Il silenzio scortese di Scorsese

Preciso di nuovo che non mi piacciono né il tono né gli intenti della critica se altri ve ne sono di là dal tenere su di giri il proprio narcisismo, narcisismo di cui il film Silence è intriso com’ogni altra opera che si compiaccia della propria forma in assenza di struttura. Alla così detta critica preferisco il giudizio e se mai la critica dello stesso, in quanto per natura limitato e passibile di errore, dunque impermanente. Mi adatto pertanto a dire qualcosa poiché quest’epoca il giudizio, ovvero la pratica del discrimine, vanifica, rinnega, rifiuta quando non reprime col gioco pronubo tra domanda ed offerta di consenso, ovvero con la negazione di ogni differenza e identità in favore della diffidenza per ogni cosa che non si riesca ad obbligare all’omologazione, fino all’odio per tutto ciò che, separandoci, non ci pone l’un contro l’altro armati, ma semplicemente, parafrasando Lao Tze, su questa o sull’altra sponda di un fiume senza che vi sia necessità di andare di là dal rivo a dire-fare-baciare, convertire. Questo sapevano i Greci ma Scorsese non è né greco né l’Eraclito dei fiumi. Dunque mi pare che sia utile e non dannoso parlare di un film o di un’opera anche  e soprattuto quando non pare riuscita. Tutto questo vale solo per le opere che in qualche modo si distinguano per essere tali e e che quindi non sia né indifferenti né uguali. Parlare d’altro è parlare di niente.

Di un autore che viene considerato con qualche ragione uno dei grandi maestri del cine, Martin Scorsese, quando toppa come nel caso che esporrò non alla breve, è sempre peraltro penoso voler dire. Per il rispetto dovutogli a prescindere, sembra inutile ma è utile ricordare, così piace  a me ed a un mio amico, il Barezzi regista lui e studioso dalla sconfinata memoria cinematografica, che anche un grande sbaglia ma sbaglia alla grande e dunque anche di un‘opera abortita o non riuscita qualcosa tuttavia resta. Se non ricordo male, questo lo scriveva chissà dove Tertulliano-chi-era-costui , citare il quale casca a fagiuolo nel presente discorsino, trattandosi com’ognun sa, parlando di Tertulliano, del primo teologo cattolico e fanatico defensor fidei. A proposito di teologia ecco che torniamo a Scorsese, non nuovo ad escursioni nel campo, escursioni che al cinema degli americani dovrebbero essere proibite specie se adattate ai sentimenti e dalla fede dei loro uomini marketing. Parlando di fede  preferisco ricordare l’ingenuità perniciosa di Marcelino pan y vino, di Mission, senza escludere il recente Chiamatemi Francesco. E voilà uno dei primi limiti del filmo, Silenzio, di cui non si sa se peggiore sia il doppiaggio o l’originale. Ma anche qui tranne i simpatici attori nipponici e Lyam Neeson che vale la pena attendere nelle nebbiosità delle prime quasi due ore di pellicola per osservare la grazia con cui egli entra in scena nella terza di queste ore, Andrew Garfield che sostituisce oggi e male i divi di ieri non mi piace, piange con facilità le lacrime di glicerina e non è mai presente, lo dico da insegnante di teatro. Studiano tanto quanto li pagano questi ragazzini miricani ma in loro non brilla lo shining con cui Gary Cooper infiammava lo schermo in Mezzogiorno di fuoco. Garfield varrebbe in La merenda del fuco.

Stante che non sono un esperto di cinema rilevo o mi pare di poter fare qualche rilievo di ordine storico ed etico ad un’opera che, per le sue caratteristiche esplicite, si pone come verità agli occhi dello spettatore. E di quale verità è facile dire; della verità che vi fu una persecuzione dei cristiani nella prima metà del 1600 in Giappone, tanto che il film è dedicato ai cristiani perseguitati in questo paese. Della verità che i giapponesi erano ostili alla verità portata dai gesuiti come tale, una verità di conflitto ma non con una fede giapponese, che non c’è – lo zen non è a rigore di termini una religione ma una disciplina etica senza dèi e lo shinto un politeismo  gentile senza inquisitori, Signore potevi porre una zampina benedicente sulla fronte dei traduttori e sviarli da tanto sproposito- ma con il Potere che in Giappone temeva che la verità o supposta tale potesse manifestarsi con un’invasione politica prima e commerciale poi, degli occidentali. E qui casca l’asino, per dirla alla Totò ché non si sbaglia mai. Benché, nella sua seconda metà, il film si dilunghi con notevoli punte dialogiche sui crucci del gesuita, angelo del noto e proprio forsennato desiderio di redenzione personale violenta alla luce di quella immaginata di Gesù, la fede del malcapitato soldato di Cristo si manifesta nell’accettare con preghiere e lacrime che altri crepino. Domandarsi come altrimenti avrebbe potuto pensare un fervente seguace di una religio fondata sull’omicidio rituale, sul disprezzo della vita presente per quella assente, del corpo quale prigione dell’anima, sul mantenimento dello status quo di quei miseri che nessuno voleva sollevare dal loro stato, le rivoluzioni sono ancora lontane e peraltro hanno sempre dovuto promettere un’avvenire migliore mai qualche chicca di presente, e allora dagli il paradiso così saranno contenti di morire per quanto doloranti. Verso la fine del film l’interprete giapponese ricorda al gesuita la misericordia e quello alla fine la capisce o così pare, abiura, salva diversi disgraziati e si ritira lui in un silenzio da supposto dio e con la pelle ben salda sui muscoli e abiti graziosi sui bei muscoli. Detto scritto sembrerebbe persino una bella matassa narrativa ma, per dirla tutta, a tanto hanno messo mano, in passato, diverse belle menti occidentali, Nietzsche per dirne una. Così come lo presenta Scorsese, che come cineasta non è pulito in quanto partecipe e complice del marketing che sottende ogni opera cinematografica, il novero delle questioni poste in essere risulta un’esaltazione della chiesa tridentina che Scorsese forse non conosce perché americano, ognuno ha i suoi limiti che per gli americani sono il loro esporre ed esporsi ai loro cliché, o che conosce librescamente senza che gli sia noto che cosa è stato in Europa il potere della Chiesa, nonostante le sue nobiltà, e la furia dei conflitti che per il potere essa ha scatenato e l’orrore dei danni provocati da tali conflitti. Sicché non sapendo se fare un film storico o di riflessione, non fa né l’uno né l’altro, sceglie da par suo il miglior punto macchina e non si perita nel rendere ridicoli e crudeli in buona misura gli attori giapponesi che rappresentano i loro antenati, con ciò dimenticando che nello stesso tempo in Europa, era da qualche secolo che si massacrava in nome di dio. Vogliamo ricordare qui i 3 milioni di càtari assassinati nei modi allora noti, persino con un gigantesco crematorio en plein air degli ultimi 200 di loro sopravvissuti a Montségur, 16 marzo 1244, Prat dels cremats e che all’epoca dei fatti giapponesi, l’Europa combatteva di preciso da trent’anni una guerra, si veda anche ne I Promessi Sposi capp. XXI-XXX, guerra che potremmo definire mondiale stante il coinvolgimento totale dei regni europei in difesa dei due dèi, ovvero delle due scellerate pulsioni umane allora in combattimento tra loro, quella di Lutero e quella del Papa; detta guerra fu, ma non ci dobbiamo stupire né storcere il naso, un campionario di orrori comuni e fuori del comune, moltiplicati dall’infatuazione ipnotica, inducendo la quale le ideologie monocole di ogni tempo e gli occhiuti demagoghi, generano i mostri di una ragione pervertita nell’utero di una fede quia absurdum. E qui torna Tertulliano – De carne Christi  5.4 – Credibile est, quia ineptum est, è credibile perché è sciocco. A mio modo di vedere è proprio questo l’inganno ideologico, non teologico, patinato, cinematograficamente ricco di immagini belle quanto sterili, vuote di pathos, tese a far biasimare e dipingere il Giappone come palude di fango e paglia contro la solida pietra del cristiano Portogallo e quindi tanto più utile a portare indietro di anni e anni, come direbbe un giornalista, l’orologio del mondo fedele – bisognava sentire il fremere di narici in sala a ogni sacrifico umano- mondo contro il quale si badi che chi scrive non ha conti in sospeso né risentimenti personali, ma solo storia da contrapporre, se necessario, cosa di cui sarebbe ora di dubitare. Se Scorsese avesse voluto fare un lavoro antinipponico e genericamente contro l’Altro, per dirla con Lacan e si badi al pericolo di tanto atto, poteva fare un documentario sugli orrori, sostanziosi, veri, da voltastomaco, del Giappone dell’unità 731 degli orrori di Shanghai e Nanchino, a.d.1938. Chi vuole faccia qualche ricerca, ci sono ben occultati documenti che un lavoro coraggioso avrebbe potuto estrarre dalla Nostra storia recente per concludere con un giudizio severo, totale definitivo di impossibile assoluzione dell’unico responsabile di ogni orrore, l’essere che si dice umano. Poi, poverini noi, siamo anche capaci di qualche gentilezza, non tutti. Parafrasando però Nietzsche, Se vai presso gli uomini, porta il bastone.

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About dascola

D'Ascola Pasquale è il qui pro quo di Pasquale Edgardo Giuseppe Dascola che, privato a un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa. L’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per averne una, o una sola. Gli assomiglia un termine francese, déraciné, aggettivo sostantivato e dolente tanto che nel proprio luogo natale, eh già, Milano, DAP si è sempre sentito in una sorta di domicilio coatto ma, non riuscendo per motivi economici, a trapiantarsi nella Neverland che ha sempre immaginato di propria competenza, è riuscito però a ritrovarsi a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali". Vicino o piuttosto tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite. Egli fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato. Con l'intenzione o, con Cioran, con la tentazione di esistere e per quanto il verbo suoni imponente alle orecchie del falsi modesti, egli scrive. Ciò è.
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