De Una Munus, de Unamuno y Jugo Miguel, 11.14.11 a Luisita Disparacuatro

Miguel De Unamuno non era davvero un pericoloso comunista, di pericoloso ebbe un pensiero acuminato, veloce e in bilico, per qualche mese lo convinsero i franquisti, dichiarandosi egli però né fascista né bolscevico, ma un solitario, definizione che gli va perdonata perché nel ’36 essere solitari, liberali o semplicemente disattenti come lui, ancora poteva avere non solo un senso letterale ma anche essere uno specchio non tanto della ma, nella realtà.

12 ottobre 1936. Franco Francisco ha stabilito il suo governo dell’amor fascista in una cittadina che promette roghi, cotta di maglia e con un nome massiccio, Burgos. Il generalissimo convalidatosi sgrammaticato con questo assoluto poco superlativo, da Burgos ha già distribuito incarichi, arrestato, torturato e in subordine fucilato i suoi primi ma non ultimi rossi. 12 ottobre. Proviamo a immaginarci l’Università di Salamanca, aula magna paraninfo in spagnolo, apertura dell’A.A., scranni, pelletterie barocche e medievali, arazzi pesanti, ma è ottobre, Che cosa mi metto caro, un pieno di pappagalli bianchi e gialli, verdi e azzurri, tanti azzurri, il rosso è rigorosamente bandito, e marsine e spadini, panciotti, mogli di accademici e cattedratici, medaglie, tacchi alti e plateaux, doppi petti e petti interi, pettinfuori, molti crociati e porporati, pistole, giberne, baciamano, calze cucite con la riga ed aigrettes, desideri inespressi. Dunque de Unamuno è lì per la sua prolusione ed è di discreto cattivo umore, lasciano trasparire le cronache. Forse la sua governante ha mal governato le uova sode che forse egli ama sode appunto e non, come ‘stamane, leggermente tremolanti e acquose, forse l’alba del 12 ottobre gli ha portato la consapevolezza ancora sfuocata di essere un verme o qualche tipo di celenterato; nominato rettore dalla Repubblica, dalla stessa destituito per indegnità e restituito alla carica da quelli che, da lui evocati salvatori dell’occidente cristiano e democratico, le camiciole azzurre della rivolta franquista, si sono rivelati dei semplici assassini; qualcuno scriverebbe volgari, aggettivo pleonastico o inadatto al ruolo di assassino che al contrario, volgare può non esserlo affatto o di più. Forse, al professore è caduto il velo che cade agli uomini, ma non solo anche alle donne, all’improvviso incapricciati di una personcina di nessun conto cui essi hanno attribuito, in un momento di quell’esasperante stupidità che colpisce gli intellettuali o, in genere, le persone intelligenti portate a incapricciarsi del deteriore, se li seduce. Il prof. Maldonado cui, come a molti cavalli non si guardava in bocca, dalla propria bocca da poco ha sputato più che parole, schegge di violenta idiozia, Catalogna e Guascogna sono un cancro da estirpare, che si sono conficcate subito nel cattivo umore del rettore mutandolo in pessimo. Inoltre Donna Carmen Polo de Franco è lì a far la Franca mentre il marito condottiero si appresta alla Reconquista di Spagna alle armate cattoliche. De Unamuno prende la parola e dice cose subito sgradite ai più, Ci sono occasioni in cui tacere corrisponde a mentire, e in più a un manipolo di eroi in camicia azzurra con testa di morto sulle mostrine, La Spagna ha già molti mutilati e se Dio non aiuta ne avrà ancora molti di più. Li comanda, eroi e mutilati, un noto delinquente Millán-Astray, uno che si vanta del sua braccio di meno e di conseguenza della sua scarsità di neuroni, uno che viva la muerte lo direbbe anche se essa lo gratificasse di una fellatio con gli incisivi non essendo essa, according to l’immaginario popolare, dotata di lingua in bocca e polpa sul teschio. Ma tant’è, Muera la inteligencia, Viva la muerte, si affanna Astray. E si scaglia contro de Unamuno che di lì a poco troverà in doña Franca un’inaspettata guardia del corpo. Tutti si tacciono, la tensione, come scriverebbe un giornalista, è palpabile ovvero il quadro si è mutato, in rapida sequenza, da duetto tenore-baritono a concertato finale d’atto, il coro che tace di colpo dopo aver rumoreggiato a vanvera, il tenore che, incitato da tenori primi e secondi, punta minacciosa la spada contro il baritono difeso da sette altissimi bassi, mentre il soprano sospira ohimé, affannosamente cinta della propria intonsa virtù e da un crocchio di soprani primi e secondi. Sicché De Unamauno after a long silence si riprende e dice, Éste es el templo (tempio) de la inteligencia, (l’università ndr.) y yo soy su sumo (e io ne sono il sommo) sacerdote! Vosotros (voi, camicie azzurre senza una o più maniche, vuote, causa invalidità permanente ndr.) estáis (state) profanando su sagrado (sacro) recinto. Yo siempre he sido (sono stato), diga lo que diga (a dispetto) el proverbio (nemo propheta in patria), un profeta en mi propio país. Venceréis, (vincerete) porque tenéis sobrada (overwhelming) fuerza bruta. Pero no convenceréis (non convincerete), porque para convencer hay que (occorre) persuadir (persuadere). Y para persuadir necesitaréis (vi servirebbe) algo que os falta ( qualcosa di cui siete privi): (due punti) razón y derecho en la lucha (ragione e diritto nella lotta). Me parece inútil el pediros (inutile il chiedervi) que penséis en España. (che pensiate alla Spagna – che state per riempire di migliaia di mutilati e invalidi, ndr.) He dicho (dixit). Per l’eleganza e lo stile e l’acutezza dei riferimenti e del gioco di parole siamo sicuri che il professore non trovò per niente disponibile la mente bellica dei suoi competitors. Protetto dal petto onusto di desideri materni e imperiali di Franquita Franco, egli è costretto alla ritirata, poche ore dopo è espulso in via definitiva dall’Università. De Unamuno morì, con una notevole attenzione al significato simbolico delle date, il 31 dicembre di quello stesso anno, di crepacuore si dice e c’è da crederci.

Segnaliamo che oggi è morto Unamuno, improvvisamente, come chi muore in guerra. Contro chi? Forse contro sé stesso, segnalò il gran poeta rosso Antonio Machado. Continuiamo a segnalarlo.

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D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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One Response to De Una Munus, de Unamuno y Jugo Miguel, 11.14.11 a Luisita Disparacuatro

  1. barbasca says:

    grazie Pasquale, ho letto appena arrivata la tua mail: tutto d’un fiato e con commozione

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