L’Elzemìro del 24 Novembre

 

Il gusto del fisioterapista 6

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BAMANTI

Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

 

 

 

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L’Elzemiro del 10 novembre 2020

 

Il gusto del fisioterapista 5

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera

 

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Autarchia e anarchia

Norman Rockwell (1941-1943)  Freedom from Want

Les hommes libres, les vrais, ce sont précisément les fous. Il n’y a pas de demande de petit a*, son petit a il le tient, c’est ce qu’il appelle ses voix, par exemple. Et ce pourquoi vous êtes en sa présence à juste titre angoissés c’est parce que le fou c’est l’homme libre. Il ne tient pas au lieu de l’Autre, du grand Autre, par l’objet a, le “a” il l’a à sa disposition. Le fou est véritablement l’être libre. […] lui, disons qu’il a sa cause dans sa poche, c’est pour ça qu’il est un fou »,  J. Lacan – Petit discours aux psychiatres [10 novembre 1967], in Petits écrits et conférences,1945-1951, s.l.s.d., p. 492.

Un po’ di anni fa, il defunto dottor Barsacchi, farmacista di San Quirico in Collina(Fi), commentando con me lo stato dell’unione, non degli Stati Uniti ma delle Provincie Risentite d’Italia, ebbe a dire, Par proprio che il mondo (inteso per eccesso come Italia) vada alla rovèscia (lo si legga bène in Toscano). Preso atto da mesi degli insulti e dell’irrisione contro chi tiene alla pelle, contro chi capisce che pandemia non è questione di cifre ma di estensione e tempo e che non c’è nessun complotto demoplutogiudaicomassonico a spargere il virus di un’informazione strampalata sì ma solo tale, e che la libertà non è una garanzia di principio, indifferente a’ fatti e agli altri ma, in concreto, libertà dal bisogno (Freedom from Want. F.D.Roosvelt*), e che democrazia non è ( non dovrebbe essere) affatto l’assoluzione del diritto, che dà diritto a farla fuori anche a chi del diritto se ne impipa ( prendi Tramp) anzi che se ne frega, per stare in linea con l’internazionale  fascista ( prendi Tramp e altri a decine) e, per citare il prof. Recalcati (a Bologna tempo fa), con il  fascista nascosto in ciascuno di noi. Accettare e propalare un diritto incondizionato alla libertà, mi pare che significhi armare di revolver un pugile o attribuire al terrorista problemi di Edipo. Nel 1936 (in Le Figaro, 29 ottobre 2020 Alain Finkielkraut, L’ennemi ne nous pardonne pas d’être ce que nous sommes) Thomas Mann scrisse ( traduzione della traduzione) Oggi abbiamo bisogno di un umanesimo militante che abbia imparato che il principio di libertà e tolleranza non deve essere sfruttato da un fanatismo scandaloso; che ha il diritto e il dovere di difendersi. Il pensiero dell’Europa è strettamente legato all’idea umanista. Ma l’Europa esisterà solo se l’umanesimo scoprirà la sua virilità, se imparerà ad armarsi e ad agire sapendo che la libertà non deve essere un salvacondotto per chi cerca di distruggerla.

Così accade  che il professor Biuso, qui più volte citato e con molta probabilità per averlo me malinteso o frainteso, si trovi, lui dice da anarchico ma populista e comunque stipendiato dallo Stato che rinnega,  a lodare il fascistissimo Salvini, genero del fascistissimo macellaro e banchiere Verdini, Salvini dico, tutore  della Libertà  del dissenso (oggi in Twitter). È apologia di reato.  Accade che i governatori provinciali si comportino bel bello come beati Bey e chissenefrega dell’Impero Turco; con la differenza che allora essi Bey forse avevano un pelino di timore a levare troppo il capino fronte al sultano, vista la facilità con cui avrebbero potuto perderlo; capo che purtroppo i Caponi delle provincie qui latine, non rischiano ed è un male; trovo che anche metaforica, anche simbolica, la decapitazione dovrebbe essere prevista da ogni  costituzione  democratica per chi della Costituzione, a ridanghete, se-ne-fre-ga. Alla democrazia dello straparlare, del non riuscire a tacere di fronte alle disgrazie e alla necessità di un ben(essere)  comune, considerando invece dominatore del campo proprio e altrui,  pietra di paragone, architrave della costruzione sociale, il proprio ridondante Io, ahimé occorrerebbe che nel ciascuno si opponesse non il fascista ma un personale Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, a capire che società, nessuno è obbligato ad amarla e nemmeno l’umanità, è ( anche e perlopiù per quanto fastidioso sia)  collettivo accesso ai benesseri ma partecipazione dei malesseri. E comprensione del sissignore signore. Che i professori e massime i filosofi cannino alla grande i giudizi si è già visto, prendi Stirner, Gentile, Heidegger, ma assumerne le pirlate ancora oggi nel campionario del libero pensiero mutato in pensiero in libertà, Uéla adagi ( adagio in milanese). Salvo non si abbia perso la Trebisonda e si parli pertanto a Vanvera. La Trebisonda chi l’ha persa non la ritrova, non al suo posto cioè sul Mar Nero, o se la trova è in guardia psichiatrica; mentre Vanvera si sa, parlarle rafforza il detto di Lacan e dirla oca è offendere le oche; che il loro gruppo, famiglia, terreno difendono benissimo; fanno testuggine con una centuriona davanti. Lo so per aver una volta osato passare dal una loro fattoria in Austria. La fattoria era di qualche signor Hänsel&Grätel ma fu evidente che le oche la prendevano per loro. 

* [83] The first is freedom of speech and expression–everywhere in the world.
[84] The second is freedom of every person to worship God in his own way–everywhere in the world.
[85] The third is freedom from want–which, translated into world terms, means economic understandings which will secure to every nation a healthy peacetime life for its inhabitants-everywhere in the world.
86] The fourth is freedom from fear–which, translated into world terms, means a world-wide reduction of armaments to such a point and in such a thorough fashion that no nation will be in a position to commit an act of physical aggression against any neighbor–anywhere in the world.
**Massimo Recalcati illustra il concetto di piccolo a: https://vimeo.com/236042199

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Voices of America

 

We are, famously, a nation of escaped convicts, younger sons, persecuted minorities, and opportunists. This fame is local and racial: white America’s myth of itself. It does not, obviously, describe Native Americans and African Americans: though they are theoretically free to partecipate in mythic America’s notions of vigor and self-creation, to do so involves sustained acts of betrayal or disloyalty toward origins they conceivably had no communal wish to escape. Oppression, for these groups, did not define the past; it replaces the past, which was transformed into a magnet for longing.

The myth elaborates itself in images and narratives of self-invention––drive and daring and gain being prized over stamina of fortitude. If the Englishman imagined himself as heir of a great tradition, the American imagined himself as the founding father. This difference resonates in political rhetoric: American aggressive might (usually called defense) and acquisitiveness (sometimes called self-improvement) as opposed, say, to the language of appeal that links Churchill to Henry V, a language that suggests the Englishman need only manifest the virtues of his tradition to prevail. These appeals were particularly powerful in times of war, the occasion on which the usually excluded lower classes were invited to partecipate in traditions founded on their exclusion.

Like most myths, this one has some basis in fact. 

Louise Glück – American originality, essays on poetryFarrar_Straus and Giroux N.Y. 2017 – INTRO

Non credo, non mi parve a suo tempo e in modo impreciso non mi pare adesso – mi smentiranno i risultati – che l’America sia in toto that Pink-yellow Tramp, il roboante killer di fiumi e foreste, il faccione mascellone asso pigliatutto; trovare definizioni divertenti è un mio sport che non serve né conclude niente quindi basta. Come vada o come non vada è evidente che quel lì è un dei peggiori mali venuti dall’America del Nord, secondo a chi non saprei ma in lizza per il primo posto, e tant’è. Se il  giudizio balordo del popolo dal dio pellegrino, avrà il potere di farci risvegliare tutti domani in un altro incubo di guerra lampo all’universa terra e non nell’allegro Westernworld stile Patto di Monaco in cui ci culliamo  con tutte le sue dichiarazioni d’intenti soddisfatti (i principi i principi), e la sua drôle de guerre a colpi di machete, bè che vi vuoi fare, china il capo senza avvicinarlo troppo alla zip ( lampo); dei pantaloni altrui s’intende. Stop.

Ma l’America per noi, dico per me bambino delle elementari sessant’anni orsono, era il gusto di disegnarne la carta geografica tratteggiando con impegno e voluttà il verde delle praterie, il bruno delle catene montuose e il blu dei  laghi, i più grandi s’intende i grandi laghi e di là il Canada; il Canada non suscitava tutto l’excitement che invece ci scatenava quasi tutti in classe a sapere e memoria e quanto è alto l’Empire State ( empire eh già) Building e quanti 48 ( allora) sono gli stati e quale l’ultimo degli uniti, e alta quanto la cima di una rocky mountains e lunga quanto la ferrovia da New York a San Francisco e quando il golden gate e quanto il brooklin bridge. America per noi era il paese delle iperboli e delle meraviglie, del Coca Cola e del sevenap, porcherie colorate a me vietate senza omissioni (ahi le feste dal compagno ricco dove ne scorrevano fiumi e poi facevo indigestione e poi vomitavo senza deroga alcuna), delle gelatine di frutta in estate dagli zii a Firenze; di frutta non avevano dentro niente tranne un tremolante color limone o lampone, squisite nefandezze che si trovavano però soltanto all’Esselunga di Firenze in viale De Amicis; unico negozio italiano insieme con quello di Milano, via Bergamo, semiperiferia, ma a Milano dove si capisce gli Americani saranno stati tre, la roba americana non si trovava,  Firenze invece, sapori di casa e la compagnia del resto era del Caprotti milanese e del Rockfeller americano. 

L’America era il cinema. Anch’esso grande e mirabile, inconfondibile. L’America era, Siluri uno e due fuori, di John Wayne e Robert Mitchum, l’America era, Sissignore signore, l’America era, Fammi tacere quei nazi figliolo, l’America era i lanci di sten per i partigiani di cui avevo in casa un campione privato e personale, mio padre, eroe decorato che con gli americani faceva l’intelligence, l’America era il nostro privato amico americano. L’America era la sorella di mia mamma in bikini seduta sulla sua Chevrolet Impala a Fort Lauderdale. L’America era il mito dell’America, guadagnato col sangue e incrinato ma non estinto molto tempo dopo dal sangue e dalla critica sanguinosa delle malefatte che via via si scoprirono dell’America, a cominciare dal Vietnam. Quando tuttavia nel 1976 per un’estate fui in America, oh cielo, oggi si avvera il sogno e siamo in America. Ricordo l’arrivo al Dulles di Washington, sera acqua come se piovesse, fradici, e poi nella cantina dell’albergo bianco e rosso di mattoni a vista, alto e lungo come una fabbrica di qualcosa, il primo pollo fritto (non ero vegetariano allora e benché mi nutrissi quasi in esclusiva di dolci, pasta e minestroni, un polli fritto mai e poi mai l’avrei rifiutato, come in Green book) cotto e servito nel cartone, oh meraviglia, da due immense ostesse viola tanto erano nere. Allora esistevano davvero i ne(g)ri, ricordo bene che pensai in incognito, chi ne aveva mai visto uno se non al cinema. Ma il cinema è il cinema. L’America esisteva davvero. L’indomani mattina uscii alle sette, camminai in mezzo agli americani, osservai operai americani srotolare  cavi in una condotta, macchine americane sfilare in strade larghe come autostrade, bambini americani; mi infilai in una enorme caffetteria brutta proprio come in un film americano, con le panche rigide di pegamoide rossa, sissignori un orrore alla Tarantino (non che qui i bar e i caffè fossero le sciccherie tutte figa e architetto di oggi) e sissignori ordinai e mangiai uova e pancetta col pane a cassetta che più bianco non si può e caffè, caffè americano, mezzo litro almeno, un’overdose di caffeina. Basta ero diventato americano come des Esseintes in À rebours diventa inglese cenando al café Anglais di Parigi e così decide di non partire più per Londra avendo già assaporato aria inglese a sufficienza. E poi e poi il ristorante chic dove mi fu assegnata una giacca e una cravatta e me la scelsero persino, e poi e poi New York per andare dove presi lo shuttle ma ormai mi sentivo veterano del volo  come, come un americano e non sto a dire l’emozione di farsi domandare da un marinaio del ferry per Staten Island, Da dove vieni ragazzo dal Texas, (cercavo di frullare il più possibile il mio non brillante ma pare piuttosto mimetico inglese) e  giù a ridere quando seppe che ero italiano e milanese; seppe situarmi con compiacimento sulla carta dell’Europa al nord dell’Italia. Ripartii con rimpianto benché sapessi che mai avrei potuto sopravvivere senza l’Inam, la ASST di allora, l’Univeristà gratis,  cui ero stato costretto a iscrivermi da mio padre dopo la scuola del Piccolo Teatro; che non avrei superato nessuna prova di coraggio americano per fare in America lo stesso mestiere che facevo con diecimila garanzie alla Scala, salvo renderle in ore di lavoro forsennato e sissignora alla mia capa canadese. Non avrei anzi mai superato nessuna prova; New York era un’isola violenta non diversa da quella di Iena Plisski  in 1997 Fuga da N.Y.; si girava con 20 dollari in tasca, il prezzo di una dose di eroina e il resto ben nascosto nei calzini se ti fossero serviti altri soldi;  gli americani pagavano con tesserine di plastica. Che cos’era la carta di credito me lo dovettero spiegare. Ecco. Eppure l’America era altro allora ed altro è adesso, altro dal confetturato rosa, e da quel Kissinger che condannò il Cile a Pinochet. L’America mi parve allora e pare ancora ma la terra crudele del cimento e dell’invenzione, del cinema, della musica, della pittura di Schnabel. Un’isola New York, probabilmente ancora assediata da un contorno di masse villane, villini e proletariato mentale, i grandi elettori obesi persi che vanno alle manifestazioni con la bandiera confederata alzata sulla sedia a rotelle, le vittime dell’alimentazione forzata a ormoni e antibiotici arachidi e t-bone-steak.

Ecco perché in definitiva questo Voices of America. L’America che con un misto di ingenuità e ammirazione amo, l’America di Allen (dispetto dell’indignazione qui e là delle intecherite zie Begonie dal Rimprovero), degli Auster e dei battere della E Street Band di Springsteen che piovono dal cielo esatti come paracadutisti delle 101ª aviotrasportata sulle Ardenne, del mito degli eroi rurali, dei poveri spazzati a margine da un sistema iniquo come un tempo dalla frusta dei cocchieri nella Russia degli Zar. Quei poveri si rivoltarono, non saprei prevedere se il voto di oggi potrebbe rappresentare una rivolta e di chi nel caso. 

‘Neath a crowd of mongrel trees I pulled that bothersome thread

Got down on my knees, grabbed my pen and  ed my head

Tried to summon all that my heart finds true

And send it in my letter to you

Whoa!

Things I found out through hard times and good

I wrote ’em all out in ink and blood

Dug deep in my soul and signed my name true

And sent it in my letter to you

In my letter to you

I took all my fears and doubts

In my letter to you

All the hard things I found out

In my letter to you

All that I found true

And I sent it in my letter to you

I took all the sunshine and rain

All my happiness and all my pain

The dark evеning stars and the morning sky of blue

And I sent it in my lеtter to you

And I sent it in my letter to you   

                             B. Springsteen – Letter to you

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Anarco-fascismo & fascio-anarchismo

Et à la fin de l’envoi en blaguant je blogue*. (Edmund Restant).

Ecco due espressioni sulle quali si potrebbe meditare domani o dopo con gli ospedali pieni di tubi e intubati, di personale allo sbaraglio, ma è sempre successo, di filosofi e primm damazz di Distroppìa che pontificano, libertà libertà libertà, Lalibertà è dei pazzi, disse Lalacan, Venite in psichiatria avederla in azione ( j’en dirai j’en dirai j’en dirai), e perché si sa, hanno mangiato la merda del mago, lor signori sanno, e sono liberi liberi liberi, a sessant’anni di trovare complotti e novi e deci, fare propaganda contro il governo che garantisce loro la paga mentre intorno ragazzi e generici, tenori soprani e ballerine di 30, chi lo sa se saranno garantiti dalla Confittustria che per voce del suo Capone Bonomine Patris dal sigaretto ritto, proclama la necessità di libertà libertà libertà, di fare delle persone un personale impersonale, chi c’è c’è, viva la libertà ineguale, golf e yacht club, fraternité biomédicale, di tutto il mondo unitevi.

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa…

Il prossimo travestimento di Salvini per alèuìn, nota festa brianzola sarà da anguria e la melona, lè  la bestia de maggior riguard di ogni marchesa che se la riguardi sullo specchio o sul paracarro, oh forsennata gioia di pensiomorti fasisti che leggono Liberò, liberò liberò. Marò.

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa…

Ho caricatori di ‘ffanculo in canna. Tremila. Posso baRRicarmi in casa. Ma tra 17 righe shhhhh taccio, e solo in finale di partita noto, di tutti questi anarco fascisti o fascio anarchisti col pettinino e lo sguardo infatuato davanti agli specchi, c’è pieno, che blaterano in tondo e spaccano con metodo, si aspetta l’onda che sale da da da tanta parte d’Italia a Malanno o Tortino, a Triest und Venedig, vedrai vedrai, comprano tricolori e bandiere rosse da bandierai così al burraco sono contenti di, Gli vedi i communishta shon shempre i shtessi altro chè. ( slabbrare per bène la è che più aperta non si può stile escort).

… Si fa ma non si dice si fa poi si rifa… 

Meremma puttana. ‘Tenti né, voglio vedere se un presule si indigna per la maremma. O un bùttero. P.E.G.D s’era promesso di starsene zitto e lo ha fatto in tutti ‘sti mesi, non avendo diritto diritto diritto nemmeno alla vaccinazione antiflu, rifarà l’antitetanica tant’ per vaccinarsi da qualcosa se morde, e nemmeno alla flebo di merda di un Dulcamara. Sa solo il poco che riguarda l’arte e in particolare la sua, di quello, sbagliando può parlare, ma quando si arrabbia anche se non ha verità verità verità un quai rubinetto deve aprirlo pur esso, è la ragione che a furia di stare compressa, segnala che la pappa l’è cotta mentre inTRono si dà fuori di melóne, balcóne, cabina, cinquina sulla ruota di Bar. Ecco fatto. Over.

* e giunto al fin della licenza irridendo bloggo

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L’ElzeMìro 27.10.2020

 

Il gusto del fisioterapista 4

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Parte Nopèi e parte Napoletani

The_Scream

Edvard Munch_L’urlo (1893-1910)_Oslo Galleria Nazionale

Milano. 51 anni anni orsono, di preciso il 31 gennaio 1969, partecipai alla mia prima e unica manif dell’esordiente ’68 italiano. Più che altro perché facevo il filo a una tipa e contavo sull’appoggio delle masse proletarie per conquistarla. Dell’occasione oceanica ricordo solo il volto estatico di questo e quello compagnero, una lei riccia e bellissima, figlia di antichi amici dei miei, sottobraccio allo spilungo suo moroso e noto matematico, felici di vedermi tra tanti accompagnanti. Ma di più, e netto e preciso, ricordo il provocatore. Era un filo ma si vedeva di ferro duro nel maglione col roulé a pelle, sotto una gabbana aperta e inusuale, di un colore caghetta di neonato; inconsueta in generale e atipica nella folla di eskimos da reduci dal vietnam 70 mm colors panavision. Colui, il gabbano caccostracco aveva capelli più lunghi dei miei di allora (oggi per mia fortuna anche il mio cranio è ateo) e si vedeva che un costumista della politica lo aveva ben consigliato; non gli mancavano infatti gli occhiali neri da diva e urlava a tempo con gli ora pro nobis della folla, tutta borghese, tutta dedita al sabato fascista del pomeriggio cazzo compagni, FascÍsti borghÉsi UN ancÓra pÒchi mÉsi. Ma cappotto giallo aspettava il Do per replicare da solo con un Fa sempre nuovo, urlato bene da farsi sentire almeno sette file avanti e indietro, e dettava il tempo elementare degli slogan en chef d’orchestre (e si sa la fatica in Italia, paese di solisti, di far seguire a una platea qualsivoglia un semplice 2/4 col clap clap delle manine; difficile, ti manderebbero fuori i filarmonici di tutte le Berline). Insomma quei l’era un provocatore della police; ogni tanto spariva tra le file, lo osservavo, lo seguivo colli occhi ma ricompariva sempre da qualche parte a incitare. Chiesi conferma alla bella riccioluta amica di famiglia ( oh santo cielo quanto era bella, a cinque anni avrei voluto dichiararle quello che non conoscevo, lo sconsiderato amore per lei che ne aveva 12) e lei, che aveva un passato di scontri a pugno di ferro coi fascisti del Movimento sociale, e che ogni tanto cercava rifugio in casa nostra dopo una notte in via Fatebenefratelli (non è un sarcasmo è la Questura) mi spiegò che si trattava di provocatore. Stavano lì i provocatores a vedere se si poteva scatenare la bagarre in modo da… in modo da vedi Napoli e non muori. Così ho capito subito che a Napoli città di commercianti figurati… è chiaro che si vuole calcare la mano sul comprensibile ma incomprensibile malcontento, si vedrà si vedrà si vedrà; al resto, agli slogan pensano filosofi sinistri (ché a tanto si è ridotta la sinistra, a essere tale, monca, coincidente con la destra) che sbraitano di libertà alla stregua di Forza Nuova. Una libertà astratta, un idolo egoista come tutti gli idoli che tendono ad abbattere nella misura in cui ne elevano templi diversi ma uguali. Prendete per esempio il prof. Fusaro, che quando cita Hegel e l’unico pensiero che gli si monta a neve ferma è che la mascherina è come la camicia nera ( o una museruola) sembra che negli occhi da santo ( cioè da assassino) gli si risolva la quadratura del cerchio. Seguono ruota a ruota i profeti di sventura (anche QAnon), gli illuminati della dicente di sé stampa alternativa (lasciateci un contributo con carta di credito) e le sciure spiritate del paté bourgeois milanese, canasta con l’asta e india soufflé into the oregias (ears).

Mumble mumble Paperino. Ecco ecco che in preda a questi pensieri balordi ma tutti veri come diceva Céline, niente filosofia, ecco che ‘stamane nel tentativo quotidiano di essere un Gattopardo quando sono soltanto un Silvestro gatto maldestro che tuttavia boit son petit té du matin avec des confitures, per sms mi raggiunge il mio brillante amico Paolo e intratteniamo il seguente dialogo tra ammutoliti. Dialogo che per amena concessione del suo agente provocatore mi diverte riportare qui per intero.

[09:20, 25/10/2020] Prato Paolo: 

Pasquale, ma dobbiamo ancora sorbirci tentativi di sommossa alla forconara contro la dittatura sanitaria? Ebbene sì. E, francamente, ci trovo più da ridere che da piangere

[09:48, 25/10/2020] Pasquale E.G. D’Ascola: 

Mica tanto; passin passetto l’uccellino ti si ficca nel retto. Guarda la carta geografica e conta le regioni nere. Mi pare che il progetto sia di accerchiare Roma. Salvini è in calo ma costringendo il governo alla resa, alle elezioni, inevitabili salvo Mattarella, avrebbe più di una chance di magnarsi lo Stato appoggiandosi alle spalle della madre cristiana de Roma e del Vaticano che approva sempre agli urbi e all’urbigna.  Ribalta le carte e considera che il papa di cosiddetta sinistra le prova tutte per trovare alleati che in vaticano parrebbe non avere. (Che si prepari a diventare segretario del PD?). Fuor di scherzo credo che se questo governo regge arriviamo al ’23 non sereni (ironia della data, Salvasoldini mi sa che si prepara al ’22) ma con un Salvini dimezzato e forse rimpiazzato in parte dalla fratella di taglia ormai europea. In cambio un PD rimuscolarizzato e chissà in grado di fare una coalizzazione con pochi friarelli di contorno giusto per far numero in parlamento casomai. Ogni paese è mondo: ti ricordo che pochi gabbani neri imposero in venti minuti l’attuale sultanato persiano. ( e con l’entusiamo della Francia e di certi progressisti giudei di mia conoscenza, tutti bagnati al cavallo all’idea di qual metallo si forgiasse nell’oriente petroleoso: la spada dell’Islam turistico loro noto e gradito, i giardini dell’Alhambra; babbani, coglioni, all’ombra dei capestri e dentro l’urne, altro che). In ogni modo rifletti; mi pare che il tuo ridere sia uno scacciapensieri. Osserva che la Francia si sveglia repubblicana (è già successo) quando ormai le si sono rotte le acque. Dopo Macron che fare, o Le Pen o il govermo islamofranco di unità nazionale; me par che sia il fantasma che si aggira per l’Eliseo. (leggimi Sottomissione) La Polonia è persa e anche l’Ungheria. L’Europa dei lumi come la chiamano gli ottimisti è arroccata a Bruxelles e in Scandinavia che non per caso si tiene un passo indietro dal continente. Si spera nella Germania; prima della pandemia la loro pacifica invasione economica, un bel IV Reich in buoni poliennali del tesoro, era auspicabile per tenere a bada le spinte al sultanato che arrivano anche da parte cattolica… dopotutto lo hanno inventato. Oggi la Germania però non saprei. Domani dovrà leccarsi come tutti le ferite e addio supremacy. Non lo posso affermate con sicurezza ma in questi tempi bui da ridere non mi viene. Il sarcasmo è altra cosa. Ma è il pugno stracco del pugile in ginocchio.(si prega di apprezzare la metafora del come siamo). Qualcuno tra i gabbani neri di Roma sere fa gridava, Siamo solo all’inizio. L’immagine che più risponde al mio stato d’animo è l’urlo di Munch. Quasi quasi, questo tutto me lo posto in un bloggo.

[10:00, 25/10/2020]

Prato Paolo: Postalo, ma di lunedì. La domenica è dì di festa, e già io me ne dimenticai. Un po’ per dimenticare, come giustamente insinui, un po’ per benigna perfidia. Resto comunque fiducioso: anche in Cile si va a rivedere la Costituzione del Pinocchiazzo e l’assetto dello Stato. Il punto è che ci vuole tempo, ma nel tempo c’è già stato di tutto e di più. Ergo, sopravvivere per vivere. Dimenticavo: non c’è abbastanza fame e non godiamo dell’abitudine alla trincea, come nel ’22. Le rivoluzioni non si fanno in pantofole impolverate, poco o tanto, di coca. E, se i lemming corrono verso il mare, sappiamo spostarci un poco pro lado de là. Samba

[10:16, 25/10/2020] 

Pasquale E.G. D’Ascola: Guarda che ti pubblico, sta ‘tento compaGnero.

[10:29, 25/10/2020] 

Prato Paolo: Oggi, le donne vòtano e possono comunicare ai congressi. Coraggio!

[10:30, 25/10/2020] 

Pasquale E.G. D’Ascola: Guarda che ti metto in piazza. Autorizza paese, verrà da ridere però

[10:32, 25/10/2020] 

Prato Paolo: Che cos’è “autorizza paese”?Criptico o T9 assassino

[10:33, 25/10/2020] 

Pasquale E.G. D’Ascola: No no, io sono figologico, riporto anche data e ora… T9 sta per paisà, ovvero Totò, Parte nopei e parte napoletani.

Ringrazio Prato Paolo per la cortese collaborazione e aggiungo due corollari per chi vuole passare male la domenica; non commento, non traduco, c’è google.

1.

2.

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L’ElzeMìro 13.10.2020

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 Il gusto del fisioterapista 3

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Voices of America

 

Grant_DeVolson_Wood_-_American_Gothic

Capisco che è banale, è il premio Nobel di quest’anno funesto. Ma sialodeallaterizio vale. Vale la fatica per chi non lo conosce di leggerla in Inglese la signora. Sennò google translator signore e signori. In generale le traduzioni o si aggiungono con voce propria all’altra che si è  promossa voce di sé e diventano proprie a loro volta; o altrimenti le traduzioni valgono per le istruzioni della lavatrice. Siccome non mi sono azzardato e non ho avuto tempo di pensarci su, eccola qui la signora, in tutta la sua originalità; non la conoscevo; un mattone in più alla casa della mia ignoranza. Mi ha fulminato. Mi permetto soltanto di far notare l’uso dell’enjambement e questo da solo vale un Nobel. E infine i versi finali che si chiudono  come in Dante, mi pare, o appunto come lamine d’acqua  blue and permanent. Come usava dire Totò deglutendo tra complento e predicato verbale,  a me,,,, piace.

The Drowned Children

You see, they have no judgment.

So it is natural that they should drown,

first the ice taking them in

and then, all winter, their wool scarves

floating behind them as they sink

until at last they are quiet.

And the pond lifts them in its manifold dark arms.

 

But death must come to them differently,

so close to the beginning.

As though they had always been

blind and weightless. Therefore

the rest is dreamed, the lamp,

the good white cloth that covered the table,

their bodies.

 

And yet they hear the names they used

like lures slipping over the pond:

What are you waiting for

come home, come home, lost

in the waters, blue and permanent.

 

Louise Glück

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Ferri da stiro

masa-moebius

Silence, We Are Dreaming, 1991-Moebius (1938-2012)

Mi pare che farsi le cose da sé sia il più grande incentivo al sogno che si possa sfruttare. Quanta poesia nasca dall’asse da stiro non so dire; per me di sicuro il lavoro domestico è fonte di ispirazioni e non solo, di aspirazioni a macchinari sempre più ingegnosi e tali da sostituirmi nell’età che non tarda affatto né si attarda anzi galoppa, e già adesso si industria ad impedirmi nel quotidiano. Non so quando l’artrosi, la semplice artrosi, mi inchioderà le dita tanto da non poter battere la tastiera, intanto mi stiro ancora i pantaloni da me. E questa, parlando col Totò de  I due marescialli , è una grossa soddisfazione. Del resto il principe De Curtis convisse per tutta la vita col suo servo, Totò appunto. Per metterla sul metafisico – cipperimerlo – ricordo di aver letto in epoca preistoriche un intervista con il grande Chomsky, dove non so né la ritroverò, che non credo per burla né per affettata semplicità affermava, per l’intervistatore, che il lavoro della sua vita di cui andava più fiero era la canalina di scolo per la neve nel suo giardinetto. Non gli do torto, tutta la filosofia mi pare il frutto di scarsa applicazione al giardinaggio e al  ferro da stiro. A sapere di chi si tratta questo l’ha scritto p.e.g.d. Pare.

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