato persino un po’ Perrault, senza il feliciecontenti. O Ninotchka senza sorriso. Ma non è così. Il film è di strepitosa altezza nel mettere in scena un filo e nasconderlo. Così bene che tutto il lavoro interroga, sembra domandare, Che cosa ci trovate qui dentro, in quest’abito. Una battuta infatti la canta più o meno così, si può nascondere di tutto nella stoffa dei vestiti… In un istante, quasi un’istantanea, la bella Alma/Vicki Crieps trova e leva da sotto una cucitura dell’abito nuziale per un’immaginaria principessa di Brabante il motto never curse/mai maledire, oh Perrault, mon Perrault…

Dietro di me sedute due voci femminili ogni tanto sospiravano frammenti interpretativi, stile sacro cuore… bell’egoista lui. So quel che dico, la spècolologia cerca la spiegazione, una sola, la sua. Chi è lei e lui che è lei, lui, cioè l’altra, la sorella/Lesley Manvile, tradotta con sagacia la Talequale. Chissà in inglese… fa lo stesso, un’opera tradotta, transita sempre da un mondo all’altro, da una factizie all’altra. Così ben celato questo thin thread che non si può nemmeno dire sia ben recitato il film, ed è un pregio. Strepitose maschere, specie le femminili, cioè tutte, gli attori agiscono come fossero inconsapevoli spiati. Sempre autentiche, nonostante lui, il Day-Lewis, sia un pelino gigione di tanto in tanto,  un po’ intruso, lo è, che vuol far l’attore. Ma è colpa lieve; doveva giocare sopra le righe e oltre, fuori dal banco. Ruolo difficile. Ma le donne no, le donne del tutto immerse in quel reale fittizio, limbo dove il niente prende corpo. Ispirate. Streghe a convegno, scorte da un occhio complice. Il femminile a convegno, scorto da un occhio compiaciuto. Chi macina funghi velenosi non può essere una cattiva persona. Parlo anche delle meravigliose Parche, le sarte, che circondano il Maestro, operose, silenziose; compunte cuciono e soprattuto tagliano e disfano, rifanno bene il fatto. What’s done can’t be undone. C’è un po’ di Macbeth e un po’ di Cenerentola. Oh cielo che meraviglia quelle manine grassocce che dispongono di buon grado la trama, le trame artigiane del…destino…??? … non non l’ho detto. Ma c’è qualcosa che lo riguarda. Dir non saprei oltre né vorrei. Il filo è fantasma. Lasciarlo là. Al di là. Threaxit.

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Considerazioni inattuali – Da un castello all’altro

acrobata

Desideria Guicciardini – L’Acrobata – ill.ne per Il Circo delle fanciulle di P.D’Ascola
È proprio vero che nel linguaggio il sole sorge ancora – Ernst Jünger – Oltre la linea

In seguito alla lettura di Da un castello all’altro. L.F.Céline – Einaudi

Ovvio, occorre dirlo, che Cèline fu un maledetto genio o un genio maledetto o più in succinto un maledetto, ancora più o meno che genio, non poté esserci che come fu, Inadatto; e pure adattato del tutto, plasmato dai tempi e dai costumi, in breve dal tempo di sempre, una variante dell’eternità detta impermanenza, l’autore che sancì l’impossibilità di essere letti. Scrivere per scrivere,  evìnto che per scrivere ed essere letto non potresti che forgiarti un’altra figurina, un golem o un leviatano, o puro e semplice nom-de-plume che scriva per fanciulle. Il pubblico, senza distinzioni, è stato tutto forgiato ed è costituito oggi da fanciulle o non sarebbe pubblico. Bensì privato. Céline ebbe un subito successo e subito dopo dalla catastrofe fu scelto, e la scelse fino alla bassura. Uno stile di provvidenza bizzarra, ma stile, assoluto.

La sua noce senza voluttà senza desiderio, si vota all’estinzione nel linguaggio. Solo sparire in una bruma. Fu santo al cui confronto gli altri sono piccole pippe. Risulterebbe sottrattivo ridirlo fascista, non  insultante. Io non credo però fascista, ché fascista è un adeguarsi al potere per il potere, bada lì. È l’estremismo del piccolo borghese, e il quietismo della borghesia bella e buona, oh Pasolini. Céline mai. Non mi risulta. Volle vedere fino a che punto, non sottrarsi, gioco pericoloso, ovvio che  ti inquadrino in un mirino, uno qualunque, altrimenti non si dà. Del resto lo hanno detto anche a me, per molto meno, fascista anzi nazista, compagno che sbaglia, ma mi non son compagno a nisùna. Lo dissero a mio padre per molto di più, dopo la guerra, perseguitato dal fascismo fin dai tredici anni, due condanne a morte, fughe, inseguimenti, spina dorsale rovinata saltando dalle finestre,  ufficiale GAP, collegamento con l’OSS – che non era una sezione delle SS – eroe della Resistenza eppure, Compagno che sbaglia, trotzkista, fascista. Aveva un taccuino sul comodino, da vedere i successi dell’eroe della Resistenza, casa popolare per tutta la vita, voleva scrivere, aveva da dire, tacque, e se ne andò. C’è un disegno nella propria morte. Metodo. Il sistema, qualunque sistema, costituendosi proclama i suoi avversari, definisce le minacce che desidera evocare di là dalla sua linea di tolleranza del vero, tutto carino o tutto fascista. O Non-ti-capisco, ateo, difficile, artista, reietti. Ogni epoca che si costituisca sistema ne fabbrica. Volere o volare. Ogni sistema, ogni (S)tato dunque è Leviatano, volere o volare. Non so quanti ve ne accorgete, oh incliti duecentocinuantatre lettori, – mica conto sedici milioni di torridi clictoridi – che il Leviatano è furba bestia, adattativa, ha cambiato modi, oggi sono moìne. Oh, è una macchina infernale, pubblicità, marketing, giornalismo, persino libere elezioni sono, Das Zeichen einer Welt, die nicht klar sieht – Gottfried Benn, Poesie statiche segno di un mondo che non ci vede bene. Il nichilismo oggi ha assunto il volto del proprio contrario per incantare – badate ben i 253 che significa pietrificare – l’europeo medio. E questo farlo medio è il segno del suo nichilismo. L’arte infatti è scomparsa. Mica credere, tutto è altro, è anestesia. Letteratura, puah, si tratta di portare buone novelle mica di scrivere. Essere letti è impossibile, come fai a farti leggere. Dovrebbero saperlo fare. Ma, dice Cèline, nessuno legge, saltano, dice, mirano alle conclusioni. E allora. Lettura è stare sul pezzo, sul metodo della parola, letteratura. Mica clic e déclic e salam-a-like. Scritture creative. Dunque tacere. Cèline lo dice, alla fine stare zitti. Il silenzio è una grande tentazione. Ma è roba da Santa Teresa. Santa Tersa. Angeli.

Cèline è angelo, lettura da artisti, reietti, il resto è, Carla disse qualcosa, Gianni si voltò, il suo golfino verde di angora aveva il profumo della sua pelle, glielo levò. Poi capezzoli, fighe, condivisioni, sentimenti di rigorosa bontà, in corpo cattolico… Tartuferie. Conigli, canaglie, coglionerie, vigliacchi. Ci vuole coraggio, ma un sacco per accettare non la morte a credito, ma a rate. Arrancare tra mille frecce e ostacoli, di sistema mica da ridere, pensioni che non arrivano a farti mangiare, recriminazioni per darti una lezione, bandirti, ucciderti. Oppure vivere. Consumarsi, Esplodere, barnum stellare. E danzare. Come i sufi. Per poi cadere.

Dopotutto, dopotutto.

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Pablo Picasso – Portrait de famille II – Lugano MASI

 

a. triestino per, non sono uguale a nessuno

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Ritratti da Shakespeare

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…volti fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni, per citare il finale della Tempesta… Manuela Maspero-Libooks- Cantù 10 marzo 2018

C’è qualcosa di svizzero mancato a Cantù, grazioso cuntì cantà, un merlettino, del resto specialità dicono qui; stradine graziose, collinette graziose, cortesia rude e tutte le scuole del sistema scolare, 17 chilometri e sarebbe stata Cantù Ticino. E c’è una libreria a Cantù, la Libooks, fortezza bastiani, cellula di resistenza… contro lo sfàkelos, σφάκελος… di libri per l’infanzia e oltre, oltretutto, qualcuni magnifici, frutto di cimento e d’invenzione.

Facile dire fare e baciare di cultura, a Milano malanno, carino, carino dicono al sopramercato del sapere, niente, ma darsi arie di Nuyork molte, mì là no, carino il film, carino lo spettacolo carino il libro, sempre l’ultimo, la mostra, carina, il ristorante, carino, elles che allattano pupi à deux tetons, calzoni sigarini e malleolini pour eux, fighini, sbarbini, prezzi nella norma, ci aspettavamo di più, Milano è trippa per gli advisors, ciao, facile inzepparsi di cultura lì, roba finta, vita finta, tatuaggi e eja eja ullalà, marketing e comunicazione, cultura carina, niente a che vedere con il mondo dei più che è  caprolalòlogo uguale ma non fa finta. Un pascolo.

E a Cantù la Libooks è una missione in Cina, 1905, una San Pablo senza Candice Bergen e Steve McQueen, un avamposto senza posposti, ponti tagliati con il carino delle città culturali. Davanti la turrita Como. Sicché tenere aperta un libreria a Cantù… e che libreria, vera scicccherìa, poltrone, chiacchiererìa, esposizioni, conferenzerìa, pieno centro di una distesa geometrica di benestàr intorno che … ebbene è un atto di fede da parte della titolare, credo anche proprietaria, signora Manuela Maspero. Che ne organizza di ogni. Da due anni, il secondo questo, un premio a stretto giro di scuole d’arte. Illustrare Shakespeare. Giuria d’arte, presidente la signora Desideria Guicciardini che ha titoli da vendere e poi e poi. Fa tutto da sola Manuela Maspero. Altro che carino e carina,  altro che ah eh ih oh uh e parliamone, telefonami, a Cantù è un bagno di i’ che c’è c’è cada dì. Il resto inventarselo. E il premio, patrocinato dal Comune, qualcuno l’abbia in gloria. Una bella brossura per cui mi ha chiesto la signora Maspero, quest’anno di scrivere qualcosa a proposito del ritratto, detto fatto ringrazio per la richiesta, scrivo volentieri per i volonterosi, ritratto shakespeariano, fantasie shakespeariane, tema di quest’anno, così eccolo qui. Riporto per gli appassionati di misteri.

Chi è buono, ne fa ritratto.                                                                                                    Proverbio toscano

Se si guarda all’arte di ogni epoca e luogo, si noterà che il ritrarre, anche bufali e tigri è, ed è stata la principale delle occupazioni dell’arte, da Altamira in avanti fino e oltre Henry Cartier Bresson, il gran fotografo che, attenzione, asseriva la propria, persino timorosa incapacità col ritratto. La questione, infatti mi pare intrecci il che cosa ritragga il ritratto, al perché col come; un nodo Borromeo. Soffermiamoci a caso su uno qualsiasi degli innumerevoli esempi di ritratto in pittura – ma che cos’è una natura morta se non un ritratto –  e domandiamoci che attrazione su di noi eserciti, evitando con onestà di pastrugnare nella borsetta dei luoghi comuni alla ricerca di una risposta precotta e surgelata; è l’adesione al vero dell’artista che ci interroga, e se mai soddisfa dopo averci sedotti, o è piuttosto la percezione sintetica di qualcosa, ma che cosa ma che cosa… forse quel che non c’è. Ho l’impressione infatti che il nodo del ritratto, e alla fine credo di tutto l’affannarsi dell’arte, fin dell’arte cosiddetta astratta – domandarsi se il quadrato nero di Malévic sia o no un ritratto – stia nel segnare un’assenza, una mancanza per essere più precisi. Il ritratto indica, e scoprirlo tocca a noi se possibile, ciò che non c’è, che non è qui, persino ciò che non è, se per non essere intendiamo l’indizio di un futuro che sempre non è. Il ritratto ritrae un’aspettativa, annodata al desiderio nel tempo. A chi guarda, vedere.

Qualsiasi opera di un uomo, si tratti di letteratura o musica o pittura o architettura, è sempre un suo ritratto.                                                                                                                  Samuel Butler – 1835-1902

Il nodo Borromeo

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