Débacles, capitolazioni e ricapitolazioni

L’otto settembre 1943 tutti dovrebbero ricordare che cosa accadde all’Italia. Tecnicamente fu qualcosa di simile a quello che le sta capitando in queste ore cupe di novembre, ovvero la sua capitolazione di paese miserabile alle malefatte di un nessuno e centomila piccoli cesari che, oh sì subiva ma per scelta e calcolo. Pochi sanno che cosa successe il giorno seguente, il 9 settembre 1943. Che si sarebbe trattato di diventare mio padre lui non poteva saperlo così che il giovane D’Annunzio D’Ascola, Danunsio o Nunsio Dasola nella fantasia lombarda di allora, nome di battaglia Roberto Aldieri, si presentava alla porta carraia del distretto militare di Lodi e intimava al regio ufficiale di guardia che si levasse di torno o gli avrebbe sparato; dobbiamo supporre quindi che Nunsio avesse una vaga idea di come armare e tirare con un moschetto ’91 perché l’ufficiale guardiano abbassò, in rapida successione, la sua pistoletta regia e le sue arie imperiali così che i pochi soldati rimasti nel distretto, gli altri erano già morti o poco men che morti in Unione Sovietica, si allontanarono dalla caserma in disordine, tutti a casa, tutti a casa. Già. Tranne Roberto Aldieri che raggiunse sulle montagne di Clusone, Bergamo, la sua unità di Resistenza. Tutto questo va inteso in chiave letteraria, i dettagli e la parte realistica, intendo, se mio padre si fermò a mangiare dai suoi, i miei futuri nonni, a Milano, Via Sismondi 27, se andò a piedi da Lodi a Milano, se, come canta la canzoncina incontrò una bella Gigogin, se da Milano a Clusone prese o perse il treno, la bicicletta, la corriera, se se se, non c’è due senza tre.

Non sono stato un bambino di guerra, voglio dire che il mio anno di nascita è il 1952. Invece che dai fratelli Grimm, la mia infanzia, con i suoi lunghi periodi di malattia seguiti da limbi di lunghe, meravigliose e sfaccendate convalescenze piene di libri e biscotti plasmon con la marmellata, fu segnata da mio padre e da mia madre con il dono o con il fardello, questo resta da indagare, di una mitologia domestica, la nostra iliade quotidiana, fatta di città in fiamme, cecchini, agguati, commissari politici, cavallereschi germanici e infami repubblichini italici, terrori e miserie e torture; non sapevo ancora in che cosa consistesse una tortura ma supponevo che si trattasse di qualcosa di abbastanza sgradevole se, per evitare la cattura, mon père a quel tempo si portava in tasca due bombe a mano senza sicura; e ancora, giustizia sommaria per spie e traditori, la guerra partigiana e la guerra di Spagna raccontata dagli amici e da mia madre che, pure lei prima di figurarsi che sarebbe diventata mia madre, di Spagna aveva visto i reduci e i profughi avviati ai campi di raccolta, cioè di prigionia e udito i nefasti dal fratello pazzo e volontario fascista o pazzo perché fascista, in queste cose la chiarezza non è assicurata. Costui, uno psicopatico che per mia fortuna non ho avuto il disagio di conoscere e che si rese noto per essersi trascinato, si dice sulle ginocchia, da Udine in Vaticano per espiare le sue colpe, tenne sveglia la famiglia di sette sorelle, tutte francesi del sud, con le sue vanterie e le sue minacce di spadaccino della baionetta; la baionetta è un oggetto transazionale edipico. Suo padre, non della baionetta dell’energumeno, alla fine lo cacciò di casa. Pare che di padroni, dèi e catastrofi la gente non posso fare a meno. Così sono vissuto tenendo gli Dei e i loro arbitrii a distanza, degli uomini, non fidarsi è facile, evitarli difficile.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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3 Responses to Débacles, capitolazioni e ricapitolazioni

  1. buepuntozero says:

    Auguriamoci che non ci sia più bisogno di altri Roberto Aldieri, e che i Roberto Aldieri di oggi non scoprano mai di esserlo.

  2. Mario Valente says:

    Un racconto struggente che non posso dire bellissimo per non limitarne la forza emozionale e del ricordo. E’ impastato dei racconti degli adulti resistenti al bambino, attento e sensibile tanto da aver fatto della memoria dei grandi il leit-motiv e il filo rosso della sua esistenza. Il racconto suscita e spinge altri come me che, nato nel 1941, vide e sentì il furore della guerra su Roma, la rabbia scomposta e disumana dei soldati germanici, il tradimento, l’odio, e gli istinti estremi di sopravvivenza

  3. barbasca says:

    come già detto: molto bello, intenso e significante

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