Artelier. Dolori e coraggi a Maggio


Segnalo che per l’occasione messa in atto da Artelier[1] del benemerito Festival dell’Espressione 2017, sul tema il dolore e il coraggio[2], sono stato invitato dal suo ideatore dr. Giuseppe Oreste Pozzi, a dire in qualità di giurato su alcune delle opere che, da  domani, il pubblico troverà esposte nelle sale della Società Umanitaria. Interrogato da me stesso da quale vertice di competenza potessi mai affermare o negare qualcosa in un campo che non è il mio, ma esortato dal dr. Pozzi a parlare dal livello medio della mia sensibilità, grande o piccola che sia, mi sono risposto con una breve riflessione che qui espongo in lettura e che, a mio avviso, completa in qualche misura un complicato discorso, che tanto mi sta a cuore sull’arte, il linguaggio, l’espressione e i suoi confini, e sui confini che un intellettuale, figura che qualcuno mi attribuisce senza che io osi smentirlo per evitarne il Narciso, deve porsi o trovare nel dire. Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen, recita in bella forma ritmica tedesca Wittgenstein, nel suo Tractatus[3], scritto e terminato in trincea nel 1918, per ingannare i tempi, Su ciò di cui non si può parlare occorre tacere… salvo cambiare il punto di vista. Se si può.

L’idea di esprimere preferenze in un campo che per dichiarazione programmatica non è quello dell’estetica ma della sofferenza, sofferenza che, come quasi tutti al mondo, conosco in corpore vili e che ha un suo percepire particolare, αἰσθάνομαι-aisthanomài, proprio per questo mi fa trattenere il pensiero sulla porta del giudizio. Al ruolo di giudice sono tenuto dal mio lavoro di insegnante di teatro, ma lì è facile distinguere il niente dal qualcosa e nel distinguere, nel vedere e pesare la differenze, la nostra categoria deve esercitarsi; ma di questi lavori di pittura o fotografia che non dubito siano stati ottenuti con non so immaginare quali speranze e grande sforzo dei soggetti, con loro grandi resistenze o, al contrario, in assenza di limiti o consapevolezza degli stessi, e con grande perseveranza di educatori e terapisti, di questi lavori fare una graduatoria mi sembra improprio, non per bontà ma perché non è questo il campo di una scuola né di una scuola professionale. Il pubblico avrà la meglio.
Di tali opere sono stato chiamato a dire qualcosa, le mie impressioni se non altro che, come mi capita di insegnare, sono di regola la prima regola da seguire nel darsi ragione o no dell’operato  altrui. Come ebbe a dire Giuseppe Pontiggia, Alla fine è il lettore – il pubblico – ad  avere ragione. Si riferiva non alle arti figurative ma alla letteratura, certo, e non in senso limitativo bensì per sottolineare che chi legge, alla fine esercita il proprio gusto, con la propria sensibilità, al meglio se è maturata nel tempo, se si è educata a trovare una strada nel labirinto del lavoro altrui che, sempre, è un labirinto. Ebbene, se arte è andare all’oltre e all’altro e, indipendentemente dall’ordine delle cose, dare loro un ordine ovvero un senso e arrivare persino a maturare una qualche tecnica utile a raggiungere la riva del senso, se è un governare questo traghettamento, se infine, e questo che segue lo dico dalla mezza collina della mia esperienza pedagogica, se infine il fare non manca benché possa rivelare una mancanza, un‘assenza senza possibilità di essere esplorata, o un nascondere/si ben messo in scena, allora quest’arte, anche se con meno talento e dispari perizia dev’essere in chi guarda, di chi legge o ascolta. Un lavoro su due fronti differenti dove la differenza conta qualcosa. 
Entro questi limiti mi sono permesso di stendere una sorta di catalogo di apparizioni, direi anzi di rivelazioni delle opere che ho avuto il bene di osservare. Quelle che hanno coinvolto la mia lunga o corta capacità di sentire, αἴσθησις-aìsthesis, e dunque la mia possibilità di scriverne. Mi è sembrato di notare tra i lavori quelli che hanno superato il varco tra l’espressione, inespressa, e l’espressione che, non saprei stabilire a qual grado di consapevolezza o no, trova una forma e vi si conforma e sublima, anche o soprattutto nel senso tanto dibattuto quanto incerto di sintesi, del soggetto tuttavia, tra orrore e fascinazione, di delightful horror -Edmund Burke – A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful-1757
Per metafora sono stato in grado di scrivere solo di opere che mi hanno suonato e di cui ho sentito risuonare qualche richiamo. Di là da questo passo e con tutto il rispetto dovuto, la materia esulava dalle mie possibilità di indagine ovvero non sarei stato in grado di dirne senza mettere di mezzo strumenti clinici che non possiedo. 
[1] cfr. www.artelier.org.
[2PROGRAMMA http://www.artelier.org/festival-dellespressivita-la-iv-edizione-in-scena-dal-2-al-7-maggio-nei-chiostri-dellumanitaria/ ]
[3]Tractatus logico-philosophicus. Per qualche lettore incuriosito, qui le sette proposizioni fondamentali del Tractatus che qualche interesse hanno secondo me anche per chi non fa o non conosce la filosofia. O è curioso con juicio.
1.Il mondo è tutto ciò che accade.
2.Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3.L’immagine logica dei fatti è il pensiero.
4.Il pensiero è la proposizione munita di senso.
5.La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari. 
6.La forma generale della funzione di verità è   Questa è la forma generale della proposizione.
7.Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.
 
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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2 Responses to Artelier. Dolori e coraggi a Maggio

  1. Biuso says:

    Tu sai guardare, e guardando pensi.
    Ecco una competenza non diffusa.
    Le sette proposizioni di uno dei libri più mistici del Novecento fanno da ulteriore guida al saper vedere.

    • dascola says:

      Caro Alberto, se formulo un’immagine di te a distanza, lontano lì a Catania, mi figuro un falco, poiana o gheppio che vola vola, ma si sa che è un dio camuffato e con qualche idea in testa se guarda giù ed è vegetariano, ripiega le ali e giù a capofitto su quanto succede. Sempre appostato al computer Alberto. Sei tu che hai la vista lunga dunque e ti ringrazio di attribuirmene una dalla lunghezza dell tua. Grazie.

      P.s. È importante aggiungere che da 45 anni cerco di carpire, leggo e rileggo, il Tractatus, e ogni tanto ne afferro una frase prima che alla successiva, come a Cnosso, invece di una svolta si elevi un altro muro. Me è lì che gira il libro nella mi’amente.

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