L’ElzeMìro di Martedì 28 Giugno

Favolette Brecthiane 32

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Tradescantzia la pirata

 

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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La montanara piange

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L’amico Taschera mi invia stamane un foto del lago di Livigno, della pozza di Livigno, aggiunge quel che è noto della Marmolada, il cui ghiacciaio in un tot di anni si è ridotto dell’80%, in altre parole che è alla fine. Tutto passa e finisce, lo sai no, lo insegna il buddismo ignaro, ai tempi, del contributo pernicioso dell’umano alla fine. Il buddismo, ismo ignoto all’Oriente dove si chiama piuttosto Zen, concettualizza il termine fine nell’ambito di un mondo circolare, dove tutto passa, muta e ritorna. Pensare ai virus. Un mondo intatto nel suo immobile continuare a riprodurre uno schema che non prevede il crimine contro natura. Contro la natura. Per quanto ne possa soffrire, il buddista come l’animista, nipponico o no ma altro ista inventato, nella natura ci sta, a suo modo, con tazza e bastone. In un angolo, à côté. Al contrario dell’Unno epitome del devastatore in cui ci siamo calati da secoli. Almeno due: devastare per produrre ricchezza altra da quella dedicata o ottenuta col coltivare. Le api succhiano il nutriente, ma non tutto, il loro capitale di miele non è inteso all’accumulo ma alla scorta. Il bipede stermina i bisonti e oggi qualsiasi altra forma di vita. Ma è arrivato a un successo, sterminare sé stesso. La guerra è una pallida imitazione delle possibilità devastatici dell’erectus. Le religioni, le rivelate, ponendo(se)lo al centro di un dialogo assoluto e privilegiato con l’Eterno monocolo, altro non hanno fatto che escluderlo dal suo ambiente, mettendolo in trono, in croce per comodità mitopoietica. Il mito fa cassa. Su questo insulto all’evidenza, al buon senso si fondano gli imperi tardi delle ciminiere. Il credente è l’astratto dal mondo per eccellenza, guarda al suo vangelo, ciascuno al suo, si occupa di salvezza diniegando la salvezza semplice e naturale dell’acqua e dell’elettricità, se vogliamo, ma prodotta come? Per precauzione stolta invoca il Terzo perché faccia piovere ( è successo a Milano dove il cardinale in carica – di preciso come il Borromeo contro la peste – invita a una sorta di danza della pioggia cioè a un walzer tra mutilati). Una parola cinquanta anni fa quando fu pubblicato il dossier I limiti dello sviluppo sarebbe valsa più di duecento enclicliche sulle loro questioni di lana caprina, cioè di bottega, cioè di parrocchia. E la parrocchia per dominare si deve occupare del cortile del condominio. Non se ne esce. Il patto tra gli uomini è perverso ma siamo tutti nella stessa barca ; peccato si chiami Titanic.

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L’ElzeMìro di Martedì 14 giugno

Favolette Brecthiane 31

Il Re contadino

Paula Rego War
Paula Rego – War

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BAMANTI
Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Forme, norme, orme

Francisco Goya y Lucientes – Unione infelice, 1801

Nel suo recente commento al mio pezzuolino dal titolo La bella prigioniera, scrive il il Taschera da musico par suo :

Non so se quanto sto per scrivere sia congruente con le finalità di questo spazio, ma provo ugualmente. Jacques Attali, nel 1977, pubblicava un saggio intitolato, Bruits, nel quale ipotizzava quanto l’evoluzione delle strutture musicali predicesse quella delle strutture politico-sociali (per chi è interessato il libro è stato tradotto in italiano, se non sbaglio, un anno o due dopo col titolo originale: Rumori). Ieri ascoltavo l’ultimo Schumann e associavo alla sua musica l’inizio della dissoluzione della forma chiusa. Vero o falso che sia, è comunque un fatto che in musica la forma (intesa come processo di eventi sonori gerarchizzati sulla base delle proprie categorie fondanti relativamente alla tradizione euro-colta ) è venuta dissolvendosi fino alle attuali estreme conseguenze. E, in un gioco di feed-back, è venuto dissolvendosi tutto il sistema su cui si reggeva la forma: l’esaurimento, presunto o reale, delle possibilità combinatorie del sistema tonale ( con la sua gerarchia di funzioni, armoniche, melodiche, ritmiche, metriche e timbriche) ha lasciato il posto, a cominciare dalla dodecafonia, a un sistema in cui le variabili di cui sopra non vengono organizzate a partire dalle loro relazioni intrinseche, ma spesso da categorie esterne applicate dal compositore al materiale musicale. Ma tutto ciò che c’entra con la crisi dei sistemi democratici e con l’avanzare di sistemi autocratici quando non dittatoriali? Etc.(omissis)

Ebbene che la forma non stia ferma mi pare dato di fatto. Tuttavia nel muoversi, nel mutare, nel contemporaneo ibridarsi mantiene una logica interiore. Un’anima o, per citare un antico e noto titolo, una volontà. Passami questi termini please. Parlando per grandi insiemi e per grandi semplificazioni la musica araba si è trasformò nel flamenco in Spagna. In Cuba e terre americane, la musica ispanica subì innumerevoli trasformazioni. Sempre parlando per grandi insiemi la musica popolare fu accolta in America e trasformata. Analogamente la musica eurocolta subì in America, sia a Nord che a Sud trasformazioni che ogni musicista conosce. Questi processi hanno avuto e hanno anche inversioni di senso: dall’America prassi esecutive e stili o modi sono stati acquisiti e trasformati in Europa. Un esempio è il rap, la cui ascendenza, analogica peraltro, uno sarebbe tentato di trovarla nel grammelot. Il quantum di queste trasformazioni importa poco ai fini di questo discorso. Tuttavia quindi, ogni mutazione comporta una sorte di rigenerazione formale. Fino a un certo punto. Fino al punto cioè in cui l’ambito formale si restringe finendo per annullare la possibilità formale stessa ovvero a implodere, come più o meno insegna la fisica. Taschera bene riassume il fenomeno nelle linee finali del suo intervento  qui oltre. Limitando il discorso alle manifestazioni d’arte, per similitudine e metafora si potrebbe dire che ascoltiamo e osserviamo apparire oggi nane rosse o l’orizzonte di buchi neri.

Del resto il gran calderone della prima guerra mondiale estinse, come tale, il mondo della livrea, della divisa – i cavalieri polacchi andarono alla carica ancora con le giubbe azzurre, piene di alamari d’argento da ulani, ( le specialità e le nazioni sul campo di battaglia si distinguevano proprio per la livrea, dragoni, ulani, cosacchi) poi si sa come andò a finire per tutti i tipi di cavalleria – semplificando della giacca e della cravatta, delle strutture, degli elementi esornativi, specie quelli femminili, intese a classificare, a gerarchizzare, enfin a dare la sensazione di un’unità formale e di un’appartenenza distintiva o di classe. In generale la prima guerra mondiale ha segnato, pare a me, l’inizio del livellamento al sacco, cioè al basso (del resto sempre di più si vede adottare, il ’68 fu la start up, in ogni occasione la mimetica, cioè lo straccio, l’ininforme, il precipitato d’abito, forse chissà richiamati da una sirena bellica inconscia e collettiva). Il limite tendente al nudo della varice o dell’adipe o cellulite ostentate, non è lontano da venire, è qui (oggi in centro ho osservato un tale che ciabattava con indosso una canottiera troppo corta sulla trippa pelosa, pinocchietti con bretelle va sans dire): e dal pancino delle adolescenti artatamente scoperto si è passati al reggiseno da passeggio ma delle matrone (quello che ipocritamente qualsiasi commessa vi chiamerà pezzo di sopra dei due possibili; o brassière o bra top o bralette o che il diavolo). Non ho dubbi che in controtendenza con la moda afgana la donna occidentale passerà, almeno in estate, a forme di nudismo più o meno aperte o stuzzicate. Tra questo, che può sembrare solo gossip, la dissoluzione della forma tonale in musica, della forma metrica quantitativa e poi accentuativa in poesia, (in particolare per poesia si intende oggi la mera ostensione di un testo, meglio se politicamente corretto, leggi Amanda Gorman – che perlomeno o per fortuna si presenta Ralph Lauren –, in una vestaglia grafica per zoppi e strabici ma pregna di IO-Io-io che vedono sentono fanno e disfanno – vedi in proposito una tale che per i tipi Einaudi ha fama di poetessa nazionale, sen-ti-men-tal, tale Livia Candiani, in arte Chandra, e hai capito tutto – ), e della forma rappresentativa/figurativa in pittura, col mio naso snaso un legame stretto. Legame che va diffondendosi, sempre a mia sensibilità, ad altre forme. Forse a tutte.

Dal pulpito di musicista, il cui compito, formuli, segua o interpreti, è quello di inseguire e ripercuotere su se stessa la forma per eccellenza, quelle musicale che è architettura senza ferro tubi lamiere, mi scrive il Taschera a corollario :

Quanto al nudo femminile, che io comunque assocerei a quello dei polpacci e dei bicipiti maschili che non conoscono differenze d’età, ti racconto un aneddoto. Nel nostro viaggio in Turchia, arrivati a Bodrum, prendemmo un battello per andare a visitare una necropoli vicina scavata nella parete rocciosa. A bordo c’era una comitiva di inglesi la cui componente femminile, evidentemente ispirata da Falstaff, esibiva una ragguardevole “vulnerabil polpa”, culminante in seni – ovviamente nudi – degni della tabaccaia di Amarcord, appoggiati sul pulpito di prua dell’imbarcazione, con grande tripudio delle barche di locali che incrociavano. In quel viaggio incontravamo spesso donne turche vestite con impermeabili lunghi fino ai piedi e munite di chador, e io mi sono sentito costretto ad ammirare la loro compostezza e a vergognarmi della esibita impudicizia delle inglesi, contrabbandata come bandiera della liberazione della condizione femminile.
E, per tornare al discorso sulla forma, la sua dissoluzione è parallela alla perdita del senso del rito, che io intendo come uno spazio-tempo dedicato. Il senso del rito sta appunto nel sottrarsi dal fluire del tempo oggettivo per ritirarsi nel tempo soggettivo in un luogo ad esso dedicato. Penso al rito del tè nella cultura cino-nipponica, piuttosto che a qualsiasi momento e occasione in cui l’io rimane con sé stesso e in rapporto con un altro da sé che lo aiuta a soggettivarsi e a consentirgli il piacere della contemplazione. Ma temo che non ci sia niente da fare: la tecnologia moderna va esattamente nella direzione opposta. I cosiddetti smartphone consentono di fare tutto in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento e ciò viene anzi vissuto come un vantaggio.

A proposito di vantaggio. Ascolta. Una tra le dissoluzioni, a mio avviso preoccupante perché è sotto gli occhi di tutti, almeno degli alfabeti , è quella della forma tipografica, del testo giustificato ( con linee tutte eguali in estensione e non allineato a bandiera come qui). Gutenberg e Manuzio si sono già rivoltolati da lassù nei campi Elisi. Attenti bene che non ho potuto scegliere questa che chiamano formattazione: i creatori del sistema WordPress hanno cessato la possibilità di giustificare il testo e in compenso hanno creato un metodo di redazione a blocchi, detto per burla Gutenberg, astruso e tale che non l’ho capito ; intrinsecamente non ne ho capito, non ne capisco, la necessità. Ma, alle mie rimostranze in proposito mi fu risposto che la ditta andava incontro alle necessità di chi nei blog faceva soprattutto ostentazione di fotografie ed esercizi di iperestetica per feste di compleanno, per facilitargli il compito di sembrarsi fighi: il mondo come volontà e rappresentazione del dilettante.

Non l’ho ritrovato tra i miei, eppure eppure, e non ne ho ritrovato il titolo nella sua bibliografia ma, in un suo lontano volume, Anna Maria Testa, la notissima domina dell’agenzia pubblicitaria Testa, dava precise norme di redazione: dal carattere – quel che tu te lo chiami Font adesso non si sa perché – al corpo, al colore. Stilava una bibbia normativa. La norma che genera la forma, l’orma di chi scrive, funzionale prima che estetica, funzionale alla lettura. Non so per quale ragione la dissoluzione di quest’ultima a portato all’abuso di allineamento sinistra, all’a capo arbitrario, ai grassetti non richiesti e, non ultimo, al linkaggio – sinonimo di linciaggio – di particole di testo a territori della rete nei quali trovare la spiega o, come dicono le maestre, l’approfondimento.
Sono nato in un epoca in dove che quando i nodi erano troppo intricati e stretti non li tagliava Alèxandros a Gordio. Si prendevano appunti, e poi via in Biblioteca a cercare o, se si poteva tra i libri di casa, chi come me aveva la fortuna di possederne a ufo. E ogni indagine apriva molteplici finestre di indagine. Non scherzo ci si coltivava così. Selezione critica. Oggi la necessità intrinseca di afferrare tutto nel più breve tempo possibile, di semplificare, e quindi di offrire lo svicolarsi dalla responsabilità di cercare da sé le implicazioni di un testo, studiandolo invece di guardarlo, porta un articolo quotidiano ad essere un labirinto di deviazioni ad altro, inseguire i passi del quale induce al risultato di allontanarsi dallo scopo dell’articolo stesso. La valutazione, l’esame del contenuto per riguardo alla sua forma che è struttura, legami, associazioni, massa. Si accumulano informazioni, segnali, che non formano. Non solo, ma si realizza ciò che McLuhan in anni lontanissimi volle stabilire, che il medium è il messaggio, ah bon sì ma al peggio della sua forma: l’informe. Le mirabilia offerte dell’informatica titillano nell’animella pallida l’illusione che se non sai subito, grazie ad apposito link, di quanti ottani è fatta la benzina svizzera sei fuori dal mondo, avrai perso più di un cavallo motore, l’Occasione di cavalcare l’onda. Osservo con che velocità certuni afferrano le più straordinarie sciocchezze lessicali, spoiler, meme, googleare, come se fossero conquiste di astrofisica. Forse è il prodotto di un’ansia da riempimento – non so come chiamarla e fare diagnosi hmm – che fa rincorrere l’informazione, l’aggiornamento, il riempirsi di nozioni che non formano nulla; forse il consenso sociale, non saprei. Come col battesimo e il matrimonio in chiesa, la chiesa, perché, sai è per avere un po’ di comunità. Mi sto annoiando da me ma non taglio. Smetti di leggere se vuoi.

Nella rivista per la quale scrivo, Gli amanti dei libri, ho avuto varie difficoltà: non posso scegliere il carattere, non posso giustificare ma  mi hanno esentato dal grassetto e non spezzano il testo con la pubblicità. Per loro insomma il testo è ancora un testo da leggere. Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere un articolo per Opera Gazette: non solo hanno corretto a loro ghiribizzo il testo in modo da renderlo contraddittorio, ma si sa  che per semplificare, per rendere scolasticamente corretto si finisce e si comincia ahimè per pastrugnare; non solo lo hanno impinzato di riferimenti che io avevo elencato insieme come si usa, guarda mica andare lontano, in Wikipedia ; non solo hanno cambiato il carattere, il font, per uniformità con il loro orrendo bastoncino, ma hanno impaginato il mio articolo con un loro cappello e con una bio del Crivelli ma in modo da non lasciar capire dove comincia l’uno e finisce l’altra e il resto. Shopping on line. Di recente, ho avuto la disavventura di offrire un mio testolino, Nacchere Ventagli e vino, a un rivista, un blog per la precisione, dotato peraltro di una certa grazia, Le faremo sapere. È colpevole però è vittima di un mondo fatto a quella maniera: grassetto, link deliranti e a capo arbitrari, font improbabile; un Tahoma o Helvetica, macché di nuovo una specie di bastoncino sottile e illeggibile e che non distingue sulla I il suo puntino dall’accento, in omaggio a un estetica dell’arbitrio. La guerra e la baraonda, infame, a Gardaland di questi giorni ne sono l’estrema manifestazione. Il presentare in quella rivista, un mio testo in un guazzabuglio di grassetti e a capo a muzzo, gli ha fatto guerra, lo ha mariupolizzato con inserti pubblicitari – con sommo rispetto e dolore per quella popolazione immolata – fino a farne scomparire la logica intrinseca. L’anima, q.e.d.

Qui, e ci tieni, c’è il link alla versione apparsa nella rivista https://www.lefaremosapere.com/nacchere-ventagli-e-vino-in-tre-atti-e-un-prologo/ ma per finire a flamenco, ecco Nacchere Ventagli e vino nella versione originale in formato pdf, una fotografia in sintesi estrema, altrimenti moritura la giustificazione te saluta.

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L’ElzeMìro di Martedì 31 Maggio

Favolette Brecthiane 30

La sezione B

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Alberto Savinio Didone ede Enea (1931)

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Desideria Guicciardini-L’Elzemiro alla sua tastiera
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Del tacere

Dodo, 1638 by Cornelis Saftleven (1607-1681)

Non sempre un commento è dovuto: spesso manifesta l’impossibilità o la cattiva volontà di starsene zitti; più di preciso la voluttà dell’ego sum ergo sum di dirsi svilendo così l’icasticità di un ben trasmesso silenzio. Come in quel racconto di Böll, La raccolta di silenzi del dottor Murke, del tecnico radiofonico che recupera tutte le pause e silenzi tagliati dai nastri da trasmettere e che lui monta uno accanto all’altro e ascolta, mi pare di ricordare. Si suppone che il silenzio abbia un eloquio tra i più spinti.
Ecco dunque perché non ho replicato al commento di Azsumusic ma ecco perchè è valsa di più la replica breve del Taschera rispetto a una mia qualsiasi.
C’è un valore in ciò: che stando zitto, me ha lasciato che si innescasse un lieve dibattito tra terzi. Credo sia un fatto da non trascurare quando un blog smuove altre acque che non sieno le proprie che, appunto non avevano nessuna altra acqua da aggiungersi. E adesso un pochinino di La raccolta di silenzi del dottor Murke ( Gruppo editoriale Fabbri, 1964)

Da due giorni Murke aveva rinunciato per un motivo particolare alla sua colazione fatta di paura: doveva arrivare alla radio già alle otto, co rrere subito in uno studio e cominciare subito a lavorare perché aveva avuto l’incarico dal direttore dei programmi di tagliare secondo le indicazioni di Bur-Malottke le due conferenze sull’essenza dell’arte che appunto il grande Bur-Malottke aveva inciso su nastro. ABur-Malottke che si era convertito nell’entusiasmo religioso del 1945, erano venuti improvvisamente – di notte, diceva – scrupoli religiosi: “si era sentito all’improvviso quasi corresponsabile della interferenza religiosa, alla radio” ed era giunto alla decisione di cancellare Dio – che nelle sue conferenze sull’essenza dell’arte, dimezz’ora ciascuna aveva citato così spesso – e di sostituirlo con una formula che corrispondesse più alla sua mentalità, come era negli anni piuma del 1945. Bur-Malottke aveva proposto al direttore di sostituire la parola Dio con la formula“quell’essere superiore che veneriamo”; si era però rifiutato di incidere di nuovo le conferenze, lo aveva pregato invece di far tagliare Dio dalle conferenze e di farvisostituire:“quell’essere superiore che veneriamo”. Bur-Malottke era un amico del direttore, ma non era l’amicizia la ragione della compiacenza: semplicemente Bur-Malottke non poteva essere contraddetto. Aveva scritto parecchi libri di contenuto saggistico filosofico-religioso e storico-culturale, faceva parte della redazione di tre riviste e di due giornali, era il lettore più importante della più grande casa editrice. Aveva detto di essere disposto a venire mercoledì alla radio per un quarto d’ora e ripetere su nastro “quell’essere superiore
che veneriamo” tante volte quante compariva Dio nelle sue conferenze. Tutto il resto lo lasciava fare all’intelligenza tecnica della gente della radio.

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La bella prigioniera ha un nome che fa paura

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Quante volte capita e sarà capitato di ascoltare anche da parte di insospettabili la frase, Non capisco ma cosa ci vuole a decidere. È un mantra che passa per le nostre democrazie baraccone e periclitanti. Cosa ci vuole a decidere che un termovalorizzatore è utile e utili sono le pale eoliche e altre provvidenze. Ci vuole che la democrazia è lenta nel decidere e a volte si capisce che è esasperante perchè sotto il termine democrazia si passa spesso, mi pare, l’incapacità di vedere non solo le questioni, ma anche gli ingredeienti delle questioni in pentola. E così le opinioni di un consumatore di aperitivi al bar, di un maniaco-depressivo, di un’ossesivo-compulsiva, valgono più, perchè di  più vengono utilizzate come strumenti di propaganda per tramite di una stampa, l’italiana per dirne una, trizzillosa e codina, valgono di più delle osservazioni meditate e sapute di studiosi e specialisti e persone dabbene che a un certo argomento hanno dedicato il loro tempo nell’interesse del sapere e del far sapere. Nell’interesse generale e più esteso possibile, collettivo insomma non di una casta, termine fastidioso lettere per lettera, perchè anche la collettività può rivelarsi casta e delle migliori tra le peggiori, pessima.

Senza alcun titolo per rivendicare qualche primato ricordo che qui già  ho detto quanto basti dare un’occhiata a una carta geografica per avere contezza dello stato di salute delle democrazie liberali, tout court dei paesi liberi. E della cinghia che si stringe a mio avviso, niente più che un avviso, intorno a questi ultimi. E della coincidenza di intenti, ma spesso di modi, che accomuna in un unico calderone delle streghe sistemi di fatto fascistoidi quando non peggiori: sultnati, emirati, banati, putinati. Non faccio interpretazioni perchè qui si dovrebbe parlare d’altro. Però.

Da lettore di favole e appassionato di Mission impossible osservo come il processo di identificazione che presidia la lettura tanto de Il soldatino di stagno quanto di Anna Karenina ( dove sfido i maschi a negare di sentirsi Elle al cento per cento, col vantaggio che il treno non ci può investire; del resto Flaubert, Madame Bovary c’est moi). Nella narrazione politica, per quanto sordida, viene fatto di dire che il processo di identificazione sussiste ed è simile. Chi non vorrebbe talvolta essere ‘u tintu, ‘u Rambu, e tutte le epitomi dei tinti, quello che dice Sono troppo vecchio per discutere ( Eddie Constatine in Alphaville di Godard) cui le democrazie liberali non meno delle teocrazie (ogni dittatura è una teocrazia) senza vergogna affidono i lavori sporchi: gli 007 non meno di certi ministri adusi a fara sorbire le minestre amare spacciandole per ambrosie. Ma basta, lascio per ricordo da leggere questo lungo articolo di Andre Rizzi apparso oggi domenica 22 maggio s El Pais (a proposito di libertà) che cerca di succingere, traendone lo spunto, il lungo rapporto di Freedom House in merito. Anche di questo lascio traccia, sfidando il copyright ma la libertà di pdf dovrebbe assolvermi; ognuno ne faccia la traduzione che gli pare.

Putin, Xi y la primavera ‘horribilis’ de los regímenes autoritarios | Internacional | EL PAÍS

https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2022/global-expansion-authoritarian-rule

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L’ElzeMìro di Martedì 17 maggio

Favolette Brechtiane 29

Bambino Arturo à la guerre comme à la guerre

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Reification #80, Dario Maglionico

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Un russo di tutto dispetto

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Maxin Osipov

L’opzione di lasciare un paese, inteso patria tradita e/o traditora mi è ben presente. Dovesse l’anno prossimo cambiare in peggio l’attuale governo balengo finchè si vuole ma tuttavia liberal democratico – e retto con qualche abilità e tenuta di nervi da un liberal democratico – per precipitare nel modello ungherese o polonese o turchesco, in sostanza capitalfascista, quella dell’esilio sarebbe l’opzione civile, dovuta alla dea dignità e un certo gusto personale per l’aria fresca, non offuscata dal fumo di incenso più di quello che già è, ma tuttavia etc. etc.
Di sinistra non mi sono sentito che in rare occasioni, libertario fatto in casa ( alla lettera), democratico con prudenza ma convinto dell’ineluttabilità di un sistema e con sentimenti liberali li che soli garantiscono non tanto la pace, che è il meno dei traguardi, ma di essere lasciati in pace e di lasciare possibilmente in pace. Già l’ho scritto. Con una sinistra putinputaniera, come è oggi quanto un tempo di più e peggio no, nessuna compromissione; vediamo che cos’è diventato in Francia l’ircocervo della sinistra sconfitta da sé stessa, con quel Melanchonico che difende non più le classi subalterne o un’idea moderna di diritto al vivere, ma di nuovo le masse, ay il bel mostro mitologico, temerarie nell’ammazzare coniglie e risentite sempre, quindi sempre pronte a credere, qui in Occidente, che l’Europa non meno del Covid è il nemico, che bisogna litigarci, richiamare dalla tomba tutti i lazzaroni nazionalisti: la fa Malnasciòn il sinistro non meno dell’assassino sbandierato Putin. Cerco di spiegami tra Melanchon e la signora Le Pen dove sta la differenza, cioè ecco sì una l’ho scoperta: la seconda non veste male, è meglio della nostra nanerottola pechinese che strilla e balla alle sue adunate oceaniche, in pantajazz chiari, che non snelliscono, e scarpe ginniche che fanno bassezza mezza bruttezza. Del resto la classe non è acqua, anzi oggi sì lo è, ma sporca.

Nel lungo pezzo dal neo esule scrittore russo Maxim Ósipov che vi propongo, delfinetti gentili, se avrete la grazia di leggervelo troverete la frase, In momenti come il presente le persone comuni (ammesso e non concesso che si tratti di persone, n.d.r.), aiuto e fondamento della civilizzazione, si tramutano in una massa di mostri, di esseri maligni, (forse un motivo per dar fede alle persone non-comuni n.d.r.). Qui lascio al lettore paziente di farsi tradurre da Google tutto il resto del non breve articolo sul Paìs di oggi, testata davvero internazionale, dello scrittore e medico Ósipov, come Cechov con alcune lunghezza di differenza, dico io e non vale. Ósipov racconta come e perché ha lasciato la Russia. Facile da capire, perché non gli andava più (e non la manda a dire), come non andò la Germania a Brecht e Mann e l’Italia a Toscanini, uno che invece dei nessuno eccentomila non chiese la tessera del P.N.F. a Mussolini in persona, non richiesto. Fa la differenza lo stare, sostare, permanere, dall’andarsene, dal non aggregarsi. Questo è segno di carattere e di dissenso, nel modo che un letterato può manifestare con orgoglio, mollare tutto e farsi profugo tra i profughi, per quanto privilegiato. Tra un anno o due, qualcuno per favore mi rinfacci questa lettera se mai dovessimo trovarci nelle condizioni di esiliati in patria, che mal ne incolga al titolo.

Ósipov non è tradotto in Italia, sto leggendo una sua raccolta di racconti El grito del ave doméstica (Il grido del passero domestico- Club Editore 2011) nella versione spagnola e qui stanno tutti così occupati a dar fiato a indegni filorussi per occuparsi di uno scrittore; gli indegni e i loro ascoltatori mica si sa se sono del tutto o solo in parte analfabeti: Ósipovperò è un scrittore, ha il polso grave e la pressione dello scrittore, differenza fondamentale tra lui e gli scrivani nazionali: tutti ortopedici, fisici, astrologhi, geriatri, curanderas, professoresse in pensione, talktowels; è uno scrittore simile a Cechov per via del lavoro di medico atto a dargli il pane cui ora Ósipov ha rinunziato per rifugiarsi da Taruza( Neo-Urss) in Spagna. Il motivo è il dissenso tra lui e l’assassino di tutte le Russie. L’assassino resterà, lo scrittore non credo. Ma leggerlo vale. E in tutti i casi, Chapeau. A lui e a tutti i dissidenti, fuggiaschi e fuggitivi. Non si escludano i fuggevoli.
Me lo si rinfacci anche questo tra un anno quando, fossi ancora qui sul ramo del lago di como a dar del fascista a salvini – non fusse che venga preso per complimento – o della cagnetta nera alla Melona.
Magari si continuerà a non rischiare niente e nessuno capirà perché andarsene. Maxim Ósipov in El País di oggi 7 maggio 2022:

https://elpais.com/babelia/2022-05-07/frio-verguenza-y-liberacion-maxim-osipov-escribe-la-cronica-del-viaje-que-ha-truncado-su-vida.html

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L’ElzeMìro di Martedì 3 Maggio

Favolette Brechtiane 28

La signora Giovanna e suoi suoi gatti

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