Houellebecq

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Katy Richards( cont.) – Bite Your Tongue

Purtroppo nella mia vita ho collezionato a centinaia i particolari di cose, fatti i e detti e immagini, i cui legami ho smarrito per strada, la mia, a mai più; un’approssimazione forse evoluta in finzione mi induce da tempo a ricordare però una battuta, arrivata vai tu a sapere da che film, da Vincitori e Vinti pluripremiata opera di Stanley Kramer con Spencer Tracy, Burt Lancaster e Marlene Dietrich, da qualche cupo documentario, da Il processo di Norimberga con Alec Baldwin bah, non sono capace di scaricare nulla dalla rete; youtube spesso vale un tubo. Vabbè; in una scena di questo film misterioso e in bianco e nero e doppiato, ho ricordi in bianco e nero per lo più, alcuni ufficiali nazisti alla sbarra nel processo più famoso del mondo, quel di Norimberga per chi se lo ricorda, nella mensa del carcere dove sono prigionieri discorrono tra una cucchiaiata e l’altra, diononvolesse si suicidassero a forchettate; sono reduci da un’udienza in cui indovinate che cosa è stato proiettato alla corte, bon, e uno degli ufficiali, scosso dalle immagini, a un certo punto si domanda e domanda ai suoi colleghi al tavolo, ma come è  possibile, sempre indovinate che cosa. La risposta di uno più smaliziato tra i commensali è, Possibile sì è solo una questione di metodo. E sappiamo che dopo Auschwitz nessun metodo ci dovrebbe far accapponare la pelle o arricciare il nasino di stupore e poi ad azzannare, cotto, il tacchino. Pensate a un orrore qualunque, bosnie, sirie, apocalissi assortite, e zac la soluzione c’è. È solo una questione di metodo. È solo questione di avere la tecnica e creare l’industria adatta. 

A corollare tutto ciò, giorni fa di mattina presto, ore nove precise, mi telefona un amico per riferirmi che ha visto alla televisione un delizioso commercial di un fabbrica di polli, fabbrica sì, sì e bio. Ora in una panoramica su un agro di fantasia tutto luci smeraldine e violacciocche tra erba e alba degradée, nel film una masnada di polli vanno beccòttando, razzolanti come se aspettassero un’intervista, come si sta qui e che cibo il cibo e la sistemazione all’aperto e mangiati sì ma al meglio del miglio, non è così. L’intervista non c’è nella pubblicità è naturale, e i polli non parlano, non come noi intendiamo; ma intanto una canzoncina deliziosa di quelle che solo dei musicisti venduti possono pensare, giuggiola a chiusura del commercial Il mio lavoro è SELEZIONARE, il cibo migliore per un pollo tutto Bio. Selezionare, bio. Oh il bel progetto, selezionare, le parole non piovono mai a caso, nemmeno su un allevamento a terra. Poiché bio biobìo bìos sta per esistenza, anche per i polli, si tratta dunque di inferire che anche per loro polli c’è vita dopo la morte ché senza il disturbo di un funerale religioso si diventa bio. Ai polli è riconosciuto il diritto all’ateismo, che è senza dubbio alcuno un vantaggio per loro e un vantaggio per chi li mangia, non sanno di crocifisso. La realtà è come sempre altro dalla pubblicità che è invece la propaganda del mondo come gli Junker  – ah il cognome che titola una schiatta infausta- dell’Europa unitaria, vorrebbero che lo vedessimo. In modo che alcuni eletti lo realizzino. È il progetto nazista, sono loro ad avere vinto la guerra, sse semo detti coll’amico. C’è del metodo nella banalità e nell’azzardo.

Ora io avrei parlato volentieri di uno scrittore che amo, Michel Houellebecq. Forse forse ci tornerò ma ora, dopo la ben premeditata premessa vegetariana voglio semplicemente citare un lungo passo del suo ultimo libro Sérotonine-Serotonìna, libro che, che, checché ci tornerò sì. Senz’altro commento però, con traduzione in calce per chi non apprezza il francese e dunque non si è mai posto il problema di saperlo, eccone ora un passo che mi sta a cuore, per così dire, o sullo stomaco, se si preferisce. È in tema, vedranno i lettori:

Je connaissais parfaitement cet élevage, c’était un élevage enorme, plus de trois cent mille poules, qui exportait ses œufs jusqu’au Canada et en Arabie Saudite, mais surtout il avait une réputation infecte, une des pires de France, toute le visites avaient conclu à un avis négatif sur l’établissement: dans un hangar éclairés en hauteur par de puissantes halogènes, des milliers de poules tentaient de survivre, serrées à se toucher, il n’y avait pas de cages, c’était un élevage au sol, elles étaient déplumées, décharnées, leur épiderme irrité et infesté de pou rouge, elles vivaient au milieu des cadavres en décomposition de leur congénères, passaient chaque seconde de leur brève existence – au maximum un an – à caqueter de terreur. Cela c’était vrai même dans le élevages mieux tenus, et c’était la première chose qui vous frappait, ce caquètement incessant, ce regard de panique permanent  que les poules vous jetaient, ce regard de panique et d’incompréhension, elles ne demandaient aucune pitié elles en auraient été incapables mais elles ne comprenaient pas, elles ne comprenaient pas les conditions dans lesquelles elles étaient appelées à vivre. San parler des poussins mâles inutiles à la ponte jetés tout vivants, par poignées dans les broyeuses. Je connaissais tout cela (…) mais l’abjection commune dont je savais comme tout le monde fair preuve m’avait permis de l’oublier. (…) Comment les hommes pouvaient faire ça? Comment pouvaient-il laisser faire ça? Je n’avais rien à dire à ce sujet, que des généralités inintéressantes sur la nature humaine.(…) Comment des vétérinaires(…) pouvaient-ils visiter ces endroits où la torture des animaux était quotidienne et les laisser fonctionner, voir collaborer à leur fonctionnement, alors qu’ils étaient, au départ, vétérinaires? ( …) Après tout il y avait surement des médecins, avec un diplômes d’études médicales, dans le camps nazis. Finalement là aussi, c’était une source de considérations banales et peu encourageantes sur l’humanité, je préférai me taire. (…) Je m’abstint également de préciser que ce n’était pas mieux pour les porcs, ni même de plus en plus souvent pour les vaches (…) Michel Houellbecq – Sérotonine – Flammarion pag. 166-168.

Conoscevo perfettamente quell’allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, che esportava le sue uova fino in Canada e Arabia Saudita, soprattutto aveva però una reputazione orribile, tra le peggiori in Francia, tutti i controlli si erano conclusi con un una segnalazione negativa: in un hangar illuminato dall’alto con possenti alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere, serrate tra loro da toccarsi, non c’erano gabbie, si trattava di allevamento a terra, erano spiumate, scarnificate, la pelle irritata e infestata dagli acari rossi (Dermanyssus gallinae n.d.t.), vivevano tra i cadaveri in decomposizione delle loro consimili, passavano ogni secondo della loro breve esistenza – un anno al massimo – a schiamazzare dal terrore. Ciò accadeva in verità anche negli allevamenti migliori, era la prima cosa che ti colpiva, questo schiamazzo senza riposo, lo sguardo di panico fisso che le galline ti lanciavano, sguardo di panico e di non comprensione, non domandavano pietà non ne sarebbero state capaci ma non capivano, non comprendevano le condizioni in cui erano destinate a vivere. Senza dire dei pulcini maschi e inutili alla cova gettati a manciate, ancora vivi nelle trituratrici. Sapevo tutto questo (…) ma l’abiezione comune di cui come chiunque sapevo dar prova mi aveva permesso di scordarmene (…) Ma come potevano gli uomini far questo? (…) Come potevano lasciare che si facesse? In merito non avevo niente da dire, altro che cosette poco interessanti  e generiche sulla natura umana(…) Come potevano dei veterinari (…) visitare questi luoghi dove il quotidiano era la tortura degli animali e lasciarli funzionare, ossia collaborare al loro funzionamento, benché fossero, di principio, veterinari?(…) Dopotutto c’erano di sicuro dei medici, con studi e diplomi medici, nei campi nazi. Anche in questo caso, si trattava in fin dei conti di una sorgente di considerazioni banali e poco incoraggianti sull’umanità, preferì tacere.(…) Egualmente mi astenni dal precisare che per i maiali non andava certo meglio, né tanto meno e sempre più spesso per le vacche.

p.s. Leggo una piccola informazione del tutto inutile su un quotidiano volonteroso ma ma’nzomma, Il fatto quotidiano, – ahi ahi ahi ma cosa legge dr. D’Ascola, alza il ditino la maestrina dalla penna rosa –  leggo di una donna scappata di casa da un piccolo inferno africano per non essere mutilata, poi catturata in Libia, violentata a gogó, impregnata da mostri di un mostricino sul cui destino deve decidere, dicono, come se si trattasse di una scelta  indecidibile, tra l’offesa e una vita di stenti, a lavare cessi in qualche bar di Torvajanica, per ricordarsela, l’offesa, e reprimere l’istinto di vendetta in omnia saecula. Questa la notiziuola con un piccolo commento personale. Nell’articolo tanto l’estensore quanto la vittima parla delle bande di tagliagole e slabbravagine, definendoli, animali, bestie, disumani.  Solito tran tran di aggettivi. Mais non, mais non, che sono umani, umanissimi, proprio la quintessenza dell’umano. Carogne, già lo disse Céline in ogni sua opera. E che l’ultima, Rigodon, dedico aux animaux-agli animali. Che non massacrano, non erigono campi, non imprigionano, non stuprano nessuno. Nemmeno il loro territorio, non lo popolano di plastiche e motori. Qualcuno dirà, Eh vuoi mettere  ma non hanno l’intelligenza. Ah bè sì bè ah bè sì bè. ( Enzo Jannacci- Ho visto un re)

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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3 Responses to Houellebecq

  1. Leonardo Taschera says:

    Conosco Houellebecq e il suo Sérotonine. L’orrore degli allevamenti intensivi è indicibile: negli USA in alcuni allevamenti di bovini si mozzano corna e code per avere più spazio in cui stipare gli animali. Non so come si possa risolvere il problema. Al di là di ovvie considerazioni di ordine etico sulla mancanza di rispetto di “questa bella d’erbe famiglia e d’animali” e di altre ovvie considerazioni di ordine ecologico circa il costante e crescente squilibrio che la specie umana produce nell’ambiente – viene anzi da pensare che il dilagare del cancro sia una sorta di contrappasso qui ed ora a sconto della distruzione dell’ecosistema da parte nostra, e comunque non in grado di ristabilire un equilibro qualsivoglia – la domanda altrettanto ovvia è la solita: che fare? Quand’ero bambino si andava in vacanza in montagna e, non avendo i miei, grandi disponibilità economiche, né essendo ancora sviluppata la cosiddetta industria turistica, si soggiornava in casa di contadini, di solito proprietari di qualche terreno con vacche e pollame. Ho assistito qualche volta con un certo orrore all’uccisione di qualche pollo, ciò che si chiamava “tirare il collo” ( in realtà premerlo con un manico di rastrello o attrezzo consimile fino a soffocamento concluso ), ma comunque la cosa accadeva di rado, una o due volte al mese, di solito per festeggiare qualche evento importante per la famiglia ( prendete il vitello grasso e uccidetelo ), ed in ogni caso quanto meno il contadino (ma più spesso la contadina) si assumeva la responsabilità diretta dell’uccisione. Pensiamo a piccole cose. Forse se si costringessero i carnivori non dico ad ammazzare direttamente gli animali che mangiano, ma almeno ad assistere una volta o due alla loro ammazzatina qualche cosa cambierebbe. Portiamo le scolaresche – invece che a visitare i luoghi delle “sorti umane e progressive” – a prendere atto di cosa è un allevamento e di quanta e quale sofferenza noi siamo responsabili per garantirci quello che noi consideriamo il naturale e abituale livello di benessere alimentare. E insegnamo che comunque il nostro non è un intestino da carnivori (i carnivori hanno un intestino molto più corto, che lascia in circolo molto meno a lungo le scorie non digerite). Ma tant’è: nonché non dotare gli studenti di luoghi comuni storici, figuriamoci se la scuola (anzi la squola) , li dota di luoghi comuni ambientalistici….

  2. Biuso says:

    Houellebecq è infatti odiato dalle persone morali, dagli accoglienti universali, dagli amici degli islamici e dagli amici dei sionisti, dai credenti nel crocifisso e dai credenti nei diritti umani, i quali ultimi trasformano in ferocia verso l’intero il primato di una specie sola. Quella alla quale appartengono, guarda caso.
    Ciò che gli umani infliggono alle altre specie -a cominciare dai maiali che diventano mortadella e dalle galline con il loro «regard de panique et d’incompréhension»- è qualcosa di talmente abietto da essere, per me, su un altro livello rispetto alla distruzione intraspecifica dell’umano, rispetto ai nazionalsocialismi di ogni epoca. Tocca la sfera dell’orrore puro, ineffabile, perduto, per chi lo pratica e non soltanto per chi lo subisce.
    Grazie, Pasquale, per averne parlato in questo modo.

    • dascola says:

      “Tocca la sfera dell’orrore puro, ineffabile, perduto, per chi lo pratica e non soltanto per chi lo subisce”. Ringrazio io te a nome delle galline anche. Tu sai benissimo, mi pare di averlo già raccontato a te, dico, la storia del cavallo ucciso e del fantino con una gamba rotta nella caduta. Ero piccolo e l’uccisione, pietosa certo, del cavallo, con le gambe – le gambe sì – spezzate anche lui – lui sì non esso – mi colpì come una fucilata data a me; l’ incomprensibile; ma come, si fanno correre i cavalli per dilletto e poi li si ammazza quando non servono più; credo che scrissi qualcosa del genere, con parole bambine si capisce, ma, ricordi fu chiamata la preside che lesse il temino perchè parse bello, ma ella mi esortò severamente a prender in considerazione la sofferenza del fantino. No, tuttora, penso che poteva scegliere di fare il cartolaio, l’alpinista con annessa valanga mortale, il fognaiolo, ma fantino perché, per quale gusto di dominio. Tuttora mi indigna. Merde alors.
      Quanto a M.H. è, molto più fortunato, un altro caso Céline. Non c’è niente da fare. Ma ci tornerò appunto. Intatno leggiti Sérotonine. RIgorosamente in francese.
      p.s. se penso alle pagine tremende e all’infinita compassione che Tolstoj impiega nel narrare in Anna Karenina, la morte del cavallo di Vronskj , ecco capisci lì che hai a che fare con la grandezza.

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