Più o meno… più meno che più… tutto sommato

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Passaporto di Alphonsine (Du)Plessis, la Dame aux camélias

Il culto, che prelude alla dittatura dell’eguale, dell’indifferente lo quale però vuole emergere dal suo brodo, acqua calda quando è caldo, si rivela con il paradigma del titolo. Apprendo e rivelo che in una peraltro ridente e pittoresca, non più o meno, e non più meno località, qui né più né meno del lago lacustre, degli scellerati hanno inscenato uno spettaccolazzo sulla Belle Époque, più o meno la bell’emeglio. Per non parlar dell’opera lirica  più meno che più  assalita da borseggiatori e tagliagole, anche il teatro di prosa, prosaico cioè, viavacchia più o meno, salvo cioè luminosi esempi; ma è come dire delle biblioteche conventuali nei secoli bui; il deserto con intorno fortezze di libri prive di acqua calda ma tutto sommato… Macchine, pari indietro adagio; dunque dello spettacolazzo non recensisco il quantum ché non è il mio mestiere ma preciso che  serate del genere occorre disertarle, fischiarle, rumoreggiare, scagliare sedie, meglio sassi, com’era costume quando il pubblico aveva carattere o, se mai uno sciagurato parente o amico o dirimpettaio degli scellerati autori ti invitasse, è obbligo o defilarsi con accorta bugia, o partecipare per l’educazione formale che da questo ombone immaginario è già stata difesa; andarsene poi non visti a fine primo atto, è però obbligo perentorio. Sapete com’è, Nobblesse (due bi)obblige(due bi), la nobiltà è obbligatoria, Totò in 47 morto che parla, di Carlo Lodovico Bragaglia. 1950. Veniamo adunque alla loCantina che merita una citazione e disanima puntuale:

“Café Belle Epoque” (corrige accento, Époque) è uno spettacolo scoppiettante che ricrea l’atmosfera indimenticabile dei mitici Café Chantant (corrige plurale Café-Chantants) parigini durante l’affascinante periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque). Luoghi  incantati e scintillanti (corrige il soggetto implicito dopo un punto fermo, modificare la sintassi precedente) in cui si consuma la romantica e commovente storia d’amore tra Alfredo (corrige nome, nel romanzo è Armando Duval) e Margherita  i due amanti resi immortali dalle parole di Alexander (Corrige il francese, Alexandre) Dumas e dalla musica celestiale de la Traviata (Alfredo Germont, qui sì, e Violetta Valery) di Giuseppe Verdi. Un allestimento particolarmente emozionante dove le note di Verdi strizzano l’occhio ( mai strizzato l’occhi a niente il Verdi, soprattutto non ad atmosfere frizzanti di vent’anni dopo) alle atmosfere frizzanti del Moulin Rouge per poi fondersi con la suggestiva scenografia creata dalle magnifiche e seducenti donne (presenti in sala le signore?) di Giovanni Boldini (1842-1931 n.d.r.); pittore italiano divenuto uno degli esponenti principali della vita artistica parigina durante il periodo della Belle Epoque (corrige accento, Époque; corrige, di quel periodo).

N.d.r. stralciamo dal dizionario Boch – Zanichelli 2019

La Belle Époque è il periodo che si situa tra la fine della crisi economica del 1873-1896 (la grande dépression) e lo scoppio della prima Guerra mondiale nel 1914. Questo periodo, fortemente condizionato dalla seconda rivoluzione industriale, è caratterizzato in Francia da una rapida crescita economica, dal conseguente benessere della borghesia e da una rinnovata fede nel progresso, culminata nella Exposition universelle de Paris 1900. L’espressione Belle Époque, coniata dopo la prima Guerra mondiale, è emblematica dell’atteggiamento nostalgico verso quest’epoca spensierata, dovuto soprattutto alla guerra.

Ed ora per conoscenza acquisita in lunghi, ma lunghi anni di faticati studi e letture si segnala che 

La dame aux camélias, di A. Dumas figlio (1824-1895) è del 1848, l’anno delle rivoluzioni non dei cicipciciàp, e rivela la mancanza di bellezza del suo tempo proto-industriale; la brutalità dei rapporti tra padroni e servi e serve, cioè tra ricchi, aristocratici, capitalisti e loro mantenute, le lorettes o cortigiane, nonché appunto tra il figlio di papà Armando Duval e la Filomena Marturano ante litteram, Margherita Gautier. Il romanzo non è per limiti d’età romantico, come non lo è l’amore tra i due; Margherita dal palazzo, dove è riccamente attelée, quando arriva il suo protettore a trombarla caccia Armando che le moment venu tromba con la forza del masculo che pretende, una Margherita del tutto  divorata dalla tubercolosi. Chi si diletta di usi e costumi cerchi il perché del titolo, perché cioè la signorina Gautier indossa, in certe date, una camelia. Chi vuole legga del romanzo anche la bella versione in cinque atti in milanese, La sciora di cameli del Carlo Righetti, scapigliato, cfr. B.N.B. Milano bid.braidense.it:7:MI0185:PUV0556958. Possiamo dire che se il linguaggio di Dumas è solo agile e, nei limiti, spinto, non cerca il realismo di Zola, ma a mio giudizio lo anticipa. Sì, poi qualcuno potrà dire che la scena prima, molto Orson Welles se vogliamo, ma romantica… All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne/ Confortate di pianto è forse il sonno/Della morte men duro? (U. Foscolo, I Sepolcri, 1807)  bah non direi; si apre con l’esumazione di Margherita, si immagini quello che vede Armando, che Dumas descrive e se ne legga. Quanto al consumare, Armando e Margherita consumano un sacco, caffè non sappiamo mai però al caffè. 

La Traviata, di Giuseppe Verdi (1813-1901) è del 1852. Di belle e di époque non ha cronologicamente nulla. Traviata andò in scena alla Fenice di Venezia, allora Impero Absburgico, fu uno scandalo e fu sospesa. Poi vabbè sappiamo il successo. Solo, oops è difficile definire uno che definisce celestiale la musica di Verdi in generale e nello specifico. Verdi, noto ateo, musica celestiale non ne ha mai scritta; Traviata in particolare è musica da tragedia, si potrebbe osare dire che è shakespeariana tanto alterna il registri di commedia a quello tragico e buffonesco. Per il resto è straziante, violenta, questo sì, chi scrive ci piange su da tutta una vita. Non do le coordinate, si evitino tuttavia le corali monzesi e la filarmonica di Cucciago, ma chi ha voglia ascolti, atto secondo, Non sapete quale affetto/vivo immenso m’arde in petto/ che né amici né pareti io non conto tra i viventi… cosa frizza, non è Rugantino, è  l’insulto alla mitologia familiare borghese, e si ascolti cosa risponda il padre di Alfredo, signor Germont, un dì quando le veneri/ il tempo avrà fugate/ fia presto il tedio a sorgere/ che sarà allor, pensate,/ per voi non avran balsamo/ i più soavi affetti/ poché dal cielo non furono/ tal  nodi benedetti. Non traduco per ovvi motivi, chi capisce, capisce che qui il vecchio disegna a Violetta l’orrore di un legame non istituzionalizzato dalla Chiesa (quella di Roma nd.r.). Si ascolti si ascolti, il trinomio, Scala, Toscanini, Callas, fa ancora testo. (Anche se chi scrive, sotto la direzione del maestro Giovanni Pelliccia, allestì una molto bella, vocalmente e musicalmente  parlando, edizione dell’opera al Teatro sudcoreano di Dae Jong.) 

Orbene, qualcuno mi potrebbe obbiettare che  più o meno, un po’ più meno che più, tutto sommato, gli autori della scellerata presentazione, e se tanto mi dà tanto del non meno scellerato spettacolo, hanno messo insieme per sentito dire, da chi sa chi lo sa, da un parente, da una vicina di casa, da un poliziotto municipale, da un maestro di catechismo promosso assessore alla cultura, tutto quello che c’è da sapere sull’argomento prima di un weekend a Parigi con cena al Moulin Rouge in compagnia di crocieristi del Tennesse o di Cantù; o di un prete pederasta in ferie. A Parigi peraltro se non è, Sai solo tre giorni tutto un po’ di frèetta, si può visitare la tomba di Margherita, ossia di Alphonsine Plessis, al cimitero di Montmartre. Ricordo una barzelletta salace dei miei anni di liceo, la della sposa novella alla prima notte di nozze che allo sposino indaffarato a mugolare, dopo un po’ di andirivieni sussurra perplessa ma decisa, Senti amore non capisco… deciditi… o dentro o fuori. Ma tutto questo più o meno è di preciso ciò che è esiziale in arte e se vogliamo che ammazza la cultura, e non meno la politica, intesa come l’intesero i Greci. Riferire, presentare nella fattispecie, comporta l’obbligo etico e di savoir vivre di essere precisi e usare, specie per sé, pochi aggettivi. O è il frutto di copia incolla e marketing da strapazzo; non so tuttavia se ne esista che non sia tale. In arte però non si fa più o meno, o si fa più o se ne fa a meno. Ma i tempi concorrono a piuomenàrla. Tranne là dove si oppone resistenza, e questo è uno di quei luoghi dove le parole sostituiscono il Kala 47, cfr. Wikipedia, in qualsiasi ambito, si rincorre l’approssimazione per difetto, la scappatoia, la  facilitazione, si punta all’indifferenziato, come la pattumiera: più o meno. Ah signor no. 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Più o meno… più meno che più… tutto sommato

  1. Leonardo Taschera says:

    Posto il mio commento solo ora perché ero in montagna con i nipotini, senza computer, e l’uso del telefono intelligente mi instupidisce alquanto. Non ho nulla da aggiungere a quanto già abbondantemente chiosato da Pasquale se non alcuni ricordi. Ai tempi del liceo il Prof. Dotti, docente di Italiano, tra i libri di testo ci aveva suggerito l’acquisto di una antologia della critica per dotarci di quelli che lui chiamava “luoghi comuni critici” – noi diremmo oggi una cultura critica di base. Devo quindi dedurre, da quanto racconta Pasquale, che gli estensori della locandina non sono, non dico dotati di una cultura critica di base – che sarebbe troppo pretendere, ma nemmanco di una cultura storica di base, visto che sfasano la Belle Époque di quasi mezzo secolo (tralasciamo che non vedo nulla di scoppiettante nei presagi del tracollo di un’epoca nella musica di Mahler – seppure quest’ultimo non possa certo considerarsi appartenente alla Belle Époque se non per quanto riguarda il periodo storico). Un altro dei tanti segnali del progressivo degrado della funzione formativa della scuola – anzi squola, a questo punto. Un altro ricordo, invece, risale alla mia prima infanzia (intorno ai 6/7 anni, quindi nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso) quando, in una località di villeggiatura montana assistetti, compagnato dai miei genitori, ad una rappresentazione del Romeo e Giulietta shakespeariano, messo in scena da una compagnia di guitti o forse di dilettanti. Non posso certo pretendere di avere avuto una consapevolezza critica a quell’età, ma ricordo i commenti ironico-affettuosi dei miei. Affettuosi perché eravamo da poco usciti dalle macerie di una guerra, e comunque, a fronte della falsa spensieratezza dei “pompieri di Viggiù” o dei “cadetti di Guascogna” ( due canzonette dell’epoca) quanto meno quella rappresentazione poteva essere interpretata come un ingenuo, ma comunque vitale, tentativo di rinascita culturale….

    • dascola says:

      Caro Leonardo,
      credo che tutti noi con un certo carico di memoria e di tempo dunque macinato e messo, in ogni modo, a frutto, abbiamo, dico, un professore Dotti in portafoglio rendite. Che meraviglia il ricordo dello Shakespeare in villeggiatura. RIsponderò allora con questo ricordino di quasi quarant’anni fa. Èramo In Sicilia con la sposa, ad Acireale la bella. Una sera, tra gelati e pasticcini, nel fresco che scendeva dalla montagna, una compagnia non meno guitta della tua, appesa alla bacchetta di un ungherese, tale Janoš Ax, che tenava al lazo un’orchestra tutta ingiacchettata per benino, strepitava e s’infuriava per dirla alla Macbeth, sulla scena la lor ora, mimando ogni parola di Bohème come pe’ un teatro di sordomuti. SIcchè al finale, “Che cos’è quell’andare e venire, quel guardarmi così”, tutti gli artisti giù a storcere di qua e di là il collo e avant’indré per il palco di tubi innocenti, sì loro lo erano. Non so se innocente il tentativo di imitare una Bohème intravista in qualche teatro opportuno. Tuttavia l’orchestra se la cavò, il tenore strillava come d’uso ma era intonato, la sopranessa ucraina o russa o vattelapesca ondeggiava invece tra varie tonalità, ma la voce era graziosa, fosse stata educata. Non saprei dire chi del pubblico a parte qualche maestro del Bellini di Catania, se ne rendesse conto. La buona volontà va apprezzata, ci si domanda. Bah, alle elementari sì, alle medie hmm, al liceo eh caro mio studia. Poi, torni alla prossima sessione. Invito che ormai non si fa più. A tutti trenta meglio se con lode. O si va in direzione a protestare.

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