Pìcole patrie, patriottimìsmi, res ferenda e nenerèttili

Francisco Goya – Il sonno della ragione genera mostri

En este mundo traidor / nada es verdad ni mentira / todo es según el color / del cristal con que se mira.– Ramón de Campoamor, (1817-1901) .*

Capisco bene che la questione è controvertibile, perversa e al solito economica; e che i governi non riescano a fare a meno di essere stupidi oltre che miopi, come tutti coloro che osservano le cose, più che attraverso una lente, senza lenti alcune e alla distanza massima di lor méntula o minchia, non sempre in erezione. Fu stupido Francesco Giuseppe, tuttavia uno scalmanato senz’arte, come senz’arte fu il caro Adolf più tardi, gli aveva assassinato un arciduca. Sicché guerra. Fu stupido e  scotòmico e stupido il suo parlamento con tutti i c(i)echi e serbi-rancore e trentatré trentini e po’-lacchi e un po’ lócchi. A tal sproposito ricordo molto bene che nel ’18 a Trieste le ragazze scioglievan lor trecce per le piume e tutto il resto dei bersaglieri al seguito del nane-Rettile savoiardo. Lo ricordo perché mia nonna fu al molto Audace molo tra quelle sconsiderate che, nonostante parlassero poco e male l’italiano da loro scambiato per il dialetto triestino, avevano una passione per l’Italia di lor cuore. L’Italia appagò il cuore della mia e di tutte le nonne della molteplice monarchia che fu, togliendo loro il nome che il deprecato Absburgo  riconosceva, l’identità ah ah, e mutandoglielo da Bergomaš in Bergamasco; gli esempi sono tanti. Mio cugino Sedmak divenne Sommacco – specie arborea ma non credo che gl’italianizzatori forzosi lo sapessero. I parenti Ivancic, Giovannini, gli Schneider, Snàdeiro, sì quelli delle cucine. Molto tempo dopo e con eguale protervia, mia madre che non capiva l’italiano, con cui aveva conti aperti di suo, nel 1952, si vide negato dalla repubblichissima repubblica italiana, il diritto a chiamare chi scrive Robèrt o Edgàrd, lei francese, perché nella repubblichissima non passava lo straniero. Ricordo molto bene quanto è costata e tuttora costa la dementia de gli-stati-siamo-me cui le grandi patrie non danno quell’ascolto minimo che si darebbe tuttavia, con uno sberlone o un, Citu, ai bambini quando con strilli e corse e bizze tra i tavoli in trattoria o al supermercato  chiedono e chiedono senza riguardi l’attenzione e il balocco che non gli spetta in quel momento e in quel luogo e senza i dovuti modi; ossia con la più banale delle buone educazioni. Dunque morti, 600.000 solo nel regno savoiardo, e 2,000,000 di mutilati. Una vittoria, mutilata senza dubbio. Non dico che il diritto di essere piccoli e soli non sia da rispettare, osservare due volte cioè. La Svizzera ne fa fede. Non dico che piccolo sia brutto. Anzi è spesso meglio. Si affoga o ci si salva meglio in due, anzi da solo a solo, che in tremila; la statistica è spesso esponenziale nei risultati. Ma tra questo e dire che 43 persone su cento rappresentano la volontà dei catalani, vuol dire far dei meno i più o meno, e viceversa, chacun à son goût.

Le res ferenda sovvertono, nella mia logica, il tanto squadernato concetto di democrazia diretta, riproponendo il conflitto menscevico/bolscevico o, in termini più banali l’usato antagonismo noi/voi/essi. E, sovvertendolo fan capire i padroni del vapore quanto tengano a rimenare la polentazza dei sentimenti tra i più deteriori e sciocchi dell’umano. Quello dell’io sso’ io e io e tu non sei un cazzo, detto con pompa identità culturale. Una democrazia diretta dovrebbe essere diretta a riconoscere il diritto dov’è, nel giudizio meditato e ragionevole, non sotto l’asticella  mobile sotto la quale piazzarlo secondo un ghiribizzo aritmetico e idealistico, e vada pur di sangue e patria. S’è schierato a sproposito il termine franchista, però, se mai un po’ franchista è il modo con cui i padroni del vapore catalano maneggiano con noncuranza concetti che preferiscono tenere oscuri o disfunzionali. E a me ricorda tanto ma tanto ma tanto lo stile del Movimento studentesco. Punto e da quel punto agl’Isisnazi il passo è a distanza di Rubiconi. Sicché prima di dire franchista dello stupidissimo governo spagnolo, che di maestrini montessoriani tardivi sta facendo martiri, occorrerebbe chiedersi che fare degli altri 57 sui cento, trasformarli ipso jure in minoranza di ranocchi o forse mandarli in esilio perché si sono dati qualche risposta di buon senso su questa fantasia delirante delle piccole patrie, dei popoli, delle identità senza specchi, specchi di loro brame di originalità in cui riflettersi. Gorbaciov, in illo tempore, ebbe ad osservare che il mondo gli pareva un camion senza freni scagliato  a tavoletta da un guidatore ubriaco verso un burrone. La del camion è una metafora superata. È l’otto volante il modello agognato; e non segue neppure le rotaie, perché ha perso le ruote, le rotaie e le rotelle.

El Infierno del Dante era un mal aprendiz en comparación con los retorcidos inventos de castigos infernales que me metían los clérigos enseñantes en mi tierna y sensible cabecita infantil. Todo el curso de mis primeros años ha sido un sueño tenebroso, del cual creo que todavía no he acabado de despertar.**

Ramón de Campoamor

*In questo mondo ingannatore, nulla è vero o traditore; tutto infatti è del colore, del cristal con cui s’abbia a guardare.
**L’Inferno dantesco era un cattivo apprendistato in confronto alle  perverse invenzioni di castighi infernali che preti  maestri cacciavano nella mia tenera e sensibile testolina infantile. Tutto il corso dei miei primi anni fu un sogno tenebroso, dal quale credo di non essermi ancora destato.
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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