L’affarino e Finkielkraut

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 Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in arte Totò

 

Da L’Identità infelice- L’identité malheureuse di Alain Finkielkraut – Guanda, Stock

Dalla copertina:

Resta da capire se, in un mondo che sostituisce l’arte di leggere con l’interconnessione permanente e che stigmatizza l’élitarismo culturale in nome dell’eguaglianza, c’è ancora qualcosa da ereditare e da trasmettere

Dall’interno:

  • Il diritto alla differenza non è una libertà se non è accompagnato dal diritto di essere diversi dalla propria differenza pag. 21
  • Esistono dunque i demoni dell’identità ma esistono anche i demoni dell’universale  pag. 83
  • Lo stile non (è) un abbellimento gratuito ma, come sosteneva Proust, una qualità della visione  pag. 127
  • Dal momento in cui nel segno non si percepisce altro che il significato, il diverso viene meno ed è la fine dei livelli  della lingua. pag. 130
  • Il cuore del pubblico batte per il branco, non per la vittima pag. 146
  • Il politicamente corretto è il conformismo ideologico dei nostri tempi… La democrazia, vale a dire il diritto di ciascuno alla parola, produce conformismo pag. 148
  • Nelle epoche democratiche tutte le autorità divengono sospette, tranne l’autorità dell’opinione comune pag. 149
  • Con l’abolizione della censura non è la creatività di ognuno a trionfare, ma l’impudenza di tutti pag. 161
  • La chiacchiera è un flagello che occorre arginare di continuo pag. 162
  • A scuola nessuno si alza più in piedi, nessuno s’inchina più davanti a nulla pag. 165
  • (I) genitori non ribadiscono a casa il punto di vista della scuola… tendono a diventare i rappresentanti sindacali della loro progenie… difendono il suo benessere contro le esigenze dei maestri. pag. 167
  • Il culto ideologico dell’altro tiene banco… il fascismo non passerà ma la villania mette radici pag. 170

Ho visto in un video della redazione di Le Figaro e di Libération il prof. Finkielkraut svillaneggiato da una canaglia inferocita; cos’ che i zigava nel vago o di preciso non saprei dire, tanto era la bava sputazzata; da un mastellino soprattutto con uno straccio al collo, un ringhio da barboncino e una fresa  da officina al posto delle corde vocali. Il frastuono sostituisce il discorso. S’è vista da noi quella maestra che strillava polizia di merda a Torino, mi pare. Ma qualcosa… Va-t’en sale merde ( impeccable, jamais vu de la merde polie n.d.r),  Il vient à nous provoquer,  nous sommes le peuple, va à Tel Aviv, Il resto ripeto una ferriera infuriata. Dall’altra parte un signore poco più anziano di me con un aria da ghetto come tutto giubbotto antiproiettile. Forse più stupito di avere paura che sconcertato dalla paura stessa. Gli ancèstri non mentono e ripopolano gli sguardi singoli di orrori non subiti ma passati al vaglio della coscienza individuale commentatati da un coro. Mi ha messo una indecidibile tristezza. Chiaro che l’intervento della polizia ha evitato un martirio. Il libro è sempre vittima mai il moschetto. E, come recitava Woody Allen in Mistery murder in Manhattan, Lo sai che non posso ascoltare troppo Wagner… sento già l’impulso ad occupare la Polonia. Ai gilets jaunes riservo ancora la mia simpatia ma so che quando la folla si scatena… mica credere ch’a tutti mancavano le brioches ai tempi dell’Antonietta la viennese, andavano alla Bastiglia per il gusto di spaccare qualcosa o ogni cosa, dar fuoco, sbuzzare, appiccare à la lanterne. C’è chi ammazza leoni e giraffe e chi attacca Finkielkraut, chissà sognando di attaccarlo per qualche altra parte. Perdindirindina (Totò) un professore che scrive di quelle cose (vedano sopra se già non le han viste) che osa mettere in dubbio le magnifiche sorti e progressive della sottise contemporanea; le due internazionali interdipendenti, quella dell’internazionalismo globalista capitalistico e quella degli ah ah ah al fatah di ritorno, dei lavoratori della comunicazione, ah ah ah, mi è capitato di leggere nella colonna dell’infame, a sinistra nel Fatto quotidiano. Forse ieri o l’altro. Un professore insomma, cioè un nemico, che osa. La rivoluzione ha i suoi contrappassi e i suoi passi falsi. Poi Napoleone. Ne vedarèm delle belle. Ma mica tanto, ‘un vedo punti Napoleoni aggìro. Peccato dopotutto, tutti in Russia a congelarsi l’affarino.

https://www.youtube.com/watch?v=CBZF9hCF0MM

Mentre che stavo per andando in macchina ecco che colgo ne Il Repubblicario questa immarcescibile sintesi antropometrica regarding il nuovo idolo delle folle a Sanremo: la scuola, l’oratorio, il bar dove faceva i cappuccini… il resto lo fa il carattere mite, con un sorriso malinconico stampato in viso e gli occhi dolci. Arabo, cristiano e bello ‘e mamma suia, una vertigine di bontà, identità e cultura.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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4 Responses to L’affarino e Finkielkraut

  1. Leonardo Taschera says:

    Se si comprime un pallone oltre un certo limite, il pallone scoppia, e i suoi frammenti colpiscono dovunque e comunque senza distinzione di bersaglio. Quando “la populace” si scatena – e se si scatena ha delle ragioni, e che “ragioni forti” – il suo bersaglio è tutto ciò che viene da lei percepito come con-causa del suo scatenamento. Lasciami interpretare Tolstoi. La capacità di analisi della realtà, e la conseguente capacità di elaborazione di visioni del mondo, la riduzione degli agiti emotivi – dai più nobili ai più oscuri – alla loro formalizzazione verbale, in altre parole, la costruzione di una cultura che delega alla padronanza del linguaggio e dei suoi metalinguaggi la propria ragion d’essere, tutto ciò è paragonabile all’insieme delle regole della scherma. Ma le regole della scherma non valgono nulla contro chi usa il randello per far valere le ragioni delle proprie passioni. Salvini ha successo perché usa giustappunto il randello – seppure il suo uso sia fin qui metaforico – per ottenere ciò che chiede chi è da lui rappresentato. D’altronde chi si colloca nell’ambito della cultura come l’ho succintamente definita, spesso ne riduce la sostanza alla sua apparenza, e ne utilizza la sua forma come una maschera per garantirsi una posizione di predominio, e sebbene la maschera possa nascondere una mancanza di cervello (oh, quanta species, sed cerebrum non habet -come recita Orazio), il randello non distingue tra maschera e vero volto, e colpisce ambedue, e sicuramente con più violenza chi la maschera non ce l’ha. Non so come andrà a finire, ma i presagi non sono buoni: abbiamo già visto cosa l’intreccio tra istanze nazionaliste-sovraniste e istanze sociali abbia prodotto in un passato abbastanza prossimo….

    • dascola says:

      Hai detto tutto, e non come Peppino in Totò,Peppino e malafemmena. Per lo tanto sono cauto nel sottrarmi alla simaptia per i GJs.E mi ricordo benissimo che tra Macron e la Lepen chissà valeva la pena di provare la seconda; giusto per non vedere un bambolotto bancario all’Eliseo con una bambola gonfiata, anca lé, al fianco. V’è da aggiungere che se un bel po’ di francesi sono incazzati neri e tutto questo non lo tollerano più– Albert Finney in Quinto Potere– e giocano col fuoco sul serio come sono abituati dal 1789 ad oggi, e beh,e beh e beh. Infine v’è da dire che l’affarino FNLK, brutta roba nè, è stato già usato dal governicchio gallo per chicchiricare il suo dagli all’untore, sai come all’indomani delle bombe di piazza Fontana erano pronti nel piatto del perbenismo autarchico, l’anarchico bombiere, Bruno Vespa a commentare, le camere di sicurezza e i controlli telefonici, anche il 55 63 18 di casa mia, allora.I remember, You remember. Ma appunto Finkielkraut, citando Santayana, pag 157, rammenta che Una civiltà che dimentica il suo passato è costretta a riviverlo. Resta da vedere se quest’Europa frigida rappresenta o simula una civiltà, parodiandola. Che dici?

  2. Biuso says:

    Aggiungo, caro Pasquale, che in occasione di un convegno parigino del 2015 dedicato a Heidegger, Alain Finkielkraut ebbe il coraggio di affermare che gli ‘ripugnava’ «un tale filosemitismo, mi spaventa questo anti-heideggerianismo» (F-W von Herrmann – F. Alfieri, Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri, Morcelliana, 2016, p. 398).

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