La Favorita stonata

 

Veruschka von Lehndorff  in  Salomé  di Carmelo Bene (1964)

Nel suo commento alla mia affissione, o post, Pret à porter 1707, l’amico Biuso mi rivela il suo disaccordo circa il soggetto, La Favorita; la di lui  breve e attenta nota circa l’ermeneutica, che invito a leggere, mi permette di dilettarmi adesso in lungo e in largo con qualche osservazione accessoria. E utile fare un po’ d’accademia che si discosti dal pedissequo esercizio recensorio, tante volte più spesso censorio nei confronti di sentimenti disgiunti e dall’osanna e dal crucifige. È interessante prendersi all’amo dialettico, neutro. Peso reciproco, la replica degli oboi al tema esposto dal pianoforte; la citazione musicale non è peregrina, vedremo. Preciso dunque nuovamente che non ho né pratica né intenzioni di recensore, meno ancora di censore. Osservo e rifletto, e non escludo che sia squinternato il mio modo di vedere le cose e quindi pure le opere altrui, consapevole d’altro canto che anche i miei lavori possono essere commentati con asprezza e disprezzo. Io stimo chi fa, perché chi non fa non falla ma non mi trattengo in generale quando sia, e nel caso particolare come ho scritto, dal riferire, un’impressione di deja vu, inutilità, di noia. Ma il punto è un altro. Vedremo anche quello.  Si può sbagliare e nel dire e nel fare. Non riesco a ricordare quale Carneade della bassa latinità abbia scritto che  non c’è opera per quanto brutta che non contenga qualcosa di buono. Specie nei grandi trovo quest’asserzione piuttosto vera.  Come Kubrick sbagliò un film, Eyes Wide Shut (1999), ma era Kubrick, e a me quel film pur trovandolo brutto, persino incerto, non riuscito, piacque; aveva carattere e stile. E lo stile e il carattere  era nel leitmotiv, nel Walzer n°2 di Shostakovitch.

L’altra osservazione che faccio è che il Lànthymos, (Γιώργος Λάνθιμος), regista, rincorre l’Oscar più vari premi accessori già assegnati; tuttavia il Glorinexcelsis unanime dell’occidente capitalista all’opera del povero greco dopo anni di vi spezzeremo le reni e gli stipendi, mi puzza di coda di paglia bruciata dei malfattori dei fondi monetari, di pentimento postumo di quest’Evropi frigida, d’ogni malefatta leccaciuffa, purché gregaria bancaria de los Estados Unidos. Teppista insomma. Vedremo che gli assegneranno uno o due Oscar  e non si escluda che il signor Lànthymos sia prossimo a una produzione  sparatutto con Bruce Willis. Non escludo di avere sentimenti gentilmente paranoici, ma quando la stampa osanna il povero Griego mi si scopre l’artiglieria;  non mi pare di averne stroncato l’opera che, filmicamente parlando, non fa una piega, un po’ come quelle del papa giovane, Sorrentino è lui che aspira al soglio; a me non piacciono i grandangoli spinti ma i punti macchina sono da persona studiata, le luci pettinate, la costumanza sontuosa. Però ricordo Godard che richiesto quando avrebbe fatto un film in costume al giornalista rispose, Quando diventerò sarto. E che noia, come diceva Gianandrea Gavazzeni delle perfette esecuzioni giapponesi. Trascuro del film qualche disattenzione, escluderei che all’epoca la signora Abigail avesse le ascelle depilate, Kubrick e Visconti le avrebbero messo dei ciuffoletti finti; e qualche inadempienza, un’indecisione tra lo storico esatto ed il moderno piacionetto, tra grottesco e documentario, tra diversi registri espressivi, cosa non vietata, però per fare Riccardo III c’è voluto Shakespeare che mai vinse un Oscar; la libertà espressiva va dosata, come Céline, con arte o perde in ferocia, se vuole, sarcasmo e semplice ironia se ne è capace; finisce per credersi addosso; era il tempo quello di Anna dell’allusione, de la metafora, della similitudine; non ho certezze ma sono portato a credere che allora una Regina, Elisabetta II non saprei Megan e Kate può darsi, non dicesse alla sua morosa, Scopami; si legga in proposito lo splendente sarcasmo di John Gay nell’Opera del mendicante (Beggar’s Opera 1735) Diventato e questo va osservato, lugubre ballata con Brecht, l’Opera da tre soldi (Dreigroschenoper, 1928) e persino con chi, lo scrivente, ne scrisse a quattro mani con Filippo Crivelli una parodia barocca e volage ( Idillio d’amore tra pastori, 2010); Scopami è da Gomorra, dove peraltro è l’unica forma di retorica. Ma ciò che infine fine fine fine, mi ha fastidiato proprio è una grave mancanza, quella musicale. Questo è un pensiero che non solo condivido con Molière, con Carmelo Bene e con i miei due maestri di teatro, ma sul quale non ho mai transatto e non transigo, che se un regista non è musicale e musicista, dunque cantante e danzatore, qualcosa di grave, di sostanziale gli manca, come artista monco, come uomo sordo. Il contrappunto delle sole immagini è carente; non lo dico io, lo dice la storia del cinema, oso dire dell’arte. Non esiste musica da film, tutti i film o sono musicali o non sono, la musica è il film, ciò che gli assegna la tonalità. Come nel melodramma, yes. I raccordi devono cadere in battere o levare, alterno pede, sono accordi. In un raccordo si deve sentire calare la mano sinistra di Marta Argerich nel concerto in sol di Ravel. Allora c’è lo stile. Intendiamoci mi va bene anche Kate Bush, ben venga. Stile. Ritmo. Canto. Altrimenti l’hamburger, che non è culinaria ma assemblaggio. Oggi piace intendiamoci e verrà premiato il lavoro come si sono premiate le adenoidi a Bob Dylan. A qualcuno piace adenoideo. Anche a non voler essere storici, come parrebbe avere voluto el Griego, trovami un motivo conduttore al film, melodrammaticalo, non sparagli dentro cannonate d’organo o frin frin. L’immagine deve prima di tutto costituirsi in suono, tempo, ritmo, ma proprio un due tre, indi canto. Un film ha nella musica, il suo primum mobile. No, niente. Come ho già detto scherzando, a parte gli hand and tongue-jobs, immobile sta Favorita, imbalsamata, di regime come un film iraniano, tra rutti, clopclop, mème. O mémé. Andare ad Arezzo a sentir cantare Piero dela Francesca.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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3 Responses to La Favorita stonata

  1. Array says:

    Caro Pasquale, ho pubblicato la mia nota su The Favourite, scritta prima di leggere il tuo commento: https://www.biuso.eu/2019/02/16/la-storia/ e certamente ispirata a una prospettiva diversa.
    Mi sembra una significativa conferma delle strutture ermeneutiche della compressione. A leggere le nostre analisi sembra infatti che abbiamo visto due film diversi. Una acquisizione che non va dimenticata.

    • dascola says:

      Alberto carerrimo, ho letto ho letto e su questo concordiamo tanto che come sai o come non sai agli studenti sempre ho raccomandato di considerare che ogni spettatore si fa il suo spettacolo e il suo film, annodando fili propri o imperscrutabili o noti solo alla sua sensibilità e al suo desiderio, tali che è puerile negli attori la volontà di essere loro le Penelopi al telaio; lo spettatore come il lettore o chi ascolta disfa la tela o la muta in ordito come più gli piace. Esiste peraltro l’inoppugnabile in ogni opera che valga ed è credo la mancanza, o meglio il novero ristretto degli inciampi, dei difetti. Prima che bello qualcosa deve essere ben fatto; il sarto sa vedere se l’abito cade male e perché. Per questo motivo raccomandavo di non avere idee né come attori né come spettatori.Di non desiderare nulla, di non sperare, di non capire. Di ascoltare un lavoro con l’attenzione lontana dell’analista, pronto a cogliere del discorso ma la nota anche piccola qui cloche. Per questo so che l’unico giudizio veramente tale è mi piace/non mi piace e finisce lì. Non ricordo chi per primo disse che non ci sono fatti ma interpretazioni.

      • Biuso says:

        Sì, caro Pasquale, ti ringrazio per aver espresso con tale esattezza la potenza dell’interpretazione: “Gegen den Positivismus, welcher bei dem Phänomen stehen bleibt „es giebt nur Thatsachen“, würde ich sagen: nein, gerade Thatsachen giebt es nicht, nur Interpretationen” (Frammenti Postumi 1885-1887, 7[60]).
        Non a caso questa intuizione nietzscheana -che non nega affatto la realtà ma soltanto la possibilità di una lettura univoca dei fatti- è stata coeva e diversa in Dilthey ed è stata poi feconda in filosofi come Heidegger, Gadamer, Ricoeur.

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