Genius

L’ignorare che persegue e cui segue l’ignoranza è facile e dunque comodo, da qui il successo che consegue, specie oggi che ignorare è il manifesto dei rancorosi, degli sfaccendieri e della scolastica contemporanea che al sapere ha sostituito il passare esami alla svelta e richiedere crediti; il mio amico professor Alberto Giovanni Biuso potrebbe dirne. Ricordo il mio babbo, che come Wittgenstein ma con meno risultati passò l’infanzia prima, la guerra e la vita poi a studiare, al lume di una piletta, anche di guardia sui monti a liberar l’Italia, lo ricordo afflitto e perplesso quando trattava con certi pittori di dozzina di cui per campare s’era fatto mercante, e ricordo i loro discorsi circa Raffaello che taluni dicevano di aver superato con la propria pittura o circa la scoperta che altri ancora avrebbero fatto di questa o quella tecnica, di questa o quella corrente, sì che dai loro discorsi il loro dipingere significava aver dato inizio alla pittura tout court.

Ci sono scrittrici, si chiamano così in osservanza del politicamente corretto e alla parità dei sessi, che nel loro ultimo libro, purtroppo non è mai l’ultimo davvero, affrontano il tema della relazione madre-figlia alla luce… alla luce di qualcosa che sarebbe bello fosse una semplice lampadina ma non è mai così, con buona fortuna di altre scrittrici cui sarà lasciato tempo e spazio altrove per affrontare il tema delle relazioni madre-figlio, figlio-fratello, fratello-padre, padre-madre, o padre con se stesso cioè con dio, buondio. Le relazioni, pericolose per definizione, pare siano femmine. Caìne e Abelle.

Ebbene, il mio amico A.G. Biuso che detesta la televisione con più di una ragione, mi biasimerà adesso se dico due cose di uno sceneggiato o originale televisivo, così ai tempi di Sandro Bolchi* da cui proviene la mia infanzia si chiamavano le serie, nome che sta all’aggettivo televisivo come seriale ad assassino, d’accordo. Egualmente capita che il mezzo si faccia veicolo di qualche autentica nozione, atta a sversare una tazzina nello sconfinato invaso del mio non poter sapere di cui mi lagno, che non potrò mai colmare e cui dunque con Pascal mi adatto, Poiché non si può essere universali, sapendo gratuitamente tutto ciò che è possibile sapere su tutto, è meglio sapere un po’ di tutto, poiché è molto più bello conoscere qualcosa di tutto piuttosto che conoscere tutto di una sola cosa**. È il caso dei documentari e riassunti storici o di divulgazione scientifica e di questo prodotto ultimo la cui prima puntata è stata messa in onda dal canale dedicato di National Geographic, Genius, titolo con limite tendente all’ovvio per illustrare un personaggio così noto che scoprirlo di nuovo è stata la trovata, Albert Einstein. Un film che mi piacerà guardare tutto intero per i motivi che ho detto, cioè che sapere è per me innanzitutto ricordare, anche qualcosa di cui non si sa, andare indietro ad indagare e aspettare che il fatto si faccia fatturo, che si costituisca in invenzione, trovamento o rinvenire inconscio; base, a sentire Poincaré***, del metodo creativo, Il y a une autre remarque à faire au sujet des conditions de ce travail inconscient: c’est qu’il n’est possible et en tout cas qu’il n’est fécond que s’il est d’une part précédé, et d’autre part suivi d’une période de travail conscient. Jamais… ces inspirations subites ne se produisent qu’après quelques jours d’efforts volontaires, qui ont paru absolument infructueux et où l’on a cru ne rien faire de bon, où il semble qu’on a fait totalement fausse route. Ces efforts n’ont donc pas été aussi stériles qu’on le pense, ils ont mis en branle la machine inconsciente, et, sans eux, elle n’aurait pas marché et n’aurait rien produit. Su questa pietra mi pare che il film Genius racconti la storia di un’intuire, disfacendo l’immagine romantica, furibonda del genio creatore schizofrenico ed ex nihilo, sregolato e, scriverebbero sul Corriere-che-si-serve, anarchico. Come se anarchico fosse una via di mezzo tra un difetto svelato e un insulto manifesto. La sceneggiatura di Genius infatti porta con sagacia, come m’è parso di vedere, a riflettere sul fare anima, per dirla con Hillman, che il genio costituisce in sé, obbedendo, ai confini del mito, agli dèi, non alla propria narcisa voluttà di potenza. Genio, in definitiva è colui che sta in riga, nei limiti del proprio dèmone, il genio che ha sempre una lampadina di scorta; e Einstein viene descritto come portatore sano del suo dèmone efficiente, di cui segue il dire e persegue il fare, mettendone il proprio saper fare al servizio, anzi studiando per esserne all’altezza: bella la scena in cui, en enfant prodigue, Einstein ospite dai genitori, ripara con un tronchese il macchinario elettrico del babbo fabbricante di lampadine. Questo induce a trovare in Hillman, con una mia estrema sintesi interpretativa e in un suo libro capitale, Il codice dell’anima- Adelphi 1997, che genio non solo non si ferma mai, indovinare perché, but he is always still at work; che genio è appunto una forma di obbedienza, scoprimento, adesione a una chiamata; vocazione vuol dire questo. E non c’è niente di strano. Io lo vedo in Desideria Guicciardini, illustratrice e per qualche ragione mia consorte che, piacciano o non piacciano, nel sonno o nella veglia tutti i giorni i suoi segni dalla punta delle dita lei fila in disegni, come la buona Parca Cloto fa della vita e non ci può fare niente. Obbedisce a sé oltre che ai committenti e disegna. È una fata, una fatica ma aiuta.

*Sandro Bolchi (1924-2005) celeberrimo regista di teatro ma soprattutto della Radio televisione italiana. Autore di fortunatissime traduzioni televisive di grandi opere letterarie. Tra le altreI promessi sposi e I fratelli Karamazov.
**Blaise Pascal (1623-1662) Pensieri, XV, 183
*** Henri Poincaré (1854-1912) Science et méthode – http://jubilotheque.upmc.fr/fonds-physchim/PC_000305_001/document.pdf?name=PC_000305_001_pdf.pdfIn merito alle condizioni di questo lavoro inconscio c’è qualcos’altro da notare: ovvero che esso è impossibile e peraltro infecondo se non è preceduto e d’altra parte seguito da un periodo di lavoro cosciente. Le (quelle) improvvise ispirazioni non si verificano mai se non dopo qualche giorno di sforzi volontari, in apparenza infruttuosi, dai quali c’è parso di non riuscire a cavare nulla di buono, anzi quando abbiamo l’impressione di aver proprio sbagliato strada. Ma quei tentativi non sono stati tuttavia sterili come si crede, hanno messo infatti in moto la macchina dell’inconscio che, senza di essi, non avrebbe né fatto strada né prodotto qualcosa. 
****James Hillmann(1926-2011) psicoanalista e filosofo americano. In questo sito più volte citato.
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Artelier. Dolori e coraggi a Maggio


Segnalo che per l’occasione messa in atto da Artelier[1] del benemerito Festival dell’Espressione 2017, sul tema il dolore e il coraggio[2], sono stato invitato dal suo ideatore dr. Giuseppe Oreste Pozzi, a dire in qualità di giurato su alcune delle opere che, da  domani, il pubblico troverà esposte nelle sale della Società Umanitaria. Interrogato da me stesso da quale vertice di competenza potessi mai affermare o negare qualcosa in un campo che non è il mio, ma esortato dal dr. Pozzi a parlare dal livello medio della mia sensibilità, grande o piccola che sia, mi sono risposto con una breve riflessione che qui espongo in lettura e che, a mio avviso, completa in qualche misura un complicato discorso, che tanto mi sta a cuore sull’arte, il linguaggio, l’espressione e i suoi confini, e sui confini che un intellettuale, figura che qualcuno mi attribuisce senza che io osi smentirlo per evitarne il Narciso, deve porsi o trovare nel dire. Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen, recita in bella forma ritmica tedesca Wittgenstein, nel suo Tractatus[3], scritto e terminato in trincea nel 1918, per ingannare i tempi, Su ciò di cui non si può parlare occorre tacere… salvo cambiare il punto di vista. Se si può.

L’idea di esprimere preferenze in un campo che per dichiarazione programmatica non è quello dell’estetica ma della sofferenza, sofferenza che, come quasi tutti al mondo, conosco in corpore vili e che ha un suo percepire particolare, αἰσθάνομαι-aisthanomài, proprio per questo mi fa trattenere il pensiero sulla porta del giudizio. Al ruolo di giudice sono tenuto dal mio lavoro di insegnante di teatro, ma lì è facile distinguere il niente dal qualcosa e nel distinguere, nel vedere e pesare la differenze, la nostra categoria deve esercitarsi; ma di questi lavori di pittura o fotografia che non dubito siano stati ottenuti con non so immaginare quali speranze e grande sforzo dei soggetti, con loro grandi resistenze o, al contrario, in assenza di limiti o consapevolezza degli stessi, e con grande perseveranza di educatori e terapisti, di questi lavori fare una graduatoria mi sembra improprio, non per bontà ma perché non è questo il campo di una scuola né di una scuola professionale. Il pubblico avrà la meglio.
Di tali opere sono stato chiamato a dire qualcosa, le mie impressioni se non altro che, come mi capita di insegnare, sono di regola la prima regola da seguire nel darsi ragione o no dell’operato  altrui. Come ebbe a dire Giuseppe Pontiggia, Alla fine è il lettore – il pubblico – ad  avere ragione. Si riferiva non alle arti figurative ma alla letteratura, certo, e non in senso limitativo bensì per sottolineare che chi legge, alla fine esercita il proprio gusto, con la propria sensibilità, al meglio se è maturata nel tempo, se si è educata a trovare una strada nel labirinto del lavoro altrui che, sempre, è un labirinto. Ebbene, se arte è andare all’oltre e all’altro e, indipendentemente dall’ordine delle cose, dare loro un ordine ovvero un senso e arrivare persino a maturare una qualche tecnica utile a raggiungere la riva del senso, se è un governare questo traghettamento, se infine, e questo che segue lo dico dalla mezza collina della mia esperienza pedagogica, se infine il fare non manca benché possa rivelare una mancanza, un‘assenza senza possibilità di essere esplorata, o un nascondere/si ben messo in scena, allora quest’arte, anche se con meno talento e dispari perizia dev’essere in chi guarda, di chi legge o ascolta. Un lavoro su due fronti differenti dove la differenza conta qualcosa. 
Entro questi limiti mi sono permesso di stendere una sorta di catalogo di apparizioni, direi anzi di rivelazioni delle opere che ho avuto il bene di osservare. Quelle che hanno coinvolto la mia lunga o corta capacità di sentire, αἴσθησις-aìsthesis, e dunque la mia possibilità di scriverne. Mi è sembrato di notare tra i lavori quelli che hanno superato il varco tra l’espressione, inespressa, e l’espressione che, non saprei stabilire a qual grado di consapevolezza o no, trova una forma e vi si conforma e sublima, anche o soprattutto nel senso tanto dibattuto quanto incerto di sintesi, del soggetto tuttavia, tra orrore e fascinazione, di delightful horror -Edmund Burke – A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful-1757
Per metafora sono stato in grado di scrivere solo di opere che mi hanno suonato e di cui ho sentito risuonare qualche richiamo. Di là da questo passo e con tutto il rispetto dovuto, la materia esulava dalle mie possibilità di indagine ovvero non sarei stato in grado di dirne senza mettere di mezzo strumenti clinici che non possiedo. 
[1] cfr. www.artelier.org.
[2PROGRAMMA http://www.artelier.org/festival-dellespressivita-la-iv-edizione-in-scena-dal-2-al-7-maggio-nei-chiostri-dellumanitaria/ ]
[3]Tractatus logico-philosophicus. Per qualche lettore incuriosito, qui le sette proposizioni fondamentali del Tractatus che qualche interesse hanno secondo me anche per chi non fa o non conosce la filosofia. O è curioso con juicio.
1.Il mondo è tutto ciò che accade.
2.Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3.L’immagine logica dei fatti è il pensiero.
4.Il pensiero è la proposizione munita di senso.
5.La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. 
6.La forma generale della funzione di verità è   Questa è la forma generale della proposizione.
7.Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.
 
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Letture. Anna dei rimèdi

…Un viaggio della Yourcenar[1] in Friuli non c’è mai stato e di sicuro quell’accademica di Francia, di là dall’esercizio di un turismo cóltissimo e piùchecurioso, non si sarebbe interrogata sulla lingua da utilizzare e come e perché; ne avrebbe scritto nel suo francese, come usava Manzoni del resto tra sé e sé, come Rilke nel suo tedesco non scrisse di Duino, come Saramago nel suo portoghese scrisse Viaggio in Portogallo. Proprio al nostro mondo italico mi pare invece l’avere negli italiani e nei loro cadetti, i dialetti, le proprie armi, intese come blasone, denso ordito di relazioni, e come strumenti che ci interrogano. Da cui Gadda o Busi o Camilleri, benché di quest’ultimo, più di qualcuno sia magari poco disposto a riconoscere quella che si chiama grandezza. Premesse le premesse mi fa piacere dire qualcosa di un libro che ho appena letto e che arriva dal Friuli per l’appunto, Anna dei rimedi, della dr.ssa… mi concedo il vezzo e il vizio germanico di  addottorare chi dottore lo è… Marta Mauro, Forum edizioni-Udine. L’opera in questione mi ha dilettato e, subito affrontate le prime pagine e le prime difficoltà, ne sono scaturite associazioni che la lettura completa mi ha confermato e tali che scriverne è un di-lettura seconda. Opera letta con passione particolare perché motore del lavoro è per l’appunto la lingua, come di ogni opera che sia tale e quindi non ridotta a balbettamento in italiese, giornalesco o ameriliano. Lingua furlana in questo caso, in sé e per rapporto all’altra, l’italiana, con cui l’autrice ha voluto fare i giusti conti, usando quest’ultima come sfondo, o fondo per a fresco, di un tono medio, molto brechtiano, e tale da fare risaltare i tasselli, le inserzioni della prima, ma mescolando nel narrare le due senza soluzione di continuità, ovvero passando liscia liscia dall’una all’altra. Diversamente dal camillerese, il furlano non si presta a una comprensione intuitiva e costringe alla pausa, al rimando alla riflessione; chi mai può capire che cosa sia un sedòn, ammesso che sia corretto l’accento, per cucchiaio, e che cosa e come indovinare la pronuncia di seglâr, acquaio, con quel segno  diacritico sulla a di poca, per non dire nessuna affinità con l’italiano, almeno per come si è andato ortografando da Metastasio in poi. Usare quindi il furlano, lingua complessiva oltre che complessa, alpina, contadina… i miei nonni di Cividale, emigrando in Francia, saltarono da quello al francese senza passare per l’italiano che conoscevano male e meno del tedesco dell’impero absburgico… usare il furlano, lingua in bilico sul passato, nel mio immaginario, rivela qui il tentativo di infilarsi nella trama, il racconto narra anche di tessuti e tessitori, della lalingua[2], appunto ma non credo soltanto, per declinare un passato che, nel racconto si accende alla data del primo gennaio 1700. In ciò consiste per me il déclic dell’opera, la sua trovata; nel senso proprio di qualcosa che si trova, che affiora e si ritrova e si riporta alla luce. L’operazione è un’analisi e il discorso non evita, anzi credo cerchi di farsi e mantenersi saggio su un luogo epìtome, la Carnia, isolata, grazie a quella data di inizio, tra la statica dell’eterno e la dinamica del divenire; tra il mondo degli dèi, dell’animismo proprio a tutte le culture legate alla terra, alla stagione, alla natura, che l’evoluta superstizione del cattolicesimo, ideologia e stile di pensiero adatto al contenimento e dunque al potere, ingarbugliò e conquise abilmente dovunque, a partire dalla Roma dei Cesari, senza per fortuna mai riuscire a strangolare, nonostante un eccesso di buona volontà, anzi alla fine favorendolo e agglutinandolo al suo olimpo di santi, lugubri, noiosi e buoni ma pur sempre abbastanza divini; in ciò sta da un punto di vista mitico o antropologico il vantaggio cattolico romano e il suo tentativo di far evolvere la cultura in civiltà, una civiltà peraltro assicurata da un ombrello di terrore più che di vantaggio civile, garante dell’uso, dalla tradizione acritica e acefala… tutte cose in cui ci ritroviamo leggendo bene tra le righe la cronaca dell’oggi… tra istanze del soggetto e discipline del gruppo; dove è il gruppo a vivere davvero fino a far perire, mi pare che i libro induca a bene intuirlo, a dispetto del singolo il cui rilievo è minimo per rapporto alla sostanza del gruppo che delle sue regole, così ben specificate da statuti vestiti almeno in parte di necessità, fa propria difesa senza mai porsi la questione di un mutamento. Anna invece è la predizione del mutamento, allestito da tre trapassi dolorosi al simbolico, da tre scene di separazione, di buchi, Anna, Anna dei rimedi, che si seppellisce nella buca del bosco… i misteri di Mitra[3] ne sapevano… il suo matrimonio con il foresto, il cuc-olo, che la buca e separa dalla casa per un altrove limbico quanto la buca nel sottosuolo, e la separazione dal marito grazie alla morte di lui, buco tombale sul cui orlo avviene una nuova e del tutto diversa nascita per Anna, la medisinaria, la strega del Michelet[4], l’Altra annunciata dal prodigio della sua nascita biologica, con la camicia. Il passaggio al simbolico è sempre violento direbbe qualcuno. Che cosa succede ha poca importanza e succede seguendo una scansione di ovvietà, ma non quella di una gravidanza di Anna, molto bene messe in luce dai titoletti che aprono ad arte ogni volta i brevi capitoli di ognuna delle tre parti del lavoro. Il tre conta qualcosa nell’aritmetica letteraria. Il volume ha un’indispensabile vocabolario finale oltre che una ricca appendice di note esplicative, necessarie a chiarirsi su questioni molto di botanica medisinaria, diritto, storia, costumi e lingua. Un libro ricco di segni che credo sarebbe piaciuto a Frazer[5].

[1]Marguerite Cleenewerck de Crayencour, M.Yourcenar, 1903-1987, scrittrice e prima delle donne ammesse all’Accademia di Francia.
[2]nel lessico familiare dello spesso da me citato Jacques Lacan, di cui intuisco e cui attribuisco qualche non trascurabile genialità, la lalangue corrisponde all’incirca al linguaggio dell’inconscio o a una Ursprache incognita, anteriore al linguaggio parlato.
[3]cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/mitra/
[4] Jules Michelet, 1798-1874, storico. cfr. La strega, Einaudi, 1971
[5]James Frazer, 1854-1941. Antropologo.cfr. Il ramo d’oro, N.C. 2006.
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Pasquanate

Ciò che mi interessa, non è certo assumermi come storico, benché occorra la storia praticare né esercitarmi alla critica d’arte che non è, detto e ripetuto, il mio mestiere, stante che ogni lavoro d’arte, se ben inteso e ben praticato, dovrebbe essere per ciò stesso critica di sé. Ho rintracciato[1], una lunga intervista documentaria al pittore De Chirico, il più famoso dei due fratelli, l’altro, Alberto Savinio è meno noto tranne agli amateurs, ma fu, oltre che pittore, a mio modo di vedere soprattutto scrittore prezioso; Nivasio Dolcemare, Adelphi, è un capolavoro. Taglio corto. Nel lungo documento televisivo De Chirico lavora e dipinge indifferente alla macchina da presa, un po’ come Simenon che per scommessa e per un bel po’ di soldi riuscì a scrivere un romanzo, accomodato con la sua portatile in una vetrina dei grandi magazzini, i Lafayette mi pare di ricordare. Ebbene De Chirico, dipinge e ogni tanto commenta le domande dell’intervistatore imprudente con secchi, no-sì-è-così; Le diamo fastidio maestro, No, E ora dipinge un sole nero maestro, Sì, Lei legge romanzi maestro, No filosofia la trovo più interessante, Lei sembra così tranquillo maestro, No io ho l’ansia di dipingere.

Mi impressionarono molto le parole, lo stile del De Chirico, altro rispetto alla sua pittura, per qualche analogia, presagita da me soltanto, con il mio sentimento dell’arte e magari la mia, benché siano pochi i disposti a riconoscerla e corroborarla è vero… non il mio editore per esempio, che sogna per me un futuro di agente di commercio, il perché non so, sono troppo vecchio e troppo sicuro di me per voler convincere qualcuno a comprare e sono discalculico, non grave, un po’, ma inadatto a stilare fatture. L’altro motivo che mi rese simpatico un vecchietto tutto sommato scostante, fino a farmi prendere questa scostanza per pregio, fu l’accento che De Chirico poneva sul verbo lavorare, inteso lavorare di continuo anche nel sonno, lavorarci, e sul comporre, rinvenimento di un’armonia. La domanda è quanto sia in lungo il salto nel bello. Che cosa sia il bello non sarà certo chi scrive a rivelarlo e questo benché lo stesso ne abbia un’idea tutto sommato precisa; di là dal gusto personale, il bello si rivela da sé ma a chi lo vuole; fare bello invece coincide spesso con il ridicolo, con l’acrobazia, con la ginnastica. Penso infatti che il bello esista e sia un al di là, e che arte, sia far coincidere in tanti modi diversi le diversità in altro, appunto, indipendentemente dal risultato, poggiare un’asse tra due sponde opposte di uno stagno, dare senso ai sintomi, ai ritagli del reale per cucirli svincolati dalla diagnosi; in fondo una clinica che non si suppone né riesce ad essere cura, un palliativo a volte, un mentire di meno, per citare un soggetto in questa sede già comparso[2]. Né consolazione né anestetico l’opera d’arte, l’oggetto d’arte è ciò che si vede o si legge, la superficie del percepire, il resto è di là.

L’arte che si costituisce arzigogolo sul processo di se stessa o programma esoterico quanto ideologico, vedi il suffisso -ismo che non per caso sta bene solo per completare nazionalismo, fascismo, spiritismo, perde il senso della propria realtà oltre che della realtà generale, si dissocia e lì casca l’asino… Totò e De Chirico… ché la dissociazione non genera arte ma schegge, rutti e singhiozzi, espressione. Anche un tubo di dentifricio si esprime. L’arte, e in qualche modo il bello in quanto noce dell’arte, si compone e ricompone, trova l’equilibrio là dove il reale è un corpo senza membra, una Verdun dell’essere e una Caporetto dell’avere.  Arte è far trovare e trovare il senso delle cose, dei fatti degli eventi, oltre la loro fisica. Mi pare si tratti di un sentimento e di una sensibilità, non escluderei anzi sono propenso a pensarla a priori, benché sia noto che la sensibilità si educa. Si tira fuori, si porta a spasso.

L’arte genera interrogativi e nessuna risposta, il sentimento dell’arte è qualcosa di greco, di antico, di impensabile, di politeista e che non mi pare consista nel raccattare frammenti di un discorso amoroso e accostarne contiguità in funzione del proprio egotismo trafitto… gli oggetti trovati mi pare si siano sempre trovati male a sapersi guardati, l’arte povera fu povera soprattutto di spirito, vantaggio questo che ormai nessuno riconosce a qualcuno, tranne in politica dove questo difetto caro ai profeti e ai propagandisti è massima virtù, le soffitte si costruiscono per fabbricare polvere, il surrealismo stesso mi pare difettasse di realismo… quel sentimento dunque ho visto occhieggiare e con indicibile godimento durante due gite pasquali, in senso proprio, tra Lugano, mostra di Craige Horsfield*; Castello in Valsolda**, affreschi di Paolo Pagani[3] nella chiesa di San Martino; e Tirano, Palazzo Salis[4].

Al mio occhio Horsfield, affrescatore di luci, suggerisce di Turner e Caravaggio le suggestioni luministiche, ma va oltre, oltre l’epica di Guttuso, dimenticandola, oltre la compostezza del Moroni, dissolvendola; tuttavia è riduttivo parlare di qualcuno associandolo a un altro. Ma si usa così e si fa per dire ché ogni discorso intorno all’impalpabile, rischia di essere vano se non coincide con l’accettare, per così dire una rivelazione, l’annuncio fatto a Maria senza Marie di mezzo. L’arte non è un giochetto, è mettersi in gioco, contemplazione. I grandi arazzi di Ground Zero e il Golfo di Napoli che occupano da soli forse duecento metri quadri di pareti all’ingresso della mostra, per sé soli non solo valgono la spesa di un viaggio a Lugano, per chi vi abitasse vicino, ma anche tutta l’esposizione.

Più avanti in Castello di Valsolda, Paolo Pagani, passata la soglia di un chiesa alpina, inadatta all’opulenza, sopraffatta fuori da un paesaggio ben architettato da un dio benevolo, ti fa sobbalzare il cuore accogliendoti con, assumendoti in un cielo architettonico, secondo me forse più bello della cappella Sistina di Roma, così de propaganda fide quest’ultima, più intelligente quindi quello, a ben guardare, perché inteso a sfondare il limite della pietra muraria con una visione complessa e celeste ma di un cielo senza nuvole appunto, ovvero a sua volta, di capitelli, volte, archi, cupole, volute, lesène, fregi, tutto per aria e come aria del mattino, fumante e sfumata; un velo, un paradosso, sul muro dei paradossi, pagani.

Palazzo Salis, conti antichi i Salis produttori a Tirano di un vino caro ma che a me piace tanto e che è difficile potersi permettere,  è un’altra visione. L’uso esasperato del trompe-l’œil, inganno che compiace il desiderio di essere ingannati per il gusto di lasciarsi ingannare, ma non da lòcchi, vigili bensì, in uno struttura di stanze a volte che di necessità tendono verso terra… per contenere il calore, immaginarsi il freddo crudele delle abitazioni patrizie o meno, nei secoli passati, senz’altro conforto che camini assicurati alla cura di stuoli di servi e tonnellate di legna… ma i cui i plafoni, i soffitti non ambiscono all’alto ma all’altro appunto. Poco importa che intendano decorare l’occhio con il fastoso; con diaframma di dèi, omenóni e telamóni che separano dal cielo, essi segnalano l’oltre. L’arte.

*Craige Horsfield (1949) al Lac di Lugano. http://www.luganolac.ch/it/933/craigie-horsfield
**http://www.sanmartinovalsolda.it
[1] https://www.youtube.com/watch?v=eoVdP1IhKrc
[2] cfr. ivi in Un film in silenzio. Marzo, 13.
[3] Castello Valsolda 1655- Milano 1716
[4] Giovanbattista Cucchi sec. XVI-XVII.
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Chi non conosce quel trombone di suo cognato

La battuta del titolo è del mio amato Totò, ed è di solito nella scena del vagone letto.

Il motivo però di questo appunto è che non so, non capisco che motivo possa aver spinto un editore come Guanda* ad applicarsi a principi di marketing surreale… so che tutto il marketing lo è ma qui sconfina nell’astrologia o forse cavalca la teosofia… e dunque a pubblicare un libro firmato da nomi di richiamo o no, non si sa, della scienza e della sua storia, per supportare le vendite, chi lo sa, di un innocente inconsapevole, morto da tempo, ma poeta e basta che avanza, Giacomo Leopardi. Scrivono di lui, ne L’incanto e il disinganno, Giulio Giorello, noto professore di storia della scienza ed Edoardo Boncinelli, noto o non noto biologo. Da che vertice di competenza, è la domanda non risposta. Non sono un critico né tantomeno e per mia fortuna un giornalista, quindi non appartengo né a una casta né una massoneria, sicché non intendo qui produrre una recensione del libro in questione, anche  perché non c’è scritto niente, citazioni a parte. Al solito cerco qui di interrogare il presente, o leopardescamente la luna; presente che è paziente piuttosto confuso sul proprio funzionamento e tale che dà per veri i propri fantasmi. Dunque Leopardi. Chi non ne ha sentito parlare alzi la mano, Leopardi pessimista, Leopardi romantico, razionalista, aristocratico, ateo – non tanto, nelle scuole della repubblica il termine ateo era fuori corso – Leopardi nihilista, Leopardi Leopardi, Leopardi-faso tuto mi. A scuola, chi ha frequentato scuole dabbene ha persino avuto il privilegio di sentire affermare, tra un dillo con parole tue e un dillo con parole d’altri, tra una parafrasi e un’analisi del testo, che Leopardi sia stato poeta. Poeta tout court. Che di suo potrebbe saturare l’immagine di  una persona densa. Come dire, chi fu Rilke se non un poeta, e Pascoli, un poeta, Sandro Penna, poeta, ah no è vero era commesso di libreria per tirare a campare, e Quasimodo, poeta, ah no è vero, fu professore di letteratura italiana ma in un conservatorio, per tirare a campare ché le paghe erano basse allora come lo sono adesso anche sa da euro tradotte nelle vecchie lire parrebbero stipendi da bancari e invece sono da sbancati. Dunque Leopardi, stante che fu poeta, così si dice, si giustifica da sé.  Motore immobile il padre, corollario le sudate carte, gli studi, il greco, il latino, tutte cose che appartennero al cursus studiorum di un aristocratico fortunato d’essere nato in un ambiente elitterario; ad altri toccavano in sorte padri non meno ignoranti della donzelletta che viene dalla campagna; e madri tanto fattrici quanto coniglie e contadine, magari parlavano francese ma non sapevano di che, di cacciate forse, fucili, cavalli, attelages, corsages et faisandage** di fagiani. Poeta. Quanto agli autori, con il rispetto dovuto alla storia della scienza, ma il Giorello mi pare scambi l’interesse, la/le curiosità, la capacità di plus-giudizio di un grande intellettuale per competenza specifica, e alla biologia, ma il Boncinelli ignora della scienza la psicoanalisi anzi insinua i termini di una obsoleta querelle organicista, non so capire la necessità di questo volume se non quella di aumentare il numero delle proprie pubblicazioni. Non capisco la necessità di fare del Leopardi un filosofo e uno scienziato. Ora filosofo qualunque scrittore appena appena letterario lo è, vedi Camus, Céline; intendo dire che qualunque grande creazione letteraria appartiene all’ambito della ricerca del sapere che cosa si sa di che cosa non si sa. È una costruzione. So bene che esistono Susy Tamarindo e Madame De Steele e infatti se ne occupano i veterinari. Bah.

Citando di nuovo Totò, A me m’è parso poeta***.

* Dal sito Guanda.it Ne L’incanto e il disinganno Edoardo Boncinelli, genetista e professore di biologia, e Giulio Giorello, filosofo della scienza, indagano la vita e le opere di Giacomo Leopardi da una prospettiva anticonformista: scoprono un uomo malinconico, scontroso e ribelle, dotato di raffinata ironia, appassionato sin da ragazzo alla conoscenza e affascinato dalle scoperte di Galileo e Newton. Ma, soprattutto, emerge un filosofo coraggioso, capace di una visione del mondo scevra di ogni aspetto consolatorio, libera dall’ossessione di Dio e del senso di colpa; un filosofo così rivoluzionario da intuire che la pretesa umana di essere al centro del creato è un inganno e la sua supremazia sulla natura un arbitrio.
**tiri ( a due a quattro), corsetti e frollatura, o imputridimento programmato della cacciagione che in tempi andati veniva consumata, previa cottura certo, ma in pratica marcia.
***1.Scena del Pasquale. Spalla: Aiutante, vorrai dire aitante, robusto. Totò: Adesso si dice così? A  me m’è parso aiutante. Qui lo sketch da cui la battuta è stata tagliata:  https://www.youtube.com/watch?v=spkcw7vC7bA
2. Scena del vagone letto: https://www.youtube.com/watch?v=oIKu7xgcdNA
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Il viaggio della Gilda

Dopo il public reading di ieri sera al Book pride di Malanno, molti mi hanno chiesto amici e sconosciuti, a voce pochi e per posta molti, di poter leggere la favoletta del titolo. Per andar incontro a  tanto entusiasmo, contravvengo una tantum all’antica promessa di non pubblicare mai da questa sede  alcun mio lavoro. Il contrario sarebbe parso un po’ da  ombretta sdegnosa, personaggio che non mi si addice né che vorrei interpretare; se mai per i veneti che mi leggono e che possono capirmi potrei essere ombreta, ma mai sdegnosa, posta nel dubbio tra un calice di prosecco e uno di Tocai terrano. Ecco la favoletta.

100. Il viaggio della Gilda-una favoletta madre

Come la più parte delle mamme anche quella mamma, prima di ereditare il titolo di mamma, per il tempo dovuto ebbe una mamma e un babbo. E quest’ultimo fu la rovina o, secondo di come si voglia intendere questo fortunosa e inattuale e finale favoletta, la fortuna della famiglia. Ma andiamo per prudenti gradini ché, così procedendo, dicono, di rado si sbaglia. La mamma, prima di diventare mamma, si chiamava Gilda e viveva lontano in un paesino posato tra le basse colline di un ondulato fiume che giù da ghiacci  altissimi, giù per cascate e per buie caverne e salti e balzi finiva tra gli abbracci d’Atlante Oceano. Il paesino, d’Âge, era celebre per i suoi sconfinati frutteti intorno, di prugne soprattuto, moltissime prugne, le rinomate prugne o pruneaux [1] d’Âge, e aveva, la Gilda, non d’Âge, sei sorelle, Emma, Elda, Feda, Renée, Jeannette e Lisette, detta Élise o Élisabeth. E tutte le altre sorelle della Gilda dicevano, È una patata cotta e messa lì. Non si sa bene a motivo di che, forse perché la Gilda volentieri stava seduta a guardare le cose farsi intorno a lei e poi chiedeva, Come mai, Comment ça se fait [2], nella sua lingua franca. E tutti ridevano e la deridevano. Sasfè sasfè, cosiè cosiè ridevano, perché in cuor loro il fatto che, cosa fatta capo ha, non le turbava affatto. Anche quando la Gilda domandava Comment ça se fait che un pullman si fosse incendiato proprio in centro del paese accanto alla fontana e i passeggeri, quelli che riuscirono, dai finestrini giù nell’acqua saltarono dentro, e altri no, non fecero a tempo; e come mai le formiche mangiano di tutto, anche i morti ma senza averli uccisi, mentre gli uomini non mangiano le formiche,  nemmeno vive e uccidono un po’ di tutto per mangiare, per non essere mangiati e, soprattutto,  perché così loro piace; Comment ça se fait, come mai, come mai.

Nel 1933, quando la piccola vicenda narrata da questa favoletta ha inizio la Gilda entra in prima elementare. Un uomo solo, con un passato di pittore e soldato, ha sottomesso a sé tutta la Germania. Si chiama Adolf Hitler. Intanto gli scienziati Sigmund Freud e Albert Einstein si scrivono delle succose letterine chiedendosi l’un l’altro, Perché la guerra. Le risposte che si danno non sono incoraggianti così che Albert Einstein, di ritorno dall’America, scende dal treno che da Bruxelles lo lo sta riportando a Berlino dove vive e insegna, sale su un altro in direzione opposta, e ritorna in America, per nave naturalmente non in treno.

Poi c’era, ci fu e sparì un fratello, Eugenio, che dire vorrebbe dire nato bene ovvero bennato, ma per il bene, come vedremo tra poco, proprio non era portato tant’è che tutti lo chiamavano Gino e tanti saluti alle sorelline per evitare di avere di più a che fare con le sue fanfaronate o, quando gli girava storta, con le zuffe in cui si cacciava, il maltratto che a tutti riservava, la cattiveria con cui uccideva a sassate povere bestiole, di nessun conto nella sua testa, e non per mangiarle ma confermando quanto già detto, per farle fuori e basta. Gino, era fatto a quel modo, malfatto e, bisbigliavano in paese, piuttosto malfattore. Era più grande di tutte le sorelle, e aveva in uggia tanto il babbo che chiamava parapappà-molla, tanto la mamma che considerava la sua personale cenerentola-vien-qua-cenerentola-va-là; sicché poco più che ragazzino Gino scappò di casa e varcò, su per i monti, la frontiera. Allora era normale, c’erano di qua e di là dovunque, e noi di qua e voi di là a non finire, e passaporti da mostrare e guardie armate, con lucerne e mustacchi, pennacchi non di rado, cui c’era da obbedire quando chiedevano, Aprite svelto la valigia e nella borsa orsù fatemi vedere, anche il portafoglio sì e dove andate e perché mai ci andate, avanti dite, purché ti lasciassero andar oltre nelle terre che altri chiamavan, loro. Gino passò invece per un sentiero stretto e nessuno gli chiese dove andava né lui dove si doveva andare per andare alla guerra che lo eccitava, una guerra privata contro gli infedeli, i diavoli, gli anticristi rossi, colore cui da sempre si attribuiscono valori che da sé solo esso non possiede, ma rosso è il sangue vivo, rosse le macchine dei pompieri e il bottone d’allarme negli ascensori. Rosso al semaforo vuol dire, Frena e ferma, la rosa rossa, Ti amo, o qualcosa del genere; un vestito rosso, Eccomi qua guardatemi, una macchina rossa, Via col vento. Un fazzoletto rosso, Rivoluzione o, anche lì, qualcosa di simile.

Intanto appunto era scoppiata in Spagna la guerra di un tale general Francisco, di nome e Franco, ma solo di cognome, contro la pubblica Repubblica spagnola che egli sbraitava fosse da ripulire da bolscevichi [3], e mangiapreti, atei, anarchici e affini lui che cattolico apostolico romano prima di uccidere andava a farsi benedire. Intanto il matematico inglese Turing progetta una macchina, la macchina di Turing, una matemacchina di carta, macchina immaginaria ma tanto bene immaginata da diventare madre e padre  del calcolatore. Il fisico Enrico Fermi vince il premio Nobel e a Gardone Riviera nella sua brutta villa piena di oggettini ed aggettivi muore il poeta Gabriele D’Annunzio. Fermi scappa anche lui in America, mentre Einstein segnala per iscritto al presidente degli Stati Uniti che Hitler potrebbe far fabbricare ai suoi ingegneri una bomba di nuova concezione, detta nucleare. 

Vero è che molti valenti e coraggiosi d’ogni parte del mondo andarono a combattere per difendere quella Repubblica d’Iberia e molti altri come il Gino, vollero abbatterla, ed erano armati questi qui di tutto punto, o fino ai denti secondo come piaccia dire, con aerei cacciatori e carri corazzati e cannoni tanti che alla fine di tre anni di battaglie l’ultima fu perduta, e furono infiniti i lutti che alla vittoria dal general Francisco seguirono, e dopo ancora per tutti gli anni e tanti e lunghi della sua ben inventata dispotica regnanza. E Gino tornò a casa, per farsi bello di sue guerresche imprese, con il babbo. Ma il babbo, più che agli uomini era contento di parlare alla sua gatta e alla cavalla perché una volta, in una notte nera di lampi e di battaglia, una cavalla la vita gli aveva salvato; degli animali dello zoo dietro le sbarre, che compativa, gli animali non le sbarre, e della maiala che lasciava libera in giardino, lavata e pettinata da tutte le bambine, il babbo amava la conversazione fatta di occhiate e gesti impercettibili alla più parte dei distratti bipedi; sicché al sentire del Gino lo sragionare di assalti e assedi, di fuoco e fiamme e impiccagioni, al vedergli brillare tra le mani la baionetta con cui, beh con cui e così basti, per il dolore assurdo, com’ebbe a dire poi, di avere ràllevato sette figliole più un Caìno, detto fatto di casa lo cacciò. Il ragazzo sparì beato e di lui nulla o poco men che nulla per anni trasparì, se non che di buttarsi nelle battaglie più atroci e di servire i padroni più feroci era per lui una vocazione, e che ormai molto vecchio prima di morire, chissà per qual motivo oscuro, per la città del Papa era partito, era arrivato e, più che a piedi, sulle ginocchia a strasciconi. È raro, anzi sono pochi i peggiori che annusando l’odore che sale dai propri orrori almeno dopo un po’ si lavano, ma Gino, Santità ho da espiare, disse al Papa lì per lì. Vedendoselo espiare ai propri piedi sul pavimento di marmo laggiù, e giù giù a baciargli le pappuccette rosse, di raso e d’oro, non sappiamo se lo Papa facesse una faccia stranita o se piuttosto irritata, Pace, amen e gloria.

Intanto in Inghilterra, sempre il matematico Turing scopre come funziona l’Enigma una macchina tedesca per cifrare, cioè  nascondere sotto l’apparenza di un’altra disposizione di parole, gli ordini dati ai sottomarini che in mare fanno danni spaventosi ai convogli che dal Canada portano la roba da mangiare e la benzina per gli Inglesi, soli e isolati a combattere la guerra, la seconda, che di lì a poco sarà la più mondiale fino ad allora conosciuta. Intanto un inventore ungaro, tal  Biro, immagina una nuova penna da scrittura ma non ha soldi per produrla sicché cede il brevetto al francese Bic-h, che di mestiere fa il barone e soldi invece ne ha tanti che così  la penna Biro si chiamerà Bic.

Dopo quel fattaccio il babbo non era stato più lui. Viveva di paura che è un gran bel nutrimento in certe situazioni ma in altre si dice paralizzi. Era scoppiata un’altra guerra, guerra d’invasione dei Germani che, intenzionati insomma a papparsi una gran fetta della torta, del mondo la più grossa, prima s’erano presi l’Ostria, la Suddezia e la Polacchia, quindi la marca dei Danesi e i fiordi dei Norvegia; quindi dal Nord giù per le Fiandre erano entrati nella terra Franca, terra com’è noto di paladini e moschettieri. Il babbo che alla prima, alla grande prima guerra grazie a una cavalla era scampato, ebbe allora la sciagurata ma comprensibile idea di prendere tutti i suoi risparmi di una vita fattiva da fattore [4]di un frutteto vasto quanto una lombardia, di fare le valigie e di tornare nel bel paese dove, canta il poeta, fioriscono i limoni e brillano le arance, nel Friûl, dove limoni non ce ne sono e arance meno ancora, ma insomma si sa che la poesia fa proprie le più vezzose immagini, nel Friûl da dove il babbo era scappato in cerca di fortuna dopo la tanto grande tempesta di fuoco della Grande, appunto, Guerra e che nel Friûl aveva lasciato tracce e trecce di filo spinato e trincee e grandi buchi di esplosioni e neanche un chilo di terra da seminarci il grano, limoni e arance nemmeno parlarne. L’aveva trovata in terra Franca la fortuna, il babbo allora giovane con la sua ancor più giovane moglietta rosa, di nome e di colore; solidi e accorti contadini ma non tanto da rendersi conto, quanta fortuna valesse quella fortuna. Benché non sia così raro che a tornare sui propri passi talvolta non si sbagli, o si sbagli poco, e il più delle volte invece si caschi a gambe all’aria, pensava il babbo di ritrovarla la fortuna tornando indietro, nel suo paesello di Ùdin con la sua collina in mezzo e il bel castello sopra. Non poteva prevedere il babbo che dall’agiata e laboriosa D’Âge là dove tutti leggevano e scrivevano, dove le ragazze avevano scarpe e vestiti gentili di cotone a fiori e sotto le sottane bretelline elastiche e graziose per tenere su le lunghe calze scure o chiare e che al mare oceano in gita andavano o su per i monti, su per i boschi con scarpette lievi e calze corte sui malleoli; dove i ragazzi avevano scarpe e calzoni come li volessero, più lunghi o meno lunghi, e calzettoni e cappottoni per l’inverno; dove tutti mangiavano almeno due volte al giorno, diciamo pure tre senza paura di sbagliare, insomma che da quel paese di pane e marmellata e nuvole sarebbe precipitato in un paese di polenta e zolle secche e latte [5], sì ma non proprio tutti i giorni. Inoltre il paese tutto, detto il Belpaese [6], quello dei limoni che fioriscono quando gli pare adatta la stagione, era però da più di qualche tempo dominato da un Nessuno, molto più spesso nominato che innominato e di nero tutto vestito; un paese dove la legge era quella di certi suoi scalmanati, di lui del signor Nessuno, a tutti noti per camicie nere, bravacci carchi di teschi e cinturoni, pistole, baionette e stivaloni; tipi che per un nonnulla si mettevano a strillare, A noi a noi, per far sentire chi, che era più forte e più bravo dei bravi del Manzoni, quel dei Promessi Sposi; tipi che per un nonnulla, un altro ancora, giù pugni e calci e bastonate a chi il cappello in fronte a loro non levasse; tipi che per un nonnulla anche alle stelle gridavano di notte, A noi a noi. Loro, oh loro in quell’a noi  si sbrodolavano più che nel brodo la pastina. Pareva invece che le stelle guardassero perplesse, ma indifferenti per lo più.

A Ùdin i ragazzi, tranne certuni fortunati, figli di medici e avvocati, non avevano né scarpe né berretti, ma zoccoli di legno e brache, sempre le stesse da un inverno all’altro; nessun cappotto, nessun mantello per il freddo, solo talvolta una giacchetta che il padre al figlio, ed al nipote il nonno aveva posato sulle spalle un giorno e che, per così dire, per sempre si sperava la durasse, simile se non uguale a una fantastica eredità. E anche le ragazze non avevano scarpe ma zoccoli d’inverno e piedi dalla pelle inselvatichita per l’estate e calze nere tenute su con un elastico che stringere stringeva da levare il sangue ma reggere non reggeva niente e così sotto le nere sottanone le ragazze erano sempre sbrindellone e, non di rado, smutandate; nessuno soprattutto, nessuno che avesse il bagno in casa, ma un casotto nei campi per i suoi bisogni più profondi e una tinozza di legno o zinco per lavarsi, ma non sempre, anzi poco, ché scaldare l’acqua costava, mica poco. La Gilda  e le sorelle con il babbo e la sua moglie rosa arrivarono che il capo, quel che le camicie nere chiamavan, Duce-tu-sei-la-luce-che-ci-conduce, e buce invece qualcuno che da sé solo alla sua strada sapeva fare luce, il ducebuce dunque sull’esempio dei Germani, voleva papparsi una fettina di mare e suolo provenzale, sicché, Fuori dal Belpaese questi Franchi fuori, dagli a strillare per le strade gli scamiciati in camicia nera; così forte e tanto che il babbo e la famiglia di bambine con la mamma rosa, franchi ma furlani di cognome, a lungo non osarono mettere il naso fuor dalla pensione dove s’erano installati. Così fu che poco alla volta i risparmi di una vita presero ad essere pochi per un’altra. E le sorelle, anche a uscire non parlavano con nessuno perché non sapevano una riga della lingua propria al Belpaese, nemmeno una parola di furlano, ossia furlane lenghe, che il babbo almeno e la sua moglie rosa ricordavano e delle bimbe invece non era diventata madre lingua, o marilenghe. La Gilda leggeva e rileggeva l’unico libro che le era stato concesso di portarsi appresso, per non far peso in treno, un vangelo dalla copertina azzurra, in franco, e benché amasse i libri non poteva comprarne ché non solo in franco di libri non ce n’era ma in generale il libro, da quelle parti, era un oggetto raro. E poi e poi, Fuori dal Belpaese questi Franchi fuori, detto, ridetto, sbavato e ribadito. Oh cielo, erano piombate quelle sette sorelle, cinque perché due, l’Emma e la Elda le più grandi a D’Âge stavano accasate, erano piombate in cinque nel bel mezzo del paese d’ignoranza. E della povertà ché il babbo, povero geppetto, il lavoro che sperava di ritrovare, la fortuna che in patria si diceva, Arride agli audaci, la patria non la donava affatto, tranne agli audùci. Finché i soldi così ben guadagnati e risparmiati finirono del tutto. Per fortuna, la fortuna scaturita e improvvisata dal peggio, c’era qualche parente che, come era d’uso dire, si levava di bocca il pane che avere non aveva, così per far mangiare quei parenti che dai campi di cuccagna ora stavano affogando nel mar della miseria. Peraltro la guerra portava via il da mangiare a chiunque non avesse abbastanza sostanze per comprarlo a prezzi pazzi ovvero, alla borsa nera, che borsa non è di preciso e a dire la verità non è decisivo che sia nera, ma insomma anche in quel caso lì si usava dire così è [7]. E sempre per  fortuna c’erano gli alpini. Gli alpini erano soldati, lo dice il nome, di montagne, per diceria comune forti e generosi e vivevano in grandi caserme di città, sempre in attesa di essere spediti a perdere la guerra del duce-luce-buce, che nel Belpaese ormai persino era arrivata.

Intanto infatti succede al bel paese, all’Italia, di essere invaso finalmente da un esercito senza fine di Inglesi e Americani, d’Indiani, di Francesi ed Africani, di Polacchi, Marocchini ed Australiani, insomma c’era un po’ più di mezzo mondo a cercare di sloggiare dall’Italia il signor Mussolini , il duce o buce che dal 1923 con le camicie nere aveva conquistato il bel paese e spinto alla guerra dei Tedeschi che lo difendevano adesso, come si difendono i burattini da sé restando immobili nelle loro abitudini di legno, e difendendolo difendevano se stessi ché s’era ormai capito chi quella guerra, la seconda maiuscola e mondiale, avrebbe vinto. Intanto

Gli alpini da mangiare lo facevano bastare per sé e per la popolazione che, fuor dalle caserme, si allungava in tiepide colonne a mezzogiorno e a sera per il pane e la minestra o la polenta, con un burro strano chiamato margarina [8] un surrogato fatto con chissà che cosa, e un po’ persino di formaggio vero, degli alpini. Non era molto ma qualcosa, non tanta cosa. Un giorno in coda la Gilda cadde a terra, svenne e tutti intorno, benché si usasse dire che ognuno avesse le sue gatte da pelare, tutti, Oh poverina, oh povera bambina, cos’è successo, Ha fame, ecco quel che è successo, disse un vecchio lì nei paraggi, ma sottovoce per non farsi intendere da quei che intorno  con o senza la camicia nera ronzavano a cercare disfattisti [9] da sbattere in galera. Dei giovanotti caricarono la Gilda su un carretto e così mentre il babbo faceva la coda per la minestra, la mamma rosa della Gilda l’accompagnò all’ospedale dove un dottore anziano la visitò e con occhi chiari e seri sentenziò, Ist anämisch dieses Kind, che in lingua italica si dice, È anemica questa ragazzina, e più alle svelte, Ha fame, viene appunto a dire; ma siccome nemmeno all’ospedale c’era tanto da mangiare, il medico decise di fare alla Gilda una puntura, Di ricostituente, un punturone tanto che rapida si ricostituì la Gilda e potette così ricominciare a fare la coda per mangiare. In quella, come s’è capito, di Ùdin i Germani eran padroni e, come s’è capito, del proprio e dell’altrui avevano un ideale assai particolare così che delle campagne e dei paesi, delle montagne, delle piane, dei fiumi e dei paesi e del Friûl intero fino al mare s’erano appropriati e lo chiamavano, Terra-d’adriatica-costiera, annessa dunque al loro stato, al loro enorme Regno, o Reich ma senza re [10]. Tra una puntura e l’altra del vecchio medico germano la Gilda continuava a domandarsi, Comment ça se fait. E come si poteva sopravvivevano la Gilda e le sorelle con il babbo e la mamma loro.

Intanto il biologo e genetista inglese Julian Huxley pubblica il libro Evoluzione: la sintesi moderna; libro che rielabora la teoria di Charles Darwin e la completa con le nuove conoscenze acquisite dalla genetica.

Per certi aspetti erano più gentili i Germani delle camicie nere e per i Franchi, quegli unici Franchi del Friûl avevano occhi chiari, azzurri e grigi di riguardo. Così di tre, tre delle sorelle più grandi della Gilda trovarono lavoro da infermiere all’ospedale occupato dai Germani, medici biondi e di gentile aspetto, e fu la loro vita, delle tre sorelle non dei medici, da quel momento un’avventura, piena di insidie e di trabocchetti, di notti fatte giorno dal balenar diffuso degli scoppi, dal tremito del cielo rombante di motori, di treni zeppi di feriti da portare di qua e di là lontani dai fronti della guerra finché alla fine di un bel giorno, a maggio, Renée e Jeannette videro spuntare dalla porta di uno ‘spedale tra i boschi della Svevia, la figurina allegra di un soldato miricano. La terza no, Lisette sappiamo che sostava con un treno a una stazione piccola tra i monti, andava a cercar acqua pei feriti, passarono degli aerei e poco dopo tutto fu cenere e binari. E fu la fine della loro guerra. Jeannette sposò col Miricano, Renée con un medico germano. Questo fu un fatto di qualche anno appresso ma si sa che quel che dopo tre anni succede nella vita, nel raccontare accade tre minuti prima perché a chi racconta il privilegio è dato di dare al tempo il tempo che gli serve per presentarsi in un tempo dato. Tra le maggiori la più grande ancora, la sorella Feda era invece scappata, si può dire, per sposare giù giù a Florentia un giovane avvocato di non poche speranze e belle e una fortuna già così sfacciata che lui di un soldo riusciva a farne tre, o quattro non di rado. La Gilda invece, Comment ça se fait patata cotta e messa lì, per levarla  alla guerra, almeno un poco ché pian piano tutto quel mondo armato che s’è detto, veniva su pel Belpaese un piede dopo l’altro a levarsi dai piedi Germani e camicie nere, in treno da Ùdin a Florentia la Gilda dal babbo fu spedita a ritrovare la sorella che laggiù s’era sposata. Non bisogna pensare però che il viaggio fosse di piacere, tra spari e lampi nella notte e le fermate all’improvviso in mezzo alle campagne e non si sapeva perché, Comment, comment ça se fait. E inoltre c’era, e tale che molti avrebbero detto pesante come un piombo, una valigia da trascinare ogni volta che occorreva abbandonare un treno per correre su su un altro ché, ora qua ora là lungo la strada ferrata, una stazione qui ed una lì erano magari state bombardate e allora tutti via da quassù a laggiù a pigliare quel treno formato per virtù di ferrovieri indomiti, correva e correva la Gildina con i piedini larghi e svelti pieni di terrore ed il biglietto di terza classe stretto in mano, tra il fumo e il fuoco delle locomotive, gli stronfi e i fischi dei freni e dei pistoni e il mormorio e gli strilli di dialetti, dell’italico ancora più difficili, ed i pidocchi a saltellare lievi da un capo all’altro di tutta una babele di gente che scappava al sud contando che prima o poi, Angli e Miricani e tutto il mondo sarebbero arrivati, a salvarli, e dio solo sa che cosa sarebbe potuto capitare se in tutto quel marasma, lo stesso dio non si sa, ma certo la locomotiva e il macchinista, che in galleria il treno al la bisogna nascondeva, non si fossero compiaciuti di far arrivare la Gilda, da su e da giù per le balze dei colli di Puratta fino alla piana di Florentia e al fiume che una canzone diceva esser d’argento, ma è solo acqua e benvenuta, sotto una luna vivida talvolta. Finalmente.

Furono abbracci e baci tra sorelle, ma mica tanti ché in guerra tutti pensano a salvarsi anche quando son già salvi o sono morti e non lo sanno ancora. La valigia piombigna fu delegata all’avvocato, al cognatino e via ad aspettare dalla città Florentia un altro treno, un treno che arrivava o partiva solo a notte; tutti accampati al freddo i viaggiatori ad aspettare per arrivare su su per la collina, alla Caldìna, tra ulivi e vigne e cipressetti loro. Quella notte arrivarono anche dei Germani, spingendo a calci dei soldati, piccoli italici tranne alcuni, che si querelavano, ma poco, più per paura che per irritazione e ognuno nella sua favella; tutti prigionieri si capiva, le divise stracciate e dei fagotti in spalla, i gradi strappati agli ufficiali, e gridavano i Germani e spintonavano e davano di calcio con i fucili loro a quelli che sembravano più lenti o che esitavano a entrare nei vagoni, di un treno già peraltro pieno. Comment ça se fait, domandava la Gildina alla sorella, e perché quei modi, lei pensava, che finora aveva visto Germani e incamiciati neri in buona compagnia. Fino a quel momento. E il cognato, shh tacere bisognava e andare avanti, che parlare non era bene in mezzo a tanta gente accampata per il treno ché magari qualche spia, qualcuno che sotto sotto indossasse una camicia nera, esserci c’era. Non si sa dove vanno forse a lavorare, il cognato mormorava e non sapeva, nessuno sapeva di che lavoro si trattasse e dove. Solo più tardi, si riseppe, quando tornò qualcuno da quei treni e avrebbe avuto più la pelle alle ossa che muscoli attaccati.

Intanto in un deserto assai lontano, nel Nevada, alcuni scienziati ma non quell’Einstein che sappiamo, mettevano la scienza loro nota al servizio del presidente degli Stati Uniti così che quella bomba nucleare che ai tedeschi di costruire non fu dato, un bel giorno di luglio fu provata nel deserto e poco tempo dopo eccola pronta per piombare su due città del grande impero del Sol Levante che tanta parte aveva avuto nella guerra o non si sarebbe chiamata mondiale. Due esplosioni per una catastrofe annunciata. Ma

Come altrui piacque la guerra finì e benché il perché sia poco chiaro, la Gilda fu spedita in una città su al nord, detta Malanno, ad imparare l’arte del cucito, della camicia e della giacca da un sarto, del cognatino cliente da poco men che un anno. E in poco men che non si dicesse imparò e imparò e imparò la Gilda e, con qualche guadagno, si comperò le scarpe nuove, le francesine rosse che portava con sé da sempre nella fantasia del luogo da dove era venuta al mondo. Ma continuava a non sapere come si parla la lingua del Belpaese dove si trovava in vita, non tanto bello adesso, pieno di buchi e mozziconi, anche di sigarette, ché con la vittoria dei migliori sul buce e sui Germani, con il pane e con il latte da bere erano tornate ad essere fumate. Malanno, la città ricca d’acque di pianura, era affollata di soldati ben puliti e ben stirati e un conte polonese, colonnello anziano, che alloggiava dal sarto e che parlava franco ottimamente, portava la patata cotta e messa lì a ballare, al circolo ufficiali dove la Gilda conobbe un aviatore anglo, dai modi gentili, capelli al vento e occhi scuri e blu come la divisa, conte anche lui, benché sembrasse un principe, che parlava con un accento strano; e dopo un po’ lui le disse, Épouse moi Gilda cherie, je t’emmènerai dans mon château sur l’île des belles lilas [11], e che sarebbe andato a chiedere se la sua di lui di mamma era d’accordo e così fu; e quando tutto sembrò a modino, quando dall’isola lontana arrivarono i documenti per la Gilda che passaporto non aveva da quando una camicia nera glielo aveva sequestrato a Ùdin in mezzo ad una strada e poi strappato sempre gridando, A noi, come d’abitudine, quando avvenne tutto questo la Gilda pensò che non sapeva bene se le sarebbe piaciuto abitare lassù tra le colline in mezzo al mare ad annaffiar lillà ed imparare l’anglo già che di bocca ancora non le riusciva del Belpaese la parlata. E alla domanda per iscritto, Mi vuoi sposare infine, disse di no. Così la Gilda rinunciò a un castello ed a quel principe dai modi azzurrini e restò a cucire dal buon sarto e da sua moglie, la Graziosa, donna gentile di nome e di fatto, che come per una figlia aveva per lei riguardi ed attenzioni.

Poiché restava sempre senza documenti, venne il giorno in cui la Gilda dovette andare in comune a cercare di conquistarne uno, di documento non di comune, dal momento che pare, e il perché si capisca o non si capisca affatto, pare che al mondo non si possa stare senza una carta, un tesserino, un librettuccio che come uno specchio dica, sei proprio tu o così pare, il tale o questa o quello che sorride in fotografia, alto così o così bassa, dai capelli perlopiù castani e dalla carnagione regolare. Così la Gilda, calzate le sue scarpine rosse francesine nelle quali si sentiva a suo agio nonostante i suoi larghi piedi adatti a calcar la terra, non a ballare sulle punte, partì alla volta del comune incontro alla sua carta di identità, ovvero al suo destino. Ma siccome lei parlante nessuno la capiva, era lì ferma davanti a un impiegato che diceva e diceva cose che lei, Comment ça se fait; e a piangere era ormai pronta quando, Permettez moi de vous aider ma demoiselle [12], disse un bel ragazzo che ancora aveva al braccio il distintivo da combattente partigiano [13] e lo era stato, né principe né conte ma capitano, molto gentile e tanto onesto, pare. La storia della Gilda egli si mise ad ascoltare e poi a tradurre all’impiegato e fu così che passa un giorno passa l’altro, la Gilda ottenne la sospirata, identità di carta. Le chiese il partigiano di sposarlo ma questo molto e molto tempo dopo, tanto che la Gilda disse, Ouisì, con convinzione tale da giustificare il fatto che il narratore al mondo sia arrivato a raccontare la favoletta che appena avete letto. E vissero d’incanto, felici sì e no, contenti, di quando in quando.

Divisa tra l’antico ed un moderno un po’ insensato, questa storiella ha fatto uso di un linguaggio estraneo un tanto, e un tanto no; ma sono questi i mezzi di chi si sottomette poco al mondo come è fatto, al suo parlare asmatico e scrivere da zoppi, al non voler sapere che il futuro, il tempo di un sospiro, ed è passato.

Fine

 Lecco, autunno 2016

Note

1] Non è facile da pronunciare pruneaux, con la u stretta stretta all’inizio che solo i lombardi e i piemontesi conoscono e la o finale chiusa come per dire móltó, prünó.
2] Comman-sa-se-fè
3] Per bolscevico si intendeva un tempo un rivoluzionario, pericoloso seguace della rivolta russa del 1917 che aveva prodotto lassù tra le steppe la repubblica socialista sovietica.
4] Un tempo chi amministrava e dirigeva un’azienda agricola si chiamava fattore, fatto che lo distingueva dal proprietario che invece per lo più non faceva nulla tranne guadagnare sul lavoro del fattore e naturalmente dei contadini. Ma il fattore in genere stava meglio dei contadini.
5]  Ciò che si mangia oggi in ristoranti belli e caldi e accoglienti talvolta, la polenta, una volta era cibo per contadini, poveri per definizione, delle campagne italiane.
6] Il Bel Paese. Conversazioni sulle bellezze naturali la geologia e la geografia fisica d’Italia, 1876 dell’abate Antonio Stoppani di Lecco (1824), fu così popolare da d formaggio nel 1906 da dare il nome a un formaggio altrattatno popolare.
7]  In tempi di penuria, di guerra e di fame c’è che ammassa cibo e sapone, salami e farina per poi rivenderli a caro prezzo, sottobanco, alla borsa nera, a chi può quel prezzo pagare. E i prezzi salgono di solito, salgono, fino a diventare così alti che solo pochi ricchissimi possono permettersi di comprare due uova, un po’ d’olio, un po’ di burro. In quei casi le autorità, la polizia, l’esercito, tendono a punire chi della borsa fa il suo nero, ma poi si sa che sono proprio le autorità, di solito, ad avere il meglio e la meglio su chi autorità non ha.
8] La più economica e industriale margarina quando c’era, aveva preso a sostituire il burro che non c’era o se c’era era difficile da conservare, il frigorifero non esisteva ancora e il ghiaccio per le ghiacciaie, per chi le avesse avute, scarseggiava.
9]  Disfattista era inteso chiunque non fosse convinto, a dispetto di tutto, che la guerra del ducelucebuce era perduta e così le illusioni di molti, tra gli italiani, che a lui e ai bastoni delle camicie nere avevano creduto e ceduto.
10]  La Germania si chiamava infatti Reich ma al posto di un re qualunque nel 1933 si era installato, abbiamo visto, un uomo dal nome piuttosto noto di Adolfo Hitler. Ironia della storia reich vuol dire ricco.
11] Sposami mia Gilda cara e ti porterò nel mio castello sull’isola dei bei lillà.
12] Permettetemi di aiutarvi mia piccola signora.
13]  Partigiano si intendeva un soldato delle brigate volontarie che combatterono al Nord e al Sud contro i tedeschi e per liquidare, con inglesi e americani, il regime fascista.
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Bookpride

Segnalo che nell’occasione riassunta dal titolo

il mio racconto

Il viaggio della Gilda-una favoletta madre

ha vinto il concorso Racconti.

Cordialmente

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