Tüti i asan i mena la cua e tüti i coioni i dis la sua – di Leonardo Taschera

Per inaugurare l’anno nuovo e con immenso godimento propongo qui senza miei commenti questa inattuale, unzeitgemässe Betrachtung* – dell’amico Leonardo Taschera

Tutti gli asini agitano la coda e tutti i coglioni dicono la loro                                              ovvero della falsa coscienza democratica

Il titolo è in dialetto mantovano ed è un detto che ho imparato da mia nonna -classe 1869-di origine contadina, nata a Gli Angeli, frazione del Comune di Mantova. Amo credere che il detto sia espressione di un’antica saggezza popolare, temo ormai perduta, e che oggi, come altrettanto temo, verrebbe liquidato come una delle tante manifestazioni-reazionarie- del cosiddetto populismo. D’altronde il dialetto mantovano abbonda nell’uso della denominazione degli attributi maschili, talvolta, probabilmente, anche nelle classi colte, alla Belli o Porta, per intenderci, come dimostra quest’altro detto: Ag secarìa i coioni a Netüno che i ha ga semper in d’l’aqua* – detto di persona che, per dirla alla Camilleri, rompe i cabasisi. Ma, per tornare al titolo, quello che mi diverte è che oggi il politicamente corretto, i cui effetti sono smisuratamente ampliati dall’uso del web, vuole esattamente il contrario del detto mantovano. Oggi il concetto di partecipazione – ricordate l’importante è partecipare di sessantottina memoria che aveva anche ispirato una canzone di Gaber?-non si concretizza nel dibattito, nel confronto diretto, nello scontro, vòlti ad ottenere un risultato, ma si esaurisce in una sorta di scarica verbale lanciata, come il classico messaggio in bottiglia, nel mare della falsa comunicazione, specchio appunto della falsa coscienza democratica. L’agorà è stata sostituita da un incontrollato fare voci, sempre per dirla alla Camilleri, a senso unico che crea l’illusione della partecipazione alle decisioni, e che anzi viene incoraggiato da chi poi le decisioni le prende davvero. E qui bisognerebbe aprire una discussione sulla scomparsa dei corpi intermedi, o comunque sulla scomparsa dei loro effetti nel tessuto socio-politico, ma lascio, appunto per non menare la cua, ad altri l’onere e l’onore di disquisire sul problema. Leonardo Taschera

*cfr. Friedrich Nietzsche –Considerazioni inattuali- 1876 – Franco Angeli 2008

**Asciugherebbe i coglioni a Nettuno che li ha sempre a mollo.

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Sillies & sullies

Ho visto di recente un filmetto che molti troveranno o avranno già trovato minore ma non io. Si tratta di Sully di Clint Eastwood con Tom Hanks. La storia sua è breve, recente e vera, si tratta del racconto di un atterraggio di fortuna sul fiume Hudson e del successivo salvataggio di tutti i passeggeri e dell’equipaggio da parte della guardia costiera. Dell’incidente di macchina, due dei due motori dell’aeromobile Airbus bruciati da uno stormo di uccelli a pochi minuti dal decollo, del rimedio, valutate le alternative, messo in atto con frenetica intuizione dai piloti, un atterraggio rischiosissimo sul fiume fortunosamente sgombro di traffico. E infine dell’inchiesta che segue, di prammatica, un evento che avrebbe potuto rivelarsi fatale. La narrazione purgata da Eastwood di ogni tentazione retorica rende conto soprattutto di questa fase della vicenda, l’inquisizione, che vede di fatto accusati i due piloti, comandante in primis, di malfunzionamento, uso questo termine a proposito, cioè di  avere trascurato le indicazioni del controllo traffico, le procedure, i protocolli, i manuali e soprattutto di contraddire i test matematici e funzionali attuati, a bocce ferme, dalla compagnia per avvalorare la tesi dell’incompetenza umana fronte, fronte a che cosa,  fronte a calcoli e simulazioni.  Poi tutto finisce bene e con tante scuse e qualche commozione della commissione che, obtorto collo, ammette la propria inconsistenza e parla di un vincente fattore x, teoria che Sully il pilota contraddice alla fine, concludendo che il fattore x erano tanti quanti le persone implicate nell’incidente e nel salvataggio. Il film è diretto e montato senza un tremolio parkinsoniano da un maestro del cinema e bla bla, ma non ci tengo a fare né faccio il critico.

A mio avviso invece, ed ecco spiegato il perché allego il lungo documento in calce, a mio avviso l’opera mette in chiaro una tendenza del potere,  oggi  sempre di più essenza che presenza, quella a fare del reale un feticcio statistico, complice una matematica usata come arma letale invece che come strumento di eventuale verifica. In sintesi il discorso del capitalista odierno è che non è vero ciò che accade ma ciò che le previsioni mutate in conclusioni dettano, per il resto, per citare l’architetto Fuffas del Crozza, abbiamo  la tecnologia. Come dire, oggi c’è il sole anche se piove, ma è la pioggia che sbaglia, le equazioni sono corrette a prescindere. Come dire, mia nonna fuma, le ciminiere fumano, dunque mia nonna è una ciminiera. In sintesi grossolana, di cui l’esempio qui sopra, derivato dal tempo della mia seconda  liceo classico, penso che sia il cancro del sillogismo a priori quello che governa e che si vuole metodo di governo dell’umano, stritolandolo in funzione del capitale, nel film l’azienda Airbus e la compagnia di assicurazione, del marketing, di un sistema che si adora nello specchio del mercato, immagine non nuova quest’ultima ma sempre attuale specie in riferimento a gagarelle smorfiose come la signorina Fiat di cui qui di seguito. Nel documento una gustosa vignetta che semplifica in due fumetti quanto si dice.

ARGOMENTI / ISTRUZIONE

Le scuole non sono un mercato. Una risposta a Gavosto

Giorgio Tassinari replica al commento di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, sulle classifiche di scuole sviluppate dalla fondazione. Tassinari conferma tutte le sue critiche, e sottolinea che aver trascurato l’”effetto classe” mina alla radice tutto l’esercizio. Ma al di là dei problemi tecnici, Tassinari contesta l’obiettivo non dichiarato alla base dell’analisi di Eduscopio: rendere (artificiosamente) il settore dell’istruzione pubblica un quasi mercato. “Questo obiettivo, per realizzarsi, necessita che nell’opinione pubblica il settore dell’istruzione sia percepito come un settore di mercato, ed a questo servono gli esercizi retorici come Eduscopio, che si qualifica pertanto come operazione sottilmente ed efficacemente propagandistica. Ciò che è maggiormente criticabile, assai criticabile a mio parere, è proprio il compiere un’azione politica pretendendo invece che sia un’operazione neutra, senza implicazioni valoriali, e che quindi tale azione si giustifichi oggettivamente. Tutto ciò si chiama feticismo, ovviamente nel senso di Marx.”

commodity-fetishism-marx

Il commento al mio breve post su Eduscopio da parte del dott. Andrea Gavosto (direttore della Fondazione Agnelli FGA)  è tanto denso quanto breve. Tenterò di rispondere cercando di attenermi al “principio di giustificazione”.

In premessa, occorre ricordare che gli esercizi di valutazione della qualità delle istituzioni scolastiche sono ampiamente diffusi, e possono vantare anche una tradizione abbastanza antica.  Sotto questo profilo Eduscopiorappresenta comunque una novità assoluta per l’Italia, in quanto si fonda sulla misurazione del successo universitario dei diplomati per “risalire” alla qualità della scuola. Sulla validità generale degli esercizi rimandiamo, per una disamina approfondita, a quanto scritto da Harris (2011).

Quanto al contenuto specifico di Eduscopio, confermo le mie critiche sul piano metodologico (le “bordate”, nel linguaggio del dott. Gavosto). Ovvero:

  1. i fattori di correzione adottati dalla FGA si basano su modelli di regressione cross-section che hanno valori di R2 corretto abbastanza bassi. In altri termini, i fattori individuati dalla FGA come condizionanti l’esito universitario dei diplomati (i fattori cioè legati alla difficoltà dei corsi di laurea), sono sì statisticamente significativi, ma “spiegano” una percentuale modesta della varianza della variabile dipendente;
  2. quanto alla variabile dipendente (la media aritmetica semplice dei crediti ottenuti e del punteggio medio degli esami) confermo puntualmente quanto già scritto. Un coefficiente di correlazione lineare di 0,55 è alto, ma, ancora, circa la metà della variabilità specifica di ciascun indicatore “sfugge” alla relazione lineare tra i due;
  3. tra le variabili inserite come fattore di correzione, non compare la scala (dimensione quantitativa dell’istituzione scolastica). E’ rilevante? Who knows? Tuttavia non mi pare fuori luogo sostenere che per quanto attiene alle istituzioni scolastiche (come per la gran parte delle unità di produzione di servizi, pubblici e privati) esistano una “dimensione ottima minima” e una “dimensione ottima massima”. E’ una pista di indagine che sarebbe interessante percorrere (questo era un suggerimento, più che un rilievo critico).
  4. infine, confermo le mie critiche sulla mancanza di presa in carico dell’”effetto classe” (vedi su questo punto, tra gli altri Gori e Vittadini (1999)). Ed anche senza chiamare in causa la metodologia statistica e la letteratura specializzata, l’esperienza quotidiana di ognuno di noi testimonia della rilevanza dell’analisi a livello di classe. Per essere espliciti, questo è, a mio vedere, il punto di caduta dell’approccio proposto dal dott.Gavosto e dai suoi collaboratori, il suo peccato capitale. Ma non è solo un errore che attiene alla metodologia statistica. E’ molto di più, è un errore che mina in radice tutto l’esercizio, in quanto proprio la mancata presa in carico dell’effetto “classe” corrisponde ad una completa mancanza di attenzione al processo scolastico nelle sue detehumans-greedyrminazioni concrete e fattuali, che proprio nelle classi si esplicano, nel loro farsi quotidiano in cui l’interazione studenti-professori-studenti determina quelle trasformazioni interiori che sono l’outcome del processo educativo. L’apprendimento scolastico è innanzitutto un processo collettivo. E’ sbagliato pensare agli studenti e alle loro famiglie come a degli individui isolati, che agiscono in uno spazio idealizzato senza interazioni reciproche. Si tratta di un’impostazione al tempo stesso sia idealistica che ideologica, nel senso deteriore con cui Marx usa questi termini. Adottare al contrario un’ontologia realistica (Fortunati, 1958, Della Volpe 1969) richiede che nelle rappresentazioni dei fenomeni che si cerca di costruire siano compresi gli snodi fondamentali in cui si articolano i processi sociali.

Non mi dilungo su altri aspetti tecnici che derivano da scelte, a mio vedere assai poco condivisibili, effettuate dalla Fondazione Agnelli nell’impostazione metodologica dello studio, in quanto queste rientrano nella sfera della necessaria arbitrarietà che attiene ad ogni tentativo di ricerca in campo sociale. Vorrei soffermarmi invece su due termini, due parole (nel senso di De Saussure) usate dal dott. Gavosto, che mi hanno molto colpito. Sono le parole falsità e verità (truth scrive Gavosto). Sotto il profilo epistemologico sono parole assai impegnative, da maneggiare con cautela. Sono concetti capitali, concetti rischiosi. Un pelo di prudenza in più o meglio, come diceva spesso Lenin, plus de souplesse.

Sotto il profilo strettamente politico la FGA utilizza il sapere tecnico come strumento di potere. Questa non è una critica, è semplicemente, a mio giudizio un elemento non eliminabile in ogni discorso che deve ancorarsi , per avere un senso, ad elementi pre-analitici . Come per altri strumenti di valutazione nel campo dell’istruzione messi a punto dalla Fondazione Agnelli, l’obiettivo ultimo, (non dichiarato e quindi ctonio), a mio parere, è quello di rendere (artificiosamente) il settore dell’istruzione pubblica un quasi mercato (nel senso di Le Grand come si diceva). Quanto ciò sia auspicabile ognuno è in grado di giudicarlo da sé. E si badi che questo obiettivo, per realizzarsi, necessita che nell’opinione pubblica il settore dell’istruzione sia percepito come un settore di mercato, ed a questo servono gli esercizi retorici come Eduscopio, che si qualifica pertanto come operazione sottilmente ed efficacemente propagandistica. Ciò che è maggiormente criticabile, assai criticabile a mio parere, è proprio il compiere un’azione politica pretendendo invece che sia un’operazione neutra, senza implicazioni valoriali, e che quindi tale azione si giustifichi oggettivamente. Senza mettere in chiaro a quale teoria dei valori si aderisce (perché se si parla di valutazione, almeno qualche frammento di teoria dei valori mi sembrerebbe necessaria) si compie un’operazione di inversione tra fini e mezzi, si confonde la parte con il tutto. Tutto ciò si chiama feticismo, ovviamente nel senso di Marx (Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano, capitolo VI del primo Libro de Il Capitale) non in quello di von Kraft-Ebbing (Psicopathia Sexualis).

In conclusione, penso sarebbe interessante, sicuramente per me almeno, discutere pubblicamente con Gavosto su questi temi. Una bella disputa in stile medievale. Ovviamente in campo neutro. Visto che Gavosto ha scelto per sé la parte dell’offeso, gli rimetto volentieri la scelta del tempo, del luogo e dell’arma.

Per saperne di più

http://www.roars.it/online/il-commento-del-direttore-della-fondazione-agnelli-al-post-sul-feticismo-delle-classifiche/

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Bordesando e cabotando

L’amico Taschera, musico e navigatore ma non santo, uomo dalla vista lunga, di genio sin dal nome o, non saprei dire, forse a dispetto del nome stesso, Leonardo, mi autorizza a pubblicare questa notarella che mi ha inviato a conclusione di un breve scambio di vedute ma non del ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, bensì sulla vessante contingenza paesana. Con qualche differenza di opinione che non riporto per lasciargli libero lo spazio di ospite, di quanto mi ha scritto trovo acuta la percezione  e acuto il sarcasmo con cui conclude. Forse qualcuno avrà  piacere di leggerlo. Cordialità D’Ascola

Sono d’accordo con Di Maio quando dice che non si capisce l’urgenza di cambiare una legge elettorale che andava bene a Renzi e al PD prima del referendum e adesso non più, visto che il referendum è stato perso. Così come è sospetto che la sentenza della Consulta venga resa nota solo il 24 gennaio quando Mattarella, col suo potere di moral suasion, poteva benissimo far accelerare i tempi della sua pubblicazione. Stante quindi che ai livelli politici alti si vuole arrivare alla fine naturale della legislatura, contro il palese verdetto del voto popolare, rimane però l’oggettivo problema di una non chiara o quanto meno esplicita visione di governo da parte delle forze di opposizione, a prescindere comunque dai loro conflitti interni. Abbandonato il PD al suo destino segnato dall’insanabile conflitto tra maggioranza e minoranza – che ha un comportamento non dissimile da quello dall’adolescente che contesta l’autorità genitoriale ma non ha il coraggio di abbandonarne la funzione protettiva – abbiamo un continuo ondivagare  dei rapporti tra Lega, Fratelli d’Italia, Ala, Forza Italia, che non si capisce dove possa condurre – al di là della mia insofferenza nei confronti di Salvini, Meloni, Verdini e Berlusconi, per quanto riconosca la fondatezza di alcune delle loro istanze. Guardo con interesse al M5S, che però non mi sembra abbia un programma di governo né un sicuro candidato premier. Anzi, a sentire Fico, il concetto di premier è superato, ed è necessario secondo lui pensare a una struttura di governo tipo rete, ma non si capisce in concreto cosa voglia dire. Direi quindi che, avatar o non avatar di Renzi, una pausa di sei/otto mesi libera da una competizione elettorale, di cui forse il paese è stanco e che avrebbe come unico scopo la conquista del potere senza un preciso programma di governo, darebbe il tempo alle forze politiche, maggioranza e opposizioni, di chiarirsi e, soprattutto, chiarirci le idee. Sono compiaciuto dell’evidente cupio dissolvi del PD di Renzi. Non solo infatti il buon Gentiloni è l’avatar del toscanaccio, ma tutta la compagine governativa; e se si voleva incoraggiare il fronte del no a consolidare la sua valenza politica in vista delle prossime elezioni non si poteva fare meglio. Suggerirei comunque a Gentiloni di integrare la sua formazione musicale – che, presumibilmente, è ferma all’educazione musicale di cui ha goduto alla Scuola Media – con la lettura di qualche trattatelo sulle prassi esecutive barocche. Nella trattatistica dell’epoca gli autori, dopo avere illustrato le regole delle varie prassi, concludono concordemente con l’affermare che l’ultima decisione – relativamente alla scelta esecutiva – deve essere dettata dal buon gusto, qualità che, evidentemente, manca al nostro, ma, debbo dire, anche al suo sponsor. D’altronde, manzonianamente parlando, Uno il gusto non se lo può dare. Leonardo Taschera

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Butterflying butterflies

E dunque gli Dèi non hanno litigato per chi avesse più diritto o privilegi a volare sulle mura di Troia, ma di una gran troiata hanno concordato, una tantum unanimi e senza ripicche, discordi simpatie e piccoli ricatti tra loro, l’annihilimento. Oltre ogni pessimistica aspettativa si è dimostrato che, se vuole, lo stivale si pulisce da sé, alla facciaccia delle facciacce  televisive e della stampa baciapile, che non si legge bacia-pail. Nel dì della vittoria, anzi nel dopo il dopo il dopodomani della vittoria, Pirro alle sue legioni disse di sicuro, Che dio ce la mandi buona. Per ora però, è stata talmente vittoria che la classe dominante, i nemici del popolo, eccoli che si affannano e s’adoprano a rimandare, prostergare, posdatare con un solo scopo, e lo chiamano istituzionale, di reinventare l’illegalità, stornare il paventato dubbio delle elezioni, tenere in sella a tutti i costi Mr. Bigbean e tutto il suo partito di bracaloni e imbriachi astemi. Ora devo dire che per il paese vincitore ma stanco varrebbe stare un po’ almeno senza governanti; men che meno istituzionali dacché l’unica figura istituzionale presente, sospetta in culla sospettabile agli altari, è di fatto il presidente repubblichino. Sennò, se proprio dobbiamo avere un governo, suggerisco di interrogare la disponibiltà pro tempore, del Papa in carica. Di là da alcune trascurabili prese di posizione su fatterelli marginali come i matrimoni sgaiati, nel discorso sociale e politico è la sua voce rassicurante come quella del Landini meccanico. Oppure si chieda a quest’ultimo di velocizzare al paese la corsa a, vadano come vadano, vere elezioni. Un papa val bene una messa.

Un accenno di riguardo merita la stampa di regime le cui quotidiane intramuscolo di consenso  alle masse in funzione del mantenimento dei loro padroni, sono risultate  scadute, o di nulla efficacia terapeutica. Io ricordo bene quando Repubica con l’Inscalfibile in ribalta appoggiarono, plaudirono a un losco figuro come De Mita-chi-era-costui lodandone il valore, la grandezza, la lungimiranza, quasi si trattasse di un Churchill e Roosvelt messi insieme, ma dal dottor Frankenstein. Ricordo bene quando Repubica era ed è e resta il quotidiano di chi se ne andava al cinema la sera con l’involto del giornalino  sotto braccio e l’urgenza di non perdere nemmeno una riga dell’oracolo, quale era ritenuto da chi doveva sentirsi almeno qualcosa non essendo niente, ma per lo più voleva arrivare o era arrivato o stava per arrivare. A bersi Milano. Quanto al suo competitore, il Coppiere della serva esso dimostra di essere anch’esso quello che è, il giornale di chi è stato arrivato da sempre, bipettoruto, esangue, a volte esanime, querulo, poltrone, un mistico dell’ordine che si ricostituisce in eterno come arabe fenici che vi sian ciascun lo dice dove sien ognuno il sa. Alla Scala; se ne sgrillettava un notevole sciame ieri. La stampa nel mio immaginario, somiglia in modo estremo al modello stabilito da Saramago in Saggio sulla lucidità, o più modestamente alla fabbrica di lacrimosi coccodrilli immaginata dal Tabucchi. Ebbene ai giornalieri, raccomanderei di tornare al munus per cui sono nati, dare notizia della zucca gigante, del nuovo parroco, dei cinemi in città e provincia, della squadra di calcio in sofferenza, del ladro che ingaggia un duello con i carabinieri ma è stato acciuffato. Della castagnata pro croce rossa in piazza. E sovra tutto un mare di pubblicità. Ecco tutto.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/08/milano-la-scala-e-il-referendum-in-centro-il-si-ha-vinto-con-il-65-siamo-i-poteri-forti-e-il-voto-dei-ricchi-dato-al-pd/3245569/

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Cassandra

Giorni fa ho passato qualche tempo a cavare dalla cassette della posta qualche po’ di volantini renzeschi, ora qui ora lì, badando bene a non essere visto. In casa ho trovato complicità nel farli sparire. Siamo già a un accenno di carboneria o di Ciascuno muore solo [1]. Si accomodi chi tra i miei 224 lettori volesse denunciarmi per turbativa d’asta ché tanto ci aspetta domani, la messa all’incanto della Costituzione.

Non ho mai cavato gusto dall’avere ragione, se non quando ero giovane cioè inavveduto. L’ho avuta quasi sempre in situazioni di conflitto e quasi sempre, per non dire sempre, ho perduto, sono stato perduto e mi sono perduto, a motivo di quella che un mio maestro mi definì, La tua forsennata etica. Per parafrasare Einstein, non so come andrà a finire domani anche se nell’aria sento odor di trionfo e prevedo che così sarà; un trionfo basta poco a giudicarlo tale da parte di chi di trionfi si alimenta, basta un voto, un sì in più e così sarà. Un no in più e si griderà all’ imbroglio, alla vittoria di strettissima misura, al risultato incerto, al rifacciamo tutto, si agiteran metalli, diranno i massoni,  Verdigli e l’Inscalfibile uniti nell’arrampicarsi sui vetri insaponati per far fuori altrimenti la Repubblica pur di tenere in piedi quell’altra, di carta malstampata e truffe certe. Ma ripeto non so; so invece di sicuro come sarà la prossima tornata elettorale, non ci sarà.

E pensare che sarebbe bastato pensare a una revisione costituzionale, come è garantito dalla costituzione stessa e valutare l’ipotesi della pura e semplice eliminazione del Senato. Ma non avrebbe avuto successo e non sarebbe servita allo scopo, che è un altro rispetto alla bugia collodiana di rendere più snella la Repubblica. Questo referendum insegue la logica dello scontro, ed è a questo che si punta, il più cruento che si possa immaginare. Quello tra civiltà; scontro il cui obbiettivo ed esito sono di non fare prigionieri per privilegiare i vincitori e promuoverli padroni definitivi. Da una parte il diritto, il buon senso, la lungimiranza, per quanto incerte e caduche, dall’altra  il realismo di un potere abbietto che equipara l’accordo convissuto e partecipato e lo confonde ad arte non con la regola, ma con la scartoffia, con la burocrazia, nome con cui ormai dappertutto si sciacqua ognun la bocca, ignorando che anche un condominio, una società qualsiasi ha uno statuto e, poi, delle regole che possono o non possono essere applicate, complicate e burocratizzate; dall’altra le certezze ideologiche dell’unica ideologia dominante egemone, quella che ha trasformato persino quella nel bambin gesù, poverello discacciator di mercanti dal tempio, in fede scapitozzata nella trinità economica, finanza, televisioni e marketing. Detta così sembra niente ma è il niente che corrompe il sacro a beneficio proprio, lo muta in una fede che ha bisogno di guide, di personalità corrotte tanto e tanto puttane da suscitare e scatenare l’orgasmo delle masse bavose, il quietismo degli inconsapevoli o degli sciocchi, e la benedizione dei Mangiafuoco che questa trinità agitano sulla scena del loro teatrino. A tutti sono noti il nome e l’intenzione della Trilateral e della Morgan e dell’aretino Ghelli.  Così mi pare evidente che sia, anzi che è.

Non so che succederà domani, ma so invece che cosa accadrà l’indomani. Il sì ha un entusiasmo ideologico, oceanico, giovanottardo, di balcone e ribalta, che andrà a scontrarsi con le ragioni, autentiche, sensate, educate persin ovvie del no. Di sicuro avremo un paese non solo a metà, qual è, ma diviso a metà. Non ci sarà scontro fisico ma ci sarà paura; l’amico temerà di dire all’amico che ha votato no, il Marchion di turno terrà d’occhio chi sospetta di no per ricattarlo, la preside o il rettore si comporteranno in egual guisa per cacciare nell’ombra il talento e premiare il paggiofernando, si raggelerà il mercante o il notaro a sentirti per il no, più che a sentire parlare di comunismo, un no incautamente esibito deciderà per il sì o per il no a un’assunzione o a un proseguimento di contratto. Tra i nemici degli amici, pessimi e pericolosi i chierici, gli intellettuali di palazzo diceva Pasolini, perché s’è visto, di tutte le carogne la più carogna è il chierico[2]. Il fornaio alla lunga non starà a guardare, l’intellettuale no, ha la luce del Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, Factorem cæli et terræ, visibílium ómnium et invisibilium. E il Ricalcato è il suo profeta [3]. Di fatto, se non guerra, non si fanno più perché si è visto quanto sciupino vacanze e telefonini, sarà conflitto, permanente, insanabile, scivoloso, sotterraneo. Finché non ci sarà l’occasione per una Dongo anche virtuale e un piazzale Loreto, magari a Rignano.

La storia, lo studio della, i fatti del passato non insegnano nulla, tanto è vero che non si sa nemmeno che San Pietroburgo si è chiamata per un po’ Leningrado, tanto è vero che i 4 novembri o i 25 aprili o i 25 lugli sono date su un calendario a strappo. Speriamo che ci sia un ponte, è l’unico motivo per cui le si tiene in considerazione. Essa mostra però come la personalità malata abbia buon gioco, affascini le masse perché delegata a sovvertire l’ordine degli addendi a proprio vantaggio e dei suoi padroni. Ogni untorello ha uno o più mandanti e padrini. Non raccontiamoci la favola che i dittatori abbiano oppresso e ferito pecorelle innocenti. Alle pecore piace il padrone proprio perché è tale, sorride o strilla secondo copione, ha i cani dalla sua, fischia e agita il bastone e soprattutto cammina a gambe aperte, è devoto della grande Mona, per quanto egli ce l’abbia piccolo e sembra sempre che sappia che cosa sta facendo, anche quando dorme. E la pecora si quieta, soddisfatta del suo pascolare. È il padrone cantore, tramite e staffetta degli dèi finanzieri.

Per parte mia vorrei che un dio ignoto guardasse giù e che almeno il Papa pregasse per l’Italia, dopotutto ci dorme. E per essa, per il mio paese, per questa terra madre che pare non amarci, senza vergogna, da pagano andrò ad accendere un cero, ché la seconda divinità dell’olimpo cattolico la faccia ravvedere e vinca ciò che educa, il No.

[1] Hans Fallada (1893-1947) Nel suo Ciascuno muore solo narra la rivolta spontanea e calcolata e segreta di un operaio contro il regime nazista. Ne è uscita da poco la versione cinematografica con il titolo Lettere da Berlino.
[2] parafrasi da Goethe-Faust, Prologo in cielo-Mefistofele ..Er nennt’s Vernunft und braucht’s allein, Nur tierischer als jedes Tier zu sein- la chiama ragione e se ne serve (l’uomo) solo per essere più bestia d’ogni bestia
[3] ivi in La trahison des clercs
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La trahison des clercs

L’icona del prof. Recalcati [1] serio serio sotto la sua barbiccia dottorale da campus o da camporella, tra l’agitarsi di chiome boschive dell’Anonima Aretina e dell’Innominabile Rignanese, mi conduce analiticamente, ad associazioni plurime; all’immagine di Freud che discuta di scienza ebraica con Baldur von Schirach, Gauleiter di Vienna (cfr. in Treccani, Von Schirach, Baldur), di Einstein che chieda asilo  all’ambasciata giapponese dopo Pearl Harbour, di Turing che parli a un convegno di mamme contro l’omofilia. Benché negare, sempre analiticamente parlando, possa voler dire il contrario.

La trahison des clercs, il tradimento dei chierici, che i chierici agiscano, tradiscano da malfattori come gli altri,  è un fatto antico denunciato da Julien Benda, in un bel libro con questo titolo, nel 1927 figurarsi. Antico il libro quanto l’analogo e casereccio costumarsi dell’italico intellettuale al palazzo, alla corte cui si assoggetta, sempre per parlare psicoanalitico, con grande desiderio e godimento. Travestiti che ballano il tango dei potenti [2], anzi di prepotenti, forse sperando, nello specifico, che scendano al ruolo di impotenti secondari, date per scontate ab initio le isteriche, le algide, le cunnilugenti, e dunque di ricchi clienti per apposite, lunghe e costose terapie di parole. Su tutto domina la legge del mercato librario. Chi pubblica e pubblicherà per la Feltrini & Pennelli vendere e venderà in Ewigkeit. Anzi in Ewig-kit.[3]. Vendere e venderemo. L’etica indolenzita ma viva, presso altri s’intende, subisce l’omissione, per non dire, sempre analiticamente, la forclusione o Verwerfung [4]

Devo dirlo, fossi studento del profesur mi ritirerei dal suo corso, consapevole dei bastoni che potrebbe mettermi tra le ruote della mia tesi ma con un zinzinnin di voglia di bucargli le gomme alla Mercedes, nonché rigargli le portiere, nonché versargli zucchero nel serbatoio. Fossi suo paziente, ‘Scolti dutur, lei preferise Rensi alla sua scienza, si tenga Rensi, lü ch’el me faga el cónt, il conto e tanti saluti al sò Telemaco.

La domanda di cui appunto il Benda si fa portatore e risponditore è se all’uomo di cultura e di scienza, di lettere e pensiero, sia lecito farsi guardiano dei Proci, o dei porci, divo del proprio film o filosofo gondoliere, abile e pronto a traghettare quassicosa purché vincente, nazionale, razionalmente dimostrabile da una razionalità patologica, a passar ovunque ponti ove il pan non manchi pur di non sventolare mai la bandiera bianca [5] del proprio ego.

Chi scrive, l’ego di là dallo schermo Macintosh, pur apprezzando molto la prosa di Paul Claudel ha sempre pensato che del di lui appoggio feroce al franchismo avrebbe fatto argomento razionale per la lama della ghigliottina e che del pure savio e intelligente Gentile, i colpi di rivoltelle che misero fine al suo peana vivente alla repubblica di Salò furono  ben tirati. Fu un peccato, fosse stato più giovane, il filosofo avrebbe potuto essere conservato per scrivere elogi di qualsiasi governo, di qualsiasi giovanilismo, su su fino  al non meno repubblichino, di Renzo & Bugia. È tutto per oggi, domani o dopo e dopo ancora vivremo in una copia conforme della turchina Turchia. Ma è il popolo che lo vuole. Di esso meglio non fidarsi dunque. Amen e arrivederci.

Nous disions plus haut que l’humanité passée, plus exactement l’Europe du moyen âge, avec les valeurs que lui imposaient ses clercs, faisait le mal mais honorait le bien. On peut dire que l’Europe moderne, avec ses docteurs qui lui disent la beauté de ses instincts réalistes, fait le mal et honore le mal. Elle ressemble à ce brigand d’un conte de Tolstoï, dont l’ermite qui reçoit sa confession prononce avec stupeur – Les autres, du moins, avaient honte de leur brigandage; mais que faire avec celui-ci qui en est fier! – [6]

[1]cfr.http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/29/referendum-costituzionale-matteo-e-labbraccio-dello-psicanalista/3224194/#disqus_thread  &  https://www.youtube.com/watch?v=jAs5OYvNzTU
[2] Tra vestiti che ballano (1927)  è titolo di Rosso di San Secondo, commediografo.(1887-1956)
[3 ] per citare il prigioniero dell’Arno che parla di kit anti-bufale. Gioco di parole tra Ewigkeit, (e-wig-kait) tedesco per eternità, e Ewig-kit, astuccio per il sempre. Dove ci si burla anche della corrente strafalcioneria italica che legge tutto inglese, kit per kait, ciò che inglese non è.
[4] meccanismo che cancella definitivamente un avvenimento, che non rientra più nella memoria psichica; voce introdotta da J. Lacan (1901-1981) per tradurre il freudiano  Verwerfung ( fer-wér-fung), rigetto, annullamento
 [5] Arnaldo Fusinato (1817-1888) Patriota – L’ultima ora di Venezia (1849)-.. il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca.
[6] http://classiques.uqac.ca/classiques/benda_julien/trahison_des_clercs/benda_trahison_clercs.pdf
Con maggior forza diciamo che l’umanità del passato, più di preciso nell’Europa dell’Evo di mezzo, con i valori che le imponevano  i chierici, faceva il male ma onorava il bene. Possiamo invece dire che l’Europa moderna, i suoi dottori che cantano la bellezza dei suoi istinti di assoluto realismo, fa il male e onora il male. Simile, nel racconto di Tolstoij, a quel brigante cui l’eremita, ricevendone la confessione, proclama stupito – Gli altri malfattori almeno si vergognano del loro misfatto, ma che cosa si può fare di chi ne è fiero – 
Julien Benda – Il tradimento dei chierici – pag 257
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Poveri Rigoletti

Leggo con uno sconcerto magari degno di miglior causa che un gruppo nutrito tra saltinmanchi e italici dottor della lor sorte, si è fatto scrivere da qualche negro governativo un comunicato cui loro poi, essi stessi hanno dimenato in calce le loro scondinzolanti firme di approvazione. E giù sì sì a più non posso in vista della grande acquiescenza del 4 dicembre. I nomi sono preclari, alcuni di tale deludente vigliaccheria, altri di tanta sopravvaluta pochezza che non facciamo nomi per non sporcare la tastiera e i circuiti di questo povero Mac d’annata, e non di razza dannata. Chi vuole se li pappi al link in calce. Ora ci vuole poco ad essere in malafede, essere doppi e tripli è l’arte di Rigoletto che crede di sfottere ed è fottuto, indi chiagne, dunque che si fotta. Pietà per quel vinto non ne ho mai provata. In parole auliche Rigoletto è cortigiano non minore di uno stronzo di cortigiano e non minore vigliacco di Don Abbondio, epìtomi entrambi dell’itala santa, navigatrice e poetica temperie. Verdi e Manzoni, che la sapevano lunga, serve firme  non ne apposero mai, nemmeno una. Ricordiamo che solo quindici professori universitari nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al Truce[1]. Chi firmò invece, per assentarsi dalla propria dignità ebbe allora la giustificazione di tenere famiglia, di vedere lontano le magnifiche sorti e progressive, bref di essergli richiesta apertis verbis la certificazione di servaggio al Truceluce dallo stesso partito comunista, sempre attento al bel sole che sorgi dell’avvenire.[2] Questi multipli sangennari no, sono servi volontari del rignanese. Avantardìti non richiesti. Scapigliati calvi.

Disons donc que, si toutes les choses auxquelles l’homme se fait et se façonne lui deviennent naturelles, cependant celui-là seul reste dans sa nature qui ne s’habitue qu’aux choses simples et non altérées: ainsi la première raison de la servitude volontaire, c’est l’habitude; comme il arrive aux plus braves courtauds qui d’abord mordent leur frein et puis après s’en jouent; qui, regimbent naguère sous la selle, se présentent maintenant d’eux-mêmes, sous le brillant harnais, et, tout fiers, se rengorgent et se pavanent sous l’armure qui les couvre. Ils disent qu’ils ont toujours été sujets, que leurs pères ont ainsi vécu. Ils pensent qu’ils sont tenus d’endurer le mors, se le persuadent par des exemples et consolident eux-mêmes, par la durée, la possession de ceux qui les tyrannisent. Mais les années donnent-elles le droit de mal faire? Et l’injure prolongée n’est-elle pas une plus grande injure? [3]

Poveri rigoletti, finiscano in etti, inetti bigotti e bigoletti [4]

[1] Dal regio decreto n. 1227 del 28 agosto 1931. Art. 18:
I professori di ruolo e i professori incaricati nei Regi istituti d’istruzione superiore sono tenuti a prestare giuramento secondo la formula seguente: Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio.
[2]https://www.youtube.com/watch?v=z7_v_PXmyQI
[3] Étienne de La Boétie (1594), Discours de la servitude volontaire ou le contr’un (pag. 27) Version numérique par Claude Ovtcharenko http://bibliotheque.uqac.ca/. Diciamo dunque che, se tutte le cose cui l’uomo si costuma e adatta gli diventano naturali, tuttavia solo questo pare proprio alla sua natura, che non si abitua ad altro che a cose semplici e durature: sicché la prima ragione del servaggio volontario è l’abitudine; alla stregua di quanto capita ai più bravi cortaldi dalla coda e dalle orecchie mozze che dapprima mordano il freno e che poi ci giochino; che recalcitranti dapprima al giogo della sella, si presentino poi di buon grado in lor brillante arnese, e tutti fieri si inorgogliscano, pavoneggiandosi sotto l’armatura che li ricopre. Dicono che sempre sono stati assoggettati, che i loro antichi hanno così vissuto. Pensano di essere tenuti a subire il morso, se ne persuadono da sé medesimi, in virtù dell’esempio, e nella persuasione  si accomodano, per tutto il tempo che durano in possesso dei tiranni loro. Ma che gli anni diano il diritto di far male è norma? E l’ingiuria prolungata non è forse la più grande ingiuria?
[4]http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/20/referendum-da-accorsi-a-sorrentino-fino-a-ozpetek-e-salvatores-appello-degli-artisti-il-si-gesto-logico-e-naturale/3205607/
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