Marasciuttati e blade runner

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Resti di chiesa romanica e tombe a Garlate – Lecco

Dal breve e impeccabile appunto dell’amico Biuso nel suo blog https://www.biuso.eu/2017/10/14/marasciuttati/, traggo l’occasione per qualche osservazione più impertinente che pertinente ma, del suo carattere, deciderà chi leggerà. Esiste un cupo dramma di Heinrich Böll, Ein Schluck Erdeª, sentire o figurararsi come risuona tragico il tedesco più dell’italiano, un sorso di terra, ma qui lo dico e lo dimentico. Ebbene. Mescolato a diciassette ombre in una sala per trecento ho visto un film di cui tutti sapranno tanto che  è inutile un sunto, Blade runner 2049. Al farsi buia la platea arrivano ciabando e siedono, ovvero si sdraiano poco distanti da me, piedi sulle balaustra, cinque lavori in pelle femmina, cinque volte chewing di gomme e risatine, zittite subito al principio da chi scrive per far intendere loro di non essersi materializzate dal pub al divano di casa, fronte alla casualità del  televisore bensì, per disavventura loro, in un  pubblico convegno, con l’intenzionalità sottaciuta ma nota del silenzio e delle contemplazione. Zittite sono state, non credo per educata consapevolezza né perché catturate dallo scorrere di suoni e immagini giù dallo schermo cinematografico quanto piuttosto dal richiamo oracolare dei loro cinque giovani telefoni, al chiarore dei quali i cinque visi hanno continuato ad apparire sparire dall’ombra durante tutta la proiezione. Ho preso il fatto per fato e per segno del film e di questo pianeta ove sempre di più si blatera di identità per una componente umana che pare replica di un originale smarrito. E l’opera di oggi, di desolante bellezza, è a sua volta replica, replicante della sua antenata. In luogo ma al pari degli umani osservati  dal professor Biuso nel suo blog, in questo Blade runnerci sono replicanti a muoversi, lavorare, abitare, cucinare, accoppiarsi, accopparsi, fottersi in tutti i sensi, amarsi  persino sacrificarsi in un mondo di contiguità ossessiva, brulicante di un miseria indifferenziata e sordida, eccezion fatta per il potere, una multinazionale cosmica, nascosto  da un apparato olimpico e in abiti divini, tagliati di preciso nello stile assoluto che veste il potere oggi e che, per l’appunto, dimora in vastità egiziache, cave e disabitate come tombe, monumenti funebri ciechi per ciechi, alla lettera. Insistente una domanda,  anche in merito a un cane, Sei/È vero o falso, corre per tutta l’opera cui gli autori, a partire dal canadese Villeneuve, senza fare il pianto greco, può darsi inconsapevoli e sarebbe meglio, sembrano avere trapiantato un cuore greco. La macchina da presa vola su immagini che non possono non rimandare a scavi, a rovine, da Troia a Pompei, da Berlino 1945 su fino ai monconi insabbiati di una qualche Mosul, all’Eur plastica di Fellini, e alle discariche del Cairo. Rovina, rovine ciclopiche di cancellerie,  autostrade,  bunker, giganteschi smarrimenti e monumenti alla dismisura, all’ὕβϱις, hybris, del mito. La tragedia greca a guardarla in un certo modo, fu un continuo replicare, interrogandolo, il mito. E di ordine mitico, nel discorso del film, m’è parso appunto il rincorrere il ricordo di una catastrofe iniziale, dal buio della quale appare emergere la titanica esumazione, ma da un mare nero e agitato, della Los Angeles del 2049, Ein Schluck Erde, e la memoria perduta del tempo; memoria e costruzione della memoria, fusione e confusione tra fatto, fittizio e artefatto, fattizio, per parafarasare un termine ricorrente in Proust. Del resto  l’umano parrebbe sempre di più non un organismo ma un’organizzazione funzionale, schizofrenica e proiettata in una simultaneità temporale senza coerenza. Volta all’ottenimento del godimento di un oggi trattenuto all’infinito, dice in altri modi il Biuso. Con parola corrente, senz’anima, tanto che, Anche senza non sei male, dice Madame, il capo della polizia al suo fidato replicante blade runner all’inizio del film. Oh come sa di arbeit-macht-frei tutto ciò. Una pellicola intelligente che con grande sapienza ha adottato la strada non delle fedeltà ma della replica appunto di un originale, non perduto in questo caso anzi ritrovato, un greco ripeto, magari ci si riconoscerebbe, su sfondi scenografici di precisione certosina e tragicamente spaesati,  grandissimi, alienati, tali che mi hanno ricordato per molti versi le visioni improvvise e folgoranti appunto di Federico Fellini; dallo smisurato fantasma di Anita Ekberg in Le tentazioni del dottor Antonio, alla suburra del Satyricon, agli organi sovrumani per corali troppo umani del Casanova. Un involucro, un bozzolo di suoni di disumanata epica infatti, musica non saprei fino a, o di là da quale punto, racchiude questo Blade 2049 e vi si sprigiona apparecchiata da Hans Zimmer per debordare, saturare, sommergere, infastidire e non eslcudo spaventare la sala. Curioso che il solo tema  riconoscibile per tale, e richiamo sentimentale del primo Blade runner, suoni soltanto all’ultima scena, qui sotto una neve che sa di chimico e non più sotto una pioggia insistente; il tema della morte goccia dopo goccia, Like tears in rain. Potrei dire di più ma ora stesso in questo istante smetto di credere che quanto vado scrivendo abbia qualche importanza e taccio. I cinque lavori in gomma si sono levate dalla poltrona per aggiustarsi pantacalze e spalline, senza mollare un istante i loro telefoni. Che cosa sembravano non saprei.

ª ain sc’luk  érde. Einaudi

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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2 Responses to Marasciuttati e blade runner

  1. Biuso says:

    Le conosco, Pasquale, le conosco questi “lavori in pelle femmina, cinque volte chewing di gomme e risatine” degli anni Dieci del XXI secolo, così diverse dalle marasciuttate anni Settanta del Novecento descritte da Goldin e però così identiche nella loro apoliticità.
    Se l’umano è Ζῷον λογιστικόν e πολιτικόν, questi soggetti sono appunto dei replicanti. E tu hai saputo trasformare una serata al cinema in una pagina di antropologia filosofica che un amico, al quale l’ho segnalata, ha definito “colta e divertente”.
    Una pagina capace di descrivere questi replicanti con il cellulare sempre in mano. Non che tenerlo sempre in mano sia deplorevole. Non è questo. È che oltre il cellulare si dà una solitudine profonda, una distanza dalla complessità del mondo, un trionfo del simulacro. L’attuale capo della Apple si è messo in testa che la “Realtà Aumentata” sia l’orizzonte del futuro. Ironia delle parole. Il crescere del simulacro viene chiamato aumento di realtà. E poi dicono che a essere astratti e disincarnati sarebbero i filosofi 🙂
    Noi abitiamo invece il cuore del mondo, la Terra.

    • dascola says:

      Noi abitiamo invece il cuore del mondo, la Terra…trafitti da un raggio di sole. Ed è subito sera. Grazie Alberto.

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