Il ritorno dell’ElzeMìro

In Gli amanti dei libri ritorna L’ElzeMìro con i suoi animaletti

Con oggi però la cadenza sarà quindicinale. Questo comporterà una maggiore o se vogliamo dire così, una più distesa estensione dei testi, fatto questo’ultimo che all’Elzemiro pare vantaggio, magari pregio più che difetto.

Si ricomincia dunque da oggi 3 settembre 2019 con 5a puntata della serie Olio di lino dal titolo

Olio di gomito

http://www.gliamantideilibri.it/?p=72913

Buona lettura

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BA 10

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Santo Natante

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La Iole Crêuza de mä a Tolone

Un amico che d’ogni cosa al mondo sa più di me, e che conosce, perché ha in mente i molti trucchi per far sembrare l’esistere una necessità, quanto io tendo a lasciar perdere, se si eccettuano quelle quattro o cinque nozioni che, l’una con l’altra ben accostate, ricombinate e fatte oggetto di oculate associazioni, tutte insieme, io dico per miracolo, riescono a sembrare cultura, metafisica cioè; questo amico, dottore in ogni senso, che bene ha chiara la distinzione degli uomini in due categorie, i medici e i pazienti, di questi ultimi tra vivi e moribondi e tra i primi quei che patiscono abbastanza e quelli che patiscono atroci sofferenze, non ci fosse il rimedio, i medici, la morte; ebbene questo amico mi ha condotto a scoprire un luogo ricchissimo di cui ho apprezzato l’humus, la sensazione che veleggiava di bellezza, a modo suo, divagazione, e di sapere o saper fare, incapace come sono, ignorante di cosa sia ogni navigare, importa poco se a remi, a vela non parliamone, o a motore… la raccolta della barche di Pianello Lario (Co). Allestita nell’edificio che un tempo fu una filanda la raccolta illustra secoli di una sapienza nell’immaginare la navigazione, prima ancora che nel renderla possibile, quella dei mastri d’ascia. Prodotti, beh semplici, le barche, ma quanto ingegno in chi le costruiva e che, chissà, magari manco le utilizzava. In ogni modo con una barca non si va da nessuna parte, si torna sempre al punto e a capo; Odìsseo, come dicono le persone dabbene, insegnò. L’unica volta che mi trovai nella condizione di mostrare una qualche valentia di marinaio fu a largo di Pozzillo(Ct) su un gommone con un fuoribordo che s’impiantò in capo a un’ora e, come spesso accade nella vita mortale a chi della propria insipienza non fa tesoro, su quel battello mi trovavo fuori luogo dal luogo e dalla situazione; situazione in cui ci si incontra con uno, sé, del tutto estraneo a quel tale cui, per convenienza, siamo abituati. Mi ero imbarcato nel mio dondolare alla deriva. Fortuna volle che a terra capirono; i segnali che mandavo non erano di saluto ma di disperazione e qualcosa di più. Esseri capaci di barcamenarsi per di su o per di giù trassero in salvo me e chi mi stava accanto. Da allora anche uno scoglio mi è sembrato non sicuro.

Gli scafi dei contrabbandieri erano lunghe barche da voga, Iole, che partivano lievi a notte, da Musso sulla costiera comacina di occidente, cariche delle bricòlle recate dagli spalloni nel buio su e giù per coste impervie, le più impervie e disagevoli per mettere in difficoltà e pericoli le guardie di finanza in agguato. Poi via via veloci a caricare e poi ai remi, voga. Dalla riva l’equipaggio staccava da non accorgersi la barca, e se l’acqua le filava un destino benigno, voga voga voga via via a doppiare il capo di Bellagio, veri pirati dio santo, capaci di remare tutta la notte, rapidi e invisibili gli scafi color oscurità, oh li avesse visti Catullo altro che phaselus ille, e voga voga voga, fino a Valmadrera, attracco, scarico, un ristoro più veloce del timore di essere avvistati dalle guardie sulle loro barche lunghe e veloci e costruite dallo stesso cantiere, buone sì alla corsa ma non alla manovra. Così, voga alla via così, doppia di nuovo il capo di Bellagio e qui ecco magari la barca della Legge, silenziosa alligatrice, governata da vigorosi quanto i pirati o quasi quasi; e allora vai, inseguimento tra simili se non eguali. Smussata a poppa per rapide manovre, la barca contro ogni bandiera; bislunga quella della legge, per correre pronta all’alt, che è di rigore, affiancare, arrembare coi grappini ma accidenti, i pirati hohop un colpo di remo poppiero e vira  vira che più di così non si può immaginare, i grappini volano in aria e pliff pluff in acqua, l’abbrivo spinge lontana la barca grigia della legge mentre i pirati sagaci filano via nel lutto della notte, e voga voga voga di nuovo fino a Musso. Si approda, mica occorre parlare, forse qualche mezza bestemmia in un dialetto norreno, si leva il tappo dal fondo della Iole, quattro sassi ben pesati e la barca scompare tra i flutti molli del lago dove solo il pirata, quando sarebbe, saprebbe ripescarla per il prossimo carico, per la folle prossima corsa. È quasi l’alba, si va a casa, si mangia, si dorme forse qualche mezz’ora. Dopo, tutti e cinque i pirati, non uno di più o v’è l’aggravante di associazione per delinquere, eccoli sereni nell’ombra del giorno, ciascuno all’usata fatica quotidiana, all’osteria, alle carte anche giocate con le guardie, ché lo star contro in banda cela e conforta di denari sudati assai e pagati dal rischio, talvolta dalla morte e prepara a una fortuna più ridente. Anche per oggi la miseria o il desiderio del di più sono lontani. Anche le guardie tranquille, fumano sigari e tabacco piovuti giù dal cielo. Qualcuno tra loro ama di un pirata la figlia o la donna. La guerra per essere capita è da sempre una questione privata. O chissà.

Ci sono leggende sul lago più antiche, di flotte mercenarie e piratesche, di assalti ai convogli mercantili, di battaglie sull’acqua, del Gian Giacomo (de’) Medici, il Medeghino(1498-1555), fratello e cugino e parente di papi, giureconsulti e patrizi d’ogni sorte, conte di Lecco, marchese di Marignano signore di Porlezza e Valassìna, castellano a Musso, castello appunto ora in rovina, al confine allora coi Grigioni; non li avesse irritati questi passando da una all’altra e all’altra bandiera ancora  e fermati a Chiavenna e Valtellina, saremmo adesso svizzeri e luterani. O chissà che dio sa cosa.

http://www.museobarcalariana.it

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Funeragli – Idillio tergestèo

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Quint Buchholz – Narrative in the Rain, 2013

Quanto segue ha da essere sfumato con un sottofondo, leggero, non più di un rumore d’ambiente lontano, un fervere d’acqua in pentolino. Richard Galliano 

Little tango https://www.youtube.com/watch?v=JLoi7FTQjww

Immaginarsi adesso. Estate, mare, dehors d’un caffè pasticceria. A Tergèste. Spira un’auretta tiribintacea e il cielo, non fosse che è sempre lassù a incombere, è un Veronese, Paolo, tanto bello che a molti potrebbe parere irritante. Ovvero ispira memorie, in chi le ha accumulate, e ispirazioni, in chi a queste si adatta e attende. Nonostante l’ora sia presta Rolando D’Acqualta è seduto, lo direste immobile, a un tavolino, già per due stretto, un bellissimo bicchiere di spritz davanti a sé e un panino che a voi verrebbe voglia di non mangiarlo e fissarlo per sempre con un qualche mastice, per conservare il richiamo dell’imbottitura cannibalica. Con osservanza ogni tanto Rolando tira un sorsetto di aperitivo; per farlo durare. È erotismo. Sta per addentare alla fine il panino quand’ecco arriva Adolfo Similòmo, suo amico e che voi lettori dovreste ritenere storico. Immaginate adesso che entri alla sinistra del vostro campo visivo e che si annunci a Rolando spazzolandogli i capelli con un giornale arrotolato in mano, tipo randelletto gentile sì. Benché non si possa capire alla vista potreste sospettare, da qualche particolare del fare e a momenti del dire, che si tratti in entrambi i casi di medici; ora tenendo conto della loro stazza, altezza 1,85 circa per 90 e 110 di peso rispettivamente, vestiteli e lasciatevi andare a seguirne il breve dialogo qui per voi catturato.

– Ohi(Rolando biascica, un brincello di prosciutto gli casca dalla bocca nel piatto;  subito si ricompone, Rolando non il piatto) Adolf còme xe come stai dove vai 

– Se sto non vado se vado non sto… mònago… la domanda appropriata sarebbe in che cosa consisto… ma sempre di meno so

– (interrogativo/affermativo) Sei di fretta

– Perché vado… là ci siamo… io vado e ti te magni e ti bevi e ti allontani pertanto

– Ore diese rebechìn (ore dieci, merendina)

– Invece io vado a prendere un aspiratìvo…

– L’ostia( occorre supporre che, d’abitudine, Adolfo giochi di parole) a cosa

– Un funerale… aspirapolvere presuntivo… per anime 

– Mi spiace

– Perché… mai vado mica al mio… ( afferma)ho letto in quanti muoriamo in un minuto… centoeotto… mentre che 83.000 i ciava… sempre i altri… si tratta di capire da che parte si può stare

 -Anche se stare lì a fickete fuckete per un minuto insieme a 83000

– Un’orgia catastròfiga sì… vado a un funerale speciale

– Oh là

– Unico direi… il funerale di gesù bambina

– Scherzi

– (imita Mimì nel primo atto di Bohème, si schernisce, fa per andarsene, si ferma, intona) Vorrei dir… ma non oso

– Gesù bambina chi quando

– Right now Roland una gironalista subrette bailarina una madrepia televisiva … perciò stesso apparente a tutte le madonne e agli smadonnari… non posso perdermi lo spettacolo ( c.s.)

– (lo ferma con un gesto, interroga e afferma) È un paradosso

– No al momento sta per essendo un paro d’ossa… là dentro into her box lo sai ben  patologo solitario… la stanno disossando… ma la gente sai com’è non guarda al sodo oggigiorno si disossano live… poi resta poco per insetti e vermi in ogni modo (Adolfo tacet è in piedi senza sapere su che piede stare mentre Rolando bevet un sorso e pensa senza darlo a vedere. Gli spritz sono per lui fontane nel deserto. Poi dice…)

– Sitz and spritz sentate

– Ho il funerale

– Scappa mica… contame

– A me (siede, non sa dove buttare il giornale) piace lo spettacolo appunto… indimenticabile… i pianti… quelli li capisco abbastanza… le madri e i padri per loro è tremendo perdere un a miracol mostrare e poi poveretti capaci di non essersi accorti del miracolo che avevano partorito in casa… quanto pane la ga’ consumà la gesuà senza restituirlo… quanti sardoni senza moltiplicarli… quanto vino bevuto senza un fià d’acqua… aveva il fegato in disordine come tutti noi… ma money money… il resto lo fanno i gazzettini e i parroci…. (giunge da poco lunge una camerierina, l’aria da volonterosa stagionale, caschetto da Louise Brooks in Pandora, truccata con accortezza, curiosi pantaloni lunghi come gli occhi, larghi come la camicia da aviere in portaerei, spigliata, dà l’idea che desidererebbe essere spogliata almeno con gli sguardi più di quanto le concede il ruolo; immaginarsela fino a farsene distrarre)  prendo uno spritz anch’io molto campari… per campare penso di stare dalla parte degli ottantatremila… sa lei chi sono gli 83.000 (la ragazza si mette in guardia con juicio) mannò… un’acqua tonica con mezzo limone spremuto… poco poco gin per aumentare il mio tenore di acidità mentale… gentilmente butti o legga il giornale

– (Pandora) Volentieri ( si allontana, i pantaloni larghi e molli suscitano meditazioni consanguinee dei due)

– (perplesso) Gesù bambina è questa qui

– Indeed… una giovane donna come migliaia… funerale incluso un domani… ma adesso se muore una donna… domandaghe qui alla brunetta porno … quale sia sia il modo manca poco che i gazzettieri o qualche prèfica senza fica dica che è ginecotanatìa… del resto morte è femminile in molte lingue… reaper o ripper that is the question… oggi avremo un ormai non raro caso di beatificazione da strada… il feretro arriva e… (alla cameriera mentalmente spogliata) grazie carissima… (la giovane sorride, lascia lo scontrino sul tavolino e via, Adolfo beve un sorso di acqua acidulata) oh buono oh caro… ( canticchia) un altro sorso ah…la rralà là là là llera…(bevicchia) il fèrretro… dimenticavo bianco virginale… ed è immancabile l’effetto libiamo… al momento in cui i necrofori elevano jam in the box alla vista… si leva automatico… sai come che dicono i gazzetticoli… il commosso applauso di amici colleghi e gente comune accorsa… quei che i còri… a dare l’estremo saluto… noialtri tutti qui nei paesi delle merdaviglie… semo la gente comune… gli antipodi di Alice… l’applauso è commesso grazie all’impunità che gli è accordata… la zente la pensa come che la fusi par televisione… d’abord la società è uno spettacolo ben tristo weisdù… i gà scomenzà coi funeragli spassìba ai morti nell’esercizio del dovere… niente silenzio e bandiere plauso e applauso… epidemici…. poi telefonini telefonini una selva che riprendono il transito alla frontiera tra il giorno e la sera al tempio… ( canticchia improvvisando sul tema di Gilda – Rigoletto Atto primo) quando le sere al tempio/ senza pregare iddio/ bello e fatale un fèrretro s’offriva al guardo mio… 

Ti son proprio mona

– Monàtto mi sòn monàtto… ma il bello deve ancora arrivare… a cassa posata… ‘desso xe trendy par tera… c’è un momento di sconcerto nel tempio… non tutti sanno cosa fare… sentarse levarse saludarse… sarà tutto un lampeggiare di falsch flash… flick flok… correre di paparazzi… flik flok… oh oh il parroco col vestito buono… spassiba signor padre per questo tuo duro pane… duecento chiacchierichetti con un caporalazzo… obeso di sicuro… a tutti che gli spunta i ginz da sotto le palandrane… ecco una zoppa… qui lo spassiba arriva ai vertici… anche monca può andare… una diversamente mugolante la ciòl duecento pagine di spaoli e sgiovanni e smattei e sluchi bislucidi… in quel tempo gnè gnè gnè gnè gnè gnè… e poi al apice della rappresentazione il priester annuncia che è morta gesù bambina… Còme Tè Nonc’è Nisùna… vedesse il culardo in ospedale quante gesùbambine oltre la presente…  ma giù una scartoffiata di lodi virtù e attributi se nhh… sé nòl xé imbriàgo disfà egli non si azzarda a giurare se il perindeaccadàver era maculata o immaculata concezione… il box bianco panna lo induce in tentazione quindi perciò stesso in eau de sainte été… Jeder Priest hat seine Lust. In hora de li morté tue. Amén che non si dica. Scapo… non vorrei che il miracolo si perdesse la mia apparizione… Bon ogi paga ti che doman pago mi (si leva e si allontana)… Quando le sere al tempio… ( si ferma, si volta) Ho un tirocinante in reparto che non sa l’italiano… si è innamorato di tantomeno, l’adverbum caro factum e lo usa à la cock… Grazie a lei tantomeno dotore … Tantomeno adios Rolandus…

Benone ora il vostro sguardo rincorra per un tratto l’Adolfo Similòmo che si allontana lungo il viale, alla vostra destra lo vedete, tantomeno alberato e ombroso nonostante si avvicini il tocco e, senza fermarvi, continuate nella panoramica oraria, a perdere il Similòmo e a inquadrare via via il contorno di traffico e case e persone che ciabattano nel vostro campo visivo verso il mare che, eccolo, vi appare, oh che sorpresa adesso quanto siete stati catturati prima dai discorsi de’ due al caffè. Ora, proseguite senza fermarvi con una carrellata continua e cheta verso il mare che sfolgora e seguitate, seguitate… non vi distraete, non guardate qui, seguitate dico. 

The End

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Accà nisciuno è fisso: l’immagine e inverosimile. 18.08.19

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Quint Buchholz – Boy with book (2013)

Ebben giochiamo. Nel pubblicare il commento del prof. Biuso al mio scritto qui di seguito, commento che mi onora in modo particolare, mi pare bene solleticare il lettore a cimentarsi e direi prima, con la lettura dell’articolo che il professore ha per l’appunto pubblicato sul Manifesto di ieri 17 agosto, articolo che, parafrasando Totò io potrei intitolare tempo questo nome non mi è nuovo, e che invece si titola Quel che accade tra Einstein e la meccanica quantistica. Buona lettura https://www.biuso.eu/2019/08/17/spaziotempo/

Che silenzio! Che aspetto di tristezza/Spirano queste stanze… Ascolta come recita Don Alfonso al principio della scena decima/atto primo del Così fan tutte. L’intonazione ovvero l’intenzione suggerita da Mozart alla voce, per queste prime due righe del recitativo che seguirà, come dirla non saprei, se dubitosa, guardinga, opaca, o nel vago, dimessa; ohi ohi torna sempre difficile trovare gli aggettivi che si intonino al da dire e al già detto e, nel recitativo secco, solo pallidissime sfumature imperative del cembalo, indicano alle parole intorno a quale affetto ed effetto possano aggirarsi, nel caso specifico come vertere a tramonto prima di riprendersi nel tono maggiore consono al burlesco dell’opera. Con nove parole si può dire molto. Così, diffusa nella familiare immagine delle persiane chiuse di casa, poco dopo l’alba, in questo agosto che tramonta anch’esso mi pare di percepire un’auretta di morte, che sull’idillio incomba un presagio. Talune immagini sono un giudizio inappellabile.

Se ci penso, riesco a vedermi attraverso un mirino, e provo una noia… la noia dello sniper in attesa… così mi sono colpito stamane nell’osservare me stesso aggrappato all’orizzonte, sul ciglio di un buco fondo come la notte anteriore ad ogni nascita, al presentarsi all’esistere. Resistere. Per carità, che cosa si faccia al mondo, non è la domanda in agguato da ogni pulpito con la risposta pronta, va’ là… ogni risposta da pulpito è diversione; tutto, pulpiti, messe nere e bianche, letture, studi, calcolazioni ingenieristiche, l’esercizio della medicina, dell’arte, anche della cucina è diversione, ritrovati per negarsi alla realtà di api e formiche, parti partoriti da un sistema che ha in sé stesso ogni scopo. Chiamala chiamala in latino, natura naturans… fa subito un certo effetto il latinorum… bellissimi i fiori compaiono e scompaiono e, in grande, compaiono e scompaiono le stelle. Dicono, dicitur. In sintesi estrema a M.me De Nature pare necessario che si mangi e si fotta, nelle maniere che ciascuna specie conosce. Esaurita soprattutto la seconda funzione, si sa destinata al crescete dannati e sgrufolatevi, e sfumata la convenienza di proseguirla solo per gioco o diletto, restano a mala pena i ricordi. Inconsistenze. Il bordo del buco ha una catena, sai le catene che si pongono sui monti a fantasioso appiglio per proseguire il cammino, rampicarsi là dove proseguire sarebbe una stupidata oltre che pericoloso, una catena di distrazioni dall’abisso… in chiaro, la cosiddetta cultura, le cose dotte e dette con qualità, sono prolungare l’esistere con un accattivante sostituto dell’orso di stoffa dell’infanzia… chi ha avuto la fortuna o la sfortuna di possederne uno… sono difesa da ogni tentazione per il quotidiano… ma vallo a spiegare a un negro con gli occhi incollati dal pus di mosche assassine.

Potrei mollare le grinfie da quel bordo, da quella catena e suicidarmi… ogni sera alle undici prendo venti gocce di sonnifero, così tengo a bada i mostri e i dolori che si presenterebbero immancabili alle due, alle tre con una recita della morte di cui solo i sogni costituiscono la prova contraria… l’atto necessario che te tu hai a prevedere ma per il quale v’è da confessare non tanto il manco di coraggio o forse sì, e più il terrore del dolore, ma della visione lucida, senza compromessi con sé stesso; e la completa impossibilità di pensare, che si crede sia il costituente del vivere da formica o da ape. Esse fanno, si riproducono e muoiono. Dannatamente i bipedi, alcuni, siamo dotati del pensiero di noi stessi. A questo stiamo aggrappati. Sul buco. Penzoloni. Basterebbe lasciarsi andare per estinguersi, è risposta più che domanda.

Una tristezza senza malinconia mi guarda da lunge il bordo del buco. Un’oscurità avanza in me, una perfusione, in ognuno un clisma opaco, tranne in quelli che sfrecciano in motoscafo sul lago come al comando di un incrociatore con tanto di figherìa al vento per di dietro.

Nell’umano si instaura, col nascere credo, la tendenza, che muta poi in abitudine al fare, quel che sia sia, in luogo del lasciarsi fare; al pensarci sopra quel che sia sia senza pensarsi sotto; che sia perdersi tra gli scaffali della biblioteca di Alessandria, che sia darle fuoco, che sia schiantare le proprie sanguinarie obesità su una motoretta, appagati da esse e presaghi delle prossime scofanate, estive invernali, di intingoli, di sughi, che avvelenino la bocca a farne quel che è, una cloaca inversa; che sia fabbricare il tempo per scrivere, leggere, che sia affrettarsi e adoprarsi a fornir l’opra di vendersi almanacchi. Tutto nel mondo è antidoti, sedativi, vaccini. Tuttavia tra il delicato urologo che deve visitarne le interiora e il paziente elefantiaco che indica la su’ ganza storta e dice, Vede questa dottore io dopo me la devo scopare, tra quel medico che si è speso in studio e che senza chiudere gli occhi gli esplorerà l’ano rivoltante, trarrà presagi dalla su’ vecchia prostata, dal glande mal lavato, tra il dottore che di tutto ciò ha orrore, frugivoro in tutto, tranne che del sapere e quel bestione, nessuna distinzione è certa. Perché la costituzione di ciascuno, di ciascuna cosa, pianta, animale è un non so come lo chiamerebbe Heidegger. Sia chiaro caro mio che questa non è un a meditazione filosofica per cui occorrerebbe essere capaci, avere le sovrastrutture, le catene adeguate; qui siamo n’un campo di ginestre. Povesia. Cuantas palabras. Ciance e farfugli… se ci penso, riesco a vedermi attraverso un mirino, e provo una noia irresistibile.

Poscritto. Le religioni, accortamente camuffate a mezz’acqua in vari modi, sono di preciso le sirene di Ulisse, con la stessa bocca con cui cantano ti sbranano ma te tu ha’ da dirmi la differenza di ceri tra quelli al Buddha di un santuario in Corea e quella alla Madonnina, del cinquecento beninteso, dimmi la differenza, dimmi che suicidio è se non a rate. La religione si incarica di tenere in vita morti con piccole dosi continue di ciance. Tra la pillola per sopravvivere, nella convinzione di, e il lardo di maiale perché è buono dov’è la differenza chi lo sa. Ovvero c’è, di scelta, ognuno sceglie quali ambardàn, con quali trick e track intrecciare e ancorare la catena sul bordo del buco. A ciascuno la sua. A ciascuno il suo. Ognuno diverso a modo suo. Ognuno suona un destino. E infin della licenza ci si aggrappa a tutto pur di esistere. Chiunque il sa che per avventura abbia provato l’ebrezza di spencolarsi nel vuoto aggrappato ma a un mano, o un volto, o a una voce. No more I love yous
 

https://www.youtube.com/watch?v=mK6j3zx3W9s

E, per i colti che non vogliono farsi cogliere dal pop e che tuttavia meritano qualche consolazione di ferragosto

https://www.youtube.com/watch?v=mmCnQDUSO4I

 

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Eyes wide shut – Stanley Kubrick (1928-1999)

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Cose di casa, case di cosa

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Cosa nostra è il proseguimento della politica, quella che conosciamo con l’esclusione di quella cinese, forse cubana e venezoelana, con altri mezzi e viceversa. Cosa nostra amministra per sottrazione, detta legge, soprattutto e parafrasando Primo Levi, decide se per un sì o per un no. Cosa nostra è a un passo da Dio, la maiuscola è patronimica e non a caso; la politica è a un passo da quel Dio, amministra per sottrazione, detta legge, decide se per un sì o per un no. Notturna, infera, del mondo di sopra se ne fotte, lo blandisce coll’elemosina, lo disprezza. Nella notte in cui assistevo alla proiezione si consumava l’atto di un traditore al contrario, il mascalzone che vuol mettere su un mandamento a modo suo e tutto suo, Teuccio inteso Salvini. Oltre c’è Riina e l’esercito dei tinti (cattivi) più veri, uomini lupo, brutti, foschi, ignoranti funzionali ma saccenti; assassini nati perché umani, a-satàn-nati, sanguinari a dispetto della parvenza da titolari di un chiosco di bibite e panini in periferia; di Milano sulla Vigevanese o sempre a Milano però Marittima. Ostile per natura alla politica fin da piccino, ho il sentimento che essa, meglio della guerra, fabbrichi, come fa la letteratura per essere tale e con scopi opposti, un altro mondo, una realtà parallela, sotterranea ma non meno reale di quella che a fasi alterne ne costituisce l’ombra e lo stampo. Del resto ogni potere ha la sua maffia, si chiami CIA o parleymento. La serie, americana e perfetta, House of cards illustra alla lettera i due mondi, il terreno in cui si onora la bandiera, dove si dice con il rispetto dovuto signore e si compiono tutti i riti della religione dello Stato; e quello infero, del sottobanco, dell’intrigo, dove tutto vale ma a qualche condizione improvvisata nell’attimo secondo, secondo l’interesse del momento, un troiaio dove scorrazzano lupi e droni.
Questo è il pensierino che mi ha suscitato la mia visione certo distorta del mondo e la visione di un film molto azzeccato, tutti sanno che è di Marco Bellocchio, autore, molto autore, appartato del cinema mondiale, un po’ come Jarmush. Il traditore è costruito con molta abilità con un luminoso Pierfrancesco Favino al centro, la cui ben guidata abilità nel non rendersi né simpatico né odioso lo mette con molta probabilità all’altezza di qualche star americana. Illustra un carattere melodrammatico senza mai farne un carattere diverso da un uomo di indubbio carattere e coraggio; la vicenda, sarebbe centrale se si trattasse di un racconto tradizionale ma il film non segue strade tradizionali, dell’incontro con Falcone artefice in qualche modo di una inversione di marcia manzoniana in Buscetta, ne fa fede. Mi pare che il film si domandi, evitando di rispondersi, non che cosa spinge un uomo a diventare cosa loro, ma che cosa induce un uomo di successo come Buscetta a rinunciare alle pompe, ai gradi al rrrispetto dovuto al soldato di mafia per appartarsi a raccontare tutto allo Stato. Un nugolo di bravissimi comprimari lo circonda e tutto sommato, nella finzione, forse lo ammira; qui potrei dilungarmi a fare il critico sul resto del cast, ma niente faccio il professore, per non poterlo lodare tutto mi limito a promuoverlo segnalandone il battaglione di comparse e comprimari e per tutti uno, lode sia al poliziotto che serve i pasti a Buscetta – chiedo scusa ma nessun sito ne parla. Da ciò mi pare si possa desumere che Il traditore è un film complesso, lontano dal discorso di molti film su mafia, discorso che il Bellocchio evita con sagacia e affida in parte alla ricostruzione minuziosa del maxi-processo di Palermo (1986-1992) e a seguire di Roma (1993-2004) con Andreotti imputato e Buscetta sbeffeggiato e offeso da un feroce avvocato della difesa – magistrale Bebo Storti – canaglia in toga, enorme accanto alla canaglia in Caraceni, il dr. Andreotti, acciuga prosciugata, nell’intento del Bellocchio, un controfiguro del gobbo der Viminale, metafora di un essere consumato dalla libido di poter potere, non avendone altre, la stessa di Riina, occhi affogati nel disfacimento del grasso, di cui è gonfio e tronfio; la scena della di lui cattura è esemplare. Un film di attori e questo mi pare lo qualifichi al meglio o avrebbe prevalso la storia e allora sarebbe risultato un Il giorno della Civetta in ritardo. In teatro e in cinema sono gli attori che con qualche abracadabra si sostituiscono alla storia diventandola, o altrimenti e in questo caso, il soggetto Cosa Nostra sarebbe stato un documentario di efferatezze e santerosalie. Invece tutte le voci mafiose illustrano tic da cena della beffe, da teatralità primitive, di miseria travestita da stile e sarcasmo senza argomenti. Irresistibile la scena del sigaro fumato in aula, e altrettanto irresistibile Luigi Lo Cascio che nel ruolo del pentito Totuccio Contorno, fa della propria testimonianza un’Opera dei Pupi, lui Orlando minore in un gigantico siciliano. E non c’è di che riderne perché come tutti i dialetti del Sud è la lingua dell’anima e per farlo cantare, anche in tribunale, occorre lo si abbandoni al suo maggior corno. Chapeau a Maria Fernanda Cândido, ma il Bellocchio, dissi, gli attori li sa indirizzare, e per l’abilità nello sfuggire al clichè della bella moglie di Buscetta, amica e sua compagna di sventura, nume tutelare di una famiglia quasi normale a guardarla da fuori, e bella di suo, stante che la bellezza è per sé un merito. Dico sempre che io non faccio e non sono nemmeno capace di recensioni. Queste sono infatti le mie impressioni a freddo perché a caldo il film mi ha tenuto dritta la schiena sulla sedia come sull’attenti, in onore di un opera d’arte. Amen.

P.s. Per una lettura più corposa della mia, indirizzo ad A.G. Biuso. Perché di nuovo lui, si domanderà più di uno dei miei 274 inseguitori. Presto detto, perché il prof. Biuso non è come me un recensore ma un osservatore della realtà, brodo di cultura antropologica, attraverso le lenti del suo doppio. L’arte. https://www.biuso.eu/2019/05/31/mafia/

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The dead WON’t die, o Jim

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Questa storia finisce male
-Come lo sai
-Ho letto il copione
-Tutto
-Tutto, me l’ha dato Jim
-Ah, a me ha dato solo le mie parti
-A me tutto
-E finisce male
-Finisce male
Più lungo assai ma riassunto qui a memoria, questo scambio di battute tra i due poliziotti, Bill Murray e Adam Driver, con un geniale uso dell’agnizione classica, prima dell’epilogo del film la dice lunga sul senso, ossia direzione dell’arte; non è una trovata, anzi lo è in significato proprio, un ritrovato, un rinvenimento, ultimo movimento, la καταστροφή, catastrofe, insomma un colpo apoplettico cinematografico. È l’improvvisa, benché meditata rivelazione del rovescio del guanto, dell’altro dalla realtà che ogni arte mette in atto, leggere Balzac, La commedia umana. I francesi, eh sì, hanno sempre insegnato, più degli inglesi spesso avvolti nelle spire di una religione pervasiva anche  sociale, dei tedeschi, poeti, ma non si poteva parlare in Germania, nel secolo delle rivolte solo poesia cui si perdona tutto, e filosofia tanto nessuno la capisce, e degli italiani tutti presi a magnificare, alla lettera far grande, l’epoprosopopea risorgimentale con tutto il buono sentimentale che comportava, Cuore per De Amicis… Senso per Visconti… e dunque con l’eccezione di Manzoni, resta Manzoni; più tardi Pirandello disegnò la tela di ragno e di polvere di un paese che aveva e ha in Agrigento la propria epìtome, terra secca ai contadini e polverume borghese, di pomposità variabile, verbosa, unanessunacentomila come i palazzi, in stile o senza, costruzioni abusate e abusive, tutta un nuddu ammiscatu cu’ nnenti. L’Italia fu e resta un’ipotesi. I francesi hanno sempre avuto il distacco che oggi si sono sforzati con successo di perdere, sicché tranne Houellebecq, Céline, casi isolati come i poliziotti del film, ti saluto letteratura; Sartre, a pensarci anche Camus, si sono adoperati per farla fuori a furia di adesioni e conflitti di fede, un’idolatria contra l’altra… come scacciare gli scarafaggi mettendo in campo un esercito di formiche. Una religio contro l’altra.
Ora il film di Jarmush, che è un cantore della mdp. come ha da essere, mostra per l’appunto il rovescio del guanto, il sottoterra, brulichio di zombie in un deserto urbano  umbratile e silente, senza altri abitanti vivi tranne i pochi attori vagolanti nelle varie finzioni, cameriere, affitacamere, il bianco sudista -Steve Buscemi-, il mesticaio che tutti chiamano Frodo, il negro di buonsenso, tre ragazzi blown by the wind su un’auto d’epoca,  i due poliziotti – tre contando la poliziotta giovane e terrorizzata che al riconoscere però la nonna tra gli zombies si getterà loro in pasto e salam alekum – e una marziana marziale, Tilda Swinton, anagrammata in (Ze)lda Winston, tanatoestètista e gran samurai, che, poco prima del termine del film se la fila sul suo disco volante lasciando agli zombies il terreno di battaglia, la loro, sul quale si consuma il finale. Questa storia finisce male, è la prima, reiterata e ultima battuta del dramma. I sopravvissuti periranno in una mecelleria metodica e disperata tra i morti viventi che al far fuori loro il cervello buttano polvere… sarà per questo che oltre che carnivori efferati cercano cioccolati e caramelle, chardonnai, la vecchia ubriacona dopo morta si ridesta chiedendo ancora da ubriacona chardonnai e zac che la decapitano dust to dust; vagano come Unni, depredando, rapiti dagli schermi di miriadi di cellulari accesi sul nulla, giocano ai loro giochi, tennis, baseball, sono persino seduttrici in minigonna e parigine come la ragazza dal collo lungo cui la marziana, lodatola per questo dettaglio elegante, taglia in un buf la testolina vuota. Allo sfacelo, in senso greco, pus putredine, σφάκελος, assiste da lontano intatto, un vagabondo delle foreste, Tom Waits; osserva al binocolo il cruento finale, e in senso letterale, dunque ambiguo anche qui, conclude, È un mondo di merda. Di preciso come in Full metal jacket il soldato Joker. Se Kubrick chiuse qui, su nero, con Paint it black, là, Jarmush riattacca con il tormentone di tutto il film, il suo leitmotiv, Sturgil Simpson, The dead don’t die, https://www.youtube.com/watch?v=HYGbvBKawVY.

Oh the dead don’t die *
Anymore than you or I
They’re just ghosts inside a dream
of a life we don’t own
They walk around us all the time
Never payin’ any mind
to the silly lives we lead
or the reapin’ we’ve all sown
There’s a cup of coffee waiting on every corner
Someday we’re gonna wake up
and find the corner’s gone
But the dead will still be walkin’ round
this old world alone
After life is over, the afterlife goes on
There’ll be old friends walkin’ round
In somewhat familiar town
that you saw once when you looked up from the phone
Nobody bothers sayin’ hi,
you can save all your goodbyes
Stop tryin’ to pretend that we’re all not alone
And the streets look so empty in the mornin’
There’ll be no one out at night
for the lights to shine down on
But the dead will still be walkin’ around
in this old world alone
After life is over, the afterlife goes on
Hearts break when loved ones journey on
At the thought that they’re now forever gone
So we tell ourselves they’re all still around us all the time
Gone but not forgotten, just memories left behind
But the dead will still be walkin’ round
in this old world alone
After life is over, the afterlife goes on
After life is over, the afterlife goes on

Poscritto. Sono passato qui oltre le citazioni di cui la pellicola si adorna ma tranne a chi scrive, a sua moglie, all’amico dr. Prato insieme alla proiezione -all’aperto come nei ricordi di lontanissime estati- e all’altro amico  prof. Biuso https://www.biuso.eu/2019/08/05/morti/ mi pare che il film non sia piaciuto molto e se è così lo capisco. L’ho trovato invece un’opera bizzarra, ricca -di attori strepitosi- per niente stanca, ispirata, bellissima, minore maggiore e di che non saprei dire, ma ho riso assai, segno ineludibile di benessere; del resto fin da bambino ho camminato con la morte accanto, taciturna, mutànghera, arcana, oggi invece si fan gran passeggiate insieme e lei mademoiselle Tanatòs, oh sentir come la chiacchiera. La sa lunga.

* Oh che non muoiono i morti/Di te e me non più /Giusto fantasmi dentro il sogno/di una vita mica nostra/ Vagano tutto il tempo intorno a noi/Per niente attenti/ Alle nostre vite stupide/ai raccolti seminati/C’è una tazza di caffè in ogni angolo, che attende/Ma a svegliarsi quando sia/ scopriremo che l’angolo è sparito/Ma i morti sempre lì a camminare/soli in questo mondo/E dopo che la vita se ne va, continua quella dopo/Con vecchi amici a girellare intorno/ In una città  in qualche modo nota/se t’è capitato di tirare su il naso dal telefonino/Nessuno che si occupi di dirvi ciao/è un bel risparmio di goodbye/Basta sforzarsi a dire che non siamo soli/ E che le strade al mattino son deserte/Nessuno là fuori nella notte/ che dia alla luce il suo splendore/… … Quando accade che i tuoi cari se ne vanno/ All’idea che è per sempre, in pezzi i cuori vanno/ Così ci raccontiamo che senza tempo stiano qui intorno /Partiti ma non scordati, giusto ricordi andati …

 

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Successo di pubblico

copertina ridotta

Copio e incollo senz’altro ciò che un recensore solitario, Diego Bruschi da La Spezia, del mio scritto Assedio ed Esilio  non richiesto ha scritto. Mi piace ossservare in un minuto di silenzio ciò che si cava fuori dalla cava di ciò che si scrivo. Insospettabile. Diego Bruschi…

… Amo la brevità, ma un libro così denso la respinge, chiedo scusa.

Pasquale D’Ascola
Assedio ed Esilio
Edizioni Aracne, 2019, pp. 150

La storia d’un uomo nato caparbiamente libero. Accade che, nascendo e vivendo la giovinezza nell’affermarsi d’un regime, inevitabile arriva la scelta di combattere. Però non è trascurabile il caso, la vicenda grottesca di un esercito che si squaglia, insomma quella confusione che ancora oggi non è facile decifrare. Comunque, per essere molto sintetici: PRIMA combattente, partigiano, commissario politico, insomma eroe (tanto per sintetizzare), POI intellettuale che, proprio perchè dotato di intelletto, mal sopporta il dogmatismo, il partito sacro e infallibile, e tutti coloro che, per convinzione e qualche tornaconto, evitano le pericolose, lùbriche strade del dubbio. Questo molto in sintesi, adatto a far finta d’aver letto il libro.

La seconda parte, un libro chiaramente di struttura duale, filtra da ogni rigo la disillusione, o forse, ad esser più precisi, un disvelamento della profonda distanza fra lo spirito quasi geneticamente libertario del protagonista, e la natura oppressiva, rigida, dogmatica del partito del quale è pure oratore e combattente rispettato. Certo la disciplina in tempo di guerra è arma imprescindibile, ma poi, alla prova ambigua della libertà, le differenze, l’essere anarchici nell’anima, escon fuori eccome. Il disprezzo verso la disciplina e l’opportunismo che è il fratello furbo della stessa, trasuda bene nella descrizione del compagno Butterfly (nome di battaglia bellino):

«Butterfly è una brava persona, non che sia l’unico, non proprio un uomo d’acciaio, un impasto di materia carnale e di legno, un pinocchio redento, […] farà carriera nel partito, farà carriera perchè fa domande la cui eco è già una risposta, e all’occasione richiede per sé, con juicio, ma certo è capace, senza chiedere troppo. Infatti avrà il suo tornaconto, un domani, di cariche vantaggi e prebende grazie alle quali distribuire vantaggi e prebende; avrà anche un’amante fissa, una ballerina che già, oh signùr, gli agita il petto, per certo, manca poco, diventerà étoile e questo darà di certo prestigio al maschio che la cavalcherà. Au galop.» (pag. 103)

La corporeità, una corporeità oggettiva, spietata e divertita (forse), è tratto saliente nella narrazione. Qui all’epilogo della dissoluzione definitiva, ma lungo tutto il libro espressa con la malattia, la dovizia di particolari sanitari (tipica in ogni rievocazione di famiglia, sì che i malanni sono i veri protagonisti delle esistenze).

«Come accade spesso alle fini è una strettoia, un imbuto il finale non un estuario. Cremazione. 120 minuti circa per passare dallo stato solido, acqua al 60%, a quello gassoso di zolfo, carbonio e di tutti i volatili di cui è fatto il vivente, a quel di residuo fucina che valutiamo in grammi 2400 circa e che, ridotto in polvere per la bisogna, ci è stato detto essere stato disperso qui intorno sulle alpi cui il morto, a voler vedere, è stato restituito e là dove per un paio d’anni fu vivo o più di preciso, morto in contumacia.» (pag. 146)

Il notturno, la notte, la montagna, la corporeità pericolosa e dolente, sono tipici in D’Ascola, che nel narrare le fughe del protagonista trae immagini e visioni dalla propria passione per le escursioni, il camminare prudente di chi ama e teme certi paesaggi.

«Chiunque sia appena appena pratico di alpi sa quanto una ghiaia, un sasso, un ramo per traverso, il sentiero accogliente ma sul bordo di un orrido, sul ciglio scosceso di un torrente pieno di poetiche pietre, l’insieme innocente del paesaggio o della geografia, costituiscano in sè una riserva di pericolo attendibile; si sa che non una frattura né una grave ferita, ma una semplice distorsione della caviglia, una vescica che scoppia e sanguina, un ginocchio infiammato, il gelo, la scaglia di roccia che il caso incauto faccia precipitare dall’alto alla velocità di 9,80665 metri al secondo, possono essere preludio non di un danno, un fastidio, ma della morte, stante che quest’ultima è il più integrale dei fastidi, o ribaltando le carte il più integrale dei rimedi al fastidio stesso.» (pag. 57)

In molto scrivere del Pasquale D’. sta sullo sfondo la montagna, il bosco di montagna, la rupe notturna e scoscesa, il silenzio che è mistero. O, per meglio dire, l’inconscio che trapela d’uomo amante della montagna notturna. Del resto, forse, negli occhi enigmatici dei bambi, c’è una bella spruzzatina di Freud.

«È nel rituale della notte che arrivano i bambi; succede tra i monti che al trescone del giorno con la sera, i branchi di caprioli appaiano e si lascino intravvedere nei boschi, […] ci guardano dal folto con i loro occhi cinemascope, i bambi, chi ha le corna e chi no, e scompaiono là dove all’essere umano non sembra proprio esserci passo, né traccia.» (pag. 122)

Ma i bambi, nella stessa pagina, diventano i bambini, i figlioli. E qui l’antiretorica corporeità del nostro scrivano si appalesa con voluttuosa efficacia:

«corpi stesi vicini a respirare dalla morte ispirati, una gamba un piede una pelle, altra pelle; tutta un’anatomia di mani, di labbra, fisiologia di rossori, turgori, tumescenze, salivazioni, una giga di gambe, bacini, trazioni e contrazioni, contractions, sbam sbam sbam sbamsbamsbam ohahhh, and release, è così che arrivano i bambi. Prima o poi.» (pag. 122)

Graffianti ed efficaci, com’è nel suo stile, l’autore ci propone riferimenti zoologici, riflessioni indirette sulla prosopopea e autoesaltazione degli umani.

«è chiaro che il topo, anche nella sua formulazione domestica, mus mùsculus, piacere piace assai poco sì che è un sentito dovere destinarlo alla strage, oppure stuzzicarne le urla e il dolore con metodo e per il benbène scientifico, una conferma però dell’affinità tra quel mammifero di pochi grammi, 25 non più, e il suo maggiore antagonista e coinquilino, il mammifero umano adulto, di grammi tanti ma tanti di più» (pag. 73)

L’occasione per tali ragionamenti è l’uccisione di un nemico (un crudele ed infido informatore) definito, nel codice della missione come Topolone:

«Topolone dunque fu il nome in codice assegnato allo svelato vigliacco, al bastardo infilato, al tuttiperuno porthos delle riunioni segrete scoperte con gran trambusto di spari e dita spezzate e poi, è ben noto, di camerette segrete, latèbre dove le urla dei torturati rimbalzano contro muri assordati» (pag. 74)

La vicenda del nostro eroico combattente si innesca, come per molti del resto, dallo sbando di un esercito abbandonato dai suoi stessi capi. Qui la penna sferzante già di suo verso ogni retorica militare, si affila nelle metafore impietose. Le blatte, forse nobilitate dalla lettura del Landolfi, ricorrono spesso nello scrivere del nostro, anche altrove.

«l’immagine che più avvicini il lettore a un branco di soldati in attesa di ordini […] ci pare quella di una colonia di scarafaggi usciti dalle tane di notte, speranzosi ghiottoni di ogni sorta di briciole, di croste e schifezze, che all’accendersi del lume di cucina, al vedere le zampe dell’umano in pigiama dal loro basso punto di vista, non sanno far altro che paralizzarsi da sé i blattòidi, poveri, come se ciò valesse a non essere visti, schiacciati, spazzati. Il paragone con i fedeli di di qualunque mosè o di ognuno che si prostri all’ognuno in divisa, invece di sparargli se mai, è voluto.» (pag. 52)

Con finezza, a più riprese, il tema centrale è il problema del «dopo». Notevole e precisa l’assonanza col tema affrontato 6 secoli orsono dall’immenso fiorentino.

«Ma poi che cosa ci aspetta, che cosa aspetta Ulisse in patria, giunto al fin della licenza, se non che gli tocca ancora e ancora ubbidire al suo fato. Riempire del suo lucido seme la ben tessuta vagina di penelope è un atto secondario alla strade, al vero scopo, ulisse non torna a casa per far pace con i suoi viaggi, mica puo’ o non è più eroe. Per quanto lo possa affaticare, per quanto lo possa turbare, a ulisse è normale il conflitto, il campo di lotta, consola la sofferenza continua. […] dante l’ha capito benissimo, non resta che metter l’ali al folle volo al fin che ’l mar sia sovra… lui… richiuso.» (pag. 94)

D’Ascola scrive sempre con la coscienza del problema del raccontare. Un fossato incolmabile fra l’esperienza dei fatti e la loro successiva narrazione. Lo spessore del tempo, la luce obliqua degli interessi del momento, lo sbiadirsi del senso di ciò che è accaduto. Sulla potenza dell’azione del tempo siamo proustiani, mi pare.

«È sconfortante impantanarsi nell’eventualità di dover constatare quanto sia, come è assai probabile, che le storie raccontate perdano il senso che si sono date o che loro abbiamo attribuito, nel tempo che intercorre tra il loro accadere e il loro riproporsi ma a parole a chi quelle storie non abbia mai avuto» (pag. 91)

La chiusa finale è sul rapporto col lettore, tema irrisolto d’ogni scrittura:

«Le storie sono un teatro a due personaggi, un gatto e un topo, ruoli giocati un po’ dal lettore e un po’ da chi narra. Non è poco ma è tutto qui…» (pag. 147)

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