Assedio & Esilio – 26 ottobre

IMPAGINO INVITO

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L’ElzeMìro di Martedì 15 ottobre

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro. Cadenza quindicinale.

Olio di lino 8ª

Tempo d’attesa

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73126

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Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Perché non grassetto

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Francine van Hove (1942 – )- Senza titolo 

Per puro diletto accademico, mi spiace ma ogni tanto ce vo’, provo a spiegare  alle corte perché ho in uggia l’uso nefasto di grassettare i testi; per modesti o importanti che i 277 li trovino anche i qui presenti ne sono esenti. L’uso del grassetto è determinato dalla volontà di chiamare l’occhio cioè l’attenzione del lettore su di un determinato passaggio di questo o quel discorso, diciamo articolo per comodità. All’occasione, secondo me, può anche essere tollerabile per sottolineare, ma a volere nei Mac per esempio c’è una combinazione apposita per farlo, per mettere in risalto il succo di un discorso inutile quanto noioso. Ma l’autore che voglia segnalarmi che per lui è importante assai la frase, la sventurata rispose, ebbene… il lettore accorto non ha bisogno di farsela sventolare sotto il naso come il cencio insanguinato che esponevano in meridione al balcone, il mattino dopo le nozze, ‘sì da far intendere che la vergine, o la gallina per il brodo al maschio vincitore, erano state sacrificate, e le nozze come il brodo, consumate si diceva. Al lector accorto e di buon orecchio, ché i buoni scrittori pare parlino assai di più di quanto scrivano, quella frase, la sventurata rispose, che con un punto chiude qualsiasi Oltrarno al capoverso, qualsiasi commozione inopportuna, basta e avanza, l’accorto sa, una volta di più che cosa sta leggendo; il decimo capitolo di un capolavoro. Come ognuno può osservare ho corsivettato la frase di Manzoni per segnalare solo che non è mia (e vorrei saper scrivere un frase siffatta). Punto. Ma meno il testo ha peso e autorità, ovunque cioè, più lo si infarcisce di grassetti e incisi che non incidono per niente, se non con la lancia della noia (i recensori di film o di musica pop seguono appositi corsi di inciso e di metafora iperbolica). Mi pare che solo Massimo Fini, Nunzio La Fauci ( iddu cu fu) e Alberto Biuso nei loro blog non ostacolino la capacità discrezionale del lettore col grassetto. La BBC lo usa con inglese rarefazione, El Paìs preferisce, e non è male, un cortese azzurrino per le frasi che ritiene topiche, idem fa il NYT che tuttavia sottolinea all’antica ma interi brevi periodi, Sputnik, l’unica rivista sovietica al mondo e che me gusta per eccesso (mi piace leggere di bombardieri come non se ne sono visti mai, di navi ciclopiche, di bellezze russe al bagno, come ai tempi di Kruscev non era forse consentito), grassetta frasi fuori contesto quali sarà ora responsabile, con il soggetto lontano e la conclusione sconclusionata. Ma siamo nell’ambito dell’ilarità stampata, cioè del giornalismo. Quaggiù nei ducati si grassetta tutto, pronomi, avverbi, virgole e traveggole, i nomi di Jessica Ìlari o Jerry (per Girolamo) Attenti, come se tutti dovessero o potessero conoscerli e stare attenti a quei nomi illustrati dal giornaliero ma illustri manco pe’ gnente; magari sono solo i vincitori della terza tornata di Misfattor ma si dà per certo che ognuno gorgogli di benessere a comprendere che il lusso del grassetto inorgoglisce l’articolo che di Ìlari e Attenti si adorna sicché, saputolo, egli lui lector non legge nient’altro e passa all’info sulla carneficina del giorno, dove leggerà con gusto, esplosi 23 colpi strage questore fiori sirene. Tutto un esplodere di tumori grafici, di singhiozzi, Gulp e blurp, skreeetcc ohnnoooo uhhhhh, da fumetti. Ebbene si evitino i grassetti e si scriva a fumetti. Ecco perché qui no, qui non leggere è un diritto ma leggere tutto è un obbligo.

Per concludere, ecco il paragrafo della sventurata, dal decimo capitolo de I promessi sposi  di Alessandro Manzoni modificato e adattato per la  rete.  Cioè per chi non ha tempo e non aspetta tempo ( onde andare a sciare a Bormio, deo concedente)

-Tra l’altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per compensarla di non poter esser badessa, c’era anche quello di stare in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de’ tanti, che, in que’ tempi, e co’ loro sgherri, e con l’alleanze d’altri scellerati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato. Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.-

Amen.

                 da B.C. di Johnny Hart

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L’ElzeMìro del 1 Ottobre

In Gli amanti dei libri

Olio di lino 7ª

Malagueña salerosa

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73047

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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L’ElzeMìro del 17 Settembre​ 2019

In Gli amanti dei libri

L’ElzeMìro

Cadenza quindicinale.

Olio di lino 6ª puntata

Tango

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72971

 

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

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Muzzu ri minchiati

https://youtu.be/3vzLWsMG110

Nel ringraziarvi del credito che mi accordate ancora, cari 276, non so se leggendo ma perlomeno rimanendo iscritti alla mia mailing list -non mi azzardo a dirvi come si fa a levarsene, e confido che in generale sia vostra la facoltà di non leggere- desidero soprattutto rendere l’onore a quelle persone che mi segnalano il loro gradimento o gli affioramenti della loro immaginazione con un mipiace (like). Ne sono contento e ancora grazie. Questo detto, proseguo col diffidare dal darmi retta, più di quel che già farà da sé, il lettore esigente. Ogni cosa che scrivo è priva di qualsiasi motivazione commensurabile. Con i perché, chi vi scrive ha pochissima dimestichezza, tanto che, e non ne dubito affatto, parrò apodittico o/e supponente; c’è una parola francese che ben si attaglia al mio modo di procedere che è spesso tranchant, tranciante. Ma è ovvio; più di una volta a premessa di questo o quel discorso ora su un libro ora sul cinema ho detto che non sono critico, esegeta o analista. Per definirmi, oltre che osservatore estetico, potrei usare un modo di dire caro ai bidelli del mio istituto, nel tempore illo, tutti ammirati per non ho capito mai cosa di me, tanto da ripetermi sempre, spesso, più e più volte, Ah lei maestro qui dentro è l’unico artista. Allora io tra me e me pensavo, unico forse, artista hmmh, maestro poi uhh, ma essere ammirati si sa che piace e ho sempre lasciato dire, ché tanto male non fa, e poi qualunque qualifica rallegra chi la esprime. Però è vero che io non ho nessuna attitudine né capacità a dimostrare ciò che dico, a spiegare perché. Ricordo e si può rintracciare dint’o tiubbe -fatelo da voi se ci tenete- una lunga intervista a De Chirico, il pittore sapete, fratello del più geniale fratello Alberto Savinio. In quella sede l’intervistatore, colto il maestro al lavoro dopo la sua pennica quotidiana, non sapeva che domandargli. Sicché giù a chiedergli incauto, Come mai un sole nero, maestro (?). E il caro Ghiorghios, Giorgio, contadino in greco, a rispondere, Ma così, mi pare una buona idea. Ora occorre riflettere sul fatto che un artista anche quando riflette si riflette, o guarda e vede a traverso quegli specchi di polizia, di qua sì di là no. Sa lui quali fili insegue, tecnici per lo più, che lo legano al come non al che cosa. Non sa perché fa, non di preciso e non con gli strumenti dell’intelligenza geometrica, ma lo fa ed è (quasi) sicuro di non sbagliarsi ( quando abbia finito di correggere il fatto) e il più delle volte accade che altri, dotati di infiniti regoli calcolatori, asseverino ciò che egli disse o fece mmuzzo, tanto nel senso indicato dal Vocabolario della Crusca I e IV ed. Muzzo=di mezzo sapore. Lat. medii saporis, ottimo è il sugo delle mele muzze, tanto nel senso che certo lessico giovanile recupera forse invece all’uso siculo, Muzzu-Mucchio, muzzu ri minchiati un mucchio di fesserie, per estensione anche a vanvera, Parrari a’ muzzu=Parlare a vanvera.
Ora, molti mi chiedono, la mia vicina di casa per esempio, donna gentile e sapida e piena di curiosità ammirative, oh come faccio, oh come mi viene in mente, oh perché dico così o cosà. Ebbene la risposta è e sia sempre non lo so. Apodissi, ipsedissi, biribissi e già lo dissi qui in questa sede parlando del film di Schnabel su Van Gogh. Va precisato che un artista anche quando voglia fare la voce dotta, puttoppro parra a muzzo. Non ha niente da dimostrare. Mostra e basta; tranne i casi disperati, incurabili di quanti prima pensano e poi fanno seguendo una bandiera (Basti ricordare Hermann Hesse, il propagandista più noioso della letteratura, e la ricca messe di predicatori nell’arte modesta ma petulante di oggi; se non hai niente da dire chiacchiera, con accenti ispirati e stizziti, di libertà, spirito, diritti e donne, vedrai che ti pubblicano ché quando uno si pone e finisce al centro di un cicaleccio di cui sia ascoltatore e interprete, finisce allora o assassino o profeta o abbraccia le due carriere). È il suo, dell’artista, gusto, quale sia sia, la sua sensibilità a insegnarli la strada, strada beninteso educata in anni di osservazioni, pazienza pratica e ascolto, letture senz’ordine, a catturare di un’immagine, di una musica, di un testo, la polpa, l’architettura; la sua intelligenza lo guida nel tessere la coerenza di tutto questo quantum, persino una verità. Ebbene ho visto un film che io definirei meraviglioso per questi motivi e perché, a ridànghete, dire non saprei, Dolor y Gloria, di Pedro Almodóvar. Ne posso dire poco, che è un film solo per adulti (come Il posto delle fragole di Bergman mi ha ricordato mia moglie). Escludo che possa apprezzarlo chi ha meno di cinquant’anni, e non sia accostumato a silenzi ed ombre (vivi così nello oscuro è una battuta del film – la traduzione è letterale) o abbia maturato appunto dolor y gloria, almeno un po’, qualunque sia il significato e il peso che ai termini si voglia dare. È un film da ascoltare, chi può, come lo scrivente, nel bell’idioma castigliano, meraviglioso, decaduto e opulento, come il nostro siciliano, anche quando a parlare sono dei contadini. È un film che inizia nel finale, con l’ultimissima sequenza che scopre a sorpresa il protagonista, l’anziano cineasta Salvador, nomen omen, a sigillare, parafrasiamo Artaud, il Film e il suo doppio, col suo fatale cut, che in spagnolo si dice, Corta, e che invece la dice lunga; dice, Non facciamola lunga. E tutto finisce. Sarebbe errato dire che è un film nel film Amor y Gloria o, peggio che è un film sul cinema, o peggio che è autobiografico (c’è chi di mestiere cerca l’aneddoto, il pettegolezzo, la cosiddetta vita vissuta in ogni opera, come se Verdi avesse vissuto i tempi di Rigoletto, Don Carlos, Macbeth) ma qualcuno che l’ha detto c’è di sicuro, e di sicuro qualcuno avrà scritto che è un’opera senza lo smalto (ai critici subito da bambini piace la parola smalto) di Almodóvar. Minchiate a muzzo. Potrei parlare degli attori, di quanto siano ammirevoli e li abbia ammirati lo scrivente, a partire da Banderas, ma sono tutti così straordinari com’è straordinario il loro mèntore e burattinaio Almodóvar che, a parlarne mi annoio da me stesso. Potrei dire invece del bellissimo apparso, Salvador, il bambino che chiappa tutte le note del pentagramma; Salvador, ma dde chi e dde che, icona di Necessità e Destino (Τύχη & Ἀνάγκη). Potrei dire ma non voglio, sarebbe triste come la madre che rientrasse nella casa vuota e oscura con la cartella del figlio morto per la strada in spalla, e non riuscisse a piangere. È una citazione? Sì, amen.

P.s. la colonna musicale, un discretissimo basso continuo, che ho apprezzato molto è di Alberto Iglesias, figlio di Julio.

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Le quattro sragioni

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Into Taihu, 2010  Liu Xiaodong (1963)
A volte una pagina vuota presenta molte possibilità…
in Paterson di Jim Jarmush – finale
(da Haruki Mantasma – Tokidoki)

Preciso che la mia esistenza è all’ombra dell’inutilità; dell’estetica. Dovrebbe essere chiaro a chi un po’ m’ha seguito ma precisarlo conviene. Non ho fatto né un mestiere né alcun pratica a vantaggio del prossimo; e se per quello nemmeno di me stesso stante che l’unica carriera che ho compiuto è quella di pensionato dello Stato, per dire che non ho rendite o capitali o quelle economie che fanno la vita migliore; posso dire di essere un duro e puro dell’inutile, avendo scelto se non preferito la strada dell’ombra appunto, fin dell’oscurità, dell’occuparmi di preferenza di cose che importano a me e a pochi altri, questo bloggo per esempio; escludo dal computo un pugno di studenti volonterosi e capaci che, dicono loro, dai miei sproloqui sull’arte trassero, dicono sempre loro, meraviglie. Ciò non toglie che anche a far l’arte e metterla da parte, cioè in banca, ci si può guadagnare oltre al pane e il companatico anche lo champagne. Ricordo qui per scherzo che nel suo testamento Vittorio Gassman scrisse di desiderare che il suo catàfero svuotato e imbalsamato e impagliato e ben vestito fosse posto all’ingresso di sua casa; servo muto o monito. La notizia è riferita dal figlio Alessandro che, con qualche umorismo precisa non essere stato possibile eseguire questa volontà, datosi che l’Italia impedisce di impagliare congiunti e affini. Bene bene bene, ora sto ascoltando e in pratica scrivo sotto dettatura de Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi (1678-1741), capolavoro che, sembri o non sembri ovvio, varrebbe la pena di ogni defatigante studio musicale e solo per poterlo suonare ed ascoltare come, per analogia, sapendo qualcosina di pittura, di un Guardi (1712-1793) o Canaletto (1697-1768), accostamento di sconcertante banalità, si possono apprezzare e distinguere la ricchezza e la capacità -con maraviglia- di combinare tratti e segni e gesti differenti e indifferenti gli uni agli altri, per ottenere l’insieme coerente ed equilibrato di una realtà laterale -collaterale- operazione, m’è capitato di ripeterlo in occasioni ripetute, a scuola e talvolta anche da questa sede, operazione che è tipica del fare arte. A motivo di ciò i suoi prodotti, che risalgono o discendono dal lavoro d’arte sono, a mio modo di vedere, l’antidoto alla vita, stante o nonostante che la nostra di umani è finta per definizione, ficta, creata; a differenza di quella degli scimpanzè o della api o delle formiche, o delle piante, immediata, decisa, definita, senza o quasi senza variazioni dalla nascita alla morte. Le piante non conoscono l’inutile, vivono di essenziale, sono belle per lo più ai nostri occhi, più di uno scimpanzè, vivono d’acqua e di luce, attingono a una bene bruto; vederle come vegetano in pizzo a cuspidi di sabbiaccia e argille cattive e franose alle Balze di Volterra o come prosperano lungo le linee ferroviarie e chisseneimporta di freccirossi e bianchi; vivono muoiono nella perfezione del loro sistema, senza interessi. Beate poi sono le pietre, i cristalli che vivono di niente, di nulla hanno bisogno, sono e resteranno, salvo disintegrazione del pianeta, evento per ora remoto e di cui nulla può importare a noi, e nemmeno a quelli che con tutta probabilità periranno più prima che dopo pel folle furore della specie rapinatrice e carogna, l’uomo. Per natura, il dramma biologico che si svolge tra le quattro mura dell’individuo, assediato per drénto dal male, alla natura non importa; il modesto io che si lagna le è indifferente; è un pezzo, un lavoro in pelle come per i nazisti lo erano i prigionieri e ognuno di noi è prigioniero della biologia. Essa è; gli enti, noi, transitiamo da un campo all’altro fino all’auschwitz finale. Per questo essere vaccinati con un Velasquez o accompagnati da un orchestrina che zigozìga è importante. Delle stagioni di Vivaldi parlare mi renderebbe cretino agli orecchi di chicchessia, ma io ho ascoltato dunque anche Le quattro stagioni riscritte da Max Richter (1965) e sul tema arrivo, non da critico né da musicista, ma dal punto di vista che mi sono attribuito gratis e per lunga pratica, qualche nozione e molto fiuto, di osservatore estetico. Ora giro a largo. Qui sul lago, su entrambi i rami pullulano le costruzioni, le antiche e le altre; a Gravedona in particolare, sede di un ottimo ospedale, esiste in riva una piccola costruzione, direi quattrocentesca. Le case più antiche, intatte o toccate appena da ripristini conservativi, a pelo d’acqua o su per le coste scoscese, hanno in comune con quest’ultima la forma sicura di sé e soprattutto l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, normali in Toscana, la ratio, con una sola volontà, quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. Uno stile, una misura che furono del romanico e in toscana sin degli edifici di campagna degli innumerevoli contadini che pietra su pietra battezzarono le loro case. Poi, sempre qui sul lago ci sono le case dei sciur-parùni del periodo peggiore dell’architettura, quello della sfida all’eterno senza la voluttà, la mistica, l’erotìa scriverebbe Gadda, dello stile. Innumerevoli costruzioni con tetti aguzzi, elevate al cielo per mostrarsi da lontano ai visitors, accozzaglie di materiali e colori e stili – che si dice equalmente assenza di stile- facciate immense con finestrine ine ine e sproporzionate come lo sarebbero gli occhi strizzati d’una faccia tonda, abuso di materiali che, in epoche recenti, diventò abuso di calcestruzzo, di eccesso. L’eccesso è la malta angolare dello sviluppo. Di questo i regimi, dal paleolitico fascismo al comunismo nucleare coreano, si sono resi colpevoli e i maggiori interpreti. Non si possono dimenticare i deserti di casette di los angeles, da cui los angeles sono scappati, le sue spianate inospitali se non per tribù di lupi squali e sciacalli d’ogni risma. Vedi un film americano e ti viene la nostalgia di Rogoredo… vedere per credere. Il vegetale, il cui scopo inconsapevole pare è lo sviluppo, sa dove fermarsi, oltre s’immencisce, in ogni modo si ferma, spinge la linfa fino alle proprie estreme propaggini ma non va oltre. Conosce la fermata. La mistica, la religione dello sviluppo non capisce questo elementare principio, quello del limite, là dove principio e fine si toccano e che a Vivaldi, il veneziano, nato su una scommessa, una finzione acquatica, era ben chiaro; egli scrisse da mortale, opere per lo più anonime come edere, numeri, n°1, N°12, con per titolo solo la tonalità, Do, Si, diesis, bemolli: la sua musica non finisce, non si interrompe, tace, ignora la ridondanza, centellina, sfuma, tace là dove solo la memoria dell’ascoltatore può inseguirla e ripetersela e prolungarla, come di un buon profumo, la sua eco, la sua persistenza accompagna chi lo ascolta, perché anche il profumo ha una sua tonalità. La memoria definisce una persona e le sue estensioni, importa poco di che qualità. Sto parlando di metafisica non di letto. Eccoci giunti a Genova dunque cioè all’ascolto che ho fatto di Max Richter di cui non discuto il successo e la notorietà, buon per lui, non discuto nemmeno se ha scritto altro e di buono, ma lavori che mi paiono tutti per un film, a parte questa riscrittura delle vivaldesi cui Richter distrugge, al mio orecchio, l’equilibrio della forma stessa, l’armonia, la misura, le proporzioni, la ratio con una sola volontà quella di sostentarsi senza voler apparire con nessun altro pregio di là da quelli elencati. A un’osservazione immediata Richter riempie dove Vivaldi tolse, anzi nemmeno, non mise, eguale al giapponese antico che da un mobile non leva il vaso, non lo mette proprio e poi leva il mobile o lo riduce. Richter aggiunge la dismisura, la ripetizione l’ossessione del suono che insegue sé stesso, un po’ alla Nymann (1944) se vogliamo, di cui Richter usa il vezzo di troncare. Giusto, a furia di ripetere non si può fare altro. La decapitazione. Da qui da questo fare a dismisura d’uomo, a dispetto del minimalismo dichiarato -guai all’opera che si isma o diventa enteroclisma- non si vede altra via d’uscita che la decapitazione senza le ragioni di una rivoluzione. Quando si gira a vuoto senza sapere dove andare, tipica della demenza. La demenza non ha fine. Si decapita da sé.

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