Vado in Germania e so il tedesco 2. Amen

In Italia la politica è propaganda in sé, amata come il calcio. Tutti ne parlano, almeno quelli che sembrano tutti; i tutti ne leggono ( o sono costretti a leggerne) perché, tranne il Post, i quotidiani non hanno altro scopo che propagandare i fasti della classe politica, un acrocoro di fannulloni che mangiano la pappa in capo a tutti, come i calciatori: che tuttavia almeno sudano. Dalla politica tutti sono angustiati per opposti motivi, e tutti ne sanno più dei giocatori in campo, tutti sono allenatori, tutti hanno risposte a domande mal poste, tutti ostentano una passione devastante per un attività che non ha niente a che vedere con il bene collettivo, ma con lo  sfrenato individualismo e narcisismo dell’Italiano, ala o mediano, macchietta truce o adolescente senza fissa dimora. Qualcuno ricorderà Gassman borgataro. 

In Germania ci sono cinquanta orchestre stabili, un numero indefinibili di cori e orchestre amatoriali, si studia musica come materia di base. Qui i musicisti adesso crepano e nessuno che trovi il tempo di parlarne, eppure sono figli, non di rado incompresi ( ma io pensavo che volevi studiare economia aziendale), di quelli che si accapigliano contro Conte o contro l’Innominabile o contro i contro così per essere contro. Il paese di Rossini se ne frega di Rossini. Infatti ha coniato il motto. Impara l’arte e mettila da parte. Sic. Quanto a me che ho scritto queste righe… che noia. Perché mai. Giusto per. Riamen.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Vado in Germania e so il tedesco 2. Amen

  1. Leonardo Taschera says:

    Che devo dire? Ricordo solo che, ai tempi in cui era in gestazione la cosiddetta riforma dei Conservatori, ebbi la ventura di essere invitato, insieme ad altri esperti in campo musicale, dalla Commissione cultura della Camera per essere audito circa i possibili progetti di riforma. Tra gli esperti c’era Quirino Principe, il quale, con la sua solita aria signorile e serenamente provocatoria, esordì dicendo che l’errore di fondo che viziava la formazione musicale in Italia a tutti i livelli consisteva nel fatto che la nostra amata Patria (o quanto meno parte di essa) si era, cavalcando l’onda irredentista (irredentisti da che? si domandava Musil), emancipata dal dominio austro-ungarico. Credo di non dover aggiungere altro, se non una nota, a proposito dei paragoni calcistici. I calciatori, dai fotoreporter, vengono immortalati (si fa per dire) nelle loro espressioni di giubilo che più che tali, appaiono essere manifestazioni di isteria, e lo stesso avviene per i direttori d’orchestra. Quindi, se i media, testimoni del costume del loro tempo, paragonano il calciatore al direttore d’orchestra, ciò significa qualcosa…..Lascio giudicare al lettore

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    • dascola says:

      Sai, lettori, 29, 30 a volte 40. Ci distinguiamo dagli 11.000 di un bloggo di consigli per le scarpe e le mutande; per come indossarli si intende chè le scarpe e le mutande hanno buon consiglio da sé. E sai con che fatica sono uscito dalla spelonca in cui assisto beato alla sfilata delle figurine (alla faccia di quel Platone e di chi lo saluta fondatore del pensiero moderno) , per andare a guardare la realtà di chi l’ombra proietta sul fondo della mia spelonca e portare la macchinina a farsi fare il tagliando, impresa che mi dà sempre la malinconica allegria di un robot. Al contrario degli umani i robot non hanno un cuore ma tutto il resto. Detto questo, detta cioè la fatica di dire qualcosa e non trovarlo inutile e supponente, ho sempre ritenuto, per motivi familiari, una sottrazione personale il passaggio di tante belle e ricche e onuste e liberali città dell’Impero ad altrettanti, cupi, lugubri, talpeschi regimi nazionali; un ‘invasione quella dei bersaglieri che avrei preferito bersagliati, a Trieste. Un lutto la fine dell’Impero. Leggere di Kapuzinegruft ed essere presi da una malinconia coercibile a stento era tuttuno; una cartolina con l’effige del Kaiser e la prima stofa dell’inno albeggiava sulla mia scrivania. Il mio maestro di tedesco mi diceva, “Ma va che te set propri un tugnin de l’ostia”. Imaginass che a mi la frase me piaseva.

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