Una questione di precedenze

Se passi il tempo a giudicare gli altri non troverai il tempo per amarli…Più sotto la stessa mano o un’altra meno apodittica ha poscritto… se conterai le stelle in cielo un giorno capirai la grandezza del mio amore per te. Stoltizie. Nel leggerle, in lettere bianche capitali che qualcuno ha creduto indispensabile pittare sul grigio di un muro intonso dirimpetto alla palazzina art nouveau della v* & associati, a capo, consulenze, trattino, patrocini, l’anziano meccanico d* ha quasi gridato. Una giovane donna con bambino in collo si è voltata sorpresa, chissà divertita, dalla colorita acredine del disappunto cui l’uomo ha sciolto il lazo, nel modo che qualifica la maggior parte dei deboli d’udito; sordi e poco men che sordi il cui parlare da soli diventa esternazione pubblica. L’anziano meccanico d* è o si potrebbe definire un malmostóso, vittima o artefice non sappiamo, di una sorta di scollamento di sé dai fatti della propria esistenza, un’irredimibile avversione che è difficile interpretare diversamente da uno stare di qua dai fatti stessi e non proprio sul bordo, un poco discosto, così come non si può stare che su questa o quella costa di un fiume benché non proprio sulla riva, a meno che del fiume non ci si trovi nel mezzo e lo si preferisca; in quest’ultimo caso o ne navigheremmo la corrente o staremmo per esserne travolti, punto di vista del tutto nuovo in ogni modo. Dato che le storie non sono fatte però di perché ma di percome, unico fulcro di consolazione ed equilibrio per l’anziano meccanico d* è l’officina, il suo lavoro cieco e appassionato a dispetto o magari proprio a motivo del quale, soldi, nel modo comune di intendere, egli non ha mai fatti e, come racconterebbe lui stesso che pensa in pollici, egli ha superato ormai i quattro quinti della sua vita, sulla cui mappa, tra il voi siete qui e il qui non ci sarete più, sorgono i segnali di ancora mille ostacoli e affanni corrosivi; così che le stoltizie ecclesiali, ecumenico-combinatorie, o romantico-testosteroniche appese ai muri da bardi senza vergogna, possono rovinare l’umore di un’intera giornata o, peggio,  incidere un altro tratto negativo sull’efficace caricatura di sé medesimi che uomini e cani diventano tutti, appresso i loro quattro quinti, o appena al di qua di questi ultimi. Dunque, quando poco dopo la lettura murale, il dottore commercialista v* , voce dal sen fuggita dall’interno della sua bella pochette cilestrina nel taschino di una giacchetta da canarino ma di gran prezzo, gli ha spiegato una di quelle spiegazioni che piegano la realtà a farsi fantasia di chi se ne pretende interprete e mediatore, gli ha spiegato cioè che a conti tutti fatti la sua pensione ammonterebbe a euri -sic- 693 mensili e per quel che sono le tasse di quest’anno…l’anziano meccanico d* non ha sentito oltre e però si è sentito vacillare sulla ben costrutta sedia dello studio v* & associati, non associati purtroppo alle patrie galere, pensa da sempre di tipi come il commercialista v* l’anziano meccanico d*, e ha detto in sordina, una sordina da sordo, che lui se ne aspettava almeno mille, con tanto di oneri e contributi che ha pagato per i quattro quinti della sua vita. L’anziano meccanico d* che pensa in pollici, sempre in sordina ha aggiunto, 693 bastano mica per vivere, e ha concluso, Mangiapane a tradimento, con un singhiozzo o un ruttino tali da mascherare il motto al commercialista v* che non ha avuto modo così di intascarlo come benservito. L’anziano meccanico d* si è alzato quindi dalla ben costrutta sedia con in petto la stessa acredine di prima nel leggere sul muro le stoltissime scritte, e se n’è andato dall’ufficio, lasciando di stucco il dottor v* che su una questione come l’educazione del buongiorno e grazie e tante cose dottore è poco disposto a transigere, ma il meccanico anziano d* non gli ha lasciato il tempo né per sì né per non transigere. La fattura per consulenza arriverà lo stesso, educata e cordialmente vivissima, salvo buon fine. Oh là là la bontà delle buone forme.

L’anziano meccanico d* vive in un ampia valle fruttifera, non in tutta la valle è ovvio ma solo in un paesino della detta, dove conduce da anni una piccola officina di riparazioni, motociclette soprattuto e auto ma con lo spinterogeno, preferisce gli spinterogeni; significa che non ha mai voluto accettare il dominio dell’elettronica e sa bene che un motore con braccetti e valvole, e olii e tubi e fascette e guarnizioni, se non gira è perché un qualche cosa si è inceppato, consumato, rotto, non perché gli è bruciata la scheda elettronica del piffero di un piffero, egli ama imprecare con dolcezza allusiva alla forma di un piffero, alias flauto dritto, e all’ingombro del suo possessore, alias bagonghi o piccolo inutile. I più informati del paese gli hanno decantato automobili dotate di telecamera nascosta nel didietro. Bravi, mettétevela nel didietro, ha commentato d*, Al tempo dei velieri un capitano attraccava in banchina un tre alberi con due manovre, ecco come si parcheggia, due manovre, telecamera bah, per sentarmi giù mi sento e basta, sempre saputo dove sono le sedie il mio didietro. Possiede l’anziano meccanico un’automobile che va e va e va, a dispetto dei suoi più di vent’anni di attività e che egli mantiene con la stessa abnegazione con cui l’auto continua a servirlo, sostituendo e riparando, soprattuto riparando, i pezzi che via via si rompono. Ma poca roba, è una auto mulo, pervicace, teutoburgica. Nel suo borgo, che negli edifici e della planimetria antica ha conservato le forme graziose e accudenti e i materiali arcaici ma solidi di costruzione, il meccanico possiede pure una casa di pietra che ha pagato in anni e anni di mutuo e messo a posto da sé e con l’aiuto di qualche compaesano. Possiede ovvero è posseduto anche da alcune migliaia di euro di debiti, contratti per necessità, imperizia, ma talvolta soltanto per l’ansia che tutti attanaglia, anche i più meccanici tra gli umani. Vive egli da solo da che la moglie un bel giorno è uscita di sé e, le grandi forbici del suo mestiere di sarta brandite da una gelosia assassina, lo ha inseguito giù per le scale di casa, fuori per strada fino al parcheggio del piccolo supermercato a forma di bàita, fin dentro il supermercato a forma di bàita, dove infine si misero in tre o quattro a disarmarla; in sé non è poi rientrata la donna e ora vive in una comunità per psichici che lei considera la sua casa e dalla quale non vuole staccarsi; l’anziano meccanico d* le fa visita ogni volta con un mazzo di fiori benché ne ridano poi insieme dato che i prati della valle, i greti dei torrenti sono zeppi di fiori colorati e comuni che nessuna tutela vieta di cogliere a voler guardare, e ogni volta lui cercherebbe qualcosa ma che cosa da portarle a parte le robette che lei talvolta richiede, cose quest’ultime, per le quali lui è costretto a spiegarsi con la merciaia del paese ché nell’acquisto è impacciato e, specie per le mutande e le calze, si vergogna; se ci ripensa, si dice che sarebbe stato meglio se lei avesse avuto davvero il motivo per essere gelosa, ché adesso almeno, lui potrebbe consolarsi un poco con quell’altra che non c’era, non c’è mai stata e oramai…in definitiva a causa di un fantasma, la degenza, nonostante le volatili previdenze sociali, costa lo stesso qualcosa. Dai figli qualche contributo in denaro, sì, ma né l’uno né l’altro hanno a che fare con l’officina, vivono lontani dalle montagne, dal paesello natio e ci arrivano solo una volta ogni tante; dei due la femmina fa un mestiere bizzarro, la pianista, ossia insegna lo strumento, pare sia brava, che suoni in giro, hmm quando le capita; l’anziano meccanico d* un paio di volte l’ha osservata suonare più che ascoltata e, cacciato dalle orecchie l’insopportabile brlobrlu brlobrlu brlobrlu brlum brlum brlum dei tasti, lui è stato catturato dalla meccanica delle dita di lei, Ha un motore nel suo cervello mia figlia, ha dovuto concludere; il maschio vive all’estero e il suo mestiere trova la propria definizione in un incomprensibile dialetto anglo ma che cosa vuol dire in realtà amen. L’anziano meccanico d* ama i monti, dentro e fuori i sentieri in cerca di insalate, matte sì, frutti e poi funghi, solo quelli che conosce però, non l’amanita muscaria per esempio, bella da vedere certo ma di cui sa che dà alla testa e all’intestino e si diventa pazzi. D* ama pure le albe e i tramonti, i cieli coperti, la variazione della luce al cambio di stagione, cose così dai piccoli e custoditi confini e di cui ha una vasta esperienza; detesta stirarsi la propria roba che ormai indossa dopo averla soltanto piegata, non importa se al peggio o al meglio ma con cura, e infine gli piace guidare su e giù per le strade dei già citati monti. Su una cosa anche lui non è disposto a transigere, sul colpo di clacson in curva o agli sbocchi e agli imbocchi dei tunnel, specie sulle strade scalcinate, e sulla precedenza all’auto che sale quando incontra una che scende. Tutte cose che lui ha imparate bene, che sono uno stile e non soltanto di guida, che sa dacché ha la patente, non una qualsiasi, ma alcune, tutte, per trattori, macchine agricole e operatrici e soprattuto per camion, belli grassi, da 4 e più tonnellate. Dunque per l’anziano meccanico d* non c’è perdono per quelli che non suonano e non stringono bene a destra i bordi delle carreggiate, che non stanno nella loro insomma, che frenano in discesa invece di tenersi su una marcia bassa; Si scende come si sale, grida ogni volta che vede accendersi le luci dei freni di chi lo precede. Non sono tollerabili dunque coloro che non rallentano e passano per primi anche se scendono e soprattutto quanti e sono tanti ormai, che pur concessi di precedenza non fanno quel piccolo cenno di gratitudine della mano aperta, senza lasciare il volante, gesto che distingue per davvero il pilota da uno che ha preso la patente sì, ma niente di più, che non ha il senso della strada, così lui dice, del rischio che vi si corre, del pericolo che condurre un’ auto costituisce, degli imprevisti mortali, gli verrebbe da aggiungere dell’ònere oltre che dell’onore di chi guida. In questo non differisce molto dalla maggioranza degli anziani del villaggio, specie quando sono in compagnia tra loro all’osteria bar del cantone e tendono a lamentarsi, una scopa, una birra, un rosso locale dopo l’altro, morsi alle caviglie dal sospetto, negato, dell’inattualità che li rincorre e continuerà così fino alla morte. Rimosso il computo delle tasse annuali, concentrato sull’ammontare della propria pensione e calcolato con molta facilità quello che gli resterebbe per vivere sottratti ogni mese gli importi per debiti da rendere, l’anziano meccanico d* vagheggia che altre vie non esistano per campare se non espatriare, clandestini, scomparire sì ma come e dove, a far che, alla sua età; o continuare a lavorare in un’officina che non gli rende poco ma poi non molto, che gli stordirà ancora l’anima a pagare imposte, more e arretrati e che gli affatica le mani piegate da anni di sforzi per piegare raschiaolio e scappamenti al proprio disegno; poi, dovrebbe comprare il marchingegno per la diagnosi elettronica, se ne rende conto, ma un altro debito uffa no.

È sabato, brilla la luce in declino dell’autunno stagione che quassù arriva prima che altrove e così decide di fare un giro l’anziano mecccanico d*, per distrarsi e distraendosi lasciarsi pensare. Mette in moto e comincia a salire per la strada che porta alla località di m* in un vallone laterale e angusto a 18 chilometri di distanza, niente di più, mezz’ora, no forse quarantacinque minuti di strada bellissima, tutta in terza. Poi sa che farà una gran passeggiata in una foresta lassù che gli piace dove la strada finisce, una foresta di grandi alberi e niente di umano intorno tranne un piccolo stabilimento termale che ha conservato qualcosa di imperiale e regio nel suo portamento. Ad ogni curva d* si segnala con discrezione, e ad ognuna delle tre gallerie, appena le imbocca, rallenta come pochi per abituarsi al buio, knut, knut fa il clacson schioccando il suo verso secco. Scendono non tanti da su, e dietro di lui si è formata una piccola colonna di auto di gitanti, di altri commercialisti, di cittadini che arrivano da lontano, dalle pianure e salgono alle montagne ignari del buon gusto, delle patenti che l’anziano meccanico d* ha conquistato portando, in gioventù, i camion a tre assi con ruote gemellate, bellissimi e gravi, gli pare di vederli ancora su per le rampe dei cantieri, delle cave, dei lavori, carico e scarico, un borro a valle, le ruote a momenti fuori dal ciglio, a monte una muraglia di granito. L’anziano meccanico d* si irrita subito al primo vetturale che lo costringe ad accostare fino a fermarsi in salita, ah maledetto, per lasciargli il transito al suo di quel piffero enorme furgone famiglitare, carico di canoe e di bambini e dell’indifferenza alla cavalleria automobilistica. L’anziano meccanico d*, oggi che è nervoso, ma più che nervoso abbacchiato e deluso, oggi sogna stragi di ignoranti maleducati, o se non stragi, campi di lavoro,  officine coatte; sogna uno stato di perfezione alpina, piccolo, piccolo, che si potrebbe stabilire in questa valle a ben vedere, retto da lui soltanto e dove saper guidare in salita e discesa e con la neve e con il ghiaccio e non usare i freni e risparmiare la frizione e scalare le marce con la più nota delle manovre da veri autisti, la doppietta, sarebbe un obbligo costituzionale, un tema scolastico, una disciplina monastica.

Sogna per poco tuttavia, solo fino all’istante in cui si vede di fronte un motociclone che svolta giù da un tornante e prtum tum tum tum gli verrà addosso perché l’uomo che lo guida pare piuttosto sia guidato dalla propria immagine tanto pare osservarla nello specchietto retrovisore, invece della strada e vai a capire il perché, nemmeno lo specchio gli rimandasse il riflesso delle sue brame di dominante virilità, sì ché  allarga la curva all’interno ed è fuori dalla mezzeria il centauro e andrebbe a schiantarsi contro la ventennale carrozzeria dell’auto del meccanico anziano d*, eventualità della quale egli afferra in un attimo la certezza. Sterza allora, tutto alla sua destra, troppo, e la violenza della manovra lo manda prima a battere contro la roccia in cui è stata scavata la strada, quindi a rimbalzare da qui all’altra metà della carreggiata. Evita è vero, e per un soffio, il motociclista che già gli grida però, Vecchio coglione, voltandosi al meccanico anziano d* dell’anzianità dei cui coglioni non può sapere niente ma che per protervia immagina e disprezza, come se i suoi propri personali pendagli da riproduzione fossero l’eterno mascolino, custoditi come li custodisce lì sotto tra il cavallo suoi jinz e la sella del motore, lì a vibrare di tutte le vibrazioni del quattro tempi, prtum tumtum tum. Intanto l’anziano meccanico d* carambola verso il ciglio esterno dell’esigua carreggiata, un ciglio senza protezioni, se si escludono obsoleti paracarro di pietra uno dei quali cede alla deriva della ventennale auto, che prima mette il naso poi tutto il resto di fuori, nel vuoto di una ventina di metri che la separa dall’allegria salterìna dell’ameno torrente che prende o dà il nome alla valle, infrattato in quel suo tratto, in uno strettone acuto. L’auto vola in picchiata, batte e si schianta di sotto. Non prende fuoco come si vede nei film, si accartoccia nell’acqua che la investe e, con il suo pilota, il multi-patentato meccanico anziano d*, il motore si spegne e muore.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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10 Responses to Una questione di precedenze

  1. Biuso says:

    Sono ben felice e ti ringrazio, Pasquale, del campeggiare di quella frase, che ho scritto io ma ciò non conta. Tanti lo hanno detto e soprattutto è così che stanno le cose: animali linguistici e narratori per natura, ciò che differenzia i parlanti tra di loro non può che essere la forza con cui conducono la lingua a rinnovarsi rimanendo sempre essa quella lingua. La qualità del linguaggio è più importante di qualunque cosa perché è la dinamica senza posa di identità e differenza. Lo scrivere e il parlare sono per loro natura temporali (fonema dopo fonema); se aggiungiamo la loro struttura di differenza e identità, capiremo che linguaggio ed essere sono das Selbe. Come antichi saggi ben sapevano.

    • dascola says:

      Santo cielo Alberto ti chiedo autorizzazione a trasmettere questa nobile postilla all’insegnante di riferimento nella scuola dove andrò. Senz’altro commento linguaggio ed essere sono das Selbe. Come antichi saggi ben sapevano.

  2. Biuso says:

    Libero dall’ “ansia che tutti attanaglia, anche i più meccanici tra gli umani”, trova sì trova la sua “perfezione alpina” quest’uomo scavato nella roccia, scolpito nel tempo di sua vita operosa e dolente.
    Fatto tutt’uno con i suoi motori, è dentro essi che “si scavò la bara”, non meno tenace e non meno epico dell’altro cantato -direbbe Gadda- dal “verso immortale del Foscolo”.
    Sai raccogliere millenni di letteratura, Pasquale, e dunque di vita. Perché “la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, la seule vie par conséquent pleinement vécue, c’est la littérature” (Le temps retrouvé). Tu lo dimostri.

    • dascola says:

      La mia amica, la professoressa Gambini… mi ha detto mi ha detto che hai detto tutto tu.Posto sulla scia del più bravo di tutti come disse Saramago del nostro amato franco, mi sento al traino di un motoscafo molto potente, forse troppo. Cercherò di stare a galla e non mollare il cavo. Bacio le mani Alberto.

      p.s. ho scritto ora ora a una professoressa di liceo di scrivere una tua frase alla lavagna, di un filosofo italiano Alberto Biuso, e di lasciarcela fino al giorno del mio piccolo previsto seminario La qualità del linguaggio è più importante di qualunque cosa.

  3. diegod56 says:

    ho scritto di getto e riempito di errori, uno psicanalista ci mangerebbe per anni, se puoi emenda, amico mio

    • dascola says:

      Allora Diego, rispondo in tre per uno. Sì ho osservato giudare per guidare, stavi pensando al tizio del bacio forse. Pa-Quale? Intrigante. Per il resto osservi con sagacia che la morte attende spesso i miei personaggi. In mia vece? Non ci ho pensato. Mah, ci lavorerò sopra.Forse è uno scongiuro inconscio.Bravissimo è un dire semplice che accolgo con rossore.Ma soddisfazione porca.Su questo meccanico ho lavorato tre settimane con passione.Sembra magari che fili con facilità ma io sottopongo a critica puntuale ogni termine che faccio apparire e gli domando sempre, è davvero così che ti vuoi presentare? Basta auto-celebrazioni. Visto che hai la patente di camion dovremmo un giorno incontrarci, io persi per un caso l’occasione sotto le armi. Poi chiesi quanto costava farla da civile e rinunciai. Su un om dell’ei feci un po’ di scuola guida, ma poi mi trovarono una più comoda sistemazione come fotografo del battaglione.Affettuosamente P.

      • diegod56 says:

        Ancora una questione, sui tuoi racconti. Spesso c’è questo elemento del salire, spesso queste aperture geografiche verso laghi e montagne, con la bussola orientata più spesso a nord. Devo dire che a me garba molto questo spazio, quest’aria, tanto che per esempio preferisco molto questo racconto a quello dedicato alla signora della raccomandata che pure è bello.

      • dascola says:

        Bon Diego, dipenderà dal fatto che di persona personalmente sono un grande escursionista. Un camminatore e, adesso che abito a Lecco e non in quella paludosa pianura milanese anche passatore di me stesso oltre confine.Cammino cammino quasi tutti i giorni, non oggi che viene il diluvio. Sei kilometri lo standard. Ti dirò un segreto di pulcinella, cioè di me; quando ero piccolo e facevo il regista assistente mal tolleravo il chiuso del teatro e soprattuto quello delle menti. Non sopportavo quella che chiamai allora la vita finta che, pure, mi dava da mangiare. Aspettavo la pausa o la giornata libera da prove per prendere un battello, un treno, o i piedi e andare in giro, a respirare. Andare a lavorare mi pesava da morire proprio. Guardavo le colline ma anche i negozianti che si aprivano al mattino sulla luce dicendomi ecco dei fortunati. Per anni tornare in città dopo una vacanza nelle campagne fiorentine dove è nata mia moglie, per me è stato un ritorno in cella dopo la libertà vigilata. Pensa che per un lungo periodo per mie difficoltà e dei miei, io li sostituì nel loro negozino di cornici. Ci andavo con allegria e nessun senso di diminuizione. Mi piaceva, se si eccettua l’avere a che fare con i clienti, quasi sempre impossibili ma amen, non ero niente male come negoziante, me la cavavo bene.Ah ah

  4. diegod56 says:

    perdono: «Pasquale»

  5. diegod56 says:

    come pensione ipotizzata (circa 700 euro), come livello della patente (ho giudato i camion), e soprattutto per la assoluta imprescindibilità della doppietta quando si scala la marcia, senza tralasciare la tristezza cronica, mi sento molto vicino all’anziano

    bellissimo il racconto, tanto rappreso e oggettivo nella narrazione quanto intriso di potentissimo sentimento del virere e del suo male

    muoiono spesso, in tua vece, è chiaro che lo fai per quello, i personaggi
    sei bravissimo paquale

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