Le villeggiature dell’Elzemìro

Desideria Guicciardini – Senza titolo – ©2017 coll. privata
Idillio fiorentino
  a L.M.                                                                                                                                                                  
 Un nonnulla. Due ragazzini, spilungoni per la loro età, un maggiore robusto, la mirata sorniona d’inveterato fiorentino, magnifici capelli adatti al vento, minore il secondo, rasato a zero, un filìno con l’àndo di chi sia timorato ma non di dio, bensì di una sorta d’incertezza nell’attribuirsi una patria e degli uomini, che in guardia scruta con occhio di spia. Scendono insieme giù dall’erta di Settignano, cicale, sole, ulivi e cicale, fino alla piazza; incrociandone il passo lento ma deciso di chi abituato a entrare in scena ne sa uscire, salutano Odoardo Spadaro, artista di vecchia rivista, panama sghimbescio da diseur, giacchetta e cravattino. Poi saltando sul 10 filovia dell’atac, Associazione trabiccoli arrugginiti firenze, dice fiero di questa rivelazione il maggiore dei due hidalghetti fioriti al minore, entrambi sul predellino a farsi forare il biglietto, avanti che qualcuno tragga da un vocabolario alienato la demenza del verbo obliterare. Sicché il trabiccolo numero dieci chiude le porte e parte con un che di incerto, di malingamba, e scivola frenato seguendo i suoi fili aerei giù per le ampie curve che portano in città, a Firenze; sfiora la villa del di cui si dice, si dice e si racconta dei suoi cavalli, dell’amata Duse, capponcina lei, falce di luna calante, porziùncola lui il Gabriele poeta D’Annunzio. Spunta perciò un’ala dorata** al pensiero del filovia che corre, passa l’Affrico torrente di stoppie, fino al Ponte del Pino dove un pino c’è, ombrello grande a consolare dal sole, stesi in tranci sugosi sul banchetto di zinco tra enormi stecche di ghiaccio, i cocomeri al gelo che, con la città, dividono il colore della polpa, rossa questa e quella dei muri avvampanti di splendore nell’appassir del giorno. Vuota di suoni borghesi dietro le antiche persiane verdi, dietro le tapparelle verdi, la città è bellissima, non visto vi transita un Pan mentre tutti sono al mare a mostrar le chiappe chiare, ovvero il sordido orrore dei corpi a sé disavvezzi. I due ragazzini vanno e vengono in quel paradiso abbandonato da baci e frizioni che ignorano ancora per loro fortuna, tale che tutto a loro d’intorno sembra costruito per far il niente e inseguire bomboloni selvaggi e ruvide dolcezze fiorentine. Spariscono alla vista in un cinema i due. Ne usciranno quanto dopo chi sa. Mutati da quel minimo tempo che ad altro li sta addomesticando. Un nonnulla.
 Mister Pet
L’educazione di certi ragazzi del nostro mondo dovrebbe spaventarci, tanto più quando se ne osservano i risultati, lo sfacelo che essa produce nella psiche di questi ragazzi, così accuratamente rovinati dai loro genitori.                    Lev Tolstoj – Il primo gradino – cap.V
Pet, pet, pet, fa la trompetta dell’automobilina, pet pet. Non è più stupido degli altri esemplari della sua specie il bambinetto seduto al volante nell’auto che lo zio ha lasciata nel giardinetto condominiale, pet. In inverno la sua sconfinata infanzia è invogliata dalla scuola a un tentativo di darsi un senso riconoscibile per un tempo dato e assodato; correre al piede di una palla, saltare perché fa salti la sua natura, fantasticare infiniti mondi di lussuria dietro una parola e soprattutto fare rumore; rumore è esserci, Lärm ist Dasein direbbe un gran tedesco; appena non sussista il vincolo dei divieti spaziali e temporali delle maestre, per quanto poco prescrittivi sembrino i loro No bambini, per quanto lieve, camuffata e politica sia la loro formulazione, quasi che quei no o altri monosillabi corretti e assi poco corrigendi, siano già un’eco di loro esili e trascurati desideri; passati questi passata quella. Ebbene ora d’estate, là nel paesone di mezza altezza dove mister Pet vive la vacanza dal sé stesso che senza deroga alcuna ogni mattina si sveglia alle sei e trenta, ed ora che per ventura lo zio è arrivato da qualche trascurabile contrada a passare qualche tempo da loro, estranei quei loro a questo teatrino e che quindi non mettiamo in scena; ora, che nella quieta sonnolenza dei loro condomìnii e delle loro villette intorno, l’estate rallenta il sonno degli operosi caldaìsti e muratori ed elettricisti quasi che il rocchetto del tempo si regoli di sua volontà su ritmi un po’ cubani, ancheggianti, più fatalisti e un po’ meno vòlli fortissimamente volli* ; ora dunque, brachétte a strisce con una goretta di urina davanti, straziante blu della canottiera, ora a quell’ora Mister Pet si scaglia dal suo lettino all’auto e comincia a guidare, si badi che non sa ancora accendere il motore né peraltro arriverebbe con i piedi ai pedali, ma lui guida guida sull’ali dell’avvenire, e ogni tanto ritiene opportuno segnalare la propria presenza al mondo con un pet del clacson, ripetuto spesso, pet. Segno che il mondo sopramondo di lui non si dà conto, non rileva il suo esserci. Ma dopo un po’, la geografia dei condomìnii risvegliati sì. Tacendo subisce e acconsente.
 Le foglie 
Tra le storie che si narrano del maestro Z… c’è questa, che un bel giorno del decimo mese alla porta di scena del teatro K…, truccato e vestito a puntino, bello nel suo abito giallo e corrucciato arrivò un attorello, che infranse il silenzio dovuto per dire, Maestro, che debbo fare se il mio cuore è tormentato e non riesco a recitare senza ricordare tutto il male messo in atto su formiche e lucertole, il maltratto che ho avuto, con questo e con quello, con mia madre ad esempio, le offese e i torti fino al giorno della sua morte e solo perché come di ognuno che spenga le luci e chiuda bottega e magazzino, mi irritavano le sue parole querule, circa me stesso. Io non so dire mai che quel che è fatto è fatto, che l’acqua come s’usa dirne passa sotto i ponti, eppur l’infradicia, non riesco a sopire la memoria con l’oppio della necessità; e il sonno non mi giova.
Ah ah, prese a ridere il maestro da dentro il suo sontuoso costume e continuò, Fai bene e fai male; la colpa resta colpa, abituati ad osservarla, è tua quanto l’occhio con cui la guardi; si uccide senza parole, si maltratta a parole e con ciò si uccide di nuovo, la madre è solo un esempio; e chissà quanti con abili metafore avresti fatto e vuoi far fuori oggi; è ovvio che questo ti spaventi ma è indifferente al cielo, guarda su se ti par che si muova e commuova; le nuvole, ah, è il vento che le spinge, non ci sono allegorie su per aria. Tu agisci benché agitato, ti piaccia o no, anzi benché ti dispiaccia. Ascolta i lamenti di questo tuo cuore scosso e cerca di trarne qualche sugo ché lì sta la differenza; non c’è perdono che ti spetti, nessuno che ti aspetti con un telo asciutto fuori dall’acqua gelida del lago, nessuno tranne te stesso se accetti la proprietà di ciò che a te è proprio. Siamo mestatori di metafore noi e mescitori di oblio*, ma poi. Ma poi il maestro tacque ed entrò in scena irritato per le chiacchiere cui s’era sottomesso e, suo malgrado, per il fondo di finzione che aveva sentito affiorare dalla propria maestrìa. Un soffio di vento improvviso agitò i lumi e sparse da un albero, sul pubblico in attesa, uno sciame di foglie… farfallette amorose agonizzanti**… Sembrava avessero ragionato esse e il vento.
 L’algoritmo dell’anguilla
Algoritmo. Termine matematico derivato da al-Khuwārizmī – Corasmia, Khwārizm ndr. – soprannome del matematico arabo Muḥammad ibn Mūsà , 8° secolo. Tale termine fu usato nel Medioevo specialmente per indicare i procedimenti di calcolo numerico basati sopra l’uso delle cifre arabe, e attualmente si usa per qualunque schema di calcolo. Quando si parla, ad esempio, dell’algoritmo della divisione o della moltiplicazione, s’intende la nota disposizione delle cifre che si usa per effettuare tali operazioni.
 in Enciclopedia Italiana, 1929 
Nell’età delle sciocche certezze giovanili, per un anguilla s’intende, tra stagni e valli d’acqua mezza salata e mezza no, né ti né mi, appunto un’anguilla sguazzava senza troppe difficoltà, paure, apprensioni e affini, quando s’imbatté in un girino che alla sua vista gettò un grido soffocato; gli strilli dei girini sono a misura delle loro dimensioni e della loro boccuccia da fiorelllini e poi, sotto il pelo dell’acqua gridare non è comune quanto in un deserto. All’avvistare la scucchia negra e il lungo corpo di serpe mancata dell’anguilla, incarogniti gli occhi di lei a sembrare stupidi e proprio perciò minacciosi, il girino ne fu spaventato e si dice non a caso a morte, si sentì divorato ma ebbe il guizzo di guizzare all’indietro; Oh cielo un drago, farfugliò il girino fuggendo come poteva a coda levata e ripetendo drago drago. L’anguilla fu tanto stupita da quel chiamarla drago che non si peritò di inseguire a papparsi il girino, anzi si fermò a specchiarsi nella propria fantasia e si vide e si ammirò immensa e minacciosa, un drago per l’appunto, un drago con una spina dorsale corazzata come solo i cinesi sanno immaginarne. Continuò a pensare di sé questa bizzarria, incurante dei pericoli che anche un quieto padule o una larga laguna possono offrire più che nascondere. Sicché fu pescata l’anguilla da bipedi lenti e lónfi, e si stupì, quasi s’indignò pel fatto che qualcuno avesse in petto l’ardimento per pescare un drago. Aggrovigliata tra altre anguille in una vasca affollata, non si dette conto che le sue dimensioni appartenevano anche alle sue sorelle, non draghi, non mostri; sargassi viventi. Su un tavolaccio di legno, quando fu inchiodata viva per la mandibola, con tutto quel che seguì, sventramento, salatura, pepatura e cottura au plaisir des dieux, a quel punto l’anguilla aveva smesso di fantasticarsi. Da ogni pezzo di sé.

Desideria Guicciardini – L’omino-macchina per scrivere -coll.privata
Immagine guida e compagna di viLLEGGIATURA dell’Elzemìro
In Bambino Arturo et son voFabulaire hors de l’ordinaire, Booksrepublic Isbn 9788853440457 – 2012. Cfr. http://www.mondoscrittura.it/?p=4186

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to Le villeggiature dell’Elzemìro

  1. Biuso says:

    L’illusione delle proporzioni, la realtà della dissoluzione.

  2. soniagrandis13gmailcom says:

    deliziosamente crudele

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