L’ElzeMìro -Una lettura reticente


 

In Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi

 da Martedì 16 gennaio 

L’ElzeMìro di Pasquale D’Ascola 

Una lettura reticente

http://www.gliamantideilibri.it/?p=68018

 


 L’omino-macchina per scrivere. Illustrazione di Desideria Guicciardini per Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Pasquale D’Ascola. Booksrepublic Isbn 9788853440457. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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Kaputt e accessori

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Il Bronzino – Ritratto di Lucrezia Panciatichi

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta che esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata – come una fontana – dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rainer Maria Rilke – Lettera a una giovane signora – Soglio-Grigioni, 2 agosto 1919 –

Ancora ce ne fosse bisogno preciso che non ho attitudine né voluttà di critico, se non nella misura in cui sono convinto, e mi spiace se mai apparire immodesto quando sono solo lucido osservatore, che un’opera intesa d’arte per i motivi ben pesati qui da Rainer Maria Rilke, è in sé critica dell’arte di cui si serve, creandone; giocando con levità alle parole mi pare che tra arte e opera è l’opera ad essere d’arte, o non è opera, né arte, né letteratura, né né né; questo perché assume uno stile, una natura, crea un mondo, è in sé un mondo creato, un reale non meno reale e sensibile, benché spesso vada ben oltre l’immediato sensibile, di quello che molti intendono per realtà, tutta la realtà, ossia supermercati, filobus, troìai e rifiuti, riunioni di condominio, regìe innovative, avanguardie figurative, fuffa e infine cronaca o giornalismo o, peggio e altrimenti, la Realtà maiuscola, pretesa vera, monòcola e opposta all’immaginario, al mancante, al simbolo.

Ecco, dacché un ottimo editore, Adelphi, lo sta resuscitando, senza scopo diverso dall’interrogarmi da me come spesso accade quando ci si incaponisce su qualcosa che non ci riguarda e che lasceremo cadere nel vuoto e alé, meditavo da qualche tempo tuttavia di chiacchierare qui d’un autore trapassato ma del quale ho sempre sniffato il sentore di poco chiaro, di omesso o irrisolto su un tronco di fascismo sommario. Sia chiaro che si può essere fascista e scrittore e filosofo, artista e quel che vi pare; quando dico fascista non intendo l’adesione tecnica agita dal particulare, Pirandello che chiede la tessera del partito, intendo una modalità profonda del soggetto, il nocciolino duro che determina un esserci e lo distingue da un farciª. Dunque Curzio Malaparte. Mi piacque in altri tempi il suo Maledetti toscani, racconto aneddotico, sapido e aguzzo come in genere i fiorentini, ma niente di più né di meno. Non mi piacque al contrario La pelle a motivo del troppo, delle iterazioni, delle ridondanze, dell’iperbolica non governata da una sintassi interiore non indulgente, da uno disciplina severa che è lo stile, arte. Quindi ho letto Tecnica del colpo di stato che presenta gli stessi inganni di là da un netta esposizione giornalistica e che valse al Malaparte qualche fastidio ben medicato con Mussolini, e infine Kaputt che con questi inganni vuole fare letteratura e non lo è. Scrittura certo, è indubbio, liber scriptus proferetur, di un uomo intelligente cui, se già non è successo, uno psicoanalista da rotocalco imbastirebbe addosso una diagnosi accademica nemmeno troppo complessa; di lui, del Bonaparte Malaparte, Indro Montanelli disse o scrisse per altri versi che si trattava di un colossale Narciso, grande quanto sgradevole; da bimbetto scopersi una immagine di lui, del Malaparte non di Narciso per quanto si possano confondere l’uno con l’altro, in posa sul terrazzo della sua villona di Capri, immagine da avanti-ardito in pantofoline, sedotto dall’idea di una grecità alla von Glöden. Qualcuno potrebbe azzardare che Kaputt ricorda Nord, il trittico di Céline; bah, mi parrebbe come dire che Guerra e Pace ricorda Centomila gavette di ghiaccio perché si parla di guerra e di Russie e di ritirate. Ora per Céline per l’appunto lo stile, che è tutto, era modo che si fa contenuto, mia l’interpretazione; con sue parole infatti, le traduco dal francese a memoria, in un intervista affermò che, Di storie sono pieni i carceri, i dispensari dermosifilopàtici, le sale d’aspetto ma la letteratura è lo stile; e ritmo. In Céline, voltalo di qua voltalo di là, è lo stile che sovrabbonda, forse sovrabbonda Céline stesso in quanto stile umano atterrito dell’abisso, ma non la storia che precipita invece giù per limiti tendenti a zero. Nord procede piano, scorre via in tre piccoli volumi, c’è poco, può persino sembrare noioso. Ma non c’è eccesso, clemenze, rumore inteso semantico d’aggettivi, di metafore. Dunque all’immaginario osservatore che di Nord trovasse paralleli o meridiani con Kaputt mi pare di poter dire che no, in Kaputt gli stessi, non voglio chiamare difetti ciò che in altri desterebbero meraviglia e godimento, gli stessi τόποι o ricorsi retorici di la Pelle, le stesse frasi, mi vien da dire svergognate, finte cioè perché volte all’artàto, chissà da una lunga pratica di cronachista, indotte al sensazionale, all’effettato, a quegli eccessi da medico legale che si compiaccia di misurare  la profondità di una ferita verminosa ficcandoci un dito, ma solo dopo averlo intinto in un litro di Chanel. Prima di proseguire ricordo l’orrore di Se questo è un uomo, di Nelle tempeste d’acciaio, de l’Istruttoriaᵇ,  semplici esempi di letteratura. I deliri di Schreber sono solo anamnesi, espressione, il Reparto numero 6  di Čechov no, opera d’arte. La domanda pertanto sorgerebbe circa il motivo editoriale che ha indotto l’Adelphi a pubblicare questo autore, dunque questo Kaputt da cui, all’esatto contrario che in Nord e prima nell’opera perfetta di Céline, Viaggio al termine della notte, manca del tutto, la constatazione del dolore irredimibile, lo sdegno senza perdonanze, la vergogna, l’orrore, il Nihil, la pietà infine, una pietà desolata e un sarcasmo omicida, infine un po’ di fascismo, trasfigurati però nell’opera d’arte. Non saprei, forse il fatto che avendo Malaparte visto e sentito e partecipato a molti eventi della seconda tra le guerre dette mondiali, ebbene, per quanto attendibile sì, attendibile no, egli dal suo punto di vista fornisce notizie di primissima mano su questo e su quello, di fronti, offensive, Bessarabie, Moldovie ed Ucraine, di dittatori, cortigiane ed omminicchi, di conti, principi su cui, forse per non essere nata lui duchessa, egli sbavava riproducendone tic linguistici quanto generica pochezza, tutto senza distanza prospettica. Il lavoro di uno storico sui generis con il gusto del tutto personale di interpretare la parte del blasé ma sensibile e con il fare tuttavia di un monsieur Je suis partoutᵈ. Non mi lagno di averlo letto, in ritardo capisco, questo Kaputt; una lettura utile per chi ama la storia e ha voglia di tollerare la propria incredulità circa i fatti e la dismisura dell’autore per circostanziare il colore di una lago estivo aggettivo su aggettivo, come-se dentro come-se, metafora dopo metafora.

In un mondo di segno opposto, Rainer Maria Rilke, di cui parlare è superfluo ma così bello leggerne i balzi, gli scatti dell’intelligenza amorosa, quasi ad ogni riga di semplici eppur difficili lettere da amico, quelle che, sempre Adelphi, ha raccolto in un volumetto esile dal titolo denso, Lettere a un giovane poeta. Altro non è cosa dire di chi poco prima di morire, scrisse per sé quest’epitaffio, poche parole per molto.

Rose, o reiner Widerspruch, Lust,

Niemandes Schlaf zu sein,

Unter so viel Lidern.

Rosa, contraddizione pura, Gusto,
D’essere  di nessuno il Sonno,
Sotto così tante palpebre.

Francis Bacon (1909-1992) Edipo e la Sfinge

ªMa che ce sei o ce fai. Non ricordo casi molto rilevanti, Gentile a parte, di adesione e partecipazione al partito fascista, che può essere diverso da essere fascisti, o avere lavorato in periodo fascista, fatto quest’ultimo che toccò a molti, a De Sica e Luchino Visconti per esempio, Moravia, Malipiero, Pirandello, Ungaretti senza che abbiano prodotto un’arte fascista. Nel cinema per essermene occupato, l’arma più potente secondo Mussolini, tranne per La saga di Giarabub, mi parrebbe ingeneroso affermare che La nave bianca di Rossellini o Signorine grandi firme, siano opere fasciste, cioè di dichiarata o velata propaganda; nemmeno Condottieri di Trenk, peraltro non meno bello e intriso di epica salvifica e dittatoriale dell’epico Nevskij o Acciaio, mi sono sembrati fascisti. Avevano invero queste opere, d’arte o meno, il valore e la funzione di finzione (dis)educativa, come la pubblicità, la stampa e la televisione, la scuola politicamente corrette d’oggi, la cui arte credo nulla rispetto a I bambini ci guardano (1943 -Vittorio de Sica). Per la propaganda vera, diretta c’erano i film Luce a bastare ed avanzare e a far danni. Pirandello chiese non richiesto la tessera del partito, ma aderirono in tanti per non dire tutti, -rimandarsi pertanto a ciò che più volte scrisse Pasolini sul fascistismo italico- poi dimenticati perché nullità. Eccone un elenchino minimo, Padre Reginaldo Giuliani, Giuseppe Bottai, Sem Benelli, Mario Appelius, Achille Starace, Auro D’Alba, Luciano Folgore, Ugo Ojetti etc. e, naturalmente quel cóltissimo maccherone che fu F.T.Marinetti, le cui Poesie a Béni, in francese, sono forse leziose ma deliziose.
ᵇ Primo Levi – Se questo è un uomo – Einaudi. Peter Weiss – L’istruttoria – Einaudi. Ernst Jünger – Nelle tempeste d’acciaio – Guanda
ᵈ Forse poco noto a chi non si occupa di queste bagatelle da massacro JSP fu assai letto giornale parigino più-che-fascista apparso nel 1930 e liquidato nel 1944, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Je_suis_partout. Nel bellissimo film di François Truffaut L’ultimo métro, uno dei caratteri principali è appunto di quel giornale il critico teatrale, Daxiat nella finzione, ovvero Alain Laubreaux nella realtà. ( E interessante osservare come per essere veri nell’altra realtà i nomi di luoghi e di persone, siano da cambiare; ne fa fede massima Proust ) Nella realtà del film Daxiat viene fucilato l’indomani della Liberazione, nella realtà fattuale invece Alain Laubreaux la fece franca da Franco in Spagna, benché condannato a morte in contumacia in Francia. Si veda dunque il film in http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4bd38fe1-cd10-4c61-acd8-e3b69e0d36a3.html 

 

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L’ElzeMìro – Il Natale del funerale


 

L’ElzeMìro di Pasquale D’Ascola 

in Gli amanti dei libri a cura di Barbara Bottazzi 

 da Martedì 9 gennaio 

Il Natale del funerale

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 L’omino-macchina per scrivere. Illustrazione di Desideria Guicciardini per Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Pasquale D’Ascola. Booksrepublic Isbn 9788853440457. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186
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PLII 2017 – Assedio ed Esilio

 

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 Vilhelm Hammershøi (1864-1916) – Interno con donna di spalle – Randers Kunstmuseum

Stante che è raro accada ed è evento differente dall’ascolto che mi presto da me nel tentativo di non dire scempiaggini quando faccio lezione, vedermi ed ascoltarmi altrimenti mi dà sempre la curiosa e salutare sensazione di essere altro da me medesimo o più sul vago di essere un anziano bizzarro, imbarazzato da sé, alle prese con cose più grandi di lui o perdute. Ecco dunque il link a un’ardua intervista, ardua per i quesiti posti, che la direzione del Premio Letterario Internazionale Indipendente ha imbastito a seguito del massimo riconoscimento attribuito nella primavera scorsa al mio inedito, e che tale resterà e lungo io credo, Assedio ed Esilio. L’intervista ha l’intenzione di essere utile a rintracciare editori disponibili ma a cose fatte mi è sembrata abbastanza gradevole da essere proposta all’ascolto qui dei miei duecentoquarantatre seguaci. È stata realizzata secondo me molto bene dal punto di vista tecnico e in italiano, ma degne di nota sono le traduzioni sottopancia in francese e in spagnolo che non solo mi traducono bene – impressione insolita quella di essere tradotto che mi ha ricordato quella provata nella tradotta militare che in dì lontani assai mi portò dal campo di addestramento al mio reparto di destinazione a Udine – ma che sono pure interpretazioni così pertinenti del mio italiano da sembrarmi persino più belle. Ecco qui i link a tutte le versioni, la francese e la spagnola e l’originale italiana. Il video dura 11 minuti circa e, altra cosa che mi sembra assai apprezzabile, i tempi delle didascalie sono stati calcolati per lettori calmi e meditativi. Buon anno compaesani.

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La pratica idiota del sorriso uccide la risata

De Unamuno

Miguel de Unamuno, filosofo e poeta (1864-1936)

Non faccio dell’anti-sociologia se dico che mi occupo poco di guardare le figure che tappezzano la realtà ma, al comparirmi oggi l’ennesima foto di un scritoreª che se la suona e se la firma, di poetessa al femminile accavallata alle gambe del marketing, di questo o di quello/a in posa da dispensatori di consolazione, ho preso atto che non v’è alcuna o sono molto rare le immaginette sacre al culto di se stessi che, con effetti inquinanti sul paesaggio, specie in quella trappola rivelata che è la rete sociale, per non citare la pubblicità desiderio, che non siano dunque afflitte dall’ostensione costante, meno che puerile, peregrina, di quella stortura sotto il naso dell’esserci che è il sorriso. Giorni addietro un’idiota mi ha colto all’uscita del pissoir istituzionale con un sonoro, estatico e inteso fuor d’ogni dubbio salvifico, Salve, salve, lo vedi io sorrido, ti sorrido; Ah bene, io no, replicai con totale mancanza di bontà cardinalizia, gentilizia e convenevoleDomani scattasse la festa dell’attentato, al video dei morti – queste immagini potrebbero turbare la vostra sensibilità – prologo implacabile dei quotidiani in linea, e i quotidiani sono sempre in linea con una linea, per dieci, quindici o trenta secondi  prima, specie di questi tempi luminosissimi, ecco tutto un avvento odontoiatrico o filibiscottiero, di modelle in genere, cui un bidet sembra aver restituito il sorriso appunto, dopo un’improvvida pipì.

C’è da pensare che avere una faccia seria, almeno assumerne il tono muscolare per imitazione, sia esclusivo diritto e dovere di malviventi generici, mafiosi, camorristi, madame della ‘ndrangheta e di qualche residuale nazista; non che ne manchino di quei tipi, sì che la genuflessione labiale al culto del buon pensiero pastore, sembra non giovare né alla marzialità né alla ferocia dei compiti delinquenziali. Gente autentica insomma. Come, se non quanto i filosofi, benché  questi ultimi con i pochi artisti e i poeti che ancora non sono morti si affaccendino su rive opposte di differenti fiumi. In sintesi provate invece a trovare foto d’autore, attore, borgataro o puttana rifatti qual siano siano, che nella sua foto di faccia, non faccia la smorfiosetta, specie quelle parodie del femminile che sono i maschi, forse a significare il bis-pensiero, Ve l’ho fatta, il sorriso denunzia un’assenza, un buco, ma lo so che non lo so e vivo come se fossi vivo.

Mi consola osservare invece che il signor Putin pare determinato a non sorridere mai e non finge; ho l’impressione che il suo codice genetico non abbia le informazioni necessarie a simulare il sorrisetto in falsetto. C’è da fidarsi allora. Altro discorso riguarderebbe invece l’immagine di un qualunque altro dirigente politico, e non, italico, e non; lì ci troviamo di fronte ad una tale assenza di faccia ché, per tipi di questo rango, antistile e mestiere, perderla è impossibile. Solo il comico Crozza per esempio sa applicargliela, al punto che si ha il sospetto che certi figuri da parlamento esistano solo in grazia della sua parodia. Da qui la risata.

Paolo Poli, attore di sé ( 1929-2016)

 https://www.youtube.com/watch?v=EadziciYlHk&index=3&list=PLKOuKTFf7fXs6tG7vrM1Cz4LSY9–E-tY

***

ª cfr. Natalino Balasso https://www.youtube.com/watch?v=R3S9Jl6W3MQ

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Auto teatral

Vista ieri sera al cinema Palladium di Lecco la diretta televisiva dell’inaugurazione scaligera. Opera Andrea Chéniér di Umberto Giordano, meridionale di gran talento.

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Il teatro lirico sempre teatro è, per molti aspetti è un super teatro, erede com’è a mio del tutto immodesto parere del mito, che si potrebbe ritenere l’inconscio dell’inconscio ovvero della tragedia greca. Nacque con questo intento la rappresentazione lirica e poco importa che si trattasse di una svista di grammatici fiorentini l’attribuzione del canto alla tragedia ovvero al mito. L’intento è in ogni modo sacro, non religioso ché la religione sta al sacro come il totocalcio al destino. L’epoca corrente che corre a schifìo è molto religiosa, gesuitica, farisaica adora la superstizione, la sicurezza, i geometrismi, i fogli excel, le inchieste e le statistiche, tutti i trabiccoli tecnici che i greci ignoravano. Morivano è vero perché la morte era una seccatura naturale non meccanizzata, e apposta non disdegnavano la battaglia e l’eroismo dissennato; meglio una daga nella gola, dieci secondi a dir tanto e sei morto, piuttosto di una lenta idropisia o di un orribile colera. Il richiamo della morte era il richiamo a farla finita o, all’infinito, che, privato però di qualsiasi romanticismo borghese e cattolicesimi attaccaticci, risuona  nel finale di preciso tragico, cioè catartico di Andrea Chéniér. Che si pronuncia Scénié, con le é chiuse, guardare l’accento, e non Cinaiar o Cènii, poeta rivoluzionario francese, ghigliottinato sul serio e per effetto del terrore ovvero della necessità sopravvenuta alla Rivoluzione, nel 1793. Amen. Si legga forse a proposito o forse a sproposito di Alberto Giovanni Biuso, Il sole e il millenni in https://www.biuso.eu/2017/12/06/il-sole-i-millenni/

Dunque ieri sera alla Scala si è visto il mito all’opera e il rito alla prova. Unico neo i risibili fantocci del pubblico contemporaneo che di sicuro Carmelo Bene in uno dei suoi più alti e volatili eccessi avrebbe tolto di mezzo, lasciando che l’auto teatral si compisse nel silenzio e nel vuoto. Ma insomma non tutto era bene ciò che incominciava Bene per il marketing ma almeno l’ottimo Chailly ha preteso e ottenuto che il pubblico stesse zitto e bono e che la claque non sbraitasse golosa di protagonismo. Dunque nel silenzio almeno sono stati messi in atto i primi e i secondi due quadri di questa opera, userò un banalìsmo, bellissima, tanto che il successo che le risultò nel 1896 la dice forse molto lunga sulla capacità di ascolto dei nostri antenati e sulla sordizie sistemica di oggi. Opera difficile infatti, pensata come ognun sa per andare avanti senza soluzione di continuità, tanto valeva eseguirla di fila ma poi il bar del teatro e le mises delle signore senza signorilità tranne Carla Fracci, come avrebbero fatto; opera ardua per il cantore, anzi estrema; difficile per una regia che, attentissima, con qualche mia perplessità circa un paio di soluzioni che non cito per non disturbare, qui fa ottimo uso del palcoscenico girevole, scene azzeccate e costumi d’impatto a parte. Eppure allora, nel 1896 e sempre e a dispetto della difficoltà, piacque. Piaciuta è, a dire il vero, anche ieri sera. Del resto si capisce. Non sono chissà quale esperto di voci né ho qualche attitudine da melòmane, amo e rispetto il rito, che più di una volta ho io stesso officiato, sicché ho trovato raro e strepitoso l’impasto della compagnia. Commovente. Incredibile il triangolo baritono, soprano tenore. Inscì avèghen, così averne -di più- avrebbe detto qualche milanese. E ciò detto questo è bene sottolineare che il napoletano Martone, erede di qualche grecità e vero teatrante, si è occupato dell’ufficio rituale alla perfezione oltre che della dizione impeccabile dei cantanti, dei pesi e della misure in scena. Questo è il sostanziale ufficio del regista. Niente mitragliatrici, cappottoni, astronavi dunque e tutta la chincaglieria del così detto regie-teather che sta al teatro come la pornografia all’innamoramento o, detto fuori dai denti, come l’imbecillità all’intelletto. Siccome non sono però  un critico ma solo uno che ha appreso bene e in antiquo ab antiquo fatto mestiere dell’opera e del teatro in genere, qui mi fermo. Sottolineo però che ho pianto più di una volta. Effetto dovuto. Qualche vecchino come me canticchiava in sordina a me accanto. L’opera è questo, catarsi da qualcosa che s’è perduto e non si sa. Tutto rimane uguale ma cambia. Una lode alla regia televisiva per la puntuale e solo frontale ripresa. Punto.

I momenti più tesi dello spettacolo:

  1. La gavotta ( peccato prima la pastorelleria  con i passi ottocenteschi)
  2. Finale primo quadro
  3. Duetto Maddalena-Chénier e duello.
  4. Nemico della patria. Il processo
  5. La prigione

 

E infine ecco qua degli alessandrini di André Marie Chénier (Costantinopoli 1762-Parigi 1793)

da La jeune Tarentine, Bucoliques, vv.26-30

Hélas! chez ton amant tu n’est point ramenée./ Tu n’as point revêtu ta robe d’hyménée./ L’or autour de tes bras n’a point serré de nœuds./Les doux parfums n’ont point coulé sur tes cheveux.

Oh cieli, da colui che t’ama non tornasti./E riprese non hai d’imeneo le vesti./Di nodi d’oro le tue braccia non hai strette./Né le tue chiome dolci di profumi hai fatte.

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Casco rosa

 

mostri

L’uomo pallido da Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro

Almeno tale da apparirmi logica adesso, c’è solo una motivazione che riesco a intravedere nel gesto della presente e soi disante amministrazione americana, ed è quella di voler scatenare la giusta reazione palestinese nella speranza che sia il più violenta possibile in modo da giustificare, già che siamo lì in Siria, l’intervento americano, anche sotto traccia; per far fuori tutti i palestinesi possibili, operazione non andata a buon segno a Sabra e Chatila nel settembra 1982; o almeno spaventarli a morte e che se ne stiano di là da un muro che è la tendenza immobiliare di questi anni neri. Qualunque altra interpretazione mi pare porti a un diagnosi di imbecillità di cui l’arroganza costituisce il nocciolo antico. Naturalmente non ho né la competenza né la storia di esperti e mi scuso con loro per volermi impicciare di cose più grandi di me; sono un monello infatti che guarda ciò che vede, delle signore che si spogliano, dal misero osservatorio di un buco nel tramezzo della cabina ai bagni Sirena; si intravedono dettagli limitati ma piccanti e sostanziali.

Divergo un poco. Poco tempo fa e a motivo del mio lavoro mi è capitato di essere presentato a una giovane artista israeliana. Ci scambiano due parole, con cautela perché temo il folle nazionalismo di molti israeliani, il loro credere in ciò che credono, la loro acefalia baciabibbie quanto quella del loro mandante alla Casa Bianca, ma conversando apprendo che la signora è emigrata in Italia, emigrata sì,  stabilita, in pratica convertita a questo pasticcio in forma di stivale, con bambine che vanno in un asilo italiano, ah questa poi niente scuola de propaganda fide, e marito, prossimo all’abilitazione italiana in medicina. Mi stupisco un poco ma allo stupore subentra, per voce della signora, la certezza che la famigliola israeliana è venuta via da Israele, Perché vivere lì è impossibile. Mi freno di nuovo, il nazionalismo ha mille facce e temo che il termine impossibile nasconda la consueta avemaria di tutti i piccoli borghesi sulla sicurezza; perché ci bombardano, perché nemmeno l’esercito di dio e il dio degli eserciti dà garanzie e nemmeno i muri, i pestaggi, la tortura sempre di dio, gli incarceramenti preventivi e senza accusa. E invece no, A voi sembrerà molto strano ma Israele è un paese bigotto e impossibile, tale che qualsiasi altro è meglio, terribile e con dirigenti tanto terribili – non traduco la signora parla italiano come me, chissà non sia di origine – che persino i vostri che vi fanno orrore sono  meglio. Dovunque ma non in Israele è la conclusione del discorso, Viviamo a ***, in provincia stiamo bene. No comment.

Questo epìlogo più che apòlogo mi pare riveli un sintomo imponente ma isolato, non so se e non credo un malessere collettivo come quello che porta molti italiani giovani o meno ad andarsene da qui, e fanno bene, dall’Italia verso un Europa che peraltro resta la signorinella pallida dolce dirimpettaia del quinto piano, l’ultimo che le concedono i piani quinquennali dello stato più canaglia di tutti tanto che dovrebbe espellersi da solo da se stesso, l’unione americana. Arroccata com’è in una comunità codarda e cerchiobottìsta, che riconosce tutti a parole ma se ne impipa di tutto, dei fatti e dei misfatti ignorante come l’ottantenne in carrozzina del Gattopardo, quest’Evrupa frigida ha le sue caramelle di legno da succhiare è vero, ma non intende, lo volesse, lo capisse, che avrebbe tutto da guadagnare a guarirsi la propria voluttà di suddita isterica.

Sicché il grande terrorista, detto dal suo poco abile parrucchiere casco rosaª, disonore di quanti sono crepati nella seconda guerra mondiale per trarci dagli impicci delle nostre dittature, od orco transgender cui augurare di passare da Dallas e restarci per tutti week-end futuri  è pochino, rispetto alle sue colpe in essere e in fieri, insomma il soggetto in oggetto giocando giocando con le bombe a mano di babbo natale ne ha gettata una in piazza a Gerusalemme e non è ancora scoppiata; come gli ordigni neri dei cartoni animati è lì che frizza e fumiga. Attendere.

ª parodia del più celebre titolo Casque d’or di  Jacques Becker con Simone Signoret – https://www.youtube.com/watch?v=L4B613YiWGs

Carlo Buti –  https://www.youtube.com/watch?v=Bn-yTtV8GHA

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