Porcomondo

 

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Paul Fenniak (1965) Theme Park Patron, 2014 

Capirla, a dire si guadagna l’inferno ma a non dire gliela si dà vinta alla folla della fola. Un amico fraterno, o che amico sarebbe, gli amici sostituiscono per scelta fratelli imposti dalla biologia; egli, medico preclaro e per fortuna sua in pensione, questa mane mattina presto 28 aprile 2020, framezzo a’ profumo di biscotti al cioccolato, tè e santioni e porconi ben assestati alla situazione da fantascienza qui e subito, Fase Due attacco al buonsenso, quella che ne vedrem delle belle signora mia, in cui siamo cacciati e starsene accucciati a casa prima che una beghina ti sputi in faccia la sua santa saliva, mi scrive accorato il messaggio che trasferisco qui senza correttivi…

Ho passato la mia vita in mezzo alle malattie peggiori (rilevate e non), pungendomi con aghi, tagliandomi con vetri, toccando l’ignoto. Non sono morto, né mi sono ammalato. Quando creperò non sarà per ignoranza della prevenzione e della profilassi. Così facciano gli altri. Due dita dal cul

ma egli non ha citato, niente distrazione omissione ritenzione, ce lo siamo detto in camera di carità, la perenne virulenza, tira e mola mola e tira del peggiore di tutti i virus, il superstitio stupidis, allevato in vitrio dalla più infettiva delle organizzazioni parassitarie del mondo, la chiesa cattolica. Dicono che il papa non faccia sillaba sulle risoluzioni di questo volonteroso e sballottato governo; per forza, ha le sue guardie del cardinale cui lascia il lavoro sporco di infettare, irorare il paese di scemenza… Ahhhprire tutto e subito, certo lori intendono le le porte al capitale e le gambe alle figliole, che ne sono la diretta premessa e conseguenza e cui l’astinenza di due mesi ha creato gravi disagi all’umettazione vulvare, pensano lori che la fimmina sia carente, pensano invidiosa sempre, e sono lori poverelli de la gesa, ma non sanno ch’elle sono state per secoli così accorte da arrangiarsi da sé e con maggiore soddisfazione, senza l’inutile fardello sulla pancia prima e della pancia poi, ma cu è ‘stu congiuntu, si domandano tutti in deficienza di congiuntivi, capace che la la Lega del chimmenfrega dei ‘L’g’b’t, sì tutta una lega della bega, si infuri perché si discriminano i termini della congiunzione; levata di scudi delle travestite lungo lungo i muri des Monumentalen Friedhof – Mailand, congiunte, molti santipadri lacaniani hanno il loro buco che caresce ma chi sa più che cos’è una congiunzione bella ed asettica, e, ma, se, che. Chissà come le chiamano le maestre allevate, tutte, anche quelle che non ci sono state ( nel senso di cui ante) all’università cattolica; comunioni, forse, segni di pace. Pece, pucciano i diti in miliardi di vibrioni e lo chiamano acqua santa. Inghiottono lostia che le brusi le intesticola. Ma lo sai come si chiama chi sente la voce e vede la luce, ohibò, schizofrenico, tutto certificato dal Merck manual, MDS. Paolo a Tarso TSO. Insomma il pope doce doce e la CEIha Ceiha ullalà fa voci e dice duce al duce. Ora c’è solo da avere ma solo un poco di immaginazione, serve mica Cassandra a confermare, se non sopravviene la reattività dei vermi agli stimoli esterni e contiene i fedeli tutti a casa, ah lo vedrai, chiese e magazzini di pii automonoerotismi, draghi cinesi di auto in corona vairus, fornai che sputazzano sul pane da spezzare, ultime cene ovunque, condomini di ultime cene, assembramenti, verminai, tutti per uno uno per tutti, tutti a respirare scaracchiumi, l’uomo umano è un virus, implantologia virale, vivano tigri, gatti e canguri, capirla questa, o allora cataste di banchi da chiesa e cadaveri in posa, tutti strangolati, da vedere, cianotici, tapestries di alveoli necrotici, lo spirito santo serve mica a rianimare, metodo marzabotto, un’indicazione metodolgica mica di più, dar fuoco a tutto, vroumm, e come in tutti i disastri ma ci saranno quelli che guadagnano, fabbricanti di lanciafiamme industriali semoventi, fuoco greco magnum a kerosene avio, tanto gli aerei sono a terra, napalm, vuuum, frum frum, elicotteri walchirion, sprayers di ipoclorition. Mi piace il profumo del napalm al mattino, dice il colonnello Kilgore/Robert Duvall, I love the smell of napalm in the morning, in Apocalypse now. Mai titolo fu più attuale. I love, love love. L’arte vede lungo. La politica è in corto. Come scrive Gottfried Benn, una cantonata greca. E ancora (Romanzo del Fenotipo, Adelphi pag 45), citando Pascal, cattolico per opportunità –1623-1662 eh, altrimenti la chiesa la sua specialità è l’asado, anche adesso mica credere – Tutte le sofferenze dell’uomo conseguono dalla sua incapacità a restarsene tranquillo nella propria stanza. Stateci, altro che alzati e cammina. Porcomondo.

https://www.youtube.com/watch?v=nx5N-4JvVyk

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Ad Apollonio Discolo da Pollaiolo D’Ashqelon

Coggeshall Church, Essex 1940 by John Armstrong 1893-1973

John Armstrong (1893–1973) Coggeshall Church-Essex, 1940

In questo giorno d’allegrezza pieno, mi fa piacere starmene zitto e dare spazio a una voce che conosco solo pe’ l’allegro crepitare sul foglio elettronico delle belle lettere, materia diffusa come pulviscolo celeste dunque, la voce di Apollonio Discolo, chi sarà costui ch’eppur si muove...Saper vorreste/Di che si veste,/Quando l’è cosa/Ch’ei vuol nascosa./Oscar lo sa,/Ma nol dirà,/Tra là, là là… greco egiziano, già ne vedo il naso da cleopatro e gli occhi lunghi di chi ha orizzonti lunghi; imbarcato in barchetta da Alessandria d’Egitto e risorto non si sa come, qui da qualche parte, a bastanza vicino da farla sentire la propria voce. Eccone, per cortese concessione, un testo che mi piacque assa’ del 23 u.s. ( data per me indicativa ma sono affari miei) qui a seguire integrale, solo cambiato in Bembo il carattere, inteso come più appropriato del bastoncino elettronico senza corpo. Chi po’ fussi affamato di parole ‘propriate alla temperie ciacolonica e voresse, potresse completare la lettura con http://apolloniodiscolo.blogspot.com/2020/04/cronache-dal-demo-di-colono-63.html. Ora me tace e si dà proprio oggi, temporanea pace.

f.to Pollaiolo D’Ashqelon

Apollonio Discolo –23 aprile 2020-

Dare i numeri senza averli 

Sulla lingua, persiste una depressione ciclonica. Chetatasi la procella delle pubbliche fustigazioni grammaticali, adesso piovono glosse a catinelle. La stagione le incoraggia, quasi le richiede e non c’è chi, professionista o dilettante della penna, dimessi i panni di Aristarco, non abbia rapidamente preso quelli di uno Spitzer. Resa acuta in tal modo la propria matita, si è messo o messa a chiarire il trasparente uso di metafore cristalline, a dipanare derivazioni lessicali rettilinee, a spiegare arcane antifone da asilo nido. Questo va del resto sul mercato delle idee e guai a non assecondare il mercato: “il mercato” è la prosopopea di una tirannia e non si sa il tiranno, ma certo i suoi pavidi e interessati lacchè mal sopportano che lo si contraddica o che ci sia qualcuno che, al suo cospetto, faccia spallucce e, sovversivo, gli giri le spalle.

È così che si è appreso, tra l’altro, che quanto sta accadendo, malgrado se ne parli come di una guerra, non è una guerra, anche se, in figura, potrebbe esserlo e forse ineluttabilmente lo è. È così che si è capito cosa veramente significa quello “stai buono e composto o viene l’orco e ti mangia” che non manca momento non rimbombi in celle i cui reclusi e recluse tollerano qualsiasi cosa, ma non che qualcuno o qualcosa venga a ricordare loro l’unico vero e ineludibile obbligo contratto con l’atto neppure volontario, chissà se intenzionale, di venire al mondo. Insomma, tutta roba che, non ci fosse chi la porta alla luce, non si sa come farebbe la società locale e globale a essere consapevole di sé medesima in un momento tanto critico.

Se questo è lo stato in cui versa oggi la metalingua, i due lettori di Apollonio saranno clementi con lui. Al diluvio questo diario aggiunge infatti una lacrima: si tranquillizzino, effetto del ridere. Sarà la goccia che farà traboccare il vaso della loro pazienza? Forse. Ma il danno sarà limitato dal sottovaso del loro affetto per il vecchio Apollonio, che appartiene a un categoria a rischio, ma che, con le due raffazzonate nozioni apprese da autodidatta, è lui piuttosto un rischio, pur se modestissimo, per la categoria.

Tanti e tante, come si diceva, parlano incessantemente di parole. E da dove le parole vengono. E cosa significano. E come si usano. E come andrebbero usate. E che fini perseguono. E che conseguenze avranno o potrebbero avere. E così via. Come se, nel discorso a una dimensione che si è oggi impadronito della totalità dello spazio pubblico in maniera appunto e propriamente totalitaria, la cosa più importante fosse quanto si presenta sotto la forma di parole. Non è così, invece, a parere di Apollonio. A caratterizzare quel discorso, a qualificarlo in modo pertinente non sono le parole, qualunque esse siano, ma sono i numeri.

Qui, bisogna che i due lettori di Apollonio facciano attenzione, per non rimanere, almeno loro, vittime di un luogo comune inveterato. Non solo inveterato, ma tra quelli che, da qualche secolo, impediscono che delle cose morali, concretamente morali del mondo, si abbia una percezione ragionevole. Ci si sta riferendo al luogo comune che vuole in contrasto numeri, valorizzati positivamente come certi e affidabili, e parole, valorizzate negativamente come approssimative e inaffidabili.

Intendiamoci: giudizio di valore, ciascuno dà il suo e qui non si insiste un solo momento sulla questione. Libere opinioni. Ciò che il luogo comune nasconde o distorce non è però un’opinione, è un fatto. E nascondere o distorcere fatti è falsa coscienza o ideologia, dicevano due acuti osservatori che, ora è un secolo e mezzo, di come stesse già procedendo la società dell’Evo moderno s’erano fatta qualche penetrante idea, magari sbagliata. Ma, come ripeteva ad Apollonio in anni ormai lontani una persona a lui carissima, è meglio avere idee sbagliate che non avere idee del tutto.

Cosa cela allora la prospettiva che, nel discorso, vuole numeri e parole irriducibilmente diversi? Cela il fatto che nel discorso in genere e ancor più nel discorso pubblico, non c’è niente, non può esserci proprio niente che non sia parola, in ultima e fondamentale istanza. Insomma, non c’è nulla che non soggiaccia al sistema del discorso. Se numeri vi ricorrono, dunque, come ricorrono in effetti e in maniera ossessiva nell’odierno discorso pubblico, si tratta in modo lampante di parole vestite o, meglio, mascherate da numeri.

È questo un elementare dato di realtà, della realtà linguistica, dello stato dei fatti linguistici; realtà, stato dei fatti assoggettabile a osservazioni sperimentali e alla formulazione di ipotesi che provino a renderne conto allo stesso titolo di come si fa con ogni altra realtà, con ogni altro stato dei fatti, mutando ovviamente ciò che c’è da mutare quanto al metodo. Ogni seria prospettiva osservativa ne ha infatti uno suo proprio: insostituibile e talvolta frutto di pratiche faticose e secolari. Ce l’ha persino la linguistica, a proposito della quale Apollonio non si nasconde il dubbio possa sul serio essere qualificata, tra le discipline, come seria.

Ancora una volta, però, attenzione, pazienti Lettori. Dei numeri presenti nel discorso, non si sta qui dicendo che si può discutere in quanto numeri (cosa peraltro ovvia, dovunque i numeri sono eventualmente numeri e basta: sempre che un contesto siffatto esista). Si sta dicendo una cosa più specifica, linguisticamente. Si sta dicendo che se ne può discutere per ciò che sono nel discorso: cioè per il loro valore di forme superficiali di parole. Se ne può quindi discutere proprio in quanto parole che si presentano come numeri, con tutti i correlati effetti discorsivi. Un discorso con parole che compaiono come numeri soggiace infatti, come ogni altro discorso, ai modi costitutivi e di sviluppo del discorso e, nel discorso, i numeri possono mentire esattamente come possono farlo, dandosi il caso, le parole. Ma, di nuovo, è questa un’ovvietà di cui non si vuole fare qui la minima questione. Solo i gonzi (incoraggiati a essere tali da altri gonzi o da furbi imbroglioni) possono credere che chi, nel suo discorso, mette tante parole travestite da numeri sia perciò stesso esente dal sospetto d’essere un millantatore, un imbroglione, un mentecatto. La cruda e penetrante ingenuità della lingua possiede in proposito una locuzione rivelatrice: dare i numeri.

Interessante è in ogni caso osservare che, linguisticamente, una cosa è parlare per parole mascherate da numeri, una cosa diversa è parlare mescolando parole e parole vestite da numeri, una cosa ancora diversa è parlare solo per parole. In scelte siffatte, ci sono infatti valori diversi e bisogna evitare di cadere nella trappola del vieto e malandrino “I numeri parlano da sé”: Apollonio sa di parecchi malfattori che non si servono di questa formula, ma non sa di nessuno che se ne serva che non sia un malfattore. Pericoloso, aggiungerebbe.

Nei discorsi, i numeri, come maschere delle parole, non hanno mai parlato da sé. Se dicono qualcosa, a chi li sa osservare criticamente, dicono al massimo che sono forme che celano parole e che le relative parole sarebbero magari in apparenza più vaghe, ma sarebbero almeno parole smascherate. O cui si potrebbe togliere più facilmente la maschera. La parole mascherate da numeri hanno infatti maschere corazzate. Avanzano con violenza, quando si tratta di contrasti, e non fanno prigionieri: le parole prive di maschere e inermi ne vengono di norma sterminate.

Se, giunti a questo punto, i due pazienti Lettori provano a figurarsi l’oceano di discorsi caratterizzati da numeri in cui da decenni si trovano immersi come destinatari; se si accorgono come tale oceano, nella presente temperie, sia divenuto ben più che tempestoso e, da dove dovrebbero giungere parole, arrivano loro addosso numeri a ondate gigantesche e contrapposte; se osservano che si tratta di numeri tanto irragionevoli e spaventosamente grandi o, quando di taglia accettabile, tanto assoluti e privi dello sfondo che li qualifichi, da risultare completamente incomprensibili, tranne che nella loro funzione di opachi involucri di parole; se insomma, a mente sgombra e per un momento, riflettono sullo stato presente della comunicazione e della soggiacente espressione, Apollonio è certo che non potranno non concordare con lui. Stare a fare chiacchiere sulle parole, sulle metafore e sulle etimologie, sulle inferenze e sugli impliciti e così via, pensando così di cogliervi chissà quale essenziale spirito del tempo è gingillarsi, se mai è stata cosa diversa.

Oggi le sole parole che contano (ed è facile gioco di parole) sono i numeri. E il discorso pubblico della modernità putrefatta (pubblico e totalitario, c’è da precisare) non fa altro che dare i numeri. Li dà senza tregua, parossisticamente e a dosi sempre più massicce. Li dà in modo da instupidire, da stordire chiunque lo ascolti. Dà i numeri (ed è questo l’aspetto più comico della faccenda) senza avere i numeri per darli, cioè senza il fondamento di quel pensiero umano ragionevole fatto di parole libere che non c’è numero possa mascherare. O, forse, che non c’era numero potesse mascherare.

Apollonio Discolo

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Una lettera inattesa

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Miss Europa – Kent Monkman (1965)

Disordini li chiamano i giornalisti cui non mancano mai le parole giuste per incriminare le parole, sicché tempo fa, al tempo della ribellione nelle carceri, scrissi in proposito un post che forse tornerà utile ma non oggi; un altro giorno, si vedrà; oggi mi metto da parte e presento qui per gentile concessione degli autori una lettera che mi ha colpito e molto; lettera politica nel senso originale della parola, lettera… da leggere e basterebbe così, non fosse anche da meditare; le lascio perciò il campo e voglio immaginarmi che trovi orecchie per intenderla. Commentarla sarebbe un voler dire a tutti i costi. Dunque shhh. È una lettera che C. M. e R. C. (meglio non fare i nomi, non viviamo in Danimarca n.d.r.) temporaneamente detenuti nel carcere di *** hanno scritto al teorico del, in galera e buttare la chiave; sapete tutti chi è, anche perché il figuro non è solo, ha anche una comare, così piccola che la borsa le cammina strasciconi accanto, e insieme hanno centimigliaia di fedeli. A questi dunque dedico la lettera; lettera chiara nei motivi, negli intenti e nel tono; sempre che riescano a leggerla, farebbe loro bene in camera da letto al posto del santino, oops, del Salvino. Eccola, non ho nemmeno cambiato il carattere di FB dove è apparsa; senz’altre parole… 

CARO SALVINI, 

I DETENUTI ITALIANI TI RINGRAZIANO PERCHE’ IN QUESTO MOMENTO, IN CUI LA GENTE NORMALE E’ AGLI ARRESTI DOMICILIARI, HA PERDUTO IL LAVORO, NON HA SOLDI, FATICA A FARE LA SPESA E HA POCHE SPERANZE PER IL FUTURO, NOI SIAMO ALLOGGIATI E NUTRITI GRATIS, NON PAGHIAMO GAS, LUCE E ACQUA, ABBIAMO LA TELEVISIONE DIGITALE SENZA CANONE, POSSIAMO FARE UN CAZZO TUTTO IL GIORNO OPPURE GIOCARE A PALLONE, A TENNIS, A BASKET, A CARTE, A SCACCHI, FARE PASSEGGIATE E PRENDERE IL SOLE, CUCINARE E MANGIARE INSIEME, CHIACCHIERARE SOCIALIZZANDO A DISTANZA DI POCHI CENTIMETRI SENZA ALCUN OBBLIGO DI MASCHERINA, E, GRAZIE ALLA PROMISCUITA’, RIUSCIAMO ANCHE A FARE SESSO, IL CHE TI DA’ RAGIONE QUANDO DICI CHE SECONDO TE SIAMO TUTTI CULATTONI.
MOLTI DI NOI, ISTIGATI DALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, HANNO PURTROPPO RISCHIATO DI PERDERE QUESTA PARADISIACA ESISTENZA OFFRENDOSI COME VOLONTARI ALLA PROTEZIONE CIVILE O PER CONSEGNARE VIVERI A DOMICILIO, COME SARTI PER CONFEZIONARE MASCHERINE O TECNICI PER FABBRICARE VALVOLE PER MASCHERE A OSSIGENO, MA, GRAZIE AL CLIMA DI ODIO DA TE CREATO NEI NOSTRI CONFRONTI, QUEST’OFFERTA E’ STATA PER FORTUNA RIFIUTATA ED HANNO POTUTO RIMANERE TRANQUILLI NEL LORO BEATO OZIO.
CI PERDONERAI, PERTANTO, SE TI PREGHIAMO DI NON DARE IL TUO ASSENSO AD UN ATTO DI CLEMENZA DI ALTA VALENZA CIVICA E MORALE CHE CI COSTRINGEREBBE AD USCIRE DAL CARCERE PER ENTRARE IN UN MONDO MOLTO PIU’ DURO DI QUELLO IN CUI OGGI VIVIAMO.
SIAMO INFINE LIETI DI COMUNICARTI CHE MOLTI DI NOI SI CONTAGERANNO E NON VEDRANNO L’ESTATE, PER CUI NON DEVI PIU’ DISPERARTI: ANCHE SE NON SEI RIUSCITO A REINTRODURRE LA PENA DI MORTE, IL SOVRAFFOLLAMENTO CARCERARIO PRODURRÀ LO STESSO EFFETTO.
PURTROPPO ANCHE MOLTI AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA FARANNO LA STESSA FINE E PERTANTO IN AUTUNNO TI CONSIGLIAMO PER IL TUO BENE DI NON FARTI VEDERE TROPPO IN GIRO INDOSSANDO LA FELPA DEL LORO CORPO.
CARO SALVINI, IN ATTESA DI ACCOGLIERTI TRA NOI, MAGARI NON SOLO COME OCCASIONALE VISITATORE, TI SALUTIAMO CON AFFETTO, CONSAPEVOLI E GRATI CHE SOLO UN NULLAFACENTE, QUALE TU ERI, POTEVA COMPRENDERE E SODDISFARE COSI’ PIENAMENTE LE ESIGENZE DI PERSONE FANCAZZISTE E QUINDI TOTALMENTE INUTILI COME NOI.
TU HAI SCELTO LA POLITICA, NOI LE RAPINE ALLA LUCE DEL SOLE: NOI ABBIAMO FATTO LA SCELTA SBAGLIATA… TU INVECE SEI UN ESEMPIO PER TUTTI NOI.
GRAZIE !!!

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L’ElzeMìro di Martedì 14 Aprile

dp275007 Egon Schiele – Kümmernis 1914 – Intaglio – MoMa

In Gli amanti dei libri e nonostante i’ Morbo

L’ElzeMìro séguita imperterrito, poco atterrito e finché dura; e augura a tutti di vole’ continuare imperterriti e leggeri a leggere e durare. Sicché…

Legumi legàmi e litòti – Finale

 A stomaco vuoto

 http://www.gliamantideilibri.it/?p=73917

***

Come si diceva un tempo, 

 Buon proseguimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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L’Italia s’è mesta

https://www.youtube.com/watch?v=pBy5q-UdIrk

Gloria all’Egitto e ad Iside… di questi tempi mirabilandia gira e rigira biondina via whatsapp la convinzione… non del tutto pretesa, c’intendiamo, ché ci sfottono, ci buttano il kepì a terra, ci tagliano di qua da un confine stile concilio tridentino, latini cretini, calvini bravini… salvini… di là i milleottocento saggi di Sion-CH, di qua cul-in-aria; l’Olanda poi, un dialetto tedesco disadattato ché si crede Flemishire e bacchetta… sentirli come aspirano anche le vocali… aspiratori a tutta randa, tutta la Zelanda… la convinzione che gira è che noialtri qui abbiamo fatto la civiltà, costruito cattedrali e dipinto ogni bendiddio, il mediterraneo è la culla di ogni virtù, compresa la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), Tod von Venedig, Esultate! L’orgoglio musulmano/Sepolto è in mar;/Nostra e del ciel è gloria… e la barzelletta è che tutto questo a miracol mostrare sia avvenuto per grazia di chi… difficile dire se per virtù dei barbieri di Martinafranca o degli ingigneri capannoni nella Brianza solatia, o dei contadini rifatti calzaturieri nel trevigiano, dei contadini doc della capitanata, o dei Beneditton che tra catene bicicle e spinterogeni (discendono da un spinterogeno e una pedivella) studiarono da miliardari, fino a dieci anni, poi scuole basta, te lo do io il battistero di Firenze, din don capannon. E te o do io il ci siamo sempre risollevati, povere torme di miserabili colle pezze al culo, cadute le quali pezze restava il collante di merda appiccicata al culo, non scrostabile, gnanca co’ lanciafiamme austroungarici. Tuttavia. Sì certo che come insegna la battuta di Orson Welles, https://www.youtube.com/watch?v=cydkTy6GmFA, noi c’avemo e Leonardo e Michelangelo e di Firenze il Battistero e allora Fantozzi(tono interrogativo retorico) Macchelangeli. La storia vista dall’alto, vien da dire dalla parte dei padroni ma non lo dico, sembra tutta un giulebbe che nemmeno Metastasio. A parte, qualche trascurabile occupazione di Franchi, Ispanici e Todeschi con conseguenti carestie e pestilenze, poi duchi e principati sono andati avanti fino e dopo le guerre di Indipendenza a ciucciarsi  le beneamate loro fave; e come oggi a chiedere favori. Così un fac-simile, più tardi un fax oggi un sms di popolo italiano, fu immaginato da borghesi intellettuali, qualche Principone, due Castiglione e un Visconti, l’Olimpo tutto li abbia tuttora in gloria e, alla fine, 1870 e dintorni, voilà il Regno dei Savoia,  nani di belle pretese; diecicentomila tra travet e titolati assortiti a dirigere un paese di cafoni, in tutti i sensi, dal più disperato al più carogna e briganti, in tutte le varianti. Trecento giovani e forti e una foresta di zoccoli, altro che, dal Manzanarre al Reno, provincia di Parma. Poi Caporetto Kobarid, il Piave mormorò di nuovo, e allora è vero che una folla d’ogni genere d’Italiani, letterati e illetterati, braccianti e dannunziani giù a battersi perché non passi lo straniero. Non ho idea di che cosa sarebbe successo se l’Austro fosse arrivato a Firenze, probabilmente niente, si sarebbe trovato bene e ci avrebbe fatto un sorriso da espressione geografica; sconfitti e umiliati, derisi, avviliti questo per certo. Ma un bell’atto di coraggio collettivo e sfegatato, non dico vantarsene ma riconoscere il merito compagni, del sacrificio in una grande battaglia patriottica a mio zio, flicorno nella banda di Barletta e 111° mitraglieri brigata Piacenza, più piccolo del Re ma, come da disfida, terrone volontario; come sempre avviene,  si riguardi ‘900 del Bertolucci chi non lo sa, l’epica fu trasformata in terreno di caccia sadica di carogne e sociopatici; del brigante Mussolino, co’ suoi sodali, altro che anni venti, tutto l’intermezzo fino al ’41 a fracicare di sudor di piedi gli stivali a’ bulli e poveracci inorbati, a infighettare fez a’principi borghesi, a garantire la violetta di parma ai malaparti, a retrodatare balle, O Roma o torte. Negli stessi anni eppure, è vero, nasceva il genio dei Savinio, dei De Chirico, dei Mascagni, non voglio dimenticare Totò, Pirandello e Petrolini. La Deledda, De Sica, not appressu ad anima criata. Poi risollevati, dal ’43, ah sì fu vera gloria senza posteri perché la Resistenza mica se fila nessuno, chiedere a Lala garde rosa, ai nipoti di Mengele in felpa di Prada, quando l’Italia era ormai impresentabile per stracciaculeria conclamata e grazie a un centimigliaio di partigiani combattenti e lungiocchieggianti personalità politiche, tirammo, il plurale è maiestatis, fuori il capino. L’è vera. Zoppicanti, defedàti e sudici ma sopravvivi abbastanzi da rimettere le bielle e i volani a far girare e le Fiat e  l’illusione della ricchezza; che questo fu promesso, questo fu dato… Illusione dolce chimera sei tu. Il resto fu piano Marshall, tankiuu o si volava di là dalla cortina di ferro, i Sovieti ci avrebbero usato come frutteto, tutto sommato mica male… meglio frutteto o portaerei bombardiera largo, medio, corto, raggio, livorni, maddaleni o popolo aviano. Mangiare bisognava andare avanti e nel Polesine polizia ed esercito non avevano le barche, le pompe, niente; forza di braccia e pale, lo so c’era mio padre a far la cronaca della rovina. Li taliani fortunelli non si sa, rimasero di qua nel codice atlantico ed ebbero questo è verissimo il vezzo di mettersi a inseguire la ricchezza del capitale; capitalismo per i poveri, socialismo per i ricchi. Si veda infatti com’era la vita a Milano nel ’46, tutta una beneficienza di  ricevimenti e cappotti cammellati per i vari Borghi elettrodomestici. Te lo do io il Battistero di Firenze. Via Mozart, Via Cappuccini, Piazza Duse tutte un appartamento per lipizzani gold club di Munscia. Ma mi faccia dunque il piacere chi loda l’ideale di un paese tenace che lotta e si rialza. Sì lottare per la pagnotta sempre fatto; la terra trema Rocco e i tuoi fratelli, l’Italia non è il paese del sole, dei soli. Per il resto e non voglio qui fare la Cassandra che è il mestiere che esercito senza compenso, tutto volontariato, per il resto, ci risolleveremo, soprattuto chi è già di suo abbastanza sollevato; me se non mi levano la pensione, sarò tra i sol levati, di poco, ma sollevati.

Intanto la più carogne delle sciacalle mondiali, le olandesine volanti, le svedesi depilate, e  qui giù il coro dei comprimari di melodramma brianteo e borgataro, in testa quel vesti la giubba dei pompieri di Viggiù su per giù, quel che offre a piacere veleni o pugnali, di preferenza nella schiena, la canaglia baritonale, Matteo Boccadirosa, che mette l’amore sopra ogni cosa e ch’a Verdi & Toscanini avrebbe fatto tanto schifo che nemmeno uno schiaffo… da non doversi lavare le mani… la canaglia semprimpiedi risorgerà dai suoi corollari a spargere il viagra della stoltezza tra il popolo che continuerà a credere il governo ladro e pluvio. Nonostante gli sforzi di questo in carica per farci almeno stare a galla nel diluvio, e a non pagare le malefatte, i malestri, le canagliate di, non stiamo a contare gli anni per carità, dei governi ante ma tanti. Amen e arrivedersela presto. 

https://m.youtube.com/watch?v=sv8oiLC4hSs

p.s. Qualche milionario puoi scommettere che chiederà il sussidio di 600 euro…’zzo vuoi ho la partita… di calcio? No, Iva.

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Desideria IllustrAttrice

 

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Desideria Guicciardini- Nicola Cinquetti,  Iliade – Lapis -Rm- 2015 EAN 9788878743878

L’arte arriva quando e dove meno te l’aspetti, nell’incidente, nell’inciampo. Ecco che a ben vedere – il guardare è strumento senza il quale il vedere sarebbe pretestuoso quanto e soprattuto più del contrario – l’arte è nebbia e vi si presentifica, ammesso che tutti questi termini imparaticci del Heideggere sieno utili a far intendere l’inteso. L’arte non si vede, come la nebbia di Totò e Peppino nella Malafemmena, Che ha detto Mezzacapa che a Milano c’è una nebbia che non si vede e allora la nebbia c’è e non si vede. L’arte è la Morte ed è il suo segno distintivo, ciò che ognuno di noi morti in contumacia, mia non è la definizione ma di Proust, dovrebbe carpire, il segnale, cucù cucù che l’opera, musicale o visiva ci manda… (ne vedremo delle belle se mai a proposito proprio di musica, forse, chi lo sa)… segnale a definire i confini, la misura dell’esistere and ohimoi… la foresta di Birnam si muove… Verdi Macbeth, Shakespeare (I look’d towards Birnam, and anon, methought, The wood began to move, Macbeth V/V) e di nuovo Heideggere si affacciano a una finestrina del loro cielo ma sono cose che sa bene il mio amico Biuso e non voglio apparire colui che ha mangiato la merda del mago, diciamo solo una snasàta ed è già molto perché v’han cose che fatico a carpire e non ci posso far niente; ma snasare può essere terapeutico; come in un pascolo, l’odor di letame. Quando non sia lettieratura, la letteratura ha non dico il difetto, anzi il contrario, ha il pregio di essere, di influire con logica e ratio alla comprensione di sé medesima; ma in my opinion svia, se non ci si attiene con rigore ai suoi significanti; a’ suoi non lo so;  è lì che si spalancano abissi o porte del cielo, a seconda; Emily Dickinson è tutto un non c’è, forse non c’era, non c’è mai stata nemmeno lei di persona personalmente; ma quanta arte per rivelarlo. La pittura, che a me infante di persona personalmente mi catturò subito, ore a guardare le illustrazioni dei miei librini bimbini ore perdute specie nella mia enciclopedia Garzanti per bambocci Il mio amico che tuttora, intatta e leggibile, staziona nella mia libreria, ore a guardare le illustrazioni, ore, a lasciarsene carpire. (Ricordo pure che da bambino adoravo le domeniche dall’amico dei miei pittore siciliano Vella…ecchillo conosce, uno sfortunato di gran talento a mio avviso, benché essere siciliani o comunque nati in qualche altrove in altro tempo  è un vantaggio d’avvio… un astrattista fronte ai quadri del quale restavo del tutto incantato; e un suo quadro pende a una parete di casa mia e interroga chi lo guarda, astratto, ah la meraviglia del tratto e del colore; allora, a sentire gli eh e i bè degli adulti… un fastidio… come osservare tra i pesci la cannetta carogna del sub con fiocina… concludevo che erano se non stupidi, piuttosto opachi.) Ed è evidente che a Figueres, fronte a Dalì o vai lì per lasciarti afferrare dalle immagini, come piovre che si attorcigliano al braccio, o segui il bedecckere e dovrebbero arrestarti subito, megghiu, ucciderti senza pietà; o tenere a bagno penale di privazione significale, rieducazione ad essere còlti, come da Omèri. Ora osservando da tempo i segni della mia amica e illustratrice di alcuni miei lavori, Desideria Guicciardini ecco mi pare che chi, lei stessa, la illustri come illustratrice per bambini si stia sviando da sé; a mio indiscutibile… ipso dixo… parere ella infatti non è adulto che illustra per bambini, anzi nemmeno illustra, non illustra un piffero, restituisce l’opera, l’Iliade, al suo mare… Ilustrattrice. Nel caso delle sciocchezze intese per l’infanzia – mi sono preso la briga di guardarle talvolta, soltanto, ché leggerle sarebbe offesa ad Andersen e Capuana, quando trattasi di guadagno per l’editore, e vabbè, ed epitome di scempiaggine da parte di scrivitori di operucce demoralizzanti. Ad esse tuttavia il segno di D.G. trova per contro, e per conto suo, lo stile e un dire. Questa è arte. Questo è  la morte accanto che, lo scrisse Céline, è la verità… anzi, La vérité c’est une agonie qui n’en finit pas. la vérité de ce monde c’est la mort (a memoria da Voyage au bout de la nuit). Certo esistono e ne ho visti di esempi di altri illustratori, che brutta parola, e di valore, ma qui interessa questa Guicciardini che ritengo guarda caso, iconica. E perché… perché indringhetendrà miezz’o mare ‘na barca ci sta… perché i suoi maggiori, per dirla all’antica, i suoi referenti sono soprattutto i Pieri delle Francesche. I Paoli Uccelli. Non la bambanaggine… ché D.G. è la bambina che non è più ma che scocca frecce a quell’adulto che acconsenta ad essere come da un Goya o chicchessia colpito a… morte. Tutto qui. Chi ha orecchie per intendere…(F.Nietzsche)

Per chiudere questo discorso… si capisce ha pertinenza coi tempi in cui viviamo, d’attesa, come prima dell’aria nell’opera… per chiudere trascrivo qui un frustolo  di  Fernando Pessoa da Il mondo che non vedo (Bur 2015 – postfazione di José Saramago. Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati.)

Na sombra e no frio 

Na sombra e no frio da noite os meus sonhos jazem.

Um frio maior cresce do abysmo, e decresce.

Toca-me o coração de dentro e Mão que conhece.

As estrellas sobem. Por cima de mim se desfazem.

Ah de que serve o sonho? O que acontece

Não é o que nós queremos, mas o que os Deuses fazem.

 

O silencio oscilla. Na inercia da hora paira

Um murmurio ancioso de sombra.

 

A minha vontade é um acto alheio, um gesto visivel

A olhos para quem o mundo é o que nós não vemos.

 

De que braço é todo o meu ser um só gesto abstracto

Que movimentos no ar são as minhas acções queridas?

Falta ao meu senso de mim um ajuste e um tacto.

 

Jaz no chão com meus sonhos a cinza de todas as vidas.

10 febbraio 1917

 

All’ombra e al freddo della notte i miei sogni giacciono.

Un freddo maggiore cresce dall’abisso e decresce.

Mi tocca il profondo del cuore la mano che conosce.

Le stelle salgono. Sopra a me e si disfano.

Ah a che serve il sogno? Ciò che accade 

non è quel che noi vogliamo, ma quel che gli Dèi fanno.

Il silenzio oscilla. Nell’inerzia dell’ora fluttua

un mormorio ansioso dell’ombra.

La mia volontà è un atto altrui, un gesto visibile

a occhi per i quali il mondo visibile è ciò che non vediamo.

Di quale braccio è tutto il mio essere un solo gesto astratto?

Quali movimenti nell’aria sono le mie amate azioni?

Manca al senso di me un’armonia e un tatto.

Giace in terra con i sogni miei la cenere di tutte le vite.

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L’ElzeMìro di Martedì 31 marzo

           The Cutters, 2017_Christopher Noulton ( 1961)

In Gli amanti dei libri e nonostante i’ Morbo L’ElzeMìro séguita imperterrito, poco atterrito e finché dura; e augura a tutti di vole’ continuare imperterriti e leggeri a leggere. Sicché oggi…

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

XI episodio – Fatti e fati

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-legumi-legami-e-litoti-a-stomaco-vuoto-11a/

***

Come si diceva un tempo, 

 Buon proseguimento

pasquale edgardo giuseppeBAMANTIL’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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