Il salotto delle prove

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Intro e prima puntata.

Riporto qui  per un pubblico che non ha altri interessi dai miei, cioè quel po’ di arte che si conosce per mestiere; e in questo periodo soprattutto in cui more italico si moltiplicano come pisci, pani e vino gli olologhi di tutte le risme, gente che manda a dire al dr. Galli (ospedale Sacco.Mi) che è un cretino, ebbene io mi tengo al mio, al poco che so che è davvero poco, e pubblico per maggiore intesa con gli studenti del gruppo messo insieme da ex-studenti, Gianluca Cavagna ed Elisa Dal Corso e viceversa, che mi hanno chiesto di fare lezioni di regia (fischia) e con i quali ci vediamo ogni lunedì nello Zoo(hmm) per una loro lodevole iniziativa divulgativa, Il salotto della voce, delle idee, delle prove. Un circolo aperto a tutti, specie agli studenti d’arte, in cui via via degli esperti o ritenuti tali con qualche ragione o qualche illusione, me per esempio, fanno vedere come si fabbrica la loro specialità. Mia la regia, non la pizza dato il mio nome parte nopeo e del tutto terrone, adatto a una pizzeria appunto. Dopo la scrittura la regia è quello che so fare meglio, e al contrario della scrittura mi ha dato il pane e il companatico per 40 e rotti anni, insomma per tutta la vita attiva, con la parentesi del lavoro con mio padre di fattorino in negozio, subito dopo la maturità e anche dopo, al bisogno. Impresa di famiglia. Imparato un sacco, anche a fare le somme e le sottrazioni. E a chiedere un benefondi. Non dico di più. Così storniamo, da ragionieri, l’idea che da questa sedia parli una preziosa ridicola, non lo sono, ma poiché sono, sempre stato per natura uno che osserva e si fa delle cose la sua immagine e somiglianza, ho dato per anni a bere la notizia, oh-come-ne-sa-di-cose-il-discola, proprio. Il Discola ( mi chiamò così per un periodo il mio maestro Crivelli, l’altro il Rissone mi chiamava sognodiunvalzer) di cose ne sa poche ma quelle poche benissimo.

Con la mia amica e valente attrice Sonia Grandis, e Stefano Ferrara, oh lui sì che è un intelletto da more; perché sa scrutare nelle more di ogni detto o fatto, e accumunati da simili origini, gusto, affinità e formazione d’arte, abbiamo riflettuto con attenzione, cioè chiacchierando a telefono, su che tipo di lavoro proporvi per questa lezione/dimostrazione.( Il salotto delle prove) In altre parole e da che scuola è scuola, la questione gira sempre non intorno a quello che ci piacerebbe fare ( direzione che anzi abbiamo evitato sapendo bene che nella vita il 95% di quello si fa è perché ti scelgono non perché scegli) ma su quello che, tutti i conti fatti, potrebbe essere meglio adatto a far orientare dei giovani apprendisti nell’ambito di qualche tradizione riconosciuta. Occorre intendersi da subito; in ogni arte di fare l’avanguardia sono capaci tutti, indispensabile pertanto essere ignoranti funzionali, e poi dire che si è inventata l’acqua calda. Persino Artaud l’iconoclasta veniva da una scuola. Persino Bene. Persino Poli, ascoltarli dint’ ‘o tiubbo. Non si può dire che si ama Houellebecq se non si è letto Flaubert. C’è un mio conoscente che afferma di possedere una sua cifra stilistica, nel cinema, quando semplicemente non sa cos’è un punto macchina e si vede. L’eliminazione del passato induce a commettere l’errore di ignorare che da che mondo è mondo ce n’è pieno il mondo di avanguardie; alcune recenti, come quella di Stanislavskij o di Brecht, hanno fatto carriera e sono diventatate scuole. Perché a loro volta fondate su solide tavole, di palcoscenico. Quando in visita nel marzo del 1956 a Milano per la prima italiana dell’Opera da tre soldi, a Brecht dal mio maestro Checco Rissone, fu chiesto come andava inteso lo straniamento, la risposta sana sana fu, Me lo chiede lei che ce l’ha di natura e di cultura, la commedia dell’arte; è l’eredità di voi italiani, non avete nulla da imparare. Di tutte le scuole per degli italiani, quella italiana, iniziata appunto e a essere approssimativi con la Commedia dell’arte, sarebbe la migliore. Scuola italiana che è molto articolata e passa per la Duse, per Ruggeri, i Ricci, su su fino a Gassman, Salvo Randone, Cervi, Valli. Ma non abbiamo voluto andare indietro fino alle origini e fermo restando che avremmo usato un lavoro in italiano, e non una traduzione, ci è parso gentile limitare le difficoltà a un periodo della letteratura come dell’arte teatrale che in realtà toccò gran parte dell’Europa, quello del naturalismo. O verismo o come ismo ve lo volete chiamare. Di un Ibsen o di un Cechov in minore, ci è parso dunque che questo lavoro di Giacosa, avesse la caratteristica di non essere né troppo, come un Pirandello, o peggio come un D’Annunzio, né troppo caratterizzato come un Brancati o un Guelfo Civinini, che peraltro scrisse Fanciulla del West. A Puccini infine il nome di Giacosa, lo saprete, è legato per via dei tre capolavori, Bohème, Tosca e Butterfly. Non diciamo che questa sia la scelta migliore ma siamo convinti che affrontare difficoltà attoriali che la prassi moderna ha gettato via non sapendo distinguere tra umido e indifferenziato, sia utile anche per trovare il modus al rebus della famosa battuta, La cena è pronta. Che esiste, è un parlante in Traviata, atto primo e tutti cantanti cani tanti, la sbagliano.

2 maggio. Ciò premesso rispondo alla domande formulato subito  alla prima puntata del programma. Il tema è Come le foglie di Giuseppe  Giacosa e la domanda cui rispondo, come mia abitudine sbrodolando giù per la discesa delle associazioni, è come mai recuperare un testo così obsoleto. Sì sì, si ricordi che Giacosa scrisse per Puccini, mica cretini, né l’uno né l’altro. Allora recuperare hmm può significare un giudizio sul valore dell’oggetto recuperato, buono, cattivo, non è detto. Spesso si recuperano nei teatri, nell’opera non è inusuale, lavori che la storia ha bell’e cremato e sparse le ceneri al vento. Nelle direzioni artistiche dei teatri c’è un doppio marketing quello dell’assodato e quello del recuperiamo che qualcosa resta. Ma in teatro l’obsolescenza è un dato di fatto. Quindi tanto vale. Anche il concerto per violino di Schumann fu recuperato dall’oblio imposto dalla moglie a suo tempo; non voleva  si sapesse che il marito era un mostro di genialità. Lei pensava un mostro e basta come tutte le massaie con qualche pretesa. Lui era scoppiato nel suo genio. Ma non se ne fabbricano più. Ci vuole eroismo dell’esistenza. Andare alla guerra. Nessuno vuole farsi sopprimere dall’arte, l’ultimo fu Dalì. Picasso un amministratore di campagna. Non che avesse torto.

Quindi sai, prima Tino Carraro (alla fine di uno spezzoni televisivo De tant che l’era piscinin in cui compare con il Gotha del Teatro milanese e non) cita il ballo Excelsior, 1881, di Manzotti e Marenco; fu recuperato dal regista Crivelli negli anni 70, io c’ero, scene e costumi geniali di Coltellacci, Dell’Ara coreografò una sorta di lago delle papere in mezzo ai cigni e Filippo Crivelli confezionò il tutto come di rado succede, e voilà  un balletto dimenticato, restituito al valore che ha, valore estetico, visto dalla giusta prospettiva; Perspektivismus ist ein anderes Wort für seine Statik (Gottfried Benn – Poesie statiche). In teatro sarebbe ora che si dimenticasse il termine attuale, reale, che comunica, che parla ai nostri tempi, adesso usa molto la parola condividere, se condividi sei un bravo bambabino che vuole bene anche ai più stronzi tra i bambini del suo asilo e non li picchia, intavola una discussione; volete l’attualità ammazzatevi di telegiornale e pubblicità. Oggi anche nel comodo formato alternativo. Sapere standard, e costruito a misura, nessuno sforzo, vi ricordate [a Gianluca Cavagna ed Elisa Dal Corso, bravissimi teatrantini del mio gruppo in conservatorio a Milano e valenti ideatori di questo arengo zoo(hmm)] vi ricordate in classe quando vi dissi che questa nostra è l’epoca del precotto, del predigerito, sgrassato, poche calorie. Tutto facile, tutto alla portata di un bambino non molto sveglio. Sapete che non si può dire deficiente per la par condicio. Italiano facile per pakistani. Il mondo visto da un buco di serratura e piuttosto stretto. Vedrai vedrai a furia di lasciar biascicare i verbi all’infinito. Vous m’en direz des nouvelles.

Dunque questo recupero è questione di gusto e sapienza ma nel volerci fare direttori artistici di noi stessi, non dandoci per compito ciò che ci piace ma ciò che ci chiedono loro, i capi della borsa d’Arlecchino. Questo ha da essere chiaro. È facile fare ciò che ci piace; con ciò che non ci piace si fanno scoperte, si impara. Come i cavoli da piccoli. L’arte è imparare. Quindi impara l’arte e mettila… Ricordate con quanta diffidenza affrontaste due anni fa il vostro Circo delle fanciulle. Alla fine fu un piccolo capolavoro, di intesa tra voi e un testo e un tipo di teatro che non vi piaceva. Vi trattenne per un po’ solo il fatto che l’autore era il vostro maestro, il Maeschtro. E lì si è visto abbastanza bene che cosa deve fare il regista, anche principiante come la vostra compagna Cristina Rosa, sempre sia lodata, mettere a loro agio gli attori, il più possibile. Mettere in luce. Ci torneremo.

Chiarirsi. Gli attori non sono pupi, hanno un carattere, pessimo non di rado, e si aggrappano a qualsiasi salvagente, anche lo zampone precotto pur di anestetizzare la paura, chiedere a Gassman o Bene, defunti, l’attore ha paura perché recitare fa paura, ( a me per esempio non mi è mai piaciuto e il terrore di emettere un suono mi ha sempre trattenuto dalla tentazione; insomma se non te la vai a cercare non reciti) diamolo per scontato, e il regista non deve essere un puparo ma un esorcista; e poi anche il puparo sa che i movimenti dei pupi sono quelli che sono. Non si deve, non si può forzare un attore dentro una propria fantasia precostituita che poi si traduce in un ipse dixit. Il regista non deve pensare, non deve soprattutto farlo sapere se di notte lo fa, sotto le lenzuola, o darlo a vedere, deve ascoltare e trovare il modo di far uscire dall’attore il suo alter ego. I suoi altri alter ego. E poi indirizzarli, insegnare; una lingua acuta come lo spagnolo la dice bene, enseñar, che vuol dire mostrare la strada (si guardi nel vocabolario della Real Academia) Il regista è alla radice un insegnante, se è regista, niente guru, la cifra, o hai stile per natura, o sembri un duca anche in tuta, o peccarità, il mio teatro, per carità si attenga a non fare il filosofo dei tormenti e delle estasi. De Chirico disse in un intervista, Io non so di tormenti, i tormenti li lascio agli altri, io dipingo. E quando il giornalista gli chiede perché sta dipingendo un sole nero, Non saprei, mi pare una buona idea. E idea per un greco come lui voleva dire quel che vuole, immagine. Ricordo che Strehler procedeva a sbalzi, una sera in Scala, 1975, alle prove del Macbeth si mise a gridare Fermi fermi, di colpo come un matto, centodieci coristi scalpitanti e Abbado e tutti gelati , il matto aveva visto cadere una piuma giù nella luce dei fari di proscenio, chissà da dove, spazzatura. Pino, gridò a Pino l’attrezzista capo, Pino un cuscino. E lo sventrarono in prova, le piume nella luce brillavano. Puoi rifarlo Pino — Certo Maestro. Ed ecco inventata l’ombra di Banco. Chi ha orecchie per intendere. Le cose in teatro accadono così, non si partoriscono dal culo di un Giove qualunque.

Ascoltare stare molto attenti e pazienti. Non si escludano le rabbie furiose. La guerra. Questo indica le strade.

Ci sono almeno due bei film in merito, Effetto notte (La nuit americaine ) di Truffaut e Hitchcock, Sacha Gervasi, 2013. Da vedere. Non so se ho risposto. Vedremo.  

Alla prossima

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Unti, bisunti e untorelli

 

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Antoine Watteau (1684-1721) L’imbarco per Cythera, 1719

Ho l’impressione netta che si legga più per confidare e confermare al Narciso i propri deboli pensieri che, al contrario, per rivelare al Boccadoro di non averne e non averne diritto. Il vizio è la profezia. Gesù non si salvò che per mancanza di umorismo. Pigliarsi aggiro per dirla alla fiorentina o per il culo, sommessamente, è il dono che manca a chi di sé facci novella. Cioè propaganda. Acqua e profumo sono opposti antidoti. E Pilato, il romano, ebbe bisogno di rinfrescarsi. È un’impressione né.

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L’ElzeMìro di Martedì 12 Maggio

BAMANTI

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro-News – 12 maggio

Idillio toscano-La bimba che mangiava le rose-1a

http://www.gliamantideilibri.it/?p=74028

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Tanti saluti

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

 

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Riaprire il teatro

Commentare perché mai. Prego il gentile uditorio di sintonizzarsi con Natalino Balasso. Lo stimo, non di rado lo amo. Eccolo qui

 

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Maggio ciondola

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Oggi primo maggio qui tra le elevate al cielo una bellissima luce di sole e nubi kalinke illumina le magnifiche e progressive. Mi piacciono i piccoli riti instaurati e quotidiani, misurarsi la temperatura che bello, 60 secondi di ansia moderata e poi 36.4, Gnam anche per oggi mangio la mia fetta di sformato o pastaSiutta e non le carote lesse con lo stracchino dell’ospedale. Sempre stato pronto a riconoscere gli sforzi dei cuochi. Unico al battaglione Torre di Remanzacco-Udine a trovare più che decente il pasto, cento persone pentoloni con la gru, una cucina di Vulcano, a scodellare tre primi, tre secondi e dessert per tremila uomini, sempre pronti a lamentarsi e magari a casa loro mortadella in busta e pan poss. È sempre si sa più bella/della mamma la mortadella.

Oggi primo maggio qui tra le elevate al cielo una bellissima luce di sole e nubi kalinke illumina le magnifiche e progressive. Mi piace essere osservato, di sfuggita si sa, da una, Natura natura natura, esclama senza proseguire perché come non saprebbe, nel Reigen-girotondolo l’attrice a letto col poeta in una gargotta di campagna. Segue trombatio. Mi piace sentire passeracei e altri volatili chiacchierare fuori dal velux, ho una visione dal basso in alto del creato e formato 50 per 120. Mi coniugo a una prima persona, predicativa, meno retorica di altre, appartengo a un mondo che non c’è più, che non c’è, la condizione di Alice si addice, e che, è verosimile, non ci sarà e così sono abbastanza contento. Verità non ne ho e sto bene così, zaino leggero, non fa male alle lombari ricordarsi; viene in mente Nerone che svolò con una frasetta, nemmeno banale, qualis artifex pereo, che artigiano se ne va, la traduzione è interpretazione. Come del tutto. Il primo maggio è come un natale senza regali di cui che fare bah. Potrei fondare il partito comuniscta fantasioso, iscritto zero, non contagioso. Ah ah, ci penserò. Va pensiero Toscanini. 

https://www.youtube.com/watch?v=2OPvWFDzDlA 

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L’ElzeMìro del 28 aprile

BAMANTI

In Gli amanti dei libri – News -L’ELzeMìro

Legumi legàmi e litòti – Finale

Postumi polemici

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73990

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Come si diceva un tempo, buon proseguimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Porcomondo

 

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Paul Fenniak (1965) Theme Park Patron, 2014 

Capirla, a dire si guadagna l’inferno ma a non dire gliela si dà vinta alla folla della fola. Un amico fraterno, o che amico sarebbe, gli amici sostituiscono per scelta fratelli imposti dalla biologia; egli, medico preclaro e per fortuna sua in pensione, questa mane mattina presto 28 aprile 2020, framezzo a’ profumo di biscotti al cioccolato, tè e santioni e porconi ben assestati alla situazione da fantascienza qui e subito, Fase Due attacco al buonsenso, quella che ne vedrem delle belle signora mia, in cui siamo cacciati e starsene accucciati a casa prima che una beghina ti sputi in faccia la sua santa saliva, mi scrive accorato il messaggio che trasferisco qui senza correttivi…

Ho passato la mia vita in mezzo alle malattie peggiori (rilevate e non), pungendomi con aghi, tagliandomi con vetri, toccando l’ignoto. Non sono morto, né mi sono ammalato. Quando creperò non sarà per ignoranza della prevenzione e della profilassi. Così facciano gli altri. Due dita dal cul

ma egli non ha citato, niente distrazione omissione ritenzione, ce lo siamo detto in camera di carità, la perenne virulenza, tira e mola mola e tira del peggiore di tutti i virus, il superstitio stupidis, allevato in vitrio dalla più infettiva delle organizzazioni parassitarie del mondo, la chiesa cattolica. Dicono che il papa non faccia sillaba sulle risoluzioni di questo volonteroso e sballottato governo; per forza, ha le sue guardie del cardinale cui lascia il lavoro sporco di infettare, irorare il paese di scemenza… Ahhhprire tutto e subito, certo lori intendono le le porte al capitale e le gambe alle figliole, che ne sono la diretta premessa e conseguenza e cui l’astinenza di due mesi ha creato gravi disagi all’umettazione vulvare, pensano lori che la fimmina sia carente, pensano invidiosa sempre, e sono lori poverelli de la gesa, ma non sanno ch’elle sono state per secoli così accorte da arrangiarsi da sé e con maggiore soddisfazione, senza l’inutile fardello sulla pancia prima e della pancia poi, ma cu è ‘stu congiuntu, si domandano tutti in deficienza di congiuntivi, capace che la la Lega del chimmenfrega dei ‘L’g’b’t, sì tutta una lega della bega, si infuri perché si discriminano i termini della congiunzione; levata di scudi delle travestite lungo lungo i muri des Monumentalen Friedhof – Mailand, congiunte, molti santipadri lacaniani hanno il loro buco che caresce ma chi sa più che cos’è una congiunzione bella ed asettica, e, ma, se, che. Chissà come le chiamano le maestre allevate, tutte, anche quelle che non ci sono state ( nel senso di cui ante) all’università cattolica; comunioni, forse, segni di pace. Pece, pucciano i diti in miliardi di vibrioni e lo chiamano acqua santa. Inghiottono lostia che le brusi le intesticola. Ma lo sai come si chiama chi sente la voce e vede la luce, ohibò, schizofrenico, tutto certificato dal Merck manual, MDS. Paolo a Tarso TSO. Insomma il pope doce doce e la CEIha Ceiha ullalà fa voci e dice duce al duce. Ora c’è solo da avere ma solo un poco di immaginazione, serve mica Cassandra a confermare, se non sopravviene la reattività dei vermi agli stimoli esterni e contiene i fedeli tutti a casa, ah lo vedrai, chiese e magazzini di pii automonoerotismi, draghi cinesi di auto in corona vairus, fornai che sputazzano sul pane da spezzare, ultime cene ovunque, condomini di ultime cene, assembramenti, verminai, tutti per uno uno per tutti, tutti a respirare scaracchiumi, l’uomo umano è un virus, implantologia virale, vivano tigri, gatti e canguri, capirla questa, o allora cataste di banchi da chiesa e cadaveri in posa, tutti strangolati, da vedere, cianotici, tapestries di alveoli necrotici, lo spirito santo serve mica a rianimare, metodo marzabotto, un’indicazione metodolgica mica di più, dar fuoco a tutto, vroumm, e come in tutti i disastri ma ci saranno quelli che guadagnano, fabbricanti di lanciafiamme industriali semoventi, fuoco greco magnum a kerosene avio, tanto gli aerei sono a terra, napalm, vuuum, frum frum, elicotteri walchirion, sprayers di ipoclorition. Mi piace il profumo del napalm al mattino, dice il colonnello Kilgore/Robert Duvall, I love the smell of napalm in the morning, in Apocalypse now. Mai titolo fu più attuale. I love, love love. L’arte vede lungo. La politica è in corto. Come scrive Gottfried Benn, una cantonata greca. E ancora (Romanzo del Fenotipo, Adelphi pag 45), citando Pascal, cattolico per opportunità –1623-1662 eh, altrimenti la chiesa la sua specialità è l’asado, anche adesso mica credere – Tutte le sofferenze dell’uomo conseguono dalla sua incapacità a restarsene tranquillo nella propria stanza. Stateci, altro che alzati e cammina. Porcomondo.

https://www.youtube.com/watch?v=nx5N-4JvVyk

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