L’ElzeMìro di Martedì 21 Gennaio 2020

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

VI episodio- Spècoli in spècula spèculorum

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Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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J’accuse

J'accuse...!,_page_de_couverture_du_journal_l’Aurore,_publiant_la_lettre_d’Emile_Zola_au_Président_de_la_République,_M._Félix_Faure_à_propos_de_l’Affaire_DreyfusJ’accuse, accuso, sarebbe stato il titolo pertinente e conforme all’originale con cui presentare al gregge italiano il film del vecchio maestro Polański, dal suo punto di osservazione di capro, probabilmente espiatorio. Invece no, la produzione deve aver  pensato che L’Ufficiale e la spia fosse più adatto, più all’olio d’oliva, più microfiltrato, pastorizzato, depurato dalle antiparticole, così da far comoda cassa nel paese che non ricorda né sa, non vuole sapere, si stupisce, confonde che, come la vecchia di Tomasi di Lampedusa spinta in carrozzina all’esposizione internazionale, va, vede, se ne impipa di tutto; il prototipo del turista ah le ostriche ostrega-ah il ristorantino-ah Euromiasmy -ah Ouitton mi faccio un regalo da trentacento euro. Così si fa, l’ostia che li brusi, al film di alta massa emotiva, ci lascio il titolo original, the next level the lodge city of horror extended edition; J’accuse no no no capace che qualcuno la veda com’è com’è, politica, al solito, la solita miniestra comuniestra, i gilè-john, no no, non accusiamo nessuno, L’ufficiale e la spia, titolone come uno sparatutto o un moschettieri del re, in costume. 

Occorre capire che non c’è niente di casuale, o perverso o inconscio, ogni scelta del giorno d’oggi è di una trimpunità, filisteismo, convenienza e marketing. Allora sì J’accuse è un film pieno di costumi ma non in costume, di costume; il costume di fottere e chiagnere per niente, che è costume del Potere; ma li senti ancora adesso, mutatis verbis tranne popolo; tutte le sodomie forzate sono in conto deposito al village del globalized people, oggi come ieri, forza, i nostri ragazzi, birimbo birambo, la minestra amminestrata l’è sempre la stessa, il c’era una volta sbandiera sempre patria, onore, crocifisso, il poppòpopolo, dignità e parapà. L’importante è dare addosso a qualcuno. Questa in essenza è l’essenza, la costituzione del Potere. A prescindere. Questo illustra il film bene assai. 

Film che comincia puntualmente con la didascalia, i fatti e personaggi qui illustrati sono REALI su un campo che più totale de ccosì se more, duemila comparse schierate, rossi e neri, chepì, cavalieri, shining di elmi. E dalla massa ecco che piccino piccino arriva il capro espiatorio, perfetto, una copia di antipatico, nessuno sguardo da martire, da muro del pianto; lo strappano, lo insultano e sta lì inebetito; e non sarà mai simpatico, mai vittima carina, poi via dice il generale, via via dove non possa nuocere, all’isola del diavolo, che non parli con nessuno. Crepi e ringrazi che il popolo francese tutti lì a chiederne la testa, non sia stato ascoltato ma… ma qualcuno, un colonnello di fresca nomina ai servizi segreti, tal Picquart, tra mille peripezie, ostinazioni, rischi e infamie riuscirà a portare alla luce il vero e il giusto. Il film racconta tutta questa vicenda, non Dreyfus ma il suo salvatore. I suoi salvatori, gli uomini dabbene e l’uomo che non ha perso la testa sotto la divisa, anzi che la divisa rinnega pur di obbedire a sé stesso.

Ebbene U&S, cioè J’accuse, il famoso grido messo in parole da Émile Zola sul foglio radicale L’Aurore nel gennaio 1898, è un’opera potente di un grande vecchio europeo che di j’accuse se ne intende. 126 minuti tesi come un duello della cui durata non ci si rende conto; non una belluria, non una stanchezza, non una strizzata d’occhio della macchina da presa, quella che adesso tutti chiamano telecamera perché non sanno che il cinema non è la televisione; un documentario a ritroso nel tempo, servito da un armeria di comédiens françaises, attori di quelli che non prendono nominations per storcere la bocca, ruttare e arruffianarsi dame di carità e adolescenti con lo sbocco, gente solida i comédiens, che sanno la misura nel trovare il carattere, bravi insomma perché non hanno nessuna intenzione di sembrarlo. Scritto benissimo e altrettanto bene architettato da uno che conosce il proprio mestiere d’arte questo film; Polański sa svoltare il racconto, suggerire, accennare e tirare dritto senza fermarsi a compiacersi del risultato; nonostante la vicenda di Dreyfus sia in certo qual senso simile alla sua, del Polański, accusato di aver inventato lo stupro per trentacinque anni, da una banda di indemoniate che oggi non ne hanno meno di sessanta, forse di più, tutte come vittime della Shoa, uguali, tutte marchiate così bene che non perdonano a chi è colpevole a priori; del resto figlioli non ci fosse il sesso a raggrupparci, ognuno per sé come leoni e ghepardi, specie differenti e inconciliabili, la convivenza pacifica sì solo tra anziani per cui il letto è, finalement, dormire, forse sognare, morire. Del resto la Francia il libero pensiero se l’è infilato sotto le ascelle, da dove esce sudato e puzzolente, merde; non pubblicano Céline, anche lui colpevole, bouc émissaire, capro espiatorio delle porcherie commesse da altri; tutti ad accusare in punta di penna e d’uccello. Ebbene il film è un violento J’accuse al potere che dispone, del potere che nega, falsifica soprattutto, che fa il palo di sé stesso mentre ruba e deruba – è così che di Craxi adesso si fa un santo; l’Italia si sa che è popolata di naviganti, popèti e santioni – di un potere come descritto da Foucault, incarnato da una massa di Resóli, incarnati nell’idea di uno stato che sono me, di una struttura simbolica di cui pretendono la sostanza, dove l’ostia che li brusi è pretesa carne. Intollerabile per un vegetariano. E non  solo.

da L’OBS, 12 luglio 2006 integrale della lettera di Émile Zola, J’Accuse

Lettre à M. Félix Faure, Président de la République

Monsieur le Président,

Me permettez-vous, dans ma gratitude pour le bienveillant accueil que vous m’avez fait un jour, d’avoir le souci de votre juste gloire et de vous dire que votre étoile, si heureuse jusqu’ici, est menacée de la plus honteuse, de la plus ineffaçable des taches ? Vous êtes sorti sain et sauf des basses calomnies, vous avez conquis les coeurs. Vous apparaissez rayonnant dans l’apothéose de cette fête patriotique que l’alliance russe a été pour la France, et vous vous préparez à présider au solennel triomphe de notre Exposition Universelle, qui couronnera notre grand siècle de travail, de vérité et de liberté. Mais quelle tache de boue sur votre nom – j’allais dire sur votre règne – que cette abominable affaire Dreyfus ! Un conseil de guerre vient, par ordre, d’oser acquitter un Esterhazy, soufflet suprême à toute vérité, à toute justice. Et c’est fini, la France a sur la joue cette souillure, l’histoire écrira que c’est sous votre présidence qu’un tel crime social a pu être commis. Puisqu’ils ont osé, j’oserai aussi, moi. La vérité, je la dirai, car j’ai promis de la dire, si la justice, régulièrement saisie, ne la faisait pas, pleine et entière. Mon devoir est de parler, je ne veux pas être complice. Mes nuits seraient hantées par le spectre de l’innocent qui expie là-bas, dans la plus affreuse des tortures, un crime qu’il n’a pas commis. Et c’est à vous, monsieur le Président, que je la crierai, cette vérité, de toute la force de ma révolte d’honnête homme. Pour votre honneur, je suis convaincu que vous l’ignorez. Et à qui donc dénoncerai-je la tourbe malfaisante des vrais coupables, si ce n’est à vous, le premier magistrat du pays ?

La vérité d’abord sur le procès et sur la condamnation de Dreyfus. Un homme néfaste a tout mené, a tout fait, c’est le lieutenant-colonel du Paty de Clam, alors simple commandant. Il est l’affaire Dreyfus tout entière; on ne la connaîtra que lorsqu’une enquête loyale aura établi nettement ses actes et ses responsabilités. Il apparaît comme l’esprit le plus fumeux, le plus compliqué, hanté d’intrigues romanesques, se complaisant aux moyens des romans-feuilletons, les papiers volés, les lettres anonymes, les rendez-vous dans les endroits déserts, les femmes mystérieuses qui colportent, de nuit, des preuves accablantes. C’est lui qui imagina de dicter le bordereau à Dreyfus; c’est lui qui rêva de l’étudier dans une pièce entièrement revêtue de glaces; c’est lui que le commandant Forzinetti nous représente armé d’une lanterne sourde, voulant se faire introduire près de l’accusé endormi, pour projeter sur son visage un brusque flot de lumière et surprendre ainsi son crime, dans l’émoi du réveil. Et je n’ai pas à tout dire, qu’on cherche, on trouvera. Je déclare simplement que le commandant du Paty de Clam, chargé d’instruire l’affaire Dreyfus, comme officier judiciaire, est, dans l’ordre des dates et des responsabilités, le premier coupable de l’effroyable erreur judiciaire qui a été commise. Le bordereau était depuis quelque temps déjà entre les mains du colonel Sandherr, directeur du bureau des renseignements, mort depuis de paralysie générale. Des «fuites» avaient lieu, des papiers disparaissaient, comme il en disparaît aujourd’hui encore; et l’auteur du bordereau était recherché, lorsqu’un a priori se fit peu à peu que cet auteur ne pouvait être qu’un officier de l’état-major, et un officier d’artillerie: double erreur manifeste, qui montre avec quel esprit superficiel on avait étudié ce bordereau, car un examen raisonné démontre qu’il ne pouvait s’agir que d’un officier de troupe. On cherchait donc dans la maison, on examinait les écritures, c’était comme une affaire de famille, un traître à surprendre dans les bureaux mêmes, pour l’en expulser. Et, sans que je veuille refaire ici une histoire connue en partie, le commandant du Paty de Clam entre en scène, dès qu’un premier soupçon tombe sur Dreyfus. A partir de ce moment, c’est lui qui a inventé Dreyfus, l’affaire devient son affaire, il se fait fort de confondre le traître, de l’amener à des aveux complets. Il y a bien le ministre de la Guerre, le général Mercier, dont l’intelligence semble médiocre ; il y a bien le chef de l’état-major, le général de Boisdeffre, qui paraît avoir cédé à sa passion cléricale, et le sous-chef de l’état-major, le général Gonse, dont la conscience a pu s’accommoder de beaucoup de choses. Mais, au fond, il n’y a d’abord que le commandant du Paty de Clam, qui les mène tous, qui les hypnotise, car il s’occupe aussi de spiritisme, d’occultisme, il converse avec les esprits. On ne saurait concevoir les expériences auxquelles il a soumis le malheureux Dreyfus, les pièges dans lesquels il a voulu le faire tomber, les enquêtes folles, les imaginations monstrueuses, toute une démence torturante. Ah ! cette première affaire, elle est un cauchemar, pour qui la connaît dans ses détails vrais ! Le commandant du Paty de Clam arrête Dreyfus, le met au secret. Il court chez madame Dreyfus, la terrorise, lui dit que, si elle parle, son mari est perdu. Pendant ce temps, le malheureux s’arrachait la chair, hurlait son innocence. Et l’instruction a été faite ainsi, comme dans une chronique du XVe siècle, au milieu du mystère, avec une complication d’expédients farouches, tout cela basé sur une seule charge enfantine, ce bordereau imbécile, qui n’était pas seulement une trahison vulgaire, qui était aussi la plus impudente des escroqueries, car les fameux secrets livrés se trouvaient presque tous sans valeur. Si j’insiste, c’est que l’oeuf est ici, d’où va sortir plus tard le vrai crime, l’épouvantable déni de justice dont la France est malade. Je voudrais faire toucher du doigt comment l’erreur judiciaire a pu être possible, comment elle est née des machinations du commandant du Paty de Clam, comment le général Mercier, les généraux de Boisdeffre et Gonse ont pu s’y laisser prendre, engager peu à peu leur responsabilité dans cette erreur, qu’ils ont cru devoir, plus tard, imposer comme la vérité sainte, une vérité qui ne se discute même pas. Au début, il n’y a donc, de leur part, que de l’incurie et de l’inintelligence. Tout au plus, les sent-on céder aux passions religieuses du milieu et aux préjugés de l’esprit de corps. Ils ont laissé faire la sottise. Mais voici Dreyfus devant le conseil de guerre. Le huis clos le plus absolu est exigé. Un traître aurait ouvert la frontière à l’ennemi pour conduire l’empereur allemand jusqu’à Notre-Dame, qu’on ne prendrait pas des mesures de silence et de mystère plus étroites. La nation est frappée de stupeur, on chuchote des faits terribles, de ces trahisons monstrueuses qui indignent l’Histoire ; et naturellement la nation s’incline. Il n’y a pas de châtiment assez sévère, elle applaudira à la dégradation publique, elle voudra que le coupable reste sur son rocher d’infamie, dévoré par le remords. Est-ce donc vrai, les choses indicibles, les choses dangereuses, capables de mettre l’Europe en flammes, qu’on a dû enterrer soigneusement derrière ce huis clos? Non! il n’y a eu, derrière, que les imaginations romanesques et démentes du commandant du Paty de Clam. Tout cela n’a été fait que pour cacher le plus saugrenu des romans-feuilletons. Et il suffit, pour s’en assurer, d’étudier attentivement l’acte d’accusation, lu devant le conseil de guerre. Ah! le néant de cet acte d’accusation ! Qu’un homme ait pu être condamné sur cet acte, c’est un prodige d’iniquité. Je défie les honnêtes gens de le lire, sans que leur coeurs bondisse d’indignation et crie leur révolte, en pensant à l’expiation démesurée, là-bas, à l’île du Diable. Dreyfus sait plusieurs langues, crime ; on n’a trouvé chez lui aucun papier compromettant, crime ; il va parfois dans son pays d’origine, crime ; il est laborieux, il a le souci de tout savoir, crime ; il ne se trouble pas, crime ; il se trouble, crime. Et les naïvetés de rédaction, les formelles assertions dans le vide! On nous avait parlé de quatorze chefs d’accusation : nous n’en trouvons qu’une seule en fin de compte, celle du bordereau ; et nous apprenons même que les experts n’étaient pas d’accord, qu’un d’eux, M. Gobert, a été bousculé militairement, parce qu’il se permettait de ne pas conclure dans le sens désiré. On parlait aussi de vingt-trois officiers qui étaient venus accabler Dreyfus de leurs témoignages. Nous ignorons encore leurs interrogatoires, mais il est certain que tous ne l’avaient pas chargé ; et il est à remarquer, en outre, que tous appartenaient aux bureaux de la guerre. C’est un procès de famille, on est là entre soi, et il faut s’en souvenir : l’état-major a voulu le procès, l’a jugé, et il vient de le juger une seconde fois. Donc, il ne restait que le bordereau, sur lequel les experts ne s’étaient pas entendus. On raconte que, dans la chambre du conseil, les juges allaient naturellement acquitter. Et, dès lors, comme l’on comprend l’obstination désespérée avec laquelle, pour justifier la condamnation, on affirme aujourd’hui l’existence d’une pièce secrète, accablante, la pièce qu’on ne peut montrer, qui légitime tout, devant laquelle nous devons nous incliner, le bon Dieu invisible et inconnaissable ! Je la nie, cette pièce, je la nie de toute ma puissance ! Une pièce ridicule, oui, peut-être la pièce où il est question de petites femmes, et où il est parlé d’un certain D… qui devient trop exigeant : quelque mari sans doute trouvant qu’on ne lui payait pas sa femme assez cher.

Mais une pièce intéressant la défense nationale, qu’on ne saurait produire sans que la guerre fût déclarée demain, non, non ! C’est un mensonge ! et cela est d’autant plus odieux et cynique qu’ils mentent impunément sans qu’on puisse les en convaincre. Ils ameutent la France, ils se cachent derrière sa légitime émotion, ils ferment les bouches en troublant les cœurs, en pervertissant les esprits. Je ne connais pas de plus grand crime civique. Voilà donc, monsieur le Président, les faits qui expliquent comment une erreur judiciaire a pu être commise ; et les preuves morales, la situation de fortune de Dreyfus, l’absence de motifs, son continuel cri d’innocence, achèvent de le montrer comme une victime des extraordinaires imaginations du commandant du Paty de Clam, du milieu clérical où il se trouvait, de la chasse aux « sales juifs », qui déshonore notre époque.

Et nous arrivons à l’affaire Esterhazy. Trois ans se sont passés, beaucoup de consciences restent troublées profondément, s’inquiètent, cherchent, finissent par se convaincre de l’innocence de Dreyfus. Je ne ferai pas l’historique des doutes, puis de la conviction de M. Scheurer-Kestner. Mais, pendant qu’il fouillait de son côté, il se passait des faits graves à l’état-major même. Le colonel Sandherr était mort, et le lieutenant-colonel Picquart lui avait succédé comme chef du bureau des renseignements. Et c’est à ce titre, dans l’exercice de ses fonctions, que ce dernier eut un jour entre les mains une lettre-télégramme, adressée au commandant Esterhazy, par un agent d’une puissance étrangère. Son devoir strict était d’ouvrir une enquête. La certitude est qu’il n’a jamais agi en dehors de la volonté de ses supérieurs. Il soumit donc ses soupçons à ses supérieurs hiérarchiques, le général Gonse, puis le général de Boisdeffre, puis le général Billot, qui avait succédé au général Mercier comme ministre de la Guerre. Le fameux dossier Picquart, dont il a été tant parlé, n’a jamais été que le dossier Billot, j’entends le dossier fait par un subordonné pour son ministre, le dossier qui doit exister encore au ministère de la Guerre. Les recherches durèrent de mai à septembre 1896, et ce qu’il faut affirmer bien haut, c’est que le général Gonse était convaincu de la culpabilité d’Esterhazy, c’est que le général de Boisdeffre et le général Billot ne mettaient pas en doute que le bordereau ne fût de l’écriture d’Esterhazy. L’enquête du lieutenant-colonel Picquart avait abouti à cette constatation certaine. Mais l’émoi était grand, car la condamnation d’Esterhazy entraînait inévitablement la révision du procès Dreyfus; et c’était ce que l’état-major ne voulait à aucun prix. Il dut y avoir là une minute psychologique pleine d’angoisse. Remarquez que le général Billot n’était compromis dans rien, il arrivait tout frais, il pouvait faire la vérité. Il n’osa pas, dans la terreur sans doute de l’opinion publique, certainement aussi dans la crainte de livrer tout l’état-major, le général de Boisdeffre, le général Gonse, sans compter les sous-ordres. Puis, ce ne fut là qu’une minute de combat entre sa conscience et ce qu’il croyait être l’intérêt militaire. Quand cette minute fut passée, il était déjà trop tard. Il s’était engagé, il était compromis. Et, depuis lors, sa responsabilité n’a fait que grandir, il a pris à sa charge le crime des autres, il est aussi coupable que les autres, il est plus coupable qu’eux, car il a été le maître de faire justice, et il n’a rien fait. Comprenez-vous cela ! Voici un an que le général Billot, que les généraux de Boisdeffre et Gonse savent que Dreyfus est innocent, et ils ont gardé pour eux cette effroyable chose ! Et ces gens-là dorment, et ils ont des femmes et des enfants qu’ils aiment ! Le lieutenant-colonel Picquart avait rempli son devoir d’honnête homme. Il insistait auprès de ses supérieurs, au nom de la justice. Il les suppliait même, il leur disait combien leurs délais étaient impolitiques, devant le terrible orage qui s’amoncelait, qui devait éclater, lorsque la vérité serait connue. Ce fut, plus tard, le langage que M. Scheurer- Kestner tint également au général Billot, l’adjurant par patriotisme de prendre en main l’affaire, de ne pas la laisser s’aggraver, au point de devenir un désastre public. Non! Le crime était commis, l’état-major ne pouvait plus avouer son crime. Et le lieutenant-colonel Picquart fut envoyé en mission, on l’éloigna de plus en plus loin, jusqu’en Tunisie, où l’on voulut même un jour honorer sa bravoure, en le chargeant d’une mission qui l’aurait sûrement fait massacrer, dans les parages où le marquis de Morès a trouvé la mort. Il n’était pas en disgrâce, le général Gonse entretenait avec lui une correspondance amicale. Seulement, il est des secrets qu’il ne fait pas bon d’avoir surpris. A Paris, la vérité marchait, irrésistible, et l’on sait de quelle façon l’orage attendu éclata. M. Mathieu Dreyfus dénonça le commandant Esterhazy comme le véritable auteur du bordereau, au moment où M. Scheurer-Kestner allait déposer, entre les mains du garde des Sceaux, une demande en révision du procès. Et c’est ici que le commandant Esterhazy paraît. Des témoignages le montrent d’abord affolé, prêt au suicide ou à la fuite. Puis, tout d’un coup, il paye d’audace, il étonne Paris par la violence de son attitude. C’est que du secours lui était venu, il avait reçu une lettre anonyme l’avertissant des menées de ses ennemis, une dame mystérieuse s’était même dérangée de nuit pour lui remettre une pièce volée à l’état-major, qui devait le sauver. Et je ne puis m’empêcher de retrouver là le lieutenant-colonel du Paty de Clam, en reconnaissant les expédients de son imagination fertile. Son œuvre, la culpabilité de Dreyfus, était en péril, et il a voulu sûrement défendre son oeuvre. La révision du procès, mais c’était l’écroulement du roman- feuilleton si extravagant, si tragique, dont le dénouement abominable a lieu à l’île du Diable! C’est ce qu’il ne pouvait permettre. Dès lors, le duel va avoir lieu entre le lieutenant-colonel Picquart et le lieutenant-colonel du Paty de Clam, l’un le visage découvert, l’autre masqué. on les retrouvera prochainement tous deux devant la justice civile. Au fond, c’est toujours l’état-major qui se défend, qui ne veut pas avouer son crime, dont l’abomination grandit d’heure en heure. On s’est demandé avec stupeur quels étaient les protecteurs du commandant Esterhazy. C’est d’abord, dans l’ombre, le lieutenant-colonel du Paty de Clam qui a tout machiné, qui a tout conduit. Sa main se trahit aux moyens saugrenus. Puis, c’est le général de Boisdeffre, c’est le général Gonse, c’est le général Billot lui-même, qui sont bien obligés de faire acquitter le commandant, puisqu’ils ne peuvent laisser reconnaître l’innocence de Dreyfus, sans que les bureaux de la guerre croulent dans le mépris public. Et le beau résultat de cette situation prodigieuse est que l’honnête homme, là- dedans, le lieutenant-colonel Picquart, qui seul a fait son devoir, va être la victime, celui qu’on bafouera et qu’on punira. Ô justice, quelle affreuse désespérance serre le cœur ! On va jusqu’à dire que c’est lui le faussaire, qu’il a fabriqué la carte-télégramme pour perdre Esterhazy. Mais, grand Dieu! pourquoi ? dans quel but ? donnez un motif. Est-ce que celui-là aussi est payé par les juifs ? Le joli de l’histoire est qu’il était justement antisémite. Oui ! nous assistons à ce spectacle infâme, des hommes perdus de dettes et de crimes dont on proclame l’innocence, tandis qu’on frappe l’honneur même, un homme à la vie sans tache ! Quand une société en est là, elle tombe en décomposition. Voilà donc, monsieur le Président, l’affaire Esterhazy : un coupable qu’il s’agissait d’innocenter. Depuis bientôt deux mois, nous pouvons suivre heure par heure la belle besogne. J’abrège, car ce n’est ici, en gros, que le résumé de l’histoire dont les brûlantes pages seront un jour écrites tout au long. Et nous avons donc vu le général de Pellieux, puis le commandant Ravary, conduire une enquête scélérate d’où les coquins sortent transfigurés et les honnêtes gens salis. Puis, on a convoqué le conseil de guerre.

Comment a-t-on pu espérer qu’un conseil de guerre déferait ce qu’un conseil de guerre avait fait ? Je ne parle même pas du choix toujours possible des juges. L’idée supérieure de discipline, qui est dans le sang de ces soldats, ne suffit-elle à infirmer leur pouvoir d’équité ? Qui dit discipline dit obéissance. Lorsque le ministre de la Guerre, le grand chef, a établi publiquement, aux acclamations de la représentation nationale, l’autorité de la chose jugée, vous voulez qu’un conseil de guerre lui donne un formel démenti ? Hiérarchiquement, cela est impossible. Le général Billot a suggestionné les juges par sa déclaration, et ils ont jugé comme ils doivent aller au feu, sans raisonner. L’opinion préconçue qu’ils ont apportée sur leur siège, est évidemment celle-ci :

« Dreyfus a été condamné pour crime de trahison par un conseil de guerre, il est donc coupable ; et nous, conseil de guerre, nous ne pouvons le déclarer innocent ; or nous savons que reconnaître la culpabilité d’Esterhazy, ce serait proclamer l’innocence de Dreyfus. » Rien ne pouvait les faire sortir de là. Ils ont rendu une sentence inique, qui à jamais pèsera sur nos conseils de guerre, qui entachera désormais de suspicion tous leurs arrêts. Le premier conseil de guerre a pu être inintelligent, le second est forcément criminel. Son excuse, je le répète, est que le chef suprême avait parlé, déclarant la chose jugée inattaquable, sainte et supérieure aux hommes, de sorte que des inférieurs ne pouvaient dire le contraire. On nous parle de l’honneur de l’armée, on veut que nous l’aimions, la respections. Ah! certes, oui, l’armée qui se lèverait à la première menace, qui défendrait la terre française, elle est tout le peuple, et nous n’avons pour elle que tendresse et respect. Mais il ne s’agit pas d’elle, dont nous voulons justement la dignité, dans notre besoin de justice. Il s’agit du sabre, le maître qu’on nous donnera demain peut-être. Et baiser dévotement la poignée du sabre, le dieu, non ! Je l’ai démontré d’autre part : l’affaire Dreyfus était l’affaire des bureaux de la guerre, un officier de l’état-major, dénoncé par ses camarades de l’état-major, condamné sous la pression des chefs de l’état-major. Encore une fois, il ne peut revenir innocent sans que tout l’état-major soit coupable. Aussi les bureaux, par tous les moyens imaginables, par des campagnes de presse, par des communications, par des influences, n’ont-ils couvert Esterhazy que pour perdre une seconde fois Dreyfus. Quel coup de balai le gouvernement républicain devrait donner dans cette jésuitière, ainsi que les appelle le général Billot lui-même ! Où est-il, le ministère vraiment fort et d’un patriotisme sage, qui osera tout y refondre et tout y renouveler ? Que de gens je connais qui, devant une guerre possible, tremblent d’angoisse, en sachant dans quelles mains est la défense nationale ! Et quel nid de basses intrigues, de commérages et de dilapidations, est devenu cet asile sacré, où se décide le sort de la patrie ! On s’épouvante devant le jour terrible que vient d’y jeter l’affaire Dreyfus, ce sacrifice humain d’un malheureux, d’un « sale juif » ! Ah ! tout ce qui s’est agité là de démence et de sottise, des imaginations folles, des pratiques de basse police, des moeurs d’inquisition et de tyrannie, le bon plaisir de quelques galonnés mettant leurs bottes sur la nation, lui rentrant dans la gorge son cri de vérité et de justice, sous le prétexte menteur et sacrilège de la raison d’État ! Et c’est un crime encore que de s’être appuyé sur la presse immonde, que de s’être laissé défendre par toute la fripouille de Paris, de sorte que voilà la fripouille qui triomphe insolemment, dans la défaite du droit et de la simple probité. C’est un crime d’avoir accusé de troubler la France ceux qui la veulent généreuse, à la tête des nations libres et justes, lorsqu’on ourdit soi-même l’impudent complot d’imposer l’erreur, devant le monde entier. C’est un crime d’égarer l’opinion, d’utiliser pour une besogne de mort cette opinion qu’on a pervertie jusqu’à la faire délirer. C’est un crime d’empoisonner les petits et les humbles, d’exaspérer les passions de réaction et d’intolérance, en s’abritant derrière l’odieux antisémitisme, dont la grande France libérale des droits de l’homme mourra, si elle n’en est pas guérie. C’est un crime que d’exploiter le patriotisme pour des oeuvres de haine, et c’est un crime, enfin, que de faire du sabre le dieu moderne, lorsque toute la science humaine est au travail pour l’oeuvre prochaine de vérité et de justice.Cette vérité, cette justice, que nous avons si passionnément voulues, quelle détresse à les voir ainsi souffletées, plus méconnues et plus obscurcies! Je me doute de l’écroulement qui doit avoir lieu dans l’âme de M. Scheurer-Kestner, et je crois bien qu’il finira par éprouver un remords, celui de n’avoir pas agi révolutionnairement, le jour de l’interpellation au Sénat, en lâchant tout le paquet, pour tout jeter à bas. Il a été le grand honnête homme, l’homme de sa vie loyale, il a cru que la vérité se suffisait à elle- même, surtout lorsqu’elle lui apparaissait éclatante comme le plein jour. A quoi bon tout bouleverser, puisque bientôt le soleil allait luire? Et c’est de cette sérénité confiante dont il est si cruellement puni. De même pour le lieutenant-colonel Picquart, qui, par un sentiment de haute dignité, n’a pas voulu publier les lettres du général Gonse. Ces scrupules l’honorent d’autant plus que, pendant qu’il restait respectueux de la discipline, ses supérieurs le faisaient couvrir de boue, instruisaient eux-mêmes son procès, de la façon la plus inattendue et la plus outrageante. Il y a deux victimes, deux braves gens, deux coeurs simples, qui ont laissé faire Dieu, tandis que le diable agissait. Et l’on a même vu, pour le lieutenant-colonel Picquart, cette chose ignoble : un tribunal français, après avoir laissé le rapporteur charger publiquement un témoin, l’accuser de toutes les fautes, a fait le huis clos, lorsque ce témoin a été introduit pour s’expliquer et se défendre. Je dis que ceci est un crime de plus et que ce crime soulèvera la conscience universelle. Décidément, les tribunaux militaires se font une singulière idée de la justice. Telle est donc la simple vérité, monsieur le Président, et elle est effroyable, elle restera pour votre présidence une souillure. Je me doute bien que vous n’avez aucun pouvoir en cette affaire, que vous êtes le prisonnier de la Constitution et de votre entourage. Vous n’en avez pas moins un devoir d’homme, auquel vous songerez, et que vous remplirez. Ce n’est pas, d’ailleurs, que je désespère le moins du monde du triomphe. Je le répète avec une certitude plus véhémente: la vérité est en marche et rien ne l’arrêtera. C’est d’aujourd’hui seulement que l’affaire commence, puisque aujourd’hui seulement les positions sont nettes: d’une part, les coupables qui ne veulent pas que la lumière se fasse; de l’autre, les justiciers qui donneront leur vie pour qu’elle soit faite. Je l’ai dit ailleurs, et je le répète ici: quand on enferme la vérité sous terre, elle s’y amasse, elle y prend une force telle d’explosion, que, le jour où elle éclate, elle fait tout sauter avec elle. on verra bien si l’on ne vient pas de préparer, pour plus tard, le plus retentissant des désastres.

Mais cette lettre est longue, monsieur le Président, et il est temps de conclure. J’accuse le lieutenant-colonel du Paty de Clam d’avoir été l’ouvrier diabolique de l’erreur judiciaire, en inconscient, je veux le croire, et d’avoir ensuite défendu son oeuvre néfaste, depuis trois ans, par les machinations les plus saugrenues et les plus coupables.

J’accuse le général Mercier de s’être rendu complice, tout au moins par faiblesse d’esprit, d’une des plus grandes iniquités du siècle.

J’accuse le général Billot d’avoir eu entre les mains les preuves certaines de l’innocence de Dreyfus et de les avoir étouffées, de s’être rendu coupable de ce crime de lèse- humanité et de lèse-justice, dans un but politique et pour sauver l’état-major compromis.

J’accuse le général de Boisdeffre et le général Gonse de s’être rendus complices du même crime, l’un sans doute par passion cléricale, l’autre peut-être par cet esprit de corps qui fait des bureaux de la guerre l’arche sainte, inattaquable.

J’accuse le général de Pellieux et le commandant Ravary d’avoir fait une enquête scélérate, j’entends par là une enquête de la plus monstrueuse partialité, dont nous avons, dans le rapport du second, un impérissable monument de naïve audace.

J’accuse les trois experts en écritures, les sieurs Belhomme, Varinard et Couard, d’avoir fait des rapports mensongers et frauduleux, à moins qu’un examen médical ne les déclare atteints d’une maladie de la vue et du jugement.

J’accuse les bureaux de la guerre d’avoir mené dans la presse, particulièrement dans L’Éclair et dans L’Écho de Paris, une campagne abominable, pour égarer l’opinion et couvrir leur faute.

J’accuse enfin le premier conseil de guerre d’avoir violé le droit, en condamnant un accusé sur une pièce restée secrète, et j’accuse le second conseil de guerre d’avoir couvert cette illégalité, par ordre, en commettant à son tour le crime juridique d’acquitter sciemment un coupable.

En portant ces accusations, je n’ignore pas que je me mets sous le coup des articles 30 et 31 de la loi sur la presse du 29 juillet 1881, qui punit les délits de diffamation. Et c’est volontairement que je m’expose.

Quant aux gens que j’accuse, je ne les connais pas, je ne les ai jamais vus, je n’ai contre eux ni rancune ni haine. Ils ne sont pour moi que des entités, des esprits de malfaisance sociale. Et l’acte que j’accomplis ici n’est qu’un moyen révolutionnaire pour hâter l’explosion de la vérité et de la justice.

Je n’ai qu’une passion, celle de la lumière, au nom de l’humanité qui a tant souffert et qui a droit au bonheur. Ma protestation enflammée n’est que le cri de mon âme. Qu’on ose donc me traduire en cour d’assises et que l’enquête ait lieu au grand jour ! J’attends.

Veuillez agréer, monsieur le Président, l’assurance de mon profond respect.

Propongo qui per comodità mia che non avrei avuto voglia di farla, la traduzione di Wikipedia che ha il non poco vantaggio di avere attivati i link ad alcuni nomi. 

Io accuso…!

Signor Presidente, permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un Consiglio di Guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra Presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor Presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam, allora semplice Comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il Comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il Comandante du Paty de Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del Colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante du Paty de Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus.

A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento. C’è il Ministro della guerra, il Generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il Capo dello Stato Maggiore, il Generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello Stato Maggiore, il Generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il Comandante du Paty de Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il Comandante du Paty de Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i ”famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. […]

Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere.

Accuso il Luogotenente Colonnello du Paty de Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli.

Accuso il Generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo.

Accuso il Generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso.

Accuso il Generale de Boisdeffre ed il Generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile.

Accuso il Generale de Pellieux ed il Comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia.

Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio.

Accuso gli Uffici della Guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto.

Accuso infine il primo Consiglio di Guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo Consiglio di Guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole.

Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Io aspetto. Vogliate gradire, signor Presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.

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Fuoco, fuochino fuochetto.

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Ahi noi. In un tempo lontano, dall’Australia per l’appunto, Aldo Busi scrisse un suo lavoro di bel peso, Cazzi e canguri. Uno scritto grave, greve, desolato, adusto, da leggere; ohè, non roba per educande, cioè per per chi cerca rifugi e sotterfugi nelle soavità rasserenanti nella lettieratura, sapete quella dove almeno nel titolo ricorrono le parole, vita, volo, farfalla e fabio, senza trascurare infinito, cuore e amore; ohè tanto di quell’amore, tanti di quei bacispertusati da vomitarne la metà in sospiri. In Busi si sentiva feto di morte – chiunque sia andato qualche volta a visitare il defunto a cassa aperta sa che la formalina e il make up truccano ma non ingannano, la camera ardente non arde ma ma ma – in una cornice di sesso per quel che può essere, larvità, dark rooms, cose vastase pedé ma non più dei vecchi ètero che nelle latrine dei supermercati pisciano e vomitano fuori dal vaso e lasciano lì la traccia, cani; tanto una donna magari latina o africana passerà a pulire… Simone, i morti ti salutano. Ricordo che mi sconcertò quel Busi, ricordo un masturbarsi, one-step del cazzo in una scarpa; nota che il parlar pulito aggrava la gravità del parlare, o fa ridere o non soddisfa come un interruptio in coito – sai quelle signore che scrivono o dicono di fellatio per perifrasi quando pompino restituisce all’idea la sua soave e parziale verità; Totò ebbe sempre ragione, Esequie, esequie vivissime… Ascoltarlo per credere.

Questo del cangurino che mi vedete qui sopra e qui sotto è un piccolo file, solo 12 kappa, non ne ho trovati di più grandi; ce ne saranno ma chi l’ha pubblicato (cfr. fanpage.it) ha pensato di fatto che 12 kappa fossero sufficienti a tenere bene in vista il rapporto di grandezza prosopopaica tra la naturaleza limitata e l’eterno Adamo, che a regola mitologica contiene in sé i germi di un Assassino per noia e di un Belante con i suoi futili cantici al fumo. Così me Canguro di soli 12 k osservo, perplesso; che fare altrimenti, scappare, sì che si può scappare ma dove, aspettare la fine, aspetteremo la fine oh miei canguri. 

Non è un caso che una razza di conquistatori pallidi e cirrotici, gli attuali australopitechi anglofoni, abbia devastato la terra che ne subì i cazzi, giù giù sperma a ufo, per qualche secolo senza che la liberal democrazia dominante egemone, di oggi la peggiore pare dopo quella devastante della signora Thatcher in Britannia ( eppure seguita), accettasse l’idea di finitezza, di ὕβρις, übris – san mica più il greco nessuno, i limiti volanti che Omero vede sul campo di Troia, chi se ne frega, siamo ancora quei snob che occupano il medioriente da cento anni – e attuasse qualche previdenza per limitare il disastro, niente solo pecore, carbone e bonds. Alla fine mi pare veemente che la violentata si ribelli, altro che metoo e come. Oh figliastri viziati e tracotanti di Prometeo. Nessun ciompo, nessuna Jacquerie, Bastiglia, Commune, nessun ’17 son riusciti a mettere così bene a ferro e fuoco come il fuoco in sé che si rivela  la più rivoluzionaria delle istanze e delle manifestazioni. Vroumm. Mi spiace per i pompieri, qui c’è posto credo per gente coraggiosa, sempre tra i pompieri volessero imbarcarsi, ma per i faccendieri-finanzieri dai well blowed jobs e delle locali valstrit c’ho piacere, al mare, al mare, oh lo spettacolo dei bottondown, degli armani, dei colletti bianchi, via giù tra’ pescecani a scambiarsi biglietti di visita e bruci bruci ogni cosa, infradito, uffici governativi, yacht clubs, blondies e congreghe di avvocati d’affari; così che l’Australia torni quello che era, inospitale. Vroumm.  Vedremo se si dovranno accogliere barconi di australopitechi in fuga. Chissà se qui direbbero aiutarli in casa loro. E poi quale, non ne hanno più. Mi spiace lo sfacelo prossimo venturo, per gazzelle, gatti e topi e tigri, canguri e cammelli che secondo il premier australopiteco sono la prima causa degli incendi, mi dispiacerà eccome, mi dispiacerà per i miei figli sopratutto, uomini intelligenti e miti, senza miti; non dico di no, ce n’è altri di intelligenti senza infilato il capo in un sacco di sardine e merdità; lo so e mi dispiace per tutti quanti; per me no, di andare in fumo so che è la mia meta; andarci gratis e sans funerailles è un vantaggio. Quanto ai coglionisti legaioli sovranieri, ‘tenti nèh che i prodromi son questi, anche qui tra faggi e abeti, vroumm una disfatta che Caporetto vi sembrerà una gita sui colli Euganei, e ‘tenti che sarà proprio disfatta. Ve lo do io il Suv.

Ora che è l’ora di pranzo nel freddo di un furgone parcheggiato, pausa mensa; in quel chiuso un africano giovane svolge  da un cartoccio di alluminio un qualche suo tramezzino. Lo mangia ad occhi bassi, forse per pudore.  

p.s. Mi pare che la Belpaese Gazzettini Riuniti abbia unanimemente riprodotto il quadro sommario di orrore e colpe in cui va in fumo l’Australia; la stampa grulla non saprei e me ne impipo dei commenti di Quattropassineldelirio, che è il nome collettivo per la stampa psicopatica riunita, sai, Foglioliberogiornaledipadania. Qui sotto qualche notizia e qualche video di quelli dove non si videa nulla ma insomma tutto fa.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/07/australia-il-premier-negazionista-dei-cambiamenti-climatici-sotto-accusa-ignoro-i-rapporti-ufficiali-sul-rischio-incendi/5654402/

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L’ElzeMìro del 7 Gennaio 2020

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

V episodio- Intermezzo

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73505

***

Buon Ah no

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Alle mani suleimani

 

Unknown

Qui lo dico e non lo nego. Non fosse che forse le cose si metterebbero male anche per quest’attricetta porno che è la nostra europettina frigida, pallida e dal culo scoperto (pallidula nudula frigida) abituata a slargare le gambe e simulare orgasmi in banca; non fosse per il sottoscritto che forse per un po’ dovrebbe rinunciare ai superbi datteri di Persia e ai non meno buoni ma meno cari Medjoul di Palestina, che compro abitualmente alla facciaccia della barba d’Israele; non fosse che non ho nessuna simpatia, né portato a preferire una dittatura a un’altra; non fosse che l’Islam e le sue ossessioni religiose avite per me pari sono a quelle che infiammarono l’Eurofrigida di roghi e scannatorie assortite (cui diedero totale, unico e generosissimo contributo i cristiani d’occidente); non fosse che non vedo la differenza tra un poliziotto di Teheran, che tiene famiglia pur’isso, la signora Cocomeri e il cappelletto con la barba fidanzato della signorina Verdurai; non fosse che nel caso e non sapendo fare la guerra ci rimetterebbero la pelle un sacco di bravi afroamericani o diversamente negri, spaesati e forse tanto fessi da essere conversos; non fosse che nella guerra con l’Iraq, allora, l’Iran ne prese tante, n’ebbi le testimonianze dirette, da ripensarci su due volte prima di un’altra; non fosse che è probabile much ado about nothing l’ostentazione di muscoli e bandiere rosse da degüello a Teheran, non fosse quindi che è probabile siano più sensati i capoccia della Repubblica Islamica, più di quanto danno a vedere,  non fosse per tutto questo e dato che è facile fare tanto brum brum per nigott (much ado about nothing) per il gusto di spaventare qualche brianzolo e il ministero dell’Indifesa ma Stupida, quello che mi piacerebbe adesso, ma è un piaceretto che non vedrò certo esaudito, ebbene sarebbe che la Persia invadesse l’Iraq in un fiat (il cioccolatino of course prima e dopo), si sbarazzasse delle truppe mercenarie irachene addestrate dai nostri valorosi bersaglieri (ma te l’immagini i lai delle mamme alla vicentina per il figliolo sminatore e delle parmigiane di spose col marito marò), arrivasse a Bagdad e si annettesse l’Iraq, lasciando interdetti i Marines a leccarsi a vicenda il testicolame fumante. Mi garberebbe perché ritengo che dal Vietnam l’America falchetta e cheerleader di periferia non abbia abbastanza capito la lezione; che continuare a far cassa per la Texaco e sorelle e i loro alleati sauditi, guerreggiando qua e là per far salire il prezzo del raffinato (alla pompa mi dicono sia già aumentato sì da gonfiare il portafogli dell’Agip) ebbene è un gran bel modo da figghi ‘e bottana per reggere le bretelle umane e progressive. Oh mi piacerebbe un sacco vedergli perdere una battaglia via l’altra (raccontava il mio suocero fiorentino che combattè con gl’Inglesi per la liberazione d’Italia, parlo per chi non sa che ci fu una guerra qui tra l’api e le pirlamidi 1940-45, Gli americani non sanno far la guerra… son dei bischeri che possono versare mezzi e uomini a valanghe sul campo… non fosse stato per gli inglesi ne avremmo viste delle brutte), e ritirarsi coi loro multipli servants fino alle spiagge di Laodicea e da lì co’ lor PortaRei tra le gambe via sotto l’occhi di lupi turchi e dei bikini innocenti moderati di Tel Aviv; mi piacerebbe. Mi piacerebbe che la sconfitta fosse così atroce da far cadere per l’innante governi repubblicani, generali del Pentagono, far scappare tacchini allevati in batteria e mandrie dai macelli di Detroit, fallire lottizzazioni di Trumpeltrimpel, appassire fighette democratiche, metoo e meteo, mi piacerebbe che precipitasse nel caos politico e coconomico la Usaegetta sì da starsene zitta e quieta per un po’ a umettarsi le ferite e le palme di Palm Beach; mi piacerebbe vedere suturarsi su sé stessa la Nato, c’avrei così gusto che un bel dì vedremo, la Cinputina che soffia a Vallstrit tutti i contratti economici a venire. L’Iran ha dalla sua, lì a disposizione siam pronti alla morte tra i 5 e i seicentomila uomini  in apparato, più, ho letto, energie rinnnovabili di 11.000.000 circa tra riservisti, assatanati e scanfatiche; vuoi che non riescano a farcela a riprendersi l’impero di Dario; domanda retorica; punto.

Pssss. Non sono bellicoso, o solo a parole – voglio augurarmi qualcuno abbia notato che  l’intero discorso è costituito da un periodo di quattro frasi tutte in ipotassi separate da tre punti – ma è vero che l’ostentazione della coglioneria in un mondo che alla lettera sta andando a fuoco comincia a rendermi furioso. Ci manca che scendano in piazza le sardine a invocare la pace. Allora non so se sto fermo con le mani, suleimani.

 

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Martedì 24 Dicembre, l’Elzemìro

da Oggi, 24 Dicembre

In Gli amanti dei libri – L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

IV episodio – Il bambino Walther Bruno

http://www.gliamantideilibri.it/?p=73473

***

Buon divertimento e Buona Tale

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Dèmoni

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Fauno e Baccante, affresco di Ercolano – museo archeologico nazionale di Napoli

Parola di DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders)

La schizofrenia è caratterizzata da psicosi (perdita del contatto con la realtà), allucinazioni (false percezioni), deliri (falsi convincimenti), linguaggio e comportamento disorganizzati, appiattimento dell’affettività (manifestazioni emotive ridotte), deficit cognitivi (compromissione del ragionamento e della capacità di soluzione dei problemi) e malfunzionamento occupazionale e sociale. La causa è sconosciuta, ma vi è una forte evidenza di una componente genetica e ambientale. I sintomi di solito esordiscono nell’adolescenza o nella prima età adulta. Uno o più episodi sintomatici devono persistere ≥ 6 mesi prima che venga posta la diagnosi. Il trattamento consiste in terapia farmacologica, terapia cognitiva e riabilitazione psicosociale. La diagnosi precoce e il trattamento precoce migliorano il funzionamento a lungo termine – https://www.msdmanuals.com/it-it

Se andrà a leggere  il breve collegamento proposto qui sotto, il lettore vedrà con quanta sfacciata disinvoltura la classe degli occupatori del paese blatera di cultura;  grasso percolante se hanno letto e capito le istruzioni della loro lavatrice e c’è in proposito una lieta novella del Mark Twain, uh il titolo il titolo, che in sintesi racconta come l’idraulico, l’avvocato, il droghiere, il generale incapaci finiscano senatori a Washington; opinione di un grande. Dunque, non solo coloro parlano di cultura ma della Nostra; come se la mia, modesta lo so, fosse tale tuttavia da sentirsi a suo agio allo stesso tavolo con la loro; e come se quest’ultima, è quella delle istruzioni per la lavatrice, fosse quella di tutti; pretesa che, statistiche alla mano, pare non deviare purtroppo e tuttavia dalla realtà. Ciò detto ecco le sconce pirlate architettate da lor signori; da leggere prima o dopo, ma meglio prima per poi, alla fine, lavarsi la testa col professore Biuso che ha scatenato questo messaggio.  Cliccando cliccando si può vedere in foto il campionario di bipedi del Consiglio regionale del Piemonte che ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Cane (Lega), per imporre il crocifisso nell’aula istituzionale: è stata approvata con 27 voti a favore e 8 contrari.

Orsù precisiamo che chi scrive ha qui sul banco di lavoro una copia avita, 1979, dei due biblia vecchi e nuovi a cura della società biblica britannica e forestiera, roba protestante. Letti tutti, saltando le insopportabili parti compilatorie, compresi i vangeli che Pasolini riteneva grande opera letteraria e intellettuale. Voilà, a me m’è sempre parso che certi intellettuali, come Pasolini appunto, si spruzzassero ogni mattina d’eau d’église ché, per ritenere tutto il malloppo valevole di qualunque giudizio letterario occorre o faccia tosta o una grande fede nella propria capacità di barare alle carte, o una sinfisi caudale mai decaduta e penzoloni nell’acquasanta; contaminante da cui pochi si sono affrancati, esclusi i non appartenenti o meglio i Nonsono, (Οὖτις ἐμοὶ γ᾿ ὄνομα. Odissea IX, 366) come chi scrive, o certi ebrei, Spinoza per esempio. In sintesi per riuscire a trovare nei Biblia anche poco della potestas di Shakespeare, vuol dire essere disponibili da quel momento a ritenere meraviglioso l’orario ferroviario su su fino a opere come Va dove ti porta il cuore con i suoi sequitur, dalla triestina con l’osso, alla napoletana col manico. Per non dar adito, forse solo i primi capitoli, del Genesi, si leggono come letteratura epica. Poi tutto un gran siamo il popolo eletto, dio ci ammazza i faronici e se abbattiamo le mura di Gerico adesso… poi verrà il momento di tirarle su a Gerusalemme, e l’ostia che li brusi a tuti ‘sti arabici ciò.

Capisco benissimo che la disperazione di chi non rinuncia a sperare, il buco interiore con tutti gli spifferi esiziali che vi svolano, il bisogno e la tensione ad adeguarsi per credersi eguali e tutti insieme appassionatamente e a cuccia, il risentimento, e il sentimento di un nemico alle porte del nulla, procurano la tentazione di credere in qualunque cosa, meglio se assoluto, indiscutibile e feroce che dia al soggetto la percezione anche vaga di esserci, nella sua cuccia in giardino con la catena al collo, bau bau are arf. Capisco benissimo che si dura fatica a essere Nonsono, ci vuole vocazione, natura e determinazione; a ben guardare basta uscire per far la spesa al supermercato per osservare che il mondo dei creduli, per limitarci a quello bianco, occidentale, ultraliberista e borghese, della specie, accezione o qualità già presa in esame qualche tempo fa, si divide un due macrogruppi, la maggioranza  di quelli  che vogliono trovare subito il parcheggio al primo piano, se possibile in assoluta prossimità degli ingressi, benché siano più di uno, tre, quattro e oltre a volte, e niente, l’auto qui e subito va depositata; ci si blocca in attesa del posto promesso da chi sta già sistemando la spesa nel furgone – il tipo di vettura oggi preferito da chi ha due bambini come carico – indifferenti al fatto che si formino colonne e intoppi di preciso come in qualunque arteria stradale che, si badi mai da sé s’intoppa; c’è un destino che guida l’automobilista nell’imbuto, a farsi attrarre per sempre dal buco nero dell’ingorgo, nella sua voluttà nervosa. Alla seconda categoria, ripeto è osservazione questa, appartengono coloro, pochissimi che pazientano un poco, passano oltre l’altrui  marasma, scendono o salgono, dal primo al secondo piano del parcheggio e se c’è al terzo, indifferenti al dove siano gli ingressi ai reparti di vendita, alla pioggia se i parcheggi sono scoperti; sono spinti costoro dall’intelligenza che di sicuro un posto si trova; eh sì quasi sempre un piano di parcheggio è del tutto vuoto e solitario; così igualmente se una strada è intasata tale novero di persone adopera l’intuito e la carta geografica per tirarsi fuori dagli impicci e dal consumo sconsiderato di carburante, e via campagna campagna o stradetta stradetta. 

Ciance in bando ecco un esame di realtà del mondo: cristiani circa 2,2 miliardi (fonte Il sole 24 ore) mussulmani circa 1,6 miliardi, e a ruota altri, alcune entità con cifre risibili sul piano percentuale. Questo dato a chi come me non appartiene, a chi è non èΟὖτις ἐμοὶ γ᾿ ὄνομα… racconta che vive in un manicomio globalizzato; per sopportare la vita nel quale, minimo dovrebbe avere in concessione una pistola, una pistolina nella tasca destra del camice da neuropsichiatra, reparto agitati. Mi vien da ridere perché siccome sono appassionato visore di serie, fox, sky netfix, ce n’è una Britannia che mi appassiona. I romani sono lì a prendersi la Britannia per prudenza, si sa mai cosa hanno in mente quei turlurù pitturati di nero che si lascino ingabolare da druidi folli. E il romano generale Aulo, guarda col sopracciglio questi svitati assetati di sangue e ignoranti della vasca da bagno, che si scannano e bruciano a vicenda in nome di dèi feroci non meno di quello appeso in Galilea. Lo dice Aulo, I Profeti sono la specie più pericolosa di maghi. 

Per la delizia dei lettori accorti, li invito adesso a una pausa tè/caffè coi biscottini di un libro importante, secondo me di un gigantesco Pensatore, di un epidemiologo dell’umano, inteso come peste, cioè di Cioran. Tra le mie righe è apparso tante volte in veste di convitato di pietra, cioè di fato. Così in quella raccolta di pensieri dal titolo, Précis de décomposition, Compendio di decomposizione, a pag 9 del volume edito da Gallimard-Tel , egli scrive Généalogie du fanatismo

I’ll join with black despair against my soul,

And to myself become an enemy (W. Shakespeare, Richard the III, 1°/2a)

En elle même toute idée est neutre, ou devrait l’être; mais l’homme l’anime, y projette ses flammes et ses démences, impure, transformée en croyance, elle s’insère dans le temps, prends figure d’événement: le passage de la logique à l’épilepsie est consommé…Ainsi naissent les idéologies, les doctrines et les farces sanglantes.

Idolâtres par instinct, nous convertissons en inconditionné les objects de nos songes et de nos intérêts.

L’histoire n’est qu’un défilé de faux Absolus, une successions de temples élevés à des prétextes,  un avilissement de l’esprit devant l’Improbable. Lors même qu’il s’eloigne de la religion , l’homme y demeure assujetti; s’épuisant à forger des simulacres de dieux, il  les adopte ensuite fiévreusement: son besoin de fiction, de mythologie triomphe de l’évidence et du ridicule. Sa puissance d’adorer est responsable des tous ses crimes: celui qui aime indûment un dieu, contraint les autres à l’aimer, en attendant de les exterminer s’ils se refusent…

… In sé un’idea qualsiasi è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo, vi proietta le sue fiamme e le sue demenze, impura, trasformata in credo, essa s’innesta nel tempo, prende aspetto d’avvenimento: il passaggio della logica a l’epilessia è consumato ( o dalla logica a l’epilessia). È così che nascono le ideologie le dottrine e le farse di sangue. Idolatri di natura, convertiamo in incondizionato gli oggetti (i soggetti) dei nostri sogni e dei nostri interessi. La storia non è altro che un défilé di falsi Assoluti, una successione di templi eretti a dei pretesti, un avvilimento dello spirito fronte all’Improbabile. Anche quando si allontani dalla religione,  l’uomo vi rimane assoggettato ; sfinendosi(sfibrandosi) nel forgiare simulacri di dei, li adotta febbrilmente: il suo bisogno di inganno, di mitologia, trionfa sull’evidenza e sul ridicolo. La sua capacità di adorare, è la responsabile di tutti i suoi crimini: colui che si pone in debito d’amore con un dio, (alla lettera, che ma indebitamente un dio) costringe altri ad amarlo, in attesa di sterminarli se si rifiutano… 

Bon, pausa finita. 

Non sono buono né cattivo teologo, provo un fastidio che non nascondo troppo per le religioni, questa o quella per me pari sono tra quant’altre d’intorno mi vedo; ma taccio a tu per tu per evitare discussioni di cui non ho punta voglia, stante che sarebbero spuntate, la fede  è stilo che mai perde il suo filo; mi è capitato di trovarmi di fronte a uomini o donne, lucidi fino a un certo punto, oltre degli schizofrenici, frenare il delirio dei quali è impossibile. Aneddoto; ricordo molto bene una mia allieva che non partecipava con metodo alle esercitazioni di respirazione in classe; un bel giorno mi chiese un colloquio, cosa che volentieri le accordai. Con calma sospetta – quando ti parlano con ponderazione affettata controllare il caricatore, levare la sicura e armare il cane – mi chiese se gli esercizi di respirazione erano buddisti; sciocca che dici le risposi, non lo so, ma in genere sì molta della pratica di riscaldamento del respiro viene dall’India o dalla Cina, quindi sì può dirsi buddista o confuciana o yoga o quel che ti pare; allora scattò in tutta evidenza la molla della psicosi – il passaggio dalla logica all’epilessia – Sa, mi disse in un marasma impressionante, Io sono evangelica e credo molto, lei è bravo ma la mia religione non mi permette di fare quegli esercizi. (La follia ci coglie spesso impreparati, benché sia noto a noi che sappiamo che aleggia nei corridoi dei conservatori dove il delirio è materia curriculare, tanto che quest’anno in quello di Milano, la direzione ha pensato bene anche di formalizzare l’uso della messa natalizia. Fortuna vuole che io ne sia in pensione) Provai a scherzare, e a dire, che nessuno si sarebbe accorto lassù che/se faceva esercizi di respirazione, che non l’avrebbero marchiata in fronte, né spedita in Australia; le ricordai il secolo in cui viveva… niente, nello sforzo della propria possessione mancò poco che mi svenisse lì, ruttando bava e rospi verdi, nel corridoio del secondo piano. Dovetti mandarla a prendersi qualcosa al bar e la rassicurai, niente buddismo. La ragazza, coreana, comunicava tuttavia attraverso Facebook e quello che ho raccontato  mi pare possa compendiare le parole di Cioran con l’osservazione molto terra-terra, che a motivo di questo inarrestabile bisogno di sciocchezza dei popoli, Facebook è la chiesa di oggi. O, più di preciso, il suo braccio secolare. Ho molta compassione per chi crede che è all’un tempo, dentro e fuori di sé, e quel fuori adora. Può guidare, andare alla posta, prenotare un viaggio a Città del capo, e pochi istanti dopo chiudersi in una chiesa e buttarsi a terra di fronte a un morto simulato, o quello che è; ripeto poco importa dove e come ti prostri. Di mia madre il fratello balengo si prostrava davanti alla sua baionetta, quella con cui sgozzò ed evirò parecchi repubblicani nella guerra di Spagna; poi negli anni settanta si sbucciò le ginocchia per andare a Roma a farsi perdonare. Per fortuna è morto e io non l’ho conosciuto, né lui, né sua moglie, né sua figlia, né suo nipote. Baffo nero per terra.

Ricordo una pubblicità che costellava le pagine dei quotidiani nella mia infanzia, Poveretto come soffre, non ha mai usato il callifugo Ciccarelli.

Per concludere ecco in lettura l’articolo promesso del professor Biuso, articolo che chiude il cerchio del pensiero con una saldatura, a mio modo di vedere tale da reggere a lungo e intensamente

https://www.biuso.eu/2019/12/13/gli-astri-gli-dei/

Poscritto rescritto

Tutto questo sopra scritto non ha né mai potrebbe avere l’intenzione o la possibilità di cambiare il mondo che, a mio modo di vedere avrebbe bisogno di più di un elettrochoc, ché per ora funziona a droghe. Il numero vince sempre e precipiterà  secondo me la vita nello sfacelo e nella catastrofe. Ricordo un visita lontanissima nel tempo a un amico di familia ricoverato al reparto psichiatrico di Niguarda ( Milano, 20162); in cima alle scale del reparto, primo piano, seduta a fumare su una miserabile panchina del pianerottolo, al vedermi, una donna dall’aria esplosa mi mise in guardia, Non ti avvicinare a me o ti brucio, sono il sole. Mi mancò il verso e il cuore di ribattere, Nessun problema io sono l’acqua.

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