Alle mani suleimani

 

Unknown

Qui lo dico e non lo nego. Non fosse che forse le cose si metterebbero male anche per quest’attricetta porno che è la nostra europettina frigida, pallida e dal culo scoperto (pallidula nudula frigida) abituata a slargare le gambe e simulare orgasmi in banca; non fosse per il sottoscritto che forse per un po’ dovrebbe rinunciare ai superbi datteri di Persia e ai non meno buoni ma meno cari Medjoul di Palestina, che compro abitualmente alla facciaccia della barba d’Israele; non fosse che non ho nessuna simpatia, né portato a preferire una dittatura a un’altra; non fosse che l’Islam e le sue ossessioni religiose avite per me pari sono a quelle che infiammarono l’Eurofrigida di roghi e scannatorie assortite (cui diedero totale, unico e generosissimo contributo i cristiani d’occidente); non fosse che non vedo la differenza tra un poliziotto di Teheran, che tiene famiglia pur’isso, la signora Cocomeri e il cappelletto con la barba fidanzato della signorina Verdurai; non fosse che nel caso e non sapendo fare la guerra ci rimetterebbero la pelle un sacco di bravi afroamericani o diversamente negri, spaesati e forse tanto fessi da essere conversos; non fosse che nella guerra con l’Iraq, allora, l’Iran ne prese tante, n’ebbi le testimonianze dirette, da ripensarci su due volte prima di un’altra; non fosse che è probabile much ado about nothing l’ostentazione di muscoli e bandiere rosse da degüello a Teheran, non fosse quindi che è probabile siano più sensati i capoccia della Repubblica Islamica, più di quanto danno a vedere,  non fosse per tutto questo e dato che è facile fare tanto brum brum per nigott (much ado about nothing) per il gusto di spaventare qualche brianzolo e il ministero dell’Indifesa ma Stupida, quello che mi piacerebbe adesso, ma è un piaceretto che non vedrò certo esaudito, ebbene sarebbe che la Persia invadesse l’Iraq in un fiat (il cioccolatino of course prima e dopo), si sbarazzasse delle truppe mercenarie irachene addestrate dai nostri valorosi bersaglieri (ma te l’immagini i lai delle mamme alla vicentina per il figliolo sminatore e delle parmigiane di spose col marito marò), arrivasse a Bagdad e si annettesse l’Iraq, lasciando interdetti i Marines a leccarsi a vicenda il testicolame fumante. Mi garberebbe perché ritengo che dal Vietnam l’America falchetta e cheerleader di periferia non abbia abbastanza capito la lezione; che continuare a far cassa per la Texaco e sorelle e i loro alleati sauditi, guerreggiando qua e là per far salire il prezzo del raffinato (alla pompa mi dicono sia già aumentato sì da gonfiare il portafogli dell’Agip) ebbene è un gran bel modo da figghi ‘e bottana per reggere le bretelle umane e progressive. Oh mi piacerebbe un sacco vedergli perdere una battaglia via l’altra (raccontava il mio suocero fiorentino che combattè con gl’Inglesi per la liberazione d’Italia, parlo per chi non sa che ci fu una guerra qui tra l’api e le pirlamidi 1940-45, Gli americani non sanno far la guerra… son dei bischeri che possono versare mezzi e uomini a valanghe sul campo… non fosse stato per gli inglesi ne avremmo viste delle brutte), e ritirarsi coi loro multipli servants fino alle spiagge di Laodicea e da lì co’ lor PortaRei tra le gambe via sotto l’occhi di lupi turchi e dei bikini innocenti moderati di Tel Aviv; mi piacerebbe. Mi piacerebbe che la sconfitta fosse così atroce da far cadere per l’innante governi repubblicani, generali del Pentagono, far scappare tacchini allevati in batteria e mandrie dai macelli di Detroit, fallire lottizzazioni di Trumpeltrimpel, appassire fighette democratiche, metoo e meteo, mi piacerebbe che precipitasse nel caos politico e coconomico la Usaegetta sì da starsene zitta e quieta per un po’ a umettarsi le ferite e le palme di Palm Beach; mi piacerebbe vedere suturarsi su sé stessa la Nato, c’avrei così gusto che un bel dì vedremo, la Cinputina che soffia a Vallstrit tutti i contratti economici a venire. L’Iran ha dalla sua, lì a disposizione siam pronti alla morte tra i 5 e i seicentomila uomini  in apparato, più, ho letto, energie rinnnovabili di 11.000.000 circa tra riservisti, assatanati e scanfatiche; vuoi che non riescano a farcela a riprendersi l’impero di Dario; domanda retorica; punto.

Pssss. Non sono bellicoso, o solo a parole – voglio augurarmi qualcuno abbia notato che  l’intero discorso è costituito da un periodo di quattro frasi tutte in ipotassi separate da tre punti – ma è vero che l’ostentazione della coglioneria in un mondo che alla lettera sta andando a fuoco comincia a rendermi furioso. Ci manca che scendano in piazza le sardine a invocare la pace. Allora non so se sto fermo con le mani, suleimani.

 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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4 Responses to Alle mani suleimani

  1. Paolo Prato says:

    Il travestimento, da un bel po’, ha smesso di essere divertimento in un permanente carnevale, ormai minuscolo, ridotto ad espediente quotidiano per dare concreta visibilità al proprio nulla, ammantato di felpe da bagnino o da forestale o da palombaro-ciclista della Folgore. E via con i tatuaggi, ché tanto c’è il laser! Un presidente come quello che si sono voluti meritare gli USA, con buona pace delle fisime elettorali, non è travestito: è vero, ostrega! E’ veramente il maggiordomo di potentati vari, di cui il meno garantito è tristemente il suo proprio. Ne ha tutta l’allure, nella versione di mezza tacca mirabilmente sottolineata dall’acconciatura, capriccio in versione laccata della pettinatrice del premier inglese. I chador di Teheran, per noi improbabili, contengono lacrime VERE. Psicosi di massa? Beh, coltiviamo pure una paradossale speranza – ed i paradossi sono realtà – nelle lacrime di commozione degli spettatori dell’ultimo film di Checco Zalone, artefice miei colossali scompisciamenti.

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    • dascola says:

      Capiterà che riesca a far bloggo di un commento che si supera sia in salita che in discesa. Complimenti e grazie

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  2. Biuso says:

    Condivido il tuo auspicio, Pasquale. Gli Stati Uniti d’America sono davvero l’infamia della storia e dell’umanità contemporanei. La mia ipotesi -e anche la mia speranza- è che imploderanno in una guerra interna tra le varie etnie, le sette religiose e i gruppi economico-finanziari che li compongono.

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    • dascola says:

      Eh sì anche fratel Biuso, ma sai dal Vietnam si ritirarono dopo avere fatto danni incalcolabili da cui il Vietnam che oggi è un paese lindo e operoso, si è tirato fuori con ferite ancora non del tutto rimarginate, mi si dice. L’intervento anche lì in difesa della libertà di generali sudisti schifosi fu tra due contendenti, l’uno dei quali al nord era inteso come la strega di Salem da abbruciare. In Medio oriente non fanno altro che danni a infilarsi in un tragedia annosa; cento anni esatti dacché gli anglo-francesi, si spartirono l’impero ottomano, creando fantasmi cui la religione dallo stesso numero di anni offre il pretesto per ogni nefandezza a regimi che si guardassero nello specchio si farebbero schifo da soli. Giorni fa ho visto un film di Alan Pakula con Pitt e Ford, “L’ombra del diavolo”, titolo che non traduce “The Devil’s Own”. E lì è ben descritta la moderna furia americana di redimere. Un partigiano dell’Ira va in America a comprare Stingers per la causa e un poliziotto di New York cli si mette per traverso, in nome della pace e della giustizia. E sì che l’irlandese gli dice bene, “Questa non è una storia americana”. Ma niente. Anche lì si vede bene che l’istinto quacchero, anche nei cattolici, semina fantasmi. L’America ce lo siamo detti è una repubblica fondamentalista con la figa all’aria e non sa di esserlo. Grazie Alberto

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