¡Viva la muerta!

Non so quanti riescano a ricordare Peter Sellers, indiano finto e finto trombettiere coloniale, nella scena di apertura di Hollywood party, 1968; colpito a morte dalla sceneggiatura, esauriti i bang bang degli artificieri, nonostante le urla, Cut Cuut CUUUT, del regista, lo stolto continua a rialzarsi e a suonare la sua trombetta.

Poiché difetto di illusioni e del conforto di quella scempia che è l’ultima a morire, propongo invece ai miei pochi ma pugnaci lettori e riporto qui di seguito, una letterina; lo spunto della quale ho pescato dai due articoli qui collegati in calce. Letterina conclusiva di un dibattito che i miei seguaci sopravvissuti sono liberi di immaginarsi se vero o falso, letterina a quegli increduli che si dichiarano stufi di sentire ancora, more 68ttino nel loro pensare, di sentire ancora chiamare fascista questo o quello per me pari sono. Per me non sono pari, anzi dispari, anzi per me il termine fascista non è deceduto nell’uso, anzi mi pare abbia subito un upgrade tale che, laddove anni e anni fa ci si schierò in una guerra tra democrazie liberali e fascismi, oggi mi pare si possa affermare che c’è sempre la lotta, la si ama,q e tanto è più amata quanto è più cruenta, ma tra fascismi. O, sempre more 68ino, tra opposti fascismi; uno dei quali patinato e pieno di buone intenzioni purché si trotti al suo passo, un altro nudo, crudo e labaràto as usual di negri làbari, e al passo del quale trottare è difficile, giacché per un ben noto gusto del sangue, di Thànatos, dèa senza limiti, tende a tagliarti i garretti prima che tu ti adegui. Se a qualcuno piacesse il sale amaro dello pane altrui ecco dunque la letterina.

Miei cari stufi e stufati, giusto due notiziuole per illustrarvi quanto il poco peso che meritano io dia ai ripensamenti in chiave liberista di chi è stanco dei conflitti, pur con qualche ragione, ma dimentico che nei conflitti ci si dibatte finché non li si supera, riconoscendoli; e quanto dovuto sia invece il peso che le compete alla parola fascista. Non semplice quanto vuoto epiteto ma ampio termine clinico, termine che compare nel mio personale Dsm, manualetto statistico dei mental disorders, tra fantasma e fastidio.

Benché intitolata magari a un papa, magari a un assassino per procura come quell’Escrivà hispanico di lugubre memoria, vi induco, cari, allo sforzo lieve di immaginare una istituzione scolastica N, un’istituzione italiana, e sottoposti gli insegnanti alla commissione di valutazione interna. Sotto la legge di riforma della squala voluta da un picciottedru con gelato e da un prognàto equino con nome, Gian… netta, estrapolato dalla commedia dell’arte, la miscela alchemica di detta commissione, dipenderà dal direttore, ovvero dal capo fabbricato. E chi, chi il capo fabbricato nominerà mentor, plurale mentors o mentos come le caramelle bucate, è prevedibile; coloro che più faranno comodo al proprio di lui status quo. L’unico status. E quale criterio di valutazione adotterà detta commissione di buchi, è facile da divisare; primo fra tutti l’indispensabile stupidità a sostenere il potere personale del capo; poi l’ànilingus, senza escludere per la ley mordaza delle pari opportunità, il cùnnilingus, che sono i primi motori motivazionali del nostro paese; poi l’ordinarsi a modelli didattici e pedagogici iscritti per lo meno nella categoria dell’ovvio; ho imparato così insegno così, si dicono i maestri, e più sono maestri più sono cretini, tanto che per confermarsi in vita tendono a infliggere agli allievi la stessa presenza punitiva che hanno subito loro; infine ma non c’è fine, l’essere buoni cattolici, dal greco κάτωλύκοι, ossia kàtolükoi ossia sotto sotto lupi, costituirà di certo la dominante e l’odio personale la sensibile, nell’accordo maggiore del potere per il potere. L’egemonia stupidaria può essere ampliata a misura di uno stato che si fa status-sine-qua-non, in mancanza di libertà, indipendenza e autorevolezza comune del pensare, conquista peraltro difficile; su tutto stesa la coperta antincendio dell’autoritarismo, di un rinnovato, Viva la Muerte; lo stesso strillo di Astray* ma declinato in camicia bianca sbottonata e maniche renversés invece che in rigorosa camicia nera cravaté. Tra professi e i maestri, nell’istituzione N sottoposta alla vostra fantasia, ci sarebbe chi ambisce a cariche nulle come peggio non si può, solo cioè per ottenere un miserabile scatto di stipendio e non un riconoscimento di valore quantificato in giusto stipendio… poi poi, non dubito della fantasia altrui per cui esercitatevi  a pensare miei cari le variabili nell’esercizio dell’abuso in una scuola dove per sopramercato non siano rari gli ex-compagni di scuola, i mister io ero con Tinozze al quarto mentre lui con Sanpietrini al secondo anno/piano. Una barca in balia per anni x dell’un nocchiero per x+1 dell’altro o dello stesso; in tutti i casi non donna di provincie ma bordello per la servitù. A questo punto io preferirei avere un ingegnere o un uomo marketing a dirigere l’Istituto N; sarebbe più arrogante, più ignorante non so, ma dico chiaro, bonu o tintu ca fussi, perlomeno non intento a farsi alleanze per ricandidarsi, anzi più autentico nello spargere il sale dei suoi motivi personali sulla squola al fine di fecondare il terreno della propria ascesa sui passi perduti della politica senza pòlis, ma tanta police. Di un gompiuterr, Mac naturalmente, mi fiderei di più. Divertitevi cari tutti a pensare i particolari di questo scenario e con questi a completarlo. Sempre che vogliate. Tenevo a chiarirmi con voi, se mai di bisogno, che nessuno chiamo fascista a caso. Ché le mie non le son interpretazioni ma diagnosi; e non ho mai sbagliato. Come Cassandra e Schnitzler, il medico del Reigen**.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/10/ucraina-rispunta-lalleanza-nazi-islamica-lisis-a-fianco-delle-brigate-neofasciste/1861019/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/03/riforma-scuola-come-funzionera-lavanzamento-carriera-dei-docenti/1473072/

* in De unas Munus. ivi, 14.11.11
** Il girotondo. Dramma devastante. Vienna 1903. Raighen si legge. Not reigen, nor riigin,

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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