30 Luglio. So long sour ElzeMìro

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

L’ElZeMìro antologia

30 luglio. So long sour ElzeMìro
La rovina di villa Catusci
Letzter Mond auf Schnee

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72764

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A settembre. Buone ferie
pasquale edgardo giuseppe d’ascola

L’omino macchina per scrivere  immagine di Desideria Guicciardini – coll. priv.
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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Locoemotive

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W. Turner – Rain, Steam and Speed (1844) – Londra, National Gallery

Diego Bruschi è un amico di penna cui mi apparenta di preciso la distanza e il fatto di non esserci mai visti né frequentati e, con qualche probabilità quello di non voler colmare questo iato. Ci accomuna magari il fatto che lui legge da sempre ciò che vado scrivendo e pubblicando qua e là, e che mi critica, ma con la generosità che io non ho quando lui si lascia andare nel suo bloggo a slanci fogazzardàti. Lui sa che ci siamo sfiorati da bimbini, quando io andavo in vacanza dagli zii a Portovenere, oh là là, e da lì a La Spezia col battello nelle giornate di pioggia a caccia di un cine. Poi da grandini ché a La Spezia fui insegnante per il primo decennio di servizio al locale Conservatorio, Puccini. Infine però c’è la ferrovia, e lì lui mi batte a tutta randa; sì, io avevo chissà quindici, venti metri di binari, scambi, convogli Fleischmann, i meno cari, che facevo correre per tutta la casa, 68 metri quadri calpestabili di parco ferroviario, co’ le sedie e’ letti dei mammi come sottopassi; lui invece eh lui aveva a disposizione per lo meno il locomotore di’ babbo e la linea che da La Spezia camminava, galleria galleria, a est, Borgotaro e Fidenza, per non dire Genova a ovest, forse Livorno a sud, ma tra fortezze, pinete e ginestre, in illo tempore, oggi centri commerciali. E dunque e senza cambiare stazione copio e incollo qui di seguito un bel pezzo da i’ ssu’ blog dove, a mio completo onore, paragona non saprei decidere se me o il mio lavoro alla ferrovia, cosa che mi onora. Ei s’interroga poi, com’è nel suo stile, con domande che non si rispondono. Ecco qua…

«Le storie sono un teatro a due personaggi, un gatto e un topo, ruoli giocati un po’ dal lettore e un po’ da chi narra. Non è poco ma è tutto qui.» (da Pasquale D’Ascola, Assedio ed Esilio, pag. 147, Ed. Aracne, 2019)
È davvero possibile scrivere solo per se stessi? Se trasferiamo la domanda sul recitare, sul raccontare a voce alta, pare nitida la stretta necessità di un ascoltatore. A che serve un treno, il capostazione, lo stantuffo sui binari, se non per muoversi e giungere ad analoga ma diversa stazione?
 Nello scrivere però abbiamo quelli che redigono un diario segreto, quelli che «io scrivo per me». Non son sicuro che funzioni, se scrivi c’è sempre l’ombra del possibile lettore.
Certo libri ce ne sono tanti, diciamo pure troppi, tutte quelle copertine esposte, come sala da ballo d’altri tempi, con troppe ragazze in attesa e pochi sudati ballerini, cioè pochi lettori.
 Ma non importa, mal che vada è sempre un foglio nella bottiglia affidato al mare (quand’era il mare e non una discarica di cotton-fioc). 
Io scrivo per pochi, pochissimi. Ma uno è infinitamente più grande di zero.

 

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Popoli che danzano

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Mi azzardo a dire tutto questo che segue solo perché, prima di venire al mondo come piccolo scrivano fiorentino, il mio mestiere passato e il mio piacere alternativo mi hanno tenuto imbrigliato alla musica… oh ne studiai di pianoforte… Ah che mano da un’ottava e mezza, diceva il professore – ma penose le calculazioni… sempre stato inetto… quanti quarti di mezzi stanno nei terzi… uno due tre la peppina la fa il caffè, un tot… e a guadagnarmi un po’ del pane mettendo in scena questa o quell’opera lirica. Ma lei che lavoro fa… ah il regista ah l’insegnante di teatro davvero non ci posso credere, si domandano prima e dicono poi le femmine in estasi, sposate tuttavia non col santo né col poeta, col navigatore, col comandante di ogni termautonomo con box doppio e tavernetta. Bon.
Il Concerto n° 2 per violoncello e orchestra in Si minore, op. 104, b. 191 di Antonin Dvořák (1841-1904) è di una bellezza difficile da far su in parole, bello impossibile oh oh Nannina altro che, bello come il concerto per violino del Čajkovskij, e altro e altro e altro ancora, a ufo. Usando perifrasi adatte si può simulare l’idea non tanto della musica in sé, che è quello che è, parla da sé benché non dica niente, significante puro dice il mio amico musico Leonardo Taschera sulla scia della maestra Susanne Langer, Music is the tonal analogue of emotive life (in Feeling and Form, ch. 1, p. 27, Scribner, 1953), come la danza che è un altra forma o manifestazione della musica e non si può di-spiegare, come tutta l’arte, altrimenti che per l’effetto, la cascata delle associazioni, delle immagini che essa musica/opera d’arte può o non può scatenare, con quel gusto metafisico per l’esserci, Gesang ist Dasein (Canto è Esserci scrive lo Rilke nei Sonetti a Orfeo), che Nietzsche asseriva,  Quanto poco occorre per la felicità! Il suono di una cornamusa. Senza musica la vita sarebbe un errore. Il Tedesco immagina Dio stesso occupato a cantare delle canzoni. (In Il crepuscolo degli idoli – Massime e Arguzie, n°33 pag 50 – Adelphi) e che egli rintracciava nella Carmen di Bizet. Trascuro il suo ipertedesco e iperellenico studio Nascita della tragedia dallo spirito della musica (Adelphi). Del resto la mOsica, come diceva Totò/Cigno di Caianiello, è tutt’oggi una ragazza impertinente, molto aperta di gamba, che ad ogni giravolta di rondó sembra sussurrare porca all’ascoltatore di lei imbevuto e imbesuito, Fa di me quel che ti par ( W.A. Mozart Così fan tuttte A2/S12) e Nìcceccehomo era un tedesco ribelle alla tedeschità benché la parte divertente del nazismo, tanto per dire, stava senz’altro nella passione per la musica e i cori… sentirli cantare Stille Nacht i nazi, da arruolarsi… ma chi non ricorda in Schindelr’s List l’ufficiale che suona Schubert nel ghetto di Varsavia in fiamme intanto che fuori dagli all’ebreo. Eh bon la musica ha Tànatos tra i sui ammiratori. (Invece ad ascoltare Faccetta nera spareresti al Buce, anche oggi anche in effige, per offesa ad Apollo e Dioniso uniti, ma nessuno, sì in extremis, ci pensò seriamente – se vuoi sparare a uno non sbagli).
Poche righe di encomio per l’esecuzione che ho ascoltato sabato 20 ultimo scorso da parte di un’orchestra, l’orchestra MACH, oh come definirla, commovente, detto ho così alla fine della serata, mi pare a uno dei violini, un giovane giunco all’aria indiana e al direttore venezuelano, cognome Matheus. Achtung, molti lettori sanno che non ho attitudine di critico; né in questo ambito competenza tale da dire di una partitura che come comincia finisce, sì se vuoi che il terzo movimento principia con un passo di marcia di celli e bassi che ti ricordano la Sesta del Mahler e il finale finale diminuendo a perdersi idem, ma troncato sabato dall’entusiasmo del pubblico che non ha atteso… alla chiusura delle ultime due misure, ‘mbè l’entusiasmo, enthousiasmós, è per natura una pulsione erotica poco contenibile, un dringetendrang… tutt’in piedi. Ma me tocca il Canto, l’intrecciarsi continuo tra le parti del cello e delli rami vari dell’orchestra, come farebbe un convolvolo che si propaga e si raddoppia  per sostenersi da solo; e il clima di Danza, musica da aie e cortili; perché aie e cortili dell’Ostwestliche, oriencidente, hanno la danza e la canzone dalla loro, come gli antichi e anche moderni americani, tutte voci, passi presenti nel lavoro di Dvořák che allora(1895) da buon senza terra lavorava a New York, bref qualcosa che manca(va) non poco all’Occidente misterioso, tutto preso nella sua ipnosi collettiva, storia e ideologia.
Una meraviglia quella di Dvořák che per motivi del tutto personali e qui trascurabili però, mi spezza il cuore da una parte, parte consapevole che ha a che fare con la morte, tracce memoribonde dell’altrui e della mia… incinerazione e insieme matrimonio con tanto di risi e bisi sul portale e danze di popoli di mezzo appunto, conquistati fino alla conquista della cittadinanza di sé stessi, ma intinti in quel che i tedeschi chiamano Sehnsucht, bella parola fatta di sehnen/anelare e di Sucht/smania, dipendenza, dolore, che vuol dire ma non vuol dire affatto nostalgia e che a Oriente, in Romania, chiamano Dor…  più micidiale ancora lo struggimento per che che non si ha, che non si sa, che non si avrà, e che nemmeno esiste. Donc dall’altra parte, non posso ascoltarlo questo Dvořák senza che lacrime di Dor sgorghino da sole, sanno mica il perché ma sgorgano le poverine, giù a rivoletti, lacrime discrete. Anche sabato sera, il live soprattutto, oh se stuzzica le lacrimali quando non stuzzica i piedi a ballare. Dopo la pausa e l’uscita di scena dell’ottimo cellista Pablo Fernandez, discreto, furtivo col suo valigione dello strumento tra le colonne del San Niccolò e tanti saluti, il rigore e la disciplina della Settima del Beethoven era necessario; il secondo movimento è correttamente non funerario, un po’, poco più ländler che in Furtwängler, ma tutto benissimo e, a dar retta a chi per consolarsi della propria scempiaggine l’ha scritto  dint’o tubbo, Dios!!! cuanta grandeza combinada!!!.Beethoven + Furtwängler + Filarmonica de Berlin . Dios tenga en la Gloria a todos esos creadores y exponentes de la Grandeza que puede alcanzar (raggiungere, ndr.) el Espiritu Humano.

Festival di musica sull’acqua – Colico e affini, 2019.
Direttore artistico M°Francesco Senese
Visual M°Velasco Vitali
Grafica (notevole) di Plumdesign.

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Memo

Antonin Dvořák https://www.youtube.com/watch?v=nJSlmoXpzfM

L.V.Beethoven https://www.youtube.com/watch?v=-CNrGqHKoa8

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So long sour ElzeMìro 23 Luglio

In Gli amanti dei libri

a cura di Barbara Bottazzi

dal 2 fino al 30 luglio 2019

L’ElzeMìro Antologia

oggi 23 luglio 2019

So long sour ElzeMìro 23 luglio
El general Belgrano, cronache di incrociatori
Algoritmi sul tema dell’anguilla

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Buone cose
pasquale edgardo giuseppe d’ascola

L’omino macchina per scrivere  immagine di Desideria Guicciardini – coll. priv.
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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L’odìssea dello Spacey

1-6

Non ho motivi personali per annotare che il signor Kevin Spacey è stato scagionato da un regolare tribunale americano… domandarsi quanto sia regolare qualchesia tribunale ma ne dirò ne dirò delle belle alla fine… dall’accusa di molestie sessuali. L’accusatore, minorenne all’epoca dei fatti inventati o ricostruiti da una madre accorta a probabile scopo di lucro, è possibile non distinguesse tra un’avance piuttosto spinta (sic) e una spinta tout court. Secoli fa chi scrive ricorda tuttavia che fu sorpreso perplesso e nolente dal signor Indovina Indovinello, allora pimpante cinquantenne, e da lui sbasciato con linguale protrusione sub oculis di una truppa numerosa assai di cantanti e tènnici alquanti nella fabbrica d’un film, inoltre, e in differenti occasioni, fue domandato me, per così dire in sharing, da allupati maschi e da un talaltro ancora sin in isposa… con  fimminina a di ancóra; mai però che lo che scrive, nemmen nei più tormentati sogni si sia sognato di sentirsi violentato, fatto quest’ultimo che sì, è davvero spiacevole evento specie se si riflette sull’eventuale inadeguatezza d’un orifizio per solito adattato all’escrezione di grammi alquanti di coprolìti. Come ognuno sa all’accusa lo Spacey non riuscì a sottrarsi ma, qui sta la questione, prima che dalla dubitosa legge, fu condannato egli da congrega d’assortite streghe e stregoni… inversione dei ruoli, un tempo coloro veniveno abbrusciati, oggi avvelenano lor vittime col diritto… sì ché lo Spacey fu spedito agli óstraka e interdetto, e non solo, da una serie miracolosa per politico interesse, House of Cards, in dove l’attore… e che attore uno dei migliori sulla piazza internazionale, e didatta di non poca stima degno… giocò per anni il ruolo del perfido, chi non lo sarebbe ohibò, presidente delli Stati Uniti, Mr Frank Underwood, signor Sottobosco insomma. Òstrega, però dello Spacey gli a parte in camera rimarranno secondo me nella storia della recitazione se mai qualcuno ne scriverà. Non credo adesso che il signor Spacey abbia avuto ed abbia difficoltà finanziarie, ossia i piccioli per arrivare alla fine del mese li deve avere da qui a molto in là nel tempo. Il punto per un attore tanto non è questo, il punto è il danno e di immagine, per un attore è pur qualcosa, e di lavoro che è l’unica cosa per cui un attore esiste, e di onore, che per qualcuno ancora conta. Il punto è dunque che in questa malato mondo di malnata congerie di angeli cretini, dove chi che ammazzi una moglie, magari la propria… ne conobbi uno, un mio professore,  morto per natura, che la fece franca, delitto perfetto… è femminicida, a dir che la vittima vulvarica vale di più di un qualsiasi bipede amminchiato; che in questa società cosmopopolata ma che di cosmopolitismo non conosce nemmeno l’ombra, oh Diaghilev oh Ionesco oh Poniatovskj, basta che un esaltato, un fesso o una carogna, riuniti non di rado in santa trinità, ti puntino addosso il dito, a l’è inscì cara el mè Manzoni, e subito dagli all’untore. Prove un accidente ma tutta una carogneria intorno di giornaliste in strascico di bave  e giornalisti che pesano distinguo su  argentei bilancini; e il mondo dello spettacolo è costituito non si creda da carogne spesso assai, scatenate a levar lor diti d’ogni orifizio proprio e altrui per additare appunto il reprobo, a fregargli il posto nell’olimpo e sfilargli magari il portafoglio. Ora conterò la porcheria e concludo. Chi scrive, in tutt’altra situazione fu accusato di avere portato offesa grave e danno a un nuddu ammiscato cu’ nnenti  (un nessuno mescolato a niente) chiamandolo, a tutt’oggi mi pare riconoscimento bastevole a diventare perlomeno deputato, c(omissis)ne; non prude mai abbastanza la prudenza dove ha pungiuto. Chi scrive si trovò a processo… penale eh mica un giorno in pretura con Alberto Sordi… additato da uno scalmanato in toga, osservato tal malabestia da una bionda strega d’accusa pubblica in funzione e giudicato da un Onnignorante in tocco e raffreddore che più e più volte ebbe bisogno della spiega del che caso si trattasse, ché l’una volta e un’altra e un’altra ancora non capì ma alla fine giudicò, oh se giudicò. In sintesi, grazie a dita, strega e ignoranza, per un c(omissis)ne fue condannato a un’infame ammenda e ad iscrizione all’album dei pregiudicati. L’Appello lavò quest’onta e dimezzò la pena. Andare in Cassazione a dimostrare l’inconsistenza, soprattutto della vittima supposta, nel senso di presentazione medicale no, pagare però pagare, sì. Tutto che gira, gira intorno al soldo. Come diceva la mia povera, nel senso di indigente, professora Lupi di greco e di latino in tempi malandati.

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Coccodrilli gossìpari

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Il coccodrillo già lo sappiamo è un rettile loricato, ossia impermeabile alla vergogna, e gossìparo. E purtroppo Camilleri è morto. Certi personaggi, beato Salinger, quando tali diventano, farebbero bene a essere cauti nel macchiarsi della macchia di essere ricordati dai coglioni, quei che per bontà sono paragonati ai pendulari doppi, e in modo da evitare il plauso all’obitorio e i coccodrilli intesi a valutare l’Homo di cui nulla c’importa più del poeta di cui non si capisce niente, ma così bene da volerlo spiegare. Camilleri non si può spiegare, mica lui solo, e quelli che adesso ne fanno blablaìsmo, che se ne appropriano come gagliardetto ostentativo, manca che dicano, achtung insulto più che constatazione di fallacia umana, che fu sincero democratico l’Andrea,  tra le lodi di intellettuale contro corrente, non direi, se mai siciliano e dunque in mezzo al mare, e sposo fedele, ma chénne sanno, di una moglie di cui anche di idda a noi che ce n’importa, gossìpari malnati. Costoro si asciughino i lacrimali e parlino di qualche premio Cuppiello e/o Strja, in vita, così da dimenticarlo in modo rapido e indolore per la letteratura di futura memoria; poca d’altrone ché il pianeta finirà per far soccombere tutto in un polverone di peccatìglie disseccate e sabbia. Costoro se l’hanno letto, quello vero nella sua lingua inventata, qui sta il bello del geniaccio Camilleri, è impossibile che l’abbiano colto tutto ché il Camilleri fu difficile e dunque letterato, complesso, ancorché accondiscente e furbo nel ripetere un cliché. Lasciatelo in pace, si lodi l’editore per averlo favorito dapprima e poi distrutto con la fabbrica intensiva, adatta alla divulgazione tra Cucciago e Ortisei. Ne godano gli eredi i frutti, i fritti ed i rifritti. Finis.

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Amen

 

rauschenbergHans Georg Rauch(1939-1993)En Masse(1975)

Je remercie ma mère de ce don, sa langue, le Français dont je parle et j’écris bien sûr une espèce de patois épouvantable, sortes d’égouts de cuisine, pas écume de salon. Pourtant elle me l’en a fait cadeau et c’est avec quelque raison que je suis obligé à son, plus qu’esprit de finesse, finesse d’esprit; finesse qui parfois manque à l’Italien. Ce n’est pas de tout un péché mais de l’autre côté c’est un avantage… pouvoir lire Cioran, Proust, Céline et Simenon. C’est tout ce qui me reste d’elle, pas pour l’éternité, disons à peu près pour la prochaine dizaine d’années. Aux fines oreilles et encore plus fins oreillers. Amen

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