L’ElzeMìro di Martedì 26 novembre

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

II episodio

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-legumi-legami-e-litoti-a-stomaco-vuoto-2/

***

Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

 

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Una bella lingua

71qP2n6O+RLCerto ci sono idiomi più consoni al commercio, alla tecnologia alla scienza, alla finanza, ma l’Italiano (e tutto ciò, lingua o culinaria, che sta in questo Sud autentico, di mezzo tra l’Africa e il tiepido Gelo, avrebbe detto Vazquez-Montalbán, n.d.r.) incarna qualcosa di più grande e universale: la civiltà stessa […]sono pienamente convinta che l’italiano sia davvero la lingua dell’umanità – e quindi la lingua madre di tutti quanti.
Dianne Hales, La bella lingua – la mia storia d’amore con l’Italiano – Treccani, 2019

Ebbene mettete in conto el color del cristal con que se mira ogni passato e ogni cosa sotto il cielo; me ho il mio di me e dopo sessantotto anni è un po’ appannato da un alito mitologico; voi, ognuno di voi lettori, avrà il cristal della propria incompetenza anche a vivere, frapposto tra ‘l proprio e l’altrui orto. Può sembrare ovvio ma lo scrivente assicura che non è così. Fin da quando la scrittura scoperse me piccino piccino, niente di eclatante, grazie a un falso emblematico (del falso c’è una traccia in più di un’intervista, e ognuno per sé la cerchi se vuole; una tuttavia uscirà in Amanti dei libri mercoledì 27.11.19),  ciò che aveva sorpreso allora la mia piccineria fu, era, è la straordinaria meraviglia del vocabolario e della sintassi. È difficile da credere che un bimbo delle elementari possa amare quegli strumenti ma davvero, nessun cubo di rubik o rabbik, ci fosse stato allora, nessun rompicapo artificiale avrebbe potuto eguagliare il gioco della consecutio temporum, di ogni combinazione, di ogni accordo nuovo che la lingua, l’Italiano – ma allora sbagliando P.D. credeva che per ognuna del mondo fosse la stessa storia – come sul pianoforte con qualche cambio di posizione delle mani, poteva far sorgere da sé stessa; combinare e ricombinare. Del resto è da Bach che la stessa tastiera dà luogo a infinite(?) articolazioni di suoni. Aveva poi il privilegio il qui assente, pur da bambino povero, di avere in un amico di famiglia un mèntore dalla magica erudizione. Costui, nativo ad ogni lingua d’Europa comprese la sua madre, il rumeno, e il milanese che aveva acquisito per diletto, era un abile giocatore di parole da quasi ognuna delle quali sapeva trarre scherzose mutazioni, non di rado basate sulla loro dizione: buon sangue, non, mente, e con un dito indicava la testa propria e coll’occhi o qualche tipo di manzo in defilé per strada, una dama dall’aspetto sciroccato, un bullo, un primate, anche della chiesa. Con colui arrivò poi il tedesco, lingua combinatoria si sa, adatta a costruire gru, dal suono di ferraglia talvolta ma strepitosa nel suo genere. Poi accanto al francese maternale, arrivò l’inglese, poi lo spagnolo e un po’ di portoghese. P.D. di tutto sa solo un po’. Molte lingue sono belle, e da leggere e da ascoltare; è bello scoprirne il meccanismo, illa clockwork, per citare il bel scrittore inglese Burgess, che le fa funzionare, la chiave a stella, signor Levi, che l’apre e chiude; chiave che è dei grandi letterati certamente, che la lingua sanno usare, fabbricandola; o dei popoli smaliziati e acuti, e massime del Sud. Ogni lingua infatti pare dialetto di sé medesima e dà il meglio in mani esperte nell’arte delle mutazioni; ed è un fatto; per tornare all’italiano, lo scrivente l’ha imparato, lo impara, da ogni tipo di fonte, e dice sciammergóne a una mantellàzza di incerata Muji che in questi giorni di maltempo (ripetono così lor mantra i giornalai, dalle assolate piagge degli studi loro televisivi dove ogni ronzio sospetta un’emergenza, com’urlo di sirene il bombardamento), che in questi giorni di pioggia novembrina fa il suo bravo lavoro di impermeabile; ebbene sentite come suonano bene sciammergóne e mantellàzza, termine questo che non esiste ma che qui testé si è inventato, grazie all’italiano. Non che in per me abile sfiguri ma l’impermeabile sta bene al sordido ratto Sordi nel Giudizio Universale o al protagonista de La vita agra. Sciammergone, che è barlettano, fits well the raincoat of mine, doesn’t it. Scrivere e parlare italiano, ma non solo, inventarlo, è questione d’amore, lo permette qui un mestiere a lungo meditato e atteso, quel di pensionato ché hmmm, scrittore è vocazione scrisse Pessoa; quanto ad artista maledizione che ammala; con artista poi la mente si fotografa l’immagine di quei pittori di neve al ghisallo e gerani a bellagio, oh oh quanti, boriosi, tutti lionardi; del resto si sa che l’ambipede italico soffre spesso della sindrome di Leonardo, fa tutto, sa tutto, di tutto ciaba, pittore, musico, filosofo, poeta, oltre che imprenditore, statista e borsaro nero di qualsisia cosa che ignori. Ciò nonostante l’italiano è la lingua qui che mi vuol bene, da ascoltarla detta bene, o sin storpiata bene, tal che giova passarne e ripassarne usi e costumi, persino l’ortografia, le possibilità estreme di prestiti – non fossimo una colonia penale, di vinti o di libèrti con estrema propensione a servire, degli arlecchini col gusto di sfottere e senza la dignità che dà il sapere scrivere dopo il sapere spernacchiare.

Ma non è questo l’argomento di questa nota. L’argomento è il libro bellissimo e appassionante, appunto La bella lingua di Dianne Hales, per i tipi, s’è capito, della lussuosissima Fondazione Treccani. La signora è americana ed è una giornalista, due specie che mettono me perlomeno in guardia. E invece chapeau alla signora Hales per questo lavoro così elegante e snello, così valentino, denso di sapere, di studio e gravido di amore per l’italiano e per i nativi, tanto che leggendolo, me s’è sentito nella condizione di chi è amato da qualcuno e non lo sa finché, una frase un rigo appena, colui o colei gli si rivela; ed è il/la bambina/o più bellina/o e amabile della classe. Sicché è doppio lo stupore fronte all’amore dichiarato, per noi e per la lingua che ci ha nati, dalla signora Hales che di sicuro da come scrive è una bella signora il cui sentimento ha da esse’ ricambiato, benché si tratti di un affetto, nel caso nostro, da meditazione. Il libro è strutturato in capitoli tematici, la storia della lingua, la letteratura e su su fino all’opera lirica, al cinema, allo parlare greve, che è la prassi quotidiana oggi – qui un appunto alla signora va pur fatto, il suo idealismo al contrario la porta a percepire l’Italia della bella figura (sic) come il paese dove Baldassarre Castiglione è l’abbecedario del virtuoso quotidiano, i ragazzi danno il passo agli anziani e alle signore, anche di 5 anni, dove a tavola non si mangia co’ le gomita sul tavolo, ai dibattiti non ci si dibatte per far fuori altrui e dove Salvini è solo il nome del bar della stazione di Rovigo, dove non va nessuno per via delle mosche e del cappuccino freddo. L’autrice, che dell’Italia conosce il meglio da sapere, da Giuseppe Patòta (Accademia della Crusca) alla Della Valle (Società Dante Alighieri) ad altre belle persone e altre ancora, fino a Ludovica Sebregondi (Unifi) – in questo memorandum la si conosce come una bambina di sette anni che a Firenze, le mattine d’inverno in via Ghibellina, era innaffiata dalla sua Schwester Deutschland con acqua fredda abbondantina – l’autrice riassume tutti questi argomenti sprizzando (ah spreading ah ah) cultura seria, divulgativa certo, ma cultura, rammemorativa; da leggersi oltre che con diletto col gusto di chi che non sappia l’italiano se ne ritrovi curioso e sedotto principiante; ristoro del viandante. Scorrendone la dotta bibliografia si scopre la grande brigata di studiosi, specie anglosassoni, dediti all’italiano. La signora Hals è tra questi ma si è portati a diagnosticare in lei l’addiction. Volume bello anche da toccare, La bella lingua, legato com’è all’antica e per non pochi non molti euro (euri dicesi a Lecco) 20, esso guizza in alto nel capitolo dedicato all’opera lirica che spesso qui tra alpi e piramidi, è considerata poco più che un passatempo; ma la signora sa la cura che da Monteverdi a Mozart a Puccini i musici mettevano nel distillare la parola detta; sa e rammenta con proprietà che il melodramma fu opera di ingegno letterario prima che musicale. Del resto Otello, il Crollalanza a parte, appartiene a Verdi non più che a Boito, credo in un dio crudel/ che m’ha creato simile a sé/ e che nell’ira io nomo, forget about it ( ma cché te lo dico affa’); e chi non si lascerebbe soffocare per un, gran dio morir sì giovane,/ 
io che penato ho tanto,/morir sì presso a tergere/il mio sì lungo pianto. Commovente il capitolo dedicato al cinema italiano, quello bello, quello vero, in bianco e nero; perché dirne è facilmente detto, perché è stato uno dei molteplici momenti di creazione dell’italiano. E il volume ne dà conto. Peraltro, forget about it, che cosa dire di Monicelli che con Brancaleone corse indietro a ritrovare, inventandolo, un italiano maccheronico tra il rozzo, il latino e il volgare: sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene… sao; per metatesi soa in portoghese sta per suona.
L’opera della signora Hals si è posta dei limiti, non prende in esame autori contemporanei o moderni o si sarebbe perduta, non parla di Camilleri o Busi o Manganelli o Bufalino o, genius, Gadda. Ma non è affatto una pecca. Il libro è una freccia nell’azzurro (Arthur Koestler). Le frecce, quelle amorose per lo meno sfrecciano accanto a molti prima di colpire la loro fortunata vittima. Ruolo piacevole quando l’arciere è appunto Amore. (Anche Psyche tuttavia non è da trascurare)

Fiordiligi e Dorabella

Ah, che tutta in un momento
Si cangiò la sorte mia!
Ah, che un mar pien di tormento
È la vita omai per me!
Finche meco il caro bene
Mi lasciar le ingrate stelle,
Non sapea cos’eran pene,
Non sapea languir cos’è.

Lorenzo da Ponte – Così Fan Tutte – a1/18 finale

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Puntualizzare

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Vengo dal leggere un bel libro pubblicato dall’aristocratica casa Laterza, Questione di virgole-Punteggiare rapido e accorto, di Leonardo G. Luccone, dottore Leonardo G. Luccone immagino. L’autore par giovane e consustanziale al circo editoriale e perciò stesso a’ miei occhi un po’ sospetto; ha fondato uno studio e agenzia letteraria, Oblique, hmm, madre di un bizzarro concorso letterario detto OttoperOtto. Il sito di Oblique è nello stile di oggi, pieno cioè di richiami, strilli, occhielli, trendy, ma io dico confusionario perché appartengo a un gusto barocco sì ma muji, la marca giapponese del rigore formale, per fare un riferimento paradossale e commerciale. È noto infatti che detesto il grassetto, chi mi legge lo sa, detesto l’allineamento in voga oggi, l’automatico variabile; il mio testo, non mi caverete mai il participio passato di format, niet, il mio testo ha da essere composto, giustificato; il carattere, nada de font, limpido Times N.R. o Bodoni o Garamond; odio, alla facciaccia di chi ci vuol male per volemose bene, odio il bastoncino e uso il computatore solo perché la mia scrittura a mano ha il difetto di essere così illeggibile, a me persino, che un tempo usavo porre come scansione, segmentazione del testo dice lo Luccone, virgole certo ma pure un punto a mezz’aria, tra il greco e il pazzariello ogni tot parole, giusto per rintracciare il respiro dello scritto, o i blocchi sintattici; un’esempio non si può fare, la mia macchina offre solo il dot above. Bene, ho letto il libro del Luccone dimenticando di essere scrittore, benché ignoto ai più e privo pertanto di quell’autorità che deriva da notorietà, successo e buone frequentazioni. Dunque avrei potuto disdegnare il lavoro del Luccone dicendomi, Ma a chi te tu vòi insegnare te…ma aaacchi… virgole… sièè. E invece l’ho letto con curiosità il Luccone, crescente per di più, e penso che se dello stesso autore un altro volume affine vi sarà lo leggerò. Luccone non insegna a scrivere il così detto libro dei-tuoi-sogni, non mi parve, anche perché solo nei sogni e nell’oculato affarismo dei distributori di sogni e corsi di scrittura creativa è possibile, ma volge l’attenzione del lettore, magari adagiato nelle certezze e sicurezze di chi crede che scrivere sia solo questione di intuito e talento, a lasciarsi catturare dai dubbi sul proprio e l’altrui scrivere; ad accettare l’idea che la scrittura ha da essere una sintesi mediata e meditata tra contenuti nei pantaloni, e bretelle per reggerli; è metafora questa; ovvero sullo scrivere come gesto di civiltà, come habitus. Un libro, credo, alla lettura del quale dovrebbero obbligare chiunque abbia da scrivere tesi, trattati, avvisi sulle porte delle ASL, rapporti commerciali, pandette e regolamenti, lettere aziendali e aziendali romanzi o gemiti d’amore. Amore che dovrebbe essere soprattuto per la lingua, la nostra, la κοινὴ-koinè della mente chiara, strapazzata in continui sharing, posting, pasting pubblici, una  gang-bang,… sia chiaro, l’inglese che va forte non è quel della povera Dickinson, dell’ossessiva Wolf, dell’ inguaiato Poe, ma un exploit (fr. ɛksplwà) di rutti che ritmano l’inconsistenza, l’assenza o l’incontinenza di un pensiero organizzato in italiano… Là dove c’è una penna dunque, ben venga un Luccone a ricordare che gli attrezzi dello scrivere sono il vestire l’abito che fa il monaco, in senso proprio. L’umanità è vero è sopravvissuta per mille e mille anni grazie ai peggiori, ai luridi, agli assassini agli accaparratori ma la civiltà, la sua idea, s’è conservata grazie ai meno adatti, ai pii anche sì, ai Copeau che sognava un teatro claustrale, ai monaci, sì o no mondani. Il volume non detta regole benedettine tuttavia, non prescrive; segnala che la punteggiatura è un problema, posso garantire che è tale, di meccanica ma celeste, dunque metafisica. Chiunque abbia voluto seguire un po’ la genesi delle revisioni di Proust ha visto come e quanto il più grande di tutti noi, disse di lui il mago Saramago, e per quanto egli s’adoperasse a trovare l’equilibrio e il peso, o prima o dopo o qui o lì, tra parola e segno di interpunzione; per dosare il passo del proprio discorso. Luccone, con il procedere e con le scelte letterarie del quale lo dico non m’ho trovato del tutto e sempre in accordo, cita in prima battuta il Cioran che, mi par di ricordare in Précis de décomposition, dice, Per una virgola si può morire. Questo è un segnale, il segnale che la scrittura ha da essere un gesto meditato, pulito come un bel suicidio; giacché ogni scrittura ha da essere un suici-d’io. Questione di virgole e con ragione per chi la dimentica, c’è da considerare i dubbi come (i vostri) suggeritori non trattateli come spie, sostiene Luccone. 

Copertina di Desideria Guicciardini
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L’ElzeMìro di Martedì 12 Novembre

In Gli amanti dei libri L’ElzeMìro.

Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

I episodio

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Buon divertimento

pasquale edgardo giuseppe d’ascola

BAMANTI

L’Elzemiro alla sua tastiera è come si sa illustrazione di Desideria Guicciardini. La direzione della rivista GLi amanti dei libri è sempre della dr.ssa Barbara Bottazzi. Grazie

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Detto tra noi, ti iòdio.

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Incubo abbandona due donne dormienti, 1793, Heinrich Füssli (1741–1825)

Non ho letto il combinato ma conosco le mascherine italiane e dunque, da un punto di vista tecnico-politico, di questo dispositivo antiodico messo in piedi in fretta e furia dal Senato, autore la senatrice, o autrice la senatora, o autiera la senatore Segre, mi pare si possa dire che more religioso intende vietare un sentimento, più che antico consustanziale all’umano, sentimento da cui procede a volte un desiderio, quello di non vedersi aggiro l’inimico o supposto tale; o, nel caso contrario, nel caso dell’amor cha nullo amato, il desiderio di posseder l’amando. Pensiamo all’ira di Achille e agli infiniti addotti. Ma finché però non c’è atto né indotto, la semplice messa in parola di qualche impulso, non ha valore effettuale. Mi spiego. Se dicessi a una ragazza che mi piace esprimo un parere, se le dico ti amo un sentimento, il gorgoglìo delle mie interiora messe in moto da molteplici fattori estetici; quasi di sicuro la desidero e basta e viceversa, può accadere – anche le donne è accertato hanno un’anima, diversa magari ma sempre anima – resta da vedere, first of all, se la cosa interessa alla ragazza, and second, come posso ottenerne il consenso informato (oggi è pericolosissimo lo so, il chièd e ti sarà dàt vale solo in particolari condizioni); così resta da vedere anche se la bontà che i cattolici dichiarano essere il loro spirito guida si manifesta negli atti. Oh sapeste quanti buoni parrocchiani vedo nel mio specchio di Medusa sfuggire alla mano del mendicante o del venditore di stringhe e bindelle negro. Gli è che pensano, Me va’ che mi faccio il culo per guadagnarli i soldi e so di  finanza e ragioneria di golf, di comunioni e di golfini e tu pallido negro che fai dimmi che fai… Rispondo io per il blackie o per l’ultimo generico, Sto sulla strada al freddo o alla calura per portare l’incasso al Peachum di ventura che in cambio mi dia una branda da dormire e un tetto. Sarà che con l’età sto rimbambanendo ma sempre di più quello che posso ci do ai mischini, anche di più, anche se non di rado mi infastidiscono le loro richieste, o il modo, o le facce che chiedono; tuttavia e concludo, mi pare utile che ognuno provveda all’ognuno come può; di là dal fastidio che procura lo zingaro o Chicche e Sia. A me per esempio stanno sul pelo che non ho dello stomaco i circoli velistici, del bridge e del golf, del rotary e l’opus dèi. Ma finché non sparo col mio M40 o Mosin Nagant ( preferisco questo a quello per solito, meno roboante, più preciso) al monsignor Chiappalabilia che sta facendo le sue buche domenicali in clergyman che male gli fo a dirgli,  Bro’ – a fra’– you’re busting my balls – me stai su’ coglioni. Riacchiappando il discorso dal principio mi pare evidente che l’idea stessa di sanzionare un sentimento, significhi voler sanzionare in previsione un pensiero, persino l’idea che ha partorito un certo pensiero. Dunque in primis detti e scritti, vedasi il caso Céline. Ricordo qui che Socrate non fu accusato di pensare e dire le cose che diceva ma di corrompere alle larghe, la gioventù propugnando la sovversione sociale; l’atto quindi, supposto, dimostrabile o reale che fosse; ma Socrate era greco e la Grecia era pagana, figlia del molteplice, del variabile, della differenza che differisce, non del ciclope eterno dentro il triangolo dei suoi bermuda, non della stella del Davide (che il Golia doveva proprio molestargli lo scroto), non del Corano ( presto le donne potran guidare ma col cambio automatico ché la sinistra non sappia se la destra per caso…) Ricordo qui che Socrate fu condannato con un’accusa capziosa, utile alla politica, che non fece onore alla democrazia ateniese e da un tribunale più o meno speciale; ed è questo mi pare cui prelude la commissione Segre. A quando una commissione che giudichi la pornofilia, il piacere (il piacere punto e basta), l’amore pel tacco 12, per la narcisìa, per profumi e balocchi. Non sto scherzando, l’armamentario che fa sferragliare il Senato a distanza puzza di Castel Dant’Angelo ( siori, la dì nol xe un refuso) di Spoletta di Conte Scarpia, il maiale con le mutande etiche. Vardé vardé che un fantasima s’aggira per l’Europa, Saper vorreste/Di che si veste…? (G.Verdi, Ballo in maschera, 3/15) Ohibò benon, da maledetta Tant’Inquisizion. Ricordo qui l’orrore della caccia alla streghe, a Salem ( leggi Hawthorne) e a Washington in tempi non così lontani; e per chi volesse dimenticare che Spinoza fu giudicato e condannato per le sue idee da una tutta speciale inquisizione ebraica; qualcuno dirà che fu solo espulso da Amsterdam, e dannata la sua opera, non bruciato vivo a Campo dei fiori (Rm) come Giordano Bruno; sì sì ma, rispondo con il motto di un prigioniero a Norimberga alla domanda di un collega di scodella che in un vecchio film -ricordarsi quale mah, forse Vincitori e vinti– si domandava, Come è stato possibile – tutti gl’ambaradan di treni, di campi di forni – È solo questione di metodo. Escludo per concludere la lista dei miei odi personali che qui sarebbe troppo lunga ma mi affido in succinto all’efficacia di Paolo Sorrentino…

Tutto quello che non sopporto ha un nome.

Non sopporto i vecchi, La loro bava. le loro lamentele. La loro inutilità…

Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù…

Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini … come sopportare tutti quelli dediti alla lotta, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l’ascella… Non sopporto i manager… Non sopporto i piccoli borghesi… i fidanzati, poiché ingombrano… le fidanzate poiché intervengono… Non sopporto quelli di ampie vedute… poiché boicottano la cattiveria. Quindi, sono insopportabili… Non sopporto i giocatori di biliardo… il commercio equo e solidale… i dolcificanti, gli stilisti, i registi, le autoradio, i ballerini, i politici , gli scarponi da sci… Non sopporto i timidi, i finti misteriosi, i pazzi , i geni, gli eroi… Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso Soprattutto me stesso. 

Solo una cosa sopporto. La sfumatura. (Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione, Feltrinelli, Mi 2016, pag 9-13) 

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Film brutto o della non misura

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Quale sia e se vi sia un criterio per definire una demarcazione tra il bello e il brutto, senza esitazioni, il canone di un’estetica per dir così scientifica, si sa ch’è stato studiato, proposto voltato e rivoltato in vari modi, per lo più accapigliandosi tre loro le teorie e i teorici; sfioro l’argomento, mio ma solo nella pratica non nella grammatica. Alle grosse quindi mi azzardo a dire che gran parte delle persone dabbene concordino che l’oratorio sfrancesco di sales (che non pochi diranno ormai seels), sotto casa, con annessa scritta gusùcìama, necessiterebbe della devastante puntualità d’una bomba ma molto intelligente, e che il parroco reo dello scempio, dell’immissione di calcestruzzo nell’anima umana, ebbene quello avvitarlo a una croce, drildrildrill col blackedecker. Di là dal joking (vedrete che torna la paroluccia incolpevole) solo pochi imbecilli si beano dei palazzacci polifemi, non solo nelle periferie, delle villette di cubature al cubo, dei via vai di capannoni lungo le vigevanesi di tutto il mondo unite, dei texas e degli abudhabi, implacabili, resistenti alle magnitudo di qualechesia terremoto o tsunami. La bruttura è come il cancro, non sei tanto sicuro di debellarlo e quando ricompare è già metastasi.

Girellare per Macerata; è confortevole piaceretto assorbire la bellezza (oh sì bellezza) sontuosa del laterizio che struttura ogni palazzo dal principesco a quel del magazzino, fino alla Sferisterio, bellezza che pure qualche architetto valente, e senza speranza, ha tuttavia cercato di conservare nei palazzi fuor delle mura. Per i Greci, per gli antichi il bello coincise grosso modo con l’armonico, col misurato; non che avessero torto i Greci perché di certo questo è uno dei criteri, senza andare sul difficile, senza entrare nel territorio dell’arte, per distinguere un bicchiere dell’Ikea da un di bric-à-brac cinese; per i Greci chissà, la signora Teresa in estasi sarebbe risultata brutta e vattelapesca le opere di Gaudí, un pastrocchio insostenibile alla vista; difficile domandare a Fidia che cosa penserebbe dei tortiglioni barocchi.

È utile ricordare del resto che qualcuni meglio di me attrezzati, Edmund Burke (delightful horror A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, 1757 ), Immanuel Kant e Shiller e, e, e Schopenhauer si preoccuporno di andar oltre il bello a caccia di sublime, sintesi e contrasto di orrido e magnifico, di Dionisiaco e Apollineo, avrebbe concluso Nietzsche; finché, nel 1947 per Presses universitaires de France, M. Gabriel Deshaies, dottore in lettere e capo del dipartimento di Clinica all’università di Parigi, pubblicò un libretto, L’Esthétique du pathologique, l’estetica del patologico dal quale la preziosa immaginetta qui sopra. Ora si guardi allo specchio chi non si è visto allo specchio e chi non ha provato brividi di attrazione per un volto devastato dall’acne cistica o per il corpo mutante di un’obesità endocrina. Ora, mi pare che la quistione del criterio uno e infallibile corra dietro a una fenomenologia del bello, in quanto gradevole (ma per chi?) o del brutto( idem) che terrebbe conto di molteplici fattori e di tre paradossi, il proprio mi piace non mi piace, mi (con)muove non mi (con)muove, e mi attira non mi attira; tensioni molteplici quanto vaghe che, a mio avviso, rendono l’estetica un etica differenziale, scienza solo nella proprorzione in cui manifesta alla coscienza non l’uno ma il variabile, commensurabile; destino della sensibilità che, sia ben chiaro e tondo, senza educazione, studio e apprendimento a coltivare, non va più in là d’un tremotìo ddi’ ccore.

Me ricorda che da piccino amava i colori criardi di una brutta enciclopedia per bambini, Conoscere mi pare si chiamasse, con tavole che oggi non giudicherei nemmeno kitsch; poi si cresce e s’impara ad estasiarsi fronte alla Madonna del parto, del Piero della Francesca, non saprei dire se di più ma certo diversamente che in vista del kouros, esposto a Catania (cfr. A.G.Biuso in https://www.biuso.eu/2019/10/30/unestetica-teologica/); mi fossi fermato all’ouverture 1812 di Čajkovskij oggi potrei ascoltare solo la banda dei carabinieri che suona La leggenda del Piave; invece, a furia di ascolti, rifiuti e rapimenti, sono arrivato a Schönberg su su fino a Fiona Apple (1977 -); chi non conosce quest’ultima provi a sorprendersene. Con gran divertimento ricordo adesso che fui preso per frocio, in gioventù per i miei gusti sub-limi ( ci fu un greco anonimo che scrisse di ciò che va sub limen, dentro, sotto le righe più alte) anche in materia di fimmine, datosi che la che maggiormente m’attizzava ieri e tutt’oggi, ma con molto ponderati effetti emotivi, è la ballerina, alta e affilata, dalla modesta seconda di seno, appunto perché il pettone da balia me ne guasterebbe l’immagine armonica; l’androgino Primavera del Botticelli, Ofelia di Millais o Persefone di Rossetti dotato di sorprendente mobilità. Brutte donne (o brutti uomini) secondo il punto di vista, per la maggior parte dei maschi docg, tutti granito e salamelle. Duole osservare ora che tutta questa varietà corrompe di ogni arte il motivo conduttore, la ratio, equabile e ben temperata della misura che allontana gli eccessi della possessione del soggetto da parte di un inconscio onnipotente, scatenato, preteso espressionista quando è solo demente, precostituito assassino della forma. Misfatto di Pandore e Pandori, Via il tappo dai vasi e buonanotte al secchio. Ovvero bugliolo, ché anche la merde è espressione, direbbe il Manzoni, quel che l’inscatolava.

Così, in compagnia di questi lugubri, ma non per certo sensati pensamenti, sono uscito infastidito dalla visione di un film osannato; più che di una qualsiasi artigianalità, secondo me prodotto da un marketing oculato e con lo stile della noia; raffazzonato copincolla di opuscoli di psichiatria democratica, di fumettoes e marx-sìsmo hippie; eh ciao sì, ippiahéh ippiahòh. Un film brutto ma senza l’attenuante o il pregio di essere deteriore. Intendo dire che fossi costretto preferirei, ma senza esitazioni, I mercenari di Stallone, con Schwarzenegger. Ma questo Joker al contrario prenderà l’Oscar, statene certi, oh lettori, ormai è destino; e l’automa, il burattino that struts and frets his hour upon the set, in front of a camera, signifying nothing, sarà il miglior attore, vista l’assenza di un regista a regolargli le molle; apoteosi della sedicente espressione, del far schizofrenia invece che, almeno, spettacolo. Non dirò dell’assenza di strategia narrativa, di scrittura meditata, non dirò delle sequenze a mmuzzo, di dronerie, carrelli, gru, steadycam, se non ho visto male anche di gabbiani (il seagull è per antonomasia inquadrare l’inutile), confusione e sbadigli; non dirò del finale di folla in rivolta come noi assistentini della Scala (Teatro alla) avremmo meglio di meglio fatto, e facemmo in Otello (Verdi, a1/s1) ordinati da Franco Zeffirelli a capire che la massa va distribuita a saturare il quadro o mille figuranti sembrano cinquanta o i cinquanta, due; e che ogni singolo deve fare qualcosa che crei movimento e attenzione, come in un quadro futurista, o in Kurosawa. Avesse visto ‘stu reggisto joking, non si dice studiato, soltanto visto, osservato con qualche attenzione una scena di insieme concertata da Fellini eh bè, sì bè ho visto un film… che piangeva a esser così malfatto e insensato, brutto che parlarne oltre annoia chi scrive e quindi basta così. Ma andate andate a vedervelo il Joker. Punizione meritata. Giurare che qualcuno lo troverà bellissimo e adatto alla conversazione a cena, non so se imbesuito ma certo addestrato dalla pubblicità al gusto corrente del riempirsi il carrello di assorbivulve e salsicce saltinbocca. Ite, messo lì.

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Il kouros ritrovato – Catania -Castello Ursino

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