Marasciuttati e blade runner

scan 114

Resti di chiesa romanica e tombe a Garlate – Lecco

Dal breve e impeccabile appunto dell’amico Biuso nel suo blog https://www.biuso.eu/2017/10/14/marasciuttati/, traggo l’occasione per qualche osservazione più impertinente che pertinente ma, del suo carattere, deciderà chi leggerà. Esiste un cupo dramma di Heinrich Böll, Ein Schluck Erdeª, sentire o figurararsi come risuona tragico il tedesco più dell’italiano, un sorso di terra, ma qui lo dico e lo dimentico. Ebbene. Mescolato a diciassette ombre in una sala per trecento ho visto un film di cui tutti sapranno tanto che  è inutile un sunto, Blade runner 2049. Al farsi buia la platea arrivano ciabando e siedono, ovvero si sdraiano poco distanti da me, piedi sulle balaustra, cinque lavori in pelle femmina, cinque volte chewing di gomme e risatine, zittite subito al principio da chi scrive per far intendere loro di non essersi materializzate dal pub al divano di casa, fronte alla casualità del  televisore bensì, per disavventura loro, in un  pubblico convegno, con l’intenzionalità sottaciuta ma nota del silenzio e delle contemplazione. Zittite sono state, non credo per educata consapevolezza né perché catturate dallo scorrere di suoni e immagini giù dallo schermo cinematografico quanto piuttosto dal richiamo oracolare dei loro cinque giovani telefoni, al chiarore dei quali i cinque visi hanno continuato ad apparire sparire dall’ombra durante tutta la proiezione. Ho preso il fatto per fato e per segno del film e di questo pianeta ove sempre di più si blatera di identità per una componente umana che pare replica di un originale smarrito. E l’opera di oggi, di desolante bellezza, è a sua volta replica, replicante della sua antenata. In luogo ma al pari degli umani osservati  dal professor Biuso nel suo blog, in questo Blade runnerci sono replicanti a muoversi, lavorare, abitare, cucinare, accoppiarsi, accopparsi, fottersi in tutti i sensi, amarsi  persino sacrificarsi in un mondo di contiguità ossessiva, brulicante di un miseria indifferenziata e sordida, eccezion fatta per il potere, una multinazionale cosmica, nascosto  da un apparato olimpico e in abiti divini, tagliati di preciso nello stile assoluto che veste il potere oggi e che, per l’appunto, dimora in vastità egiziache, cave e disabitate come tombe, monumenti funebri ciechi per ciechi, alla lettera. Insistente una domanda,  anche in merito a un cane, Sei/È vero o falso, corre per tutta l’opera cui gli autori, a partire dal canadese Villeneuve, senza fare il pianto greco, può darsi inconsapevoli e sarebbe meglio, sembrano avere trapiantato un cuore greco. La macchina da presa vola su immagini che non possono non rimandare a scavi, a rovine, da Troia a Pompei, da Berlino 1945 su fino ai monconi insabbiati di una qualche Mosul, all’Eur plastica di Fellini, e alle discariche del Cairo. Rovina, rovine ciclopiche di cancellerie,  autostrade,  bunker, giganteschi smarrimenti e monumenti alla dismisura, all’ὕβϱις, hybris, del mito. La tragedia greca a guardarla in un certo modo, fu un continuo replicare, interrogandolo, il mito. E di ordine mitico, nel discorso del film, m’è parso appunto il rincorrere il ricordo di una catastrofe iniziale, dal buio della quale appare emergere la titanica esumazione, ma da un mare nero e agitato, della Los Angeles del 2049, Ein Schluck Erde, e la memoria perduta del tempo; memoria e costruzione della memoria, fusione e confusione tra fatto, fittizio e artefatto, fattizio, per parafarasare un termine ricorrente in Proust. Del resto  l’umano parrebbe sempre di più non un organismo ma un’organizzazione funzionale, schizofrenica e proiettata in una simultaneità temporale senza coerenza. Volta all’ottenimento del godimento di un oggi trattenuto all’infinito, dice in altri modi il Biuso. Con parola corrente, senz’anima, tanto che, Anche senza non sei male, dice Madame, il capo della polizia al suo fidato replicante blade runner all’inizio del film. Oh come sa di arbeit-macht-frei tutto ciò. Una pellicola intelligente che con grande sapienza ha adottato la strada non delle fedeltà ma della replica appunto di un originale, non perduto in questo caso anzi ritrovato, un greco ripeto, magari ci si riconoscerebbe, su sfondi scenografici di precisione certosina e tragicamente spaesati,  grandissimi, alienati, tali che mi hanno ricordato per molti versi le visioni improvvise e folgoranti appunto di Federico Fellini; dallo smisurato fantasma di Anita Ekberg in Le tentazioni del dottor Antonio, alla suburra del Satyricon, agli organi sovrumani per corali troppo umani del Casanova. Un involucro, un bozzolo di suoni di disumanata epica infatti, musica non saprei fino a, o di là da quale punto, racchiude questo Blade 2049 e vi si sprigiona apparecchiata da Hans Zimmer per debordare, saturare, sommergere, infastidire e non eslcudo spaventare la sala. Curioso che il solo tema  riconoscibile per tale, e richiamo sentimentale del primo Blade runner, suoni soltanto all’ultima scena, qui sotto una neve che sa di chimico e non più sotto una pioggia insistente; il tema della morte goccia dopo goccia, Like tears in rain. Potrei dire di più ma ora stesso in questo istante smetto di credere che quanto vado scrivendo abbia qualche importanza e taccio. I cinque lavori in gomma si sono levate dalla poltrona per aggiustarsi pantacalze e spalline, senza mollare un istante i loro telefoni. Che cosa sembravano non saprei.

ª ain sc’luk  érde. Einaudi

Advertisements
Posted in Letture | Tagged , , , , , , , , , | 2 Comments

L’ElzeMìro – Venere e Marte, Amore è Morte

L’ElzeMìro di Pasquale D’Ascola 

in Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi 

da martedì 17 ottobre 

Venere e Marte, Amore è Morte

http://www.gliamantideilibri.it/?p=66723

Dopo estenuanti dialettiche, sul Chi è di chi… conscia di essere sul punto di muovere sullo scacchiere tra sé ed il corrusco Marte la pedina d’esordio che implica potere o non poter far scelte che possano sì, possano no essere scelte, per innescare il meccanismo di qualche confusa o nefasta conseguenza, scioglie due novenari in bilico l’impellicciata Venere…

In apertura L’omino-macchina per scrivere. Illustrazione di Desideria Guicciardini per Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Pasquale D’Ascola. Booksrepublic Isbn 9788853440457. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

 

Posted in l'Elzemìro | Tagged , , , , , , | Leave a comment

Pìcole patrie, patriottimìsmi, res ferenda e nenerèttili

Francisco Goya – Il sonno della ragione genera mostri

En este mundo traidor / nada es verdad ni mentira / todo es según el color / del cristal con que se mira.– Ramón de Campoamor, (1817-1901) .*

Capisco bene che la questione è controvertibile, perversa e al solito economica; e che i governi non riescano a fare a meno di essere stupidi oltre che miopi, come tutti coloro che osservano le cose, più che attraverso una lente, senza lenti alcune e alla distanza massima di lor méntula o minchia, non sempre in erezione. Fu stupido Francesco Giuseppe, tuttavia uno scalmanato senz’arte, come senz’arte fu il caro Adolf più tardi, gli aveva assassinato un arciduca. Sicché guerra. Fu stupido e  scotòmico e stupido il suo parlamento con tutti i c(i)echi e serbi-rancore e trentatré trentini e po’-lacchi e un po’ lócchi. A tal sproposito ricordo molto bene che nel ’18 a Trieste le ragazze scioglievan lor trecce per le piume e tutto il resto dei bersaglieri al seguito del nane-Rettile savoiardo. Lo ricordo perché mia nonna fu al molto Audace molo tra quelle sconsiderate che, nonostante parlassero poco e male l’italiano da loro scambiato per il dialetto triestino, avevano una passione per l’Italia di lor cuore. L’Italia appagò il cuore della mia e di tutte le nonne della molteplice monarchia che fu, togliendo loro il nome che il deprecato Absburgo  riconosceva, l’identità ah ah, e mutandoglielo da Bergomaš in Bergamasco; gli esempi sono tanti. Mio cugino Sedmak divenne Sommacco – specie arborea ma non credo che gl’italianizzatori forzosi lo sapessero. I parenti Ivancic, Giovannini, gli Schneider, Snàdeiro, sì quelli delle cucine. Molto tempo dopo e con eguale protervia, mia madre che non capiva l’italiano, con cui aveva conti aperti di suo, nel 1952, si vide negato dalla repubblichissima repubblica italiana, il diritto a chiamare chi scrive Robèrt o Edgàrd, lei francese, perché nella repubblichissima non passava lo straniero. Ricordo molto bene quanto è costata e tuttora costa la dementia de gli-stati-siamo-me cui le grandi patrie non danno quell’ascolto minimo che si darebbe tuttavia, con uno sberlone o un, Citu, ai bambini quando con strilli e corse e bizze tra i tavoli in trattoria o al supermercato  chiedono e chiedono senza riguardi l’attenzione e il balocco che non gli spetta in quel momento e in quel luogo e senza i dovuti modi; ossia con la più banale delle buone educazioni. Dunque morti, 600.000 solo nel regno savoiardo, e 2,000,000 di mutilati. Una vittoria, mutilata senza dubbio. Non dico che il diritto di essere piccoli e soli non sia da rispettare, osservare due volte cioè. La Svizzera ne fa fede. Non dico che piccolo sia brutto. Anzi è spesso meglio. Si affoga o ci si salva meglio in due, anzi da solo a solo, che in tremila; la statistica è spesso esponenziale nei risultati. Ma tra questo e dire che 43 persone su cento rappresentano la volontà dei catalani, vuol dire far dei meno i più o meno, e viceversa, chacun à son goût.

Le res ferenda sovvertono, nella mia logica, il tanto squadernato concetto di democrazia diretta, riproponendo il conflitto menscevico/bolscevico o, in termini più banali l’usato antagonismo noi/voi/essi. E, sovvertendolo fan capire i padroni del vapore quanto tengano a rimenare la polentazza dei sentimenti tra i più deteriori e sciocchi dell’umano. Quello dell’io sso’ io e io e tu non sei un cazzo, detto con pompa identità culturale. Una democrazia diretta dovrebbe essere diretta a riconoscere il diritto dov’è, nel giudizio meditato e ragionevole, non sotto l’asticella  mobile sotto la quale piazzarlo secondo un ghiribizzo aritmetico e idealistico, e vada pur di sangue e patria. S’è schierato a sproposito il termine franchista, però, se mai un po’ franchista è il modo con cui i padroni del vapore catalano maneggiano con noncuranza concetti che preferiscono tenere oscuri o disfunzionali. E a me ricorda tanto ma tanto ma tanto lo stile del Movimento studentesco. Punto e da quel punto agl’Isisnazi il passo è a distanza di Rubiconi. Sicché prima di dire franchista dello stupidissimo governo spagnolo, che di maestrini montessoriani tardivi sta facendo martiri, occorrerebbe chiedersi che fare degli altri 57 sui cento, trasformarli ipso jure in minoranza di ranocchi o forse mandarli in esilio perché si sono dati qualche risposta di buon senso su questa fantasia delirante delle piccole patrie, dei popoli, delle identità senza specchi, specchi di loro brame di originalità in cui riflettersi. Gorbaciov, in illo tempore, ebbe ad osservare che il mondo gli pareva un camion senza freni scagliato  a tavoletta da un guidatore ubriaco verso un burrone. La del camion è una metafora superata. È l’otto volante il modello agognato; e non segue neppure le rotaie, perché ha perso le ruote, le rotaie e le rotelle.

El Infierno del Dante era un mal aprendiz en comparación con los retorcidos inventos de castigos infernales que me metían los clérigos enseñantes en mi tierna y sensible cabecita infantil. Todo el curso de mis primeros años ha sido un sueño tenebroso, del cual creo que todavía no he acabado de despertar.**

Ramón de Campoamor

*In questo mondo ingannatore, nulla è vero o traditore; tutto infatti è del colore, del cristal con cui s’abbia a guardare.
**L’Inferno dantesco era un cattivo apprendistato in confronto alle  perverse invenzioni di castighi infernali che preti  maestri cacciavano nella mia tenera e sensibile testolina infantile. Tutto il corso dei miei primi anni fu un sogno tenebroso, dal quale credo di non essermi ancora destato.
Posted in Unzeitgemässe Betrachtungen | Tagged , , , , | Leave a comment

Le villeggiature dell’Elzemìro

Desideria Guicciardini – Senza titolo – ©2017 coll. privata
Idillio fiorentino
  a L.M.                                                                                                                                                                  
 Un nonnulla. Due ragazzini, spilungoni per la loro età, un maggiore robusto, la mirata sorniona d’inveterato fiorentino, magnifici capelli adatti al vento, minore il secondo, rasato a zero, un filìno con l’àndo di chi sia timorato ma non di dio, bensì di una sorta d’incertezza nell’attribuirsi una patria e degli uomini, che in guardia scruta con occhio di spia. Scendono insieme giù dall’erta di Settignano, cicale, sole, ulivi e cicale, fino alla piazza; incrociandone il passo lento ma deciso di chi abituato a entrare in scena ne sa uscire, salutano Odoardo Spadaro, artista di vecchia rivista, panama sghimbescio da diseur, giacchetta e cravattino. Poi saltando sul 10 filovia dell’atac, Associazione trabiccoli arrugginiti firenze, dice fiero di questa rivelazione il maggiore dei due hidalghetti fioriti al minore, entrambi sul predellino a farsi forare il biglietto, avanti che qualcuno tragga da un vocabolario alienato la demenza del verbo obliterare. Sicché il trabiccolo numero dieci chiude le porte e parte con un che di incerto, di malingamba, e scivola frenato seguendo i suoi fili aerei giù per le ampie curve che portano in città, a Firenze; sfiora la villa del di cui si dice, si dice e si racconta dei suoi cavalli, dell’amata Duse, capponcina lei, falce di luna calante, porziùncola lui il Gabriele poeta D’Annunzio. Spunta perciò un’ala dorata** al pensiero del filovia che corre, passa l’Affrico torrente di stoppie, fino al Ponte del Pino dove un pino c’è, ombrello grande a consolare dal sole, stesi in tranci sugosi sul banchetto di zinco tra enormi stecche di ghiaccio, i cocomeri al gelo che, con la città, dividono il colore della polpa, rossa questa e quella dei muri avvampanti di splendore nell’appassir del giorno. Vuota di suoni borghesi dietro le antiche persiane verdi, dietro le tapparelle verdi, la città è bellissima, non visto vi transita un Pan mentre tutti sono al mare a mostrar le chiappe chiare, ovvero il sordido orrore dei corpi a sé disavvezzi. I due ragazzini vanno e vengono in quel paradiso abbandonato da baci e frizioni che ignorano ancora per loro fortuna, tale che tutto a loro d’intorno sembra costruito per far il niente e inseguire bomboloni selvaggi e ruvide dolcezze fiorentine. Spariscono alla vista in un cinema i due. Ne usciranno quanto dopo chi sa. Mutati da quel minimo tempo che ad altro li sta addomesticando. Un nonnulla.
 Mister Pet
L’educazione di certi ragazzi del nostro mondo dovrebbe spaventarci, tanto più quando se ne osservano i risultati, lo sfacelo che essa produce nella psiche di questi ragazzi, così accuratamente rovinati dai loro genitori.                    Lev Tolstoj – Il primo gradino – cap.V
Pet, pet, pet, fa la trompetta dell’automobilina, pet pet. Non è più stupido degli altri esemplari della sua specie il bambinetto seduto al volante nell’auto che lo zio ha lasciata nel giardinetto condominiale, pet. In inverno la sua sconfinata infanzia è invogliata dalla scuola a un tentativo di darsi un senso riconoscibile per un tempo dato e assodato; correre al piede di una palla, saltare perché fa salti la sua natura, fantasticare infiniti mondi di lussuria dietro una parola e soprattutto fare rumore; rumore è esserci, Lärm ist Dasein direbbe un gran tedesco; appena non sussista il vincolo dei divieti spaziali e temporali delle maestre, per quanto poco prescrittivi sembrino i loro No bambini, per quanto lieve, camuffata e politica sia la loro formulazione, quasi che quei no o altri monosillabi corretti e assi poco corrigendi, siano già un’eco di loro esili e trascurati desideri; passati questi passata quella. Ebbene ora d’estate, là nel paesone di mezza altezza dove mister Pet vive la vacanza dal sé stesso che senza deroga alcuna ogni mattina si sveglia alle sei e trenta, ed ora che per ventura lo zio è arrivato da qualche trascurabile contrada a passare qualche tempo da loro, estranei quei loro a questo teatrino e che quindi non mettiamo in scena; ora, che nella quieta sonnolenza dei loro condomìnii e delle loro villette intorno, l’estate rallenta il sonno degli operosi caldaìsti e muratori ed elettricisti quasi che il rocchetto del tempo si regoli di sua volontà su ritmi un po’ cubani, ancheggianti, più fatalisti e un po’ meno vòlli fortissimamente volli* ; ora dunque, brachétte a strisce con una goretta di urina davanti, straziante blu della canottiera, ora a quell’ora Mister Pet si scaglia dal suo lettino all’auto e comincia a guidare, si badi che non sa ancora accendere il motore né peraltro arriverebbe con i piedi ai pedali, ma lui guida guida sull’ali dell’avvenire, e ogni tanto ritiene opportuno segnalare la propria presenza al mondo con un pet del clacson, ripetuto spesso, pet. Segno che il mondo sopramondo di lui non si dà conto, non rileva il suo esserci. Ma dopo un po’, la geografia dei condomìnii risvegliati sì. Tacendo subisce e acconsente.
 Le foglie 
Tra le storie che si narrano del maestro Z… c’è questa, che un bel giorno del decimo mese alla porta di scena del teatro K…, truccato e vestito a puntino, bello nel suo abito giallo e corrucciato arrivò un attorello, che infranse il silenzio dovuto per dire, Maestro, che debbo fare se il mio cuore è tormentato e non riesco a recitare senza ricordare tutto il male messo in atto su formiche e lucertole, il maltratto che ho avuto, con questo e con quello, con mia madre ad esempio, le offese e i torti fino al giorno della sua morte e solo perché come di ognuno che spenga le luci e chiuda bottega e magazzino, mi irritavano le sue parole querule, circa me stesso. Io non so dire mai che quel che è fatto è fatto, che l’acqua come s’usa dirne passa sotto i ponti, eppur l’infradicia, non riesco a sopire la memoria con l’oppio della necessità; e il sonno non mi giova.
Ah ah, prese a ridere il maestro da dentro il suo sontuoso costume e continuò, Fai bene e fai male; la colpa resta colpa, abituati ad osservarla, è tua quanto l’occhio con cui la guardi; si uccide senza parole, si maltratta a parole e con ciò si uccide di nuovo, la madre è solo un esempio; e chissà quanti con abili metafore avresti fatto e vuoi far fuori oggi; è ovvio che questo ti spaventi ma è indifferente al cielo, guarda su se ti par che si muova e commuova; le nuvole, ah, è il vento che le spinge, non ci sono allegorie su per aria. Tu agisci benché agitato, ti piaccia o no, anzi benché ti dispiaccia. Ascolta i lamenti di questo tuo cuore scosso e cerca di trarne qualche sugo ché lì sta la differenza; non c’è perdono che ti spetti, nessuno che ti aspetti con un telo asciutto fuori dall’acqua gelida del lago, nessuno tranne te stesso se accetti la proprietà di ciò che a te è proprio. Siamo mestatori di metafore noi e mescitori di oblio*, ma poi. Ma poi il maestro tacque ed entrò in scena irritato per le chiacchiere cui s’era sottomesso e, suo malgrado, per il fondo di finzione che aveva sentito affiorare dalla propria maestrìa. Un soffio di vento improvviso agitò i lumi e sparse da un albero, sul pubblico in attesa, uno sciame di foglie… farfallette amorose agonizzanti**… Sembrava avessero ragionato esse e il vento.
 L’algoritmo dell’anguilla
Algoritmo. Termine matematico derivato da al-Khuwārizmī – Corasmia, Khwārizm ndr. – soprannome del matematico arabo Muḥammad ibn Mūsà , 8° secolo. Tale termine fu usato nel Medioevo specialmente per indicare i procedimenti di calcolo numerico basati sopra l’uso delle cifre arabe, e attualmente si usa per qualunque schema di calcolo. Quando si parla, ad esempio, dell’algoritmo della divisione o della moltiplicazione, s’intende la nota disposizione delle cifre che si usa per effettuare tali operazioni.
 in Enciclopedia Italiana, 1929 
Nell’età delle sciocche certezze giovanili, per un anguilla s’intende, tra stagni e valli d’acqua mezza salata e mezza no, né ti né mi, appunto un’anguilla sguazzava senza troppe difficoltà, paure, apprensioni e affini, quando s’imbatté in un girino che alla sua vista gettò un grido soffocato; gli strilli dei girini sono a misura delle loro dimensioni e della loro boccuccia da fiorelllini e poi, sotto il pelo dell’acqua gridare non è comune quanto in un deserto. All’avvistare la scucchia negra e il lungo corpo di serpe mancata dell’anguilla, incarogniti gli occhi di lei a sembrare stupidi e proprio perciò minacciosi, il girino ne fu spaventato e si dice non a caso a morte, si sentì divorato ma ebbe il guizzo di guizzare all’indietro; Oh cielo un drago, farfugliò il girino fuggendo come poteva a coda levata e ripetendo drago drago. L’anguilla fu tanto stupita da quel chiamarla drago che non si peritò di inseguire a papparsi il girino, anzi si fermò a specchiarsi nella propria fantasia e si vide e si ammirò immensa e minacciosa, un drago per l’appunto, un drago con una spina dorsale corazzata come solo i cinesi sanno immaginarne. Continuò a pensare di sé questa bizzarria, incurante dei pericoli che anche un quieto padule o una larga laguna possono offrire più che nascondere. Sicché fu pescata l’anguilla da bipedi lenti e lónfi, e si stupì, quasi s’indignò pel fatto che qualcuno avesse in petto l’ardimento per pescare un drago. Aggrovigliata tra altre anguille in una vasca affollata, non si dette conto che le sue dimensioni appartenevano anche alle sue sorelle, non draghi, non mostri; sargassi viventi. Su un tavolaccio di legno, quando fu inchiodata viva per la mandibola, con tutto quel che seguì, sventramento, salatura, pepatura e cottura au plaisir des dieux, a quel punto l’anguilla aveva smesso di fantasticarsi. Da ogni pezzo di sé.

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

Posted in Al-Taqwīm | Tagged , , , , , , , , , | 4 Comments

Genius

L’ignorare che persegue e cui segue l’ignoranza è facile e dunque comodo, da qui il successo che consegue, specie oggi che ignorare è il manifesto dei rancorosi, degli sfaccendieri e della scolastica contemporanea che al sapere ha sostituito il passare esami alla svelta e richiedere crediti; il mio amico professor Alberto Giovanni Biuso potrebbe dirne. Ricordo il mio babbo, che come Wittgenstein ma con meno risultati passò l’infanzia prima, la guerra e la vita poi a studiare, al lume di una piletta, anche di guardia sui monti a liberar l’Italia, lo ricordo afflitto e perplesso quando trattava con certi pittori di dozzina di cui per campare s’era fatto mercante, e ricordo i loro discorsi circa Raffaello che taluni dicevano di aver superato con la propria pittura o circa la scoperta che altri ancora avrebbero fatto di questa o quella tecnica, di questa o quella corrente, sì che dai loro discorsi il loro dipingere significava aver dato inizio alla pittura tout court.

Ci sono scrittrici, si chiamano così in osservanza del politicamente corretto e alla parità dei sessi, che nel loro ultimo libro, purtroppo non è mai l’ultimo davvero, affrontano il tema della relazione madre-figlia alla luce… alla luce di qualcosa che sarebbe bello fosse una semplice lampadina ma non è mai così, con buona fortuna di altre scrittrici cui sarà lasciato tempo e spazio altrove per affrontare il tema delle relazioni madre-figlio, figlio-fratello, fratello-padre, padre-madre, o padre con se stesso cioè con dio, buondio. Le relazioni, pericolose per definizione, pare siano femmine. Caìne e Abelle.

Ebbene, il mio amico A.G. Biuso che detesta la televisione con più di una ragione, mi biasimerà adesso se dico due cose di uno sceneggiato o originale televisivo, così ai tempi di Sandro Bolchi* da cui proviene la mia infanzia si chiamavano le serie, nome che sta all’aggettivo televisivo come seriale ad assassino, d’accordo. Egualmente capita che il mezzo si faccia veicolo di qualche autentica nozione, atta a sversare una tazzina nello sconfinato invaso del mio non poter sapere di cui mi lagno, che non potrò mai colmare e cui dunque con Pascal mi adatto, Poiché non si può essere universali, sapendo gratuitamente tutto ciò che è possibile sapere su tutto, è meglio sapere un po’ di tutto, poiché è molto più bello conoscere qualcosa di tutto piuttosto che conoscere tutto di una sola cosa**. È il caso dei documentari e riassunti storici o di divulgazione scientifica e di questo prodotto ultimo la cui prima puntata è stata messa in onda dal canale dedicato di National Geographic, Genius, titolo con limite tendente all’ovvio per illustrare un personaggio così noto che scoprirlo di nuovo è stata la trovata, Albert Einstein. Un film che mi piacerà guardare tutto intero per i motivi che ho detto, cioè che sapere è per me innanzitutto ricordare, anche qualcosa di cui non si sa, andare indietro ad indagare e aspettare che il fatto si faccia fatturo, che si costituisca in invenzione, trovamento o rinvenire inconscio; base, a sentire Poincaré***, del metodo creativo, Il y a une autre remarque à faire au sujet des conditions de ce travail inconscient: c’est qu’il n’est possible et en tout cas qu’il n’est fécond que s’il est d’une part précédé, et d’autre part suivi d’une période de travail conscient. Jamais… ces inspirations subites ne se produisent qu’après quelques jours d’efforts volontaires, qui ont paru absolument infructueux et où l’on a cru ne rien faire de bon, où il semble qu’on a fait totalement fausse route. Ces efforts n’ont donc pas été aussi stériles qu’on le pense, ils ont mis en branle la machine inconsciente, et, sans eux, elle n’aurait pas marché et n’aurait rien produit. Su questa pietra mi pare che il film Genius racconti la storia di un’intuire, disfacendo l’immagine romantica, furibonda del genio creatore schizofrenico ed ex nihilo, sregolato e, scriverebbero sul Corriere-che-si-serve, anarchico. Come se anarchico fosse una via di mezzo tra un difetto svelato e un insulto manifesto. La sceneggiatura di Genius infatti porta con sagacia, come m’è parso di vedere, a riflettere sul fare anima, per dirla con Hillman, che il genio costituisce in sé, obbedendo, ai confini del mito, agli dèi, non alla propria narcisa voluttà di potenza. Genio, in definitiva è colui che sta in riga, nei limiti del proprio dèmone, il genio che ha sempre una lampadina di scorta; e Einstein viene descritto come portatore sano del suo dèmone efficiente, di cui segue il dire e persegue il fare, mettendone il proprio saper fare al servizio, anzi studiando per esserne all’altezza: bella la scena in cui, en enfant prodigue, Einstein ospite dai genitori, ripara con un tronchese il macchinario elettrico del babbo fabbricante di lampadine. Questo induce a trovare in Hillman, con una mia estrema sintesi interpretativa e in un suo libro capitale, Il codice dell’anima- Adelphi 1997, che genio non solo non si ferma mai, indovinare perché, but he is always still at work; che genio è appunto una forma di obbedienza, scoprimento, adesione a una chiamata; vocazione vuol dire questo. E non c’è niente di strano. Io lo vedo in Desideria Guicciardini, illustratrice e per qualche ragione mia consorte che, piacciano o non piacciano, nel sonno o nella veglia tutti i giorni i suoi segni dalla punta delle dita lei fila in disegni, come la buona Parca Cloto fa della vita e non ci può fare niente. Obbedisce a sé oltre che ai committenti e disegna. È una fata, una fatica ma aiuta.

*Sandro Bolchi (1924-2005) celeberrimo regista di teatro ma soprattutto della Radio televisione italiana. Autore di fortunatissime traduzioni televisive di grandi opere letterarie. Tra le altreI promessi sposi e I fratelli Karamazov.
**Blaise Pascal (1623-1662) Pensieri, XV, 183
*** Henri Poincaré (1854-1912) Science et méthode – http://jubilotheque.upmc.fr/fonds-physchim/PC_000305_001/document.pdf?name=PC_000305_001_pdf.pdfIn merito alle condizioni di questo lavoro inconscio c’è qualcos’altro da notare: ovvero che esso è impossibile e peraltro infecondo se non è preceduto e d’altra parte seguito da un periodo di lavoro cosciente. Le (quelle) improvvise ispirazioni non si verificano mai se non dopo qualche giorno di sforzi volontari, in apparenza infruttuosi, dai quali c’è parso di non riuscire a cavare nulla di buono, anzi quando abbiamo l’impressione di aver proprio sbagliato strada. Ma quei tentativi non sono stati tuttavia sterili come si crede, hanno messo infatti in moto la macchina dell’inconscio che, senza di essi, non avrebbe né fatto strada né prodotto qualcosa. 
****James Hillmann(1926-2011) psicoanalista e filosofo americano. In questo sito più volte citato.
Posted in Osservazioni | Tagged , , , , , , , , , , | 2 Comments

Artelier. Dolori e coraggi a Maggio


Segnalo che per l’occasione messa in atto da Artelier[1] del benemerito Festival dell’Espressione 2017, sul tema il dolore e il coraggio[2], sono stato invitato dal suo ideatore dr. Giuseppe Oreste Pozzi, a dire in qualità di giurato su alcune delle opere che, da  domani, il pubblico troverà esposte nelle sale della Società Umanitaria. Interrogato da me stesso da quale vertice di competenza potessi mai affermare o negare qualcosa in un campo che non è il mio, ma esortato dal dr. Pozzi a parlare dal livello medio della mia sensibilità, grande o piccola che sia, mi sono risposto con una breve riflessione che qui espongo in lettura e che, a mio avviso, completa in qualche misura un complicato discorso, che tanto mi sta a cuore sull’arte, il linguaggio, l’espressione e i suoi confini, e sui confini che un intellettuale, figura che qualcuno mi attribuisce senza che io osi smentirlo per evitarne il Narciso, deve porsi o trovare nel dire. Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen, recita in bella forma ritmica tedesca Wittgenstein, nel suo Tractatus[3], scritto e terminato in trincea nel 1918, per ingannare i tempi, Su ciò di cui non si può parlare occorre tacere… salvo cambiare il punto di vista. Se si può.

L’idea di esprimere preferenze in un campo che per dichiarazione programmatica non è quello dell’estetica ma della sofferenza, sofferenza che, come quasi tutti al mondo, conosco in corpore vili e che ha un suo percepire particolare, αἰσθάνομαι-aisthanomài, proprio per questo mi fa trattenere il pensiero sulla porta del giudizio. Al ruolo di giudice sono tenuto dal mio lavoro di insegnante di teatro, ma lì è facile distinguere il niente dal qualcosa e nel distinguere, nel vedere e pesare la differenze, la nostra categoria deve esercitarsi; ma di questi lavori di pittura o fotografia che non dubito siano stati ottenuti con non so immaginare quali speranze e grande sforzo dei soggetti, con loro grandi resistenze o, al contrario, in assenza di limiti o consapevolezza degli stessi, e con grande perseveranza di educatori e terapisti, di questi lavori fare una graduatoria mi sembra improprio, non per bontà ma perché non è questo il campo di una scuola né di una scuola professionale. Il pubblico avrà la meglio.
Di tali opere sono stato chiamato a dire qualcosa, le mie impressioni se non altro che, come mi capita di insegnare, sono di regola la prima regola da seguire nel darsi ragione o no dell’operato  altrui. Come ebbe a dire Giuseppe Pontiggia, Alla fine è il lettore – il pubblico – ad  avere ragione. Si riferiva non alle arti figurative ma alla letteratura, certo, e non in senso limitativo bensì per sottolineare che chi legge, alla fine esercita il proprio gusto, con la propria sensibilità, al meglio se è maturata nel tempo, se si è educata a trovare una strada nel labirinto del lavoro altrui che, sempre, è un labirinto. Ebbene, se arte è andare all’oltre e all’altro e, indipendentemente dall’ordine delle cose, dare loro un ordine ovvero un senso e arrivare persino a maturare una qualche tecnica utile a raggiungere la riva del senso, se è un governare questo traghettamento, se infine, e questo che segue lo dico dalla mezza collina della mia esperienza pedagogica, se infine il fare non manca benché possa rivelare una mancanza, un‘assenza senza possibilità di essere esplorata, o un nascondere/si ben messo in scena, allora quest’arte, anche se con meno talento e dispari perizia dev’essere in chi guarda, di chi legge o ascolta. Un lavoro su due fronti differenti dove la differenza conta qualcosa. 
Entro questi limiti mi sono permesso di stendere una sorta di catalogo di apparizioni, direi anzi di rivelazioni delle opere che ho avuto il bene di osservare. Quelle che hanno coinvolto la mia lunga o corta capacità di sentire, αἴσθησις-aìsthesis, e dunque la mia possibilità di scriverne. Mi è sembrato di notare tra i lavori quelli che hanno superato il varco tra l’espressione, inespressa, e l’espressione che, non saprei stabilire a qual grado di consapevolezza o no, trova una forma e vi si conforma e sublima, anche o soprattutto nel senso tanto dibattuto quanto incerto di sintesi, del soggetto tuttavia, tra orrore e fascinazione, di delightful horror -Edmund Burke – A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful-1757
Per metafora sono stato in grado di scrivere solo di opere che mi hanno suonato e di cui ho sentito risuonare qualche richiamo. Di là da questo passo e con tutto il rispetto dovuto, la materia esulava dalle mie possibilità di indagine ovvero non sarei stato in grado di dirne senza mettere di mezzo strumenti clinici che non possiedo. 
[1] cfr. www.artelier.org.
[2PROGRAMMA http://www.artelier.org/festival-dellespressivita-la-iv-edizione-in-scena-dal-2-al-7-maggio-nei-chiostri-dellumanitaria/ ]
[3]Tractatus logico-philosophicus. Per qualche lettore incuriosito, qui le sette proposizioni fondamentali del Tractatus che qualche interesse hanno secondo me anche per chi non fa o non conosce la filosofia. O è curioso con juicio.
1.Il mondo è tutto ciò che accade.
2.Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3.L’immagine logica dei fatti è il pensiero.
4.Il pensiero è la proposizione munita di senso.
5.La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. 
6.La forma generale della funzione di verità è   Questa è la forma generale della proposizione.
7.Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.
 
Posted in Piccoli eventi | Tagged , , , , , , | 2 Comments

Letture. Anna dei rimèdi

…Un viaggio della Yourcenar[1] in Friuli non c’è mai stato e di sicuro quell’accademica di Francia, di là dall’esercizio di un turismo cóltissimo e piùchecurioso, non si sarebbe interrogata sulla lingua da utilizzare e come e perché; ne avrebbe scritto nel suo francese, come usava Manzoni del resto tra sé e sé, come Rilke nel suo tedesco non scrisse di Duino, come Saramago nel suo portoghese scrisse Viaggio in Portogallo. Proprio al nostro mondo italico mi pare invece l’avere negli italiani e nei loro cadetti, i dialetti, le proprie armi, intese come blasone, denso ordito di relazioni, e come strumenti che ci interrogano. Da cui Gadda o Busi o Camilleri, benché di quest’ultimo, più di qualcuno sia magari poco disposto a riconoscere quella che si chiama grandezza. Premesse le premesse mi fa piacere dire qualcosa di un libro che ho appena letto e che arriva dal Friuli per l’appunto, Anna dei rimedi, della dr.ssa… mi concedo il vezzo e il vizio germanico di  addottorare chi dottore lo è… Marta Mauro, Forum edizioni-Udine. L’opera in questione mi ha dilettato e, subito affrontate le prime pagine e le prime difficoltà, ne sono scaturite associazioni che la lettura completa mi ha confermato e tali che scriverne è un di-lettura seconda. Opera letta con passione particolare perché motore del lavoro è per l’appunto la lingua, come di ogni opera che sia tale e quindi non ridotta a balbettamento in italiese, giornalesco o ameriliano. Lingua furlana in questo caso, in sé e per rapporto all’altra, l’italiana, con cui l’autrice ha voluto fare i giusti conti, usando quest’ultima come sfondo, o fondo per a fresco, di un tono medio, molto brechtiano, e tale da fare risaltare i tasselli, le inserzioni della prima, ma mescolando nel narrare le due senza soluzione di continuità, ovvero passando liscia liscia dall’una all’altra. Diversamente dal camillerese, il furlano non si presta a una comprensione intuitiva e costringe alla pausa, al rimando alla riflessione; chi mai può capire che cosa sia un sedòn, ammesso che sia corretto l’accento, per cucchiaio, e che cosa e come indovinare la pronuncia di seglâr, acquaio, con quel segno  diacritico sulla a di poca, per non dire nessuna affinità con l’italiano, almeno per come si è andato ortografando da Metastasio in poi. Usare quindi il furlano, lingua complessiva oltre che complessa, alpina, contadina… i miei nonni di Cividale, emigrando in Francia, saltarono da quello al francese senza passare per l’italiano che conoscevano male e meno del tedesco dell’impero absburgico… usare il furlano, lingua in bilico sul passato, nel mio immaginario, rivela qui il tentativo di infilarsi nella trama, il racconto narra anche di tessuti e tessitori, della lalingua[2], appunto ma non credo soltanto, per declinare un passato che, nel racconto si accende alla data del primo gennaio 1700. In ciò consiste per me il déclic dell’opera, la sua trovata; nel senso proprio di qualcosa che si trova, che affiora e si ritrova e si riporta alla luce. L’operazione è un’analisi e il discorso non evita, anzi credo cerchi di farsi e mantenersi saggio su un luogo epìtome, la Carnia, isolata, grazie a quella data di inizio, tra la statica dell’eterno e la dinamica del divenire; tra il mondo degli dèi, dell’animismo proprio a tutte le culture legate alla terra, alla stagione, alla natura, che l’evoluta superstizione del cattolicesimo, ideologia e stile di pensiero adatto al contenimento e dunque al potere, ingarbugliò e conquise abilmente dovunque, a partire dalla Roma dei Cesari, senza per fortuna mai riuscire a strangolare, nonostante un eccesso di buona volontà, anzi alla fine favorendolo e agglutinandolo al suo olimpo di santi, lugubri, noiosi e buoni ma pur sempre abbastanza divini; in ciò sta da un punto di vista mitico o antropologico il vantaggio cattolico romano e il suo tentativo di far evolvere la cultura in civiltà, una civiltà peraltro assicurata da un ombrello di terrore più che di vantaggio civile, garante dell’uso, dalla tradizione acritica e acefala… tutte cose in cui ci ritroviamo leggendo bene tra le righe la cronaca dell’oggi… tra istanze del soggetto e discipline del gruppo; dove è il gruppo a vivere davvero fino a far perire, mi pare che i libro induca a bene intuirlo, a dispetto del singolo il cui rilievo è minimo per rapporto alla sostanza del gruppo che delle sue regole, così ben specificate da statuti vestiti almeno in parte di necessità, fa propria difesa senza mai porsi la questione di un mutamento. Anna invece è la predizione del mutamento, allestito da tre trapassi dolorosi al simbolico, da tre scene di separazione, di buchi, Anna, Anna dei rimedi, che si seppellisce nella buca del bosco… i misteri di Mitra[3] ne sapevano… il suo matrimonio con il foresto, il cuc-olo, che la buca e separa dalla casa per un altrove limbico quanto la buca nel sottosuolo, e la separazione dal marito grazie alla morte di lui, buco tombale sul cui orlo avviene una nuova e del tutto diversa nascita per Anna, la medisinaria, la strega del Michelet[4], l’Altra annunciata dal prodigio della sua nascita biologica, con la camicia. Il passaggio al simbolico è sempre violento direbbe qualcuno. Che cosa succede ha poca importanza e succede seguendo una scansione di ovvietà, ma non quella di una gravidanza di Anna, molto bene messe in luce dai titoletti che aprono ad arte ogni volta i brevi capitoli di ognuna delle tre parti del lavoro. Il tre conta qualcosa nell’aritmetica letteraria. Il volume ha un’indispensabile vocabolario finale oltre che una ricca appendice di note esplicative, necessarie a chiarirsi su questioni molto di botanica medisinaria, diritto, storia, costumi e lingua. Un libro ricco di segni che credo sarebbe piaciuto a Frazer[5].

[1]Marguerite Cleenewerck de Crayencour, M.Yourcenar, 1903-1987, scrittrice e prima delle donne ammesse all’Accademia di Francia.
[2]nel lessico familiare dello spesso da me citato Jacques Lacan, di cui intuisco e cui attribuisco qualche non trascurabile genialità, la lalangue corrisponde all’incirca al linguaggio dell’inconscio o a una Ursprache incognita, anteriore al linguaggio parlato.
[3]cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/mitra/
[4] Jules Michelet, 1798-1874, storico. cfr. La strega, Einaudi, 1971
[5]James Frazer, 1854-1941. Antropologo.cfr. Il ramo d’oro, N.C. 2006.
Posted in Letture | Tagged , , , , , , , , | Leave a comment