L’ElzeMìro di Martedì 16 Aprile

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

tumblr_mvrh56hrfe1soqrhbo1_1280

Patrick William Adam(1854-1929) – War – Dundee art galleries

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 16 Aprile 2019

Temi e variazioni 7.

Le rovine di Atene: baracca e burattini 

da W. Shakespeare – La tempesta – atto I/2

                  http://www.gliamantideilibri.it/?p=72079

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

Posted in l'Elzemìro | Tagged , , , , , , , , , , | Leave a comment

Qualcosa mi lega a Cuarón

images

Altare di Pèrgamo – part. Berlino

A vedere questo film Roma occore andare come si andava una volta al cinema, parlo di molto una volta quando l’andiamo al cinema aveva sostituito senza eliminarlo il rito del teatro, sempre rito però e di quartiere – intorno a casa mia c’erano quattro, forse cinque sale, la cena poi l’uscita, qualche volta il contrario ma di rado – si andava al cine senza propaganda preventiva, attratti dal titolo, dai nomi, ah gli attori, dal genere, western, guerra, giallo, dalla curiosità; Roma appartiene a un genere che è raro al cinema, o non esiste non mi pare, l’epica; esiste bensì in poesia, dunque per questo Roma è poesia; perciò occorre non averne letto niente prima, ma niente proprio, è necessaria la scoperta. Allora Roma accade. Dunque chi vuole qui si fermi, e vada a capo con se stesso. Scriverne è puro piacer dell’intelletto.

Ci sono film di cui c’è da dire poco, per non dir tacere; occorre ascoltare Roma, appunto come la poesia e la musica, che non si spiegano, che non si devono spiegare, bon come l’arte in genere, salvo esser suore, capesse scout, professoresse di natura più che di professione. È un film Roma per il quale ha dunque senso parlare di struttura, di forma, di tecnica persino, per questo motivo appunto, così come si analizza la struttura di un sonetto di una sonata, di una sinfonia, di un melologo, di una ballata, di uno Shakespeare; ma di più è necessario farsi capire dalla narrazione intelligente, dalla macchina da presa che si muove dentro un lento gorgo, il cui orizonte degli eventi – termine in voga in questi giorni – è di parole e suoni filtrati da una garza temporale, di visto, ma non già, che tutto attira e inghiotte. La forma coincide con sé stessa, col contenuto, benché a certuni piaccia che vi sia una schisi tra due, la frattura in cui personalmente proprio non credo, la stessa che s’immaginano tra corpo e mente. La forma canta sè stessa, senz’altro scopo. Distante, proiezione all’occhio di un architetto. O di un pittore che della prospettiva abbia fatto sua rètina.

Roma è un capolavoro, ahi che noia dirlo,  di poesia, forse anche di cinema. Poesia épica, immagini musicali prive di musica. Finale sulla spiaggia che evoca in chiaro e scuro, che è molto più di bianco e nero, le figure dell’altare di Pergamo. A voler vedere. Naufraghi e isole tutti i personaggi si abbarbicano l’un l’altro, Yo no querìa naciesse, mi bebé, singhiozza la serva Cleo, non volevo che nascesse il mio bambino; lacrime di Briseide, ma ha più robusta voce l’Oceano. Non c’è nessun sentimentalismo, allo spettatore il ruolo di scuotersi dal torpore ed osservare il cielo immenso degli dèi sempre intersecato da una linea, un aereo un filo, e il cielo semplice dei poveri; un terrazzo per stendere la biancheria. 

Fa d’uopo ricordare la più piccola delle figurine di questo nobile poema per immagini; fulmina chi ha orecchie per intendere, con i suoi, Quando ero grande ero… Dunque, Ero un pilota da guerra ma ora sono morto non posso parlare; e la serva Cleo, di rimando, Sai cosa penso che non è così male essere essere morti. Bon, ho detto troppo ma mi perdono.

Nota: Qui ho tradotto quattro parole per pudore, ma per fortuna qualcuno ha impedito che il film venisse doppiato, amputando così la bellezza dello spagnolo e messicano. Così la forma ne sarebbe uscita più che compromessa; insultata. Lassù qualcuno ascolta i film.

Posted in Letture | Tagged , , , , , , | 4 Comments

Nimm doch das Lächeln aus dem Maul, du Hund*.

childe_hassam_-_april_-_the_green_gown_-_google_art_projectChilde Hassam (1868-1935) April -The green gown

“L’on ne saurait infliger offense plus grave que d’appeler quelqu’un heureux, ni le flatter davantage  qu’en lui attribuant un fond de tristesse… c’est que la gaîté n’est liée à aucun acte important et, qu’en dehors des fous, personne ne rit quand il est seul. La vie intérieure est l’apanage des délicats, sujets à une épilepsie sans chute ni bave.” Emile Cioran-Précis de décomposition– Gallimard pag 140.

Nessuna  offesa è più grave dell’infliggere a qualcuno la patente di felice, né maggiore complimento l’attribuirgli un fondo di tristezza… gli’è che la gaiezza non è legata ad alcun atto importante e, con l’eccezione dei pazzi, nessuno ride quand’è solo. La vita interiore è appannaggio dei delicati, soggetti a un’epilessia senza capitomboli né bave. E.C. Compendi di decomposizione

Oggi. Come fucilata sul giubbotto antiproietto mi coglie un sorriso esemplare e nello specifico d’una scrivéndola überalles, ah ah, mauve il giacchino di pelle e la t-shirt che le canta… felicità/ è tenersi per mano/andare lontanoa lala lalà l’estasi forse… ma non della D’Avila. Altro qui si titìlla. È un vàlzer bordo piscina l’oggi dei risi e dei bisi e de’ capelli al sol ch’a da vvenire, ovvero denti, ma tanti di pescecani in crociera. Un demènte non c’è a non ostentare una dementiera, un tarabiscottaio a non infornare dolcetti al fenòlo, ché  sempre allegri bisogna stareb che che checché checché. E scrittoresse appunto, oh quelle… mazzi… poi menestrulli, attoronzoli, presentartrosici, poltrocoglioni ignoti a tutti tranne agli omonomìni loro, il serraglio animalier dei social a full, falansterio aterosclerotico che conglomera tutte le classi senza gorgoglio né oróre de classe, né hopoperaia né a-ristocratica, né borgognona, né rava né fava; tutto socializzato dal sorriso, giocóndato da dosi massicce del cococòcktail egemonizzante, il Bischeróni; e dai, conveniamo di lanciarci tra noi un cioccolatino al sorriso soffiato come la pallina di carta con dentro il còpiami còpiami pell’ultimo banco. L’udienza ah ah àah clap clap clàap.

Ecco. Osservo invece o cerco di tornare con l’occhio interpretativo della memoria a ricapitolare fotografie di padri e parenti, suoceri, madri apparenti, madonne fiorentine, triestine babasse, signori e signore, goddamn e mesdames, signorine in questo o nell’ordine inverso e a me visibili solo attraverso la lente della loro remota estinzione; un re, per quanto nano, e un imperatore  insieme a un pranzo, una tavolata di contadini furlani in un giorno di nozze, un ritratto di Totò in quanto Antonio De Curtis di Bisanzio, istantanee di Doisneau o di ignoto che mai certificò lo scatto col proprio nome. Ebbene mi pare che nessuna foto abbia colto di costoro il sorridere, non dico la risata che giustificherebbe bensì Macbeth o Dandin, persino Arlecchino nel loro precipitare sans rachat-senza riscatto (É. Cioran op.cit.). Mi pare una parata quella delle mie foto, di barbe accurate, capelli e cappelli in posa o altrove, corpi spettinati ma da un qual faticare, di visi raccolti in un pensiero sommesso che non mostrare è educazione, Siamo seri, morti al nostro passato, morti in effige, il futuro è questa fissazione della defunzione. Insomma tutti a scendere dalla soglia di uno di quegli usci, aspettando la carretta, quella.cVedo, sia chiaro  si tratta d’immaginazione, un che di vergogna nell’essere vivi ma, Ci immortaliamo. A capirla, l’innominata parigina, quella là la Gioconda, affatto non è sorridente... il sorriso quanto la smorfia sono cosa privata e/o del comico… fa la cortesia dell’enigma la signora. È civiltà che mostra la signora. La civiltà, quella separa… come fa il tempo; e il teatro diceva Brecht. 

Oggi. Domina l’ebetumènica sguaiataggine del mostrarsi; attrici e attruci in gara tra lor poppe d’oro e duchesse non differiscono nell’aprir le boccacce e sfoderare le gambe con quello che ne consegue per gl’inguini. Non c’è batteria di untorelli della lettièratura… tranne quelli che sanno ch’al sorriso manca il movente… non uno di coloro che non cincischi i labretti sì belli… ammesso che qualcosa sia davvero percepito o non sia acquisito o appreso per imitazione come ai concerti… cliché dell’applauso al povero divo, degli zampini per aria in battere e levare ma gli accendini… è tutt’una messa in piega, uno scambiatevi un segno di carapàce… Pare così che l’assenza di sottofondo, la differenza silenziosa siano percepiti ostili, atti ostili, l’in sé dell’ostilità, come indossare la cravatta e un viso consono al lutto. Voglio ridere così col sole in fronted… Ecco. Le fauci del gatto che soffia sono una liberazione. Finalmente qualcuno che accoglie nisba, anzi fastidio e sgrinfie. Il cane e il servo faticano sempre di più a non mostrare la coda che sorridonzola. Cani.

– Ballata dolorosa –

Una pallida faccia e un velo nero

Spesso mi fa pensoso de la morte;

Ma non in frotta io cerco le tue porte,

Quando piange il novembre, o cimitero.

 

Cimitero m’è il mondo allor che il sole

Ne la serenità di maggio splende

E l’aura fresca move l’acque e i rami,

E un desio dolce spiran le vïole

E ne le rose un dolce ardor s’accende

E gli uccelli tra ’l verde fan richiami:

Quando piú par che tutto il mondo s’ami

E le fanciulle in danza apron le braccia,

Veggo tra ’l sole e me sola una faccia,

Pallida faccia velata di nero.in 

in Rime Nuove – Giosuè Carducci(1906) Libro III, LV – Ed. Nazionale 1940

* E levati quel sorriso dalla boccaccia, cane. Parafrasi da Brecht – Surabaja Johnny- Nimm doch die Pfeife aus dem Maul, du Hund. E levati la pipa da quella boccaccia cane. Nota assai, per chi l’ha nota, la versione ritmica italiana, E levati la pipa di bocca porco.

cfr. A. Carrisi(1982) Felicità  https://www.youtube.com/watch?v=fs8r-8EJ4c8

b cfr. E. Jannacci Ho visto un re (1968)- https://www.youtube.com/watch?v=SyJ2Jxf0fjk

c. cfr. A. Manzoni  I promessi sposi  cap. XXXIV, 158

d. cfr. https://www.youtube.com/watch?v=5jt4_SAkdls nell’originale voglio vivere così  etc. è il refrain della nota canzone di Giovanni D’Anzi e TIto Manlio dal film Voglio vivere così di Mario Mattoli (1942)

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , , , , , , , , , , , , , , | 2 Comments

L’Elzemiro di Martedì 9 Aprile

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

rene_magritte-secret_life_iv

René Magritte – La vie secrète – 1928 coll.priv.

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi 9 Aprile 2019

6. Volontario di Mombello

Variazioni su un tema di R.M. Rilke Sonetti a Orfeo  Sonetto I, 3

        Ein Gott vermags. Wie aber sag mie soll/ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72019

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

Posted in l'Elzemìro | Tagged , , , , , , , , | Leave a comment

Dumbo

Unknown

La signora Eva Green

Al paro di tanti altri prodotti americani moderni, sortiti dalle cravatte di giovinotti mondani del marketting, questo Dumbo è comme d’habitude una sintesi di astuzie atte a farne un prodotto di consumo ovvero l’indispensabile oggetto a obsolescenza pianificata pel desiderio delle folle, tuttavia, stante che per forza o per amore i giovinotti devono lasciare qualche po’ di briglia sul collo a tipi come Tim Burton – apprezzarne certe filastrocche o limericks scritte in passato non sarebbe male – dal suo stile solitamente eruttante, qualcuno ricorderà Sleepy Hollow etc., ecco risaltare qui immagini così dense da sembrare dipinte agli acrilici; pittorico è l’eccesso dei trucchi, Burton sa  che qualcosa si distingue grazie al suo opposto, così alterna pallori cerulei a maquillage da Toulouse-Lautrec; infine tutta una ridondanza di segnali visivi e non, la colonna musicale tende di regola la corda inversa a quella delle immagini, accorda e tiene sulla corda lo spettatore, chissà se ignaro o no, così da fare anche di Dumbo un’opera di un’arte tutta sua, quella di sfuggire all’occhiuta polizia della comunicazione, adattandosi o fingendosi adattata alla sua presenza o a’ raggiri sua. Burton non è un anarchico insurrezionalista ma riesce, suo malgrado o per ben temperata furberia, a confondere i suoi padroni; di coloro, in buonissima sostanza illustra non solo la ferocia genetica, propria al mondo umano in generale ma, in particolare, a quello americano, smascherandone con disinvoltura gli agìti più imperativi, la rissa, l’attacco per l’attacco, la mano pronta al bastone anche senza bastone, il comune luogo del volli-volli-fortissimamente-volli, del vincere e vinceremo, della risata troppo franca, dello sberleffo di potere dietro i modi facili quanto arroganti, celati dentro l’abito che raro fa il monaco, di regola il banchiere, e persino dentro i mutandoni della sensiblerie d’un tempo che fu, alla Disney. Così direi che per una precisa scelta estetica – mi pare normale per Burton che proprio in Sleepy Hollow deformava l’ottocento scientista nella sua perversione polimorfa – Dumbo è ambientato all’inizio dell’evo moderno cioè alla fine della guerra del ’14, che impresse per sempre all’umanità il suo autentico stigma, oggi marchio di fabbrica, che non è quello di Caino e basta ma, in termini di fabbrica, della meccanica, intesa a dominio e sterminio; il mio amico prof. Biuso, saprebbe citare a questo punto Heidegger con risultati molto più efficaci dei miei vagiti riflessivi. Aggiungo solo che la prima guerra moderna aprì la strada ai leviatani cingolati, alle masse e alla loro (auto)distruzione industriale. Alla devastazione fatta consumo e spettacolo della consumazione. Insomma vedere per credere; e, benché chiaro sia che chi scrive interpreta, tuttavia, rovesciata sossópra la medaglia, è possibile non solo che Burton sia del tutto inconsapevole d’aver messo in pentola gli ingredienti della ricetta; ma anche e all’opposto che questi ingredienti siano stati distillati ad arte dai suddetti cravattari del marketing; un po’ come mi dicono che fosse Com&Lib la fucina di note barzellette anticlericali. Farsi addosso la critica, non dico la polemica, per sopirla. È noto che in Italia la satira, massime la televisiva, salvo uno o due casi brutalmente levati di mezzo, non è più della Commedia dell’arte ma della Confindustria. E dunque, nel film l’anima artigianale e violenta del circo, sedotta in apparenza dal denaro e stordita dalla meccanizzazione dell’industria del divertimento, ovvero dello showbiz – spassosa la scena della visita al padiglione delle meraviglie del futuro rappresentate da frullini, frigoriferi e cucine automatiche, surrogato e concentrato di magnifiche sorti e progressive da esposizione universale – ebbene l’animella si ribella e riconquista la propria libertà e proprietà di mezzi; propriamente artigiani, rinuncia a conquistare, a controllare e recludere; Foucault guarda giù dagli occhi belli e rapinosi della signora Eva Green, protagonista femmina, douce France ma non tanto douce e sottomessa française; il cattivo, anzi i cattivi, gli americani, vengono sconfitti da un equipo atletico di piccoli e grandi alien, il direttore del circo non solo è l’italiano, Little  De Vito, ma risulta Medici nella finzione, lei la Green, anche lì più che l’orror o la mor’ potè l’amor e lei, completa di sontuosissime gambe e tutto il resto s’invalvola del bel mutilato e vedovo Collin Farrel, altra scelta che dico non casuale, e dei di lui picciotteddri. E Dumbo, diranno i miei piccoli lettori. Dumbo viene rispedito con la sua elefanta-madre per nave in India a cura di un simpatico addestratore di serpenti – bella la fugace scena in cui quest’ultimo, offeso dal, Questo lo saprei fare anch’io, di un monello chissà futuro imprenditore di carninscatole, gli scaraventa addosso il cesto con i cobra, e adess rangess pirla. L’elefantino, l’altro, ritrova la sua terra, una certa infanzia, vola libero di volare per volare accolto dai saluti della mandria, o tribù – non saprei come dire senza suscitar la stizza di qualche gruppuscolo in odor d’identità – di elefanti all’abbeveraggio e insomma, Shangri – là, facciam finta che ci sta. Inutile dire che la recitazione e tutto l’apparato illusionistico sono sorprendenti. Buona la visione. 

Posted in Letture | Tagged , , , , , , , , , , | 6 Comments

Règne animal

eleven-heads-1935

11 teste  (1935) – Pavel Filonov (1883-1941)

Al concludere la lettura di Régne animal di Del Amo – Gallimard, Folio 2017, Neri Pozza 2018 – La prima cosa che m’è venuta in mente è stata, L’uomo di sera aspetto una stoccata e muor. A voler guardare Rigoletto, Verdi in questa poca battuta del sicario Sparafucile  condensa gran parte del pensiero nitido di Émil Cioran sull’umano. Trascuro ad arte quel capolavoro di ateismo militante che è il credo di Jago in Otello, sempre di Verdi e Boito.

Règne animal l’ho letto su indicazione dell’amico Biuso e ho fatto bene cfr. https://www.biuso.eu/?s=Regno+animale . Se è un libro per molti versi importante, non saprei dire quanto distante o prossimo all’omonimo trattato del naturalista Cuvier di cui pare condividere il  giusto puntiglio tassonomico, feroce non lo direi ma, per altro, difettoso. Nondimeno volentieri se ne legge tutta la prima parte. Il primo spàsimo cui non segue alcuna catarsi. Un po’ come Germinal o l’Assomoir di Zola mette alla prova il vocabolario del lettore borghese, compreso qui lo scrivente, abituato a muoversi più tra chicchere e piattini che tra letamai, canali di scolo, funicoli testicolari e vulve; passata l’età adatta nemmeno quelle umane, figurarsi le maiale. Il ricorso al lessico zootecnico è costante e sconcerta. Tutta la prima parte,  che è quella davvero convincente è quasi un trattato di semeiotica medica, implacabile come qualsiasi testo che non si conceda, e fa bene; più che per ferocia, seduce per l’esattezza; i fatti sono ridotti a poco più o poco meno che alla biologia e situato il racconto nelle campagne del tolosano, le stesse dove visse la madre del qui sottoscritto per inciso, negli anni appena prima, durante e subito dopo la prima vera guerra, quella che tolse l’incanto romantico e l’aspirazione alla bella morte alle generazioni di allora e a quelle di dopo trasmise geneticamnete l’orgasmo del sangue, sicché accoppare accoppare accoppare; il secolo ventesimo potrebbe definirsi il secolo dei lumi spenti; è una domanda non un’affermazione. Condotto il racconto fino alla morte del vecchio contadino tra sputi e scaracchi, ecco che con il matrimonio del reduce, mutilato facciale, con la figlia di quello avrei chiuso la storia là dove si pretende che cominci, col farla diventare genealogia di allevatori di porci ovvero di porci essa stessa. A volere avrei a quel punto aggiunto a cuscinetto una cronologia semplice dei fatti occorsi da quella data, incerti anni venti, all’oggi, elencandoli alla stregua di cibi conservati nel frigorifero in involti di cellophane. Avrei riservato al maiale fuggito ridivenuto fiera un capitolo finale, il capitolo dell’eroe, e avrei chiuso. L’interminabile seconda parte dell’opera invece, a parer mio  e per quanto sia affascinante la competenza con cui Del Amo  parla del vivere di quei ricchi allevatori di maiali, pour conaissance de cause, mi sa che come il fattore di questo blog Del Amo ha una pletora di parenti agricoli in zona,  la seconda parte dicevo cincischia, incerta tra i pochi fatti e la molta introduzione a una psicologia dei personaggi che in un racconto epico quale pareva voler essere nella prima metà il lavoro, stanca chi legge con occhi epicurei, cioè indifferenti al pensiero nascosto dietro l’invenzione dell’essere fittizio che è il personaggio, le cui azioni dovrebbero parlare da sé. Dovrebbero. Il raccontarne la genesi, il sospenderla o spalmarla tra mille passi di hesitation, lo stiracchiare qualche motivo interiore di esseri tutto sommato tutti tanto uguali, finisce per far disperare che si arrivi a pagina 480 in gloria. Tante pagine in più che, credo, l’autore avrebbe potuto sottoporre a una severa inchiesta. Gli episodi si susseguono agli episodi senza che in sostanza nulla cambi dell’assunto già chiaro all’inizio; siamo porci in porcilaia, punto. Intendo dire che se vuoi disegnare un personaggio, tu sia Degas o Tolstoij allora devi impegnarti a estrarne i caratteri sui cui costruire piano piano, l’intera impalcatura della simulazione psicologica. Di preciso come degli attori che recitassero Il giardino dei ciliegi dovrebbero fare con le loro larve, altrimenti come in molte regie contemporanee ci si spiaggia sui simboli e su una recitazione eguale per tutti tale da fare risultare ogni carattere – character –  egualmente sospiroso, sempre in attesa di un’abboccata d’aria insomma, e senza carattere. Ma l’epica sostituisce, riferisce come in Omero. Ernst Jünger in Tra le tempeste di acciaio, RIFERISCE che gli stivali sente affondare nel pantano dei cadaveri in decomposizione, riferisce del tanfo, non usa aggettivi, non riporta sentimenti; ascoltate le parole decomposizione e tanfo; l’orrore che narra è prepotente e istruttivo per il lettore, l’epica è di suo interpretazione, la psiche, la nevrosi, s’annichiliscono coi fatti di cui costituiscono l’ostacolo. Il mondo brucia e tu ci vieni a dire che provi pietà, non sai chi che spara a quello che ti vuole sparare, non ci interessa il tuo patema caro, tu uccidi, tu sei carogna tra carogne, direbbe Céline e forse Blaise Cendrars, o sopravissuto programmatico o pupo tra pupi direbbe Omero in Sicilia, e tutto finisce nella voragine dell’annichilimento. Del Amo invece indulge nell’intreccio tra analisi delle motivazioni e una sorta di strutturazione narrativa alla Simenon. Ma Simenon sposta e dissolve la psicologia nei bicchieri di birra e Calvados, nel rumore delle scarpe, dei gusci d’uova sode, all’esterno; Simenon ausculta e può tenerti sveglio sullo scorrere del nastro d’inchiostro nella macchina per scrivere. Era genio e resta tale. Del Amo ricorre a una sorta di ibsenismo alla Spettri. Ma Ibsen non dice mai dove arriverà, Del Amo, un po’ come Hesse vuole dimostrare, ci vuol spiegare the motivations per cui una certa Marie Julie fa le pippe, masturbation, ai suoi compagni scuola. Scusi Del Amo ma se può interessare, l’atto, non lo butti via in due righe, precisi a quel punto come si impugna l’oggetto di tant’azione, se e quanta saliva ne occorre, se sia o no meglio levarsi anelli ed altri oggetti protrusivi, e ci risparmi pensieri e sentimenti della sua MJ in un age ingrat mai superato. La brutalità del fuori non differisce dalla parzialità del dentro. Insomma tra Bernanos e Bernadette (Soubirou, anche lei della zona dove parlava alla Madonna tanto per distrarsi dal tanfo di sè stessa forse) non sapremmo chi prediligere. Houellebecq o la Nothomb direi. 

Posted in Letture | Tagged , , , , , , , , , , , , | 2 Comments

L’ElzeMìro di Martedì 2 Aprile

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

IMG_1644

Pasquale D’Ascola

L’ElzeMìro

da oggi Aprile 2019

Temi e variazioni 

5. Le cartegloria

da Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo, pag. 113

http://www.gliamantideilibri.it/?p=71976

 

BA 10

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata

Immagine guida e compagna di villeggiatura dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

Posted in l'Elzemìro | Tagged , , , , , , , | Leave a comment