Fuoco, fuochino fuochetto.

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Ahi noi. In un tempo lontano, dall’Australia per l’appunto, Aldo Busi scrisse un suo lavoro di bel peso, Cazzi e canguri. Uno scritto grave, greve, desolato, adusto, da leggere; ohè, non roba per educande, cioè per per chi cerca rifugi e sotterfugi nelle soavità rasserenanti nella lettieratura, sapete quella dove almeno nel titolo ricorrono le parole, vita, volo, farfalla e fabio, senza trascurare infinito, cuore e amore; ohè tanto di quell’amore, tanti di quei bacispertusati da vomitarne la metà in sospiri. In Busi si sentiva feto di morte – chiunque sia andato qualche volta a visitare il defunto a cassa aperta sa che la formalina e il make up truccano ma non ingannano, la camera ardente non arde ma ma ma – in una cornice di sesso per quel che può essere, larvità, dark rooms, cose vastase pedé ma non più dei vecchi ètero che nelle latrine dei supermercati pisciano e vomitano fuori dal vaso e lasciano lì la traccia, cani; tanto una donna magari latina o africana passerà a pulire… Simone, i morti ti salutano. Ricordo che mi sconcertò quel Busi, ricordo un masturbarsi, one-step del cazzo in una scarpa; nota che il parlar pulito aggrava la gravità del parlare, o fa ridere o non soddisfa come un interruptio in coito – sai quelle signore che scrivono o dicono di fellatio per perifrasi quando pompino restituisce all’idea la sua soave e parziale verità; Totò ebbe sempre ragione, Esequie, esequie vivissime… Ascoltarlo per credere.

Questo del cangurino che mi vedete qui sopra e qui sotto è un piccolo file, solo 12 kappa, non ne ho trovati di più grandi; ce ne saranno ma chi l’ha pubblicato (cfr. fanpage.it) ha pensato di fatto che 12 kappa fossero sufficienti a tenere bene in vista il rapporto di grandezza prosopopaica tra la naturaleza limitata e l’eterno Adamo, che a regola mitologica contiene in sé i germi di un Assassino per noia e di un Belante con i suoi futili cantici al fumo. Così me Canguro di soli 12 k osservo, perplesso; che fare altrimenti, scappare, sì che si può scappare ma dove, aspettare la fine, aspetteremo la fine oh miei canguri. 

Non è un caso che una razza di conquistatori pallidi e cirrotici, gli attuali australopitechi anglofoni, abbia devastato la terra che ne subì i cazzi, giù giù sperma a ufo, per qualche secolo senza che la liberal democrazia dominante egemone, di oggi la peggiore pare dopo quella devastante della signora Thatcher in Britannia ( eppure seguita), accettasse l’idea di finitezza, di ὕβρις, übris – san mica più il greco nessuno, i limiti volanti che Omero vede sul campo di Troia, chi se ne frega, siamo ancora quei snob che occupano il medioriente da cento anni – e attuasse qualche previdenza per limitare il disastro, niente solo pecore, carbone e bonds. Alla fine mi pare veemente che la violentata si ribelli, altro che metoo e come. Oh figliastri viziati e tracotanti di Prometeo. Nessun ciompo, nessuna Jacquerie, Bastiglia, Commune, nessun ’17 son riusciti a mettere così bene a ferro e fuoco come il fuoco in sé che si rivela  la più rivoluzionaria delle istanze e delle manifestazioni. Vroumm. Mi spiace per i pompieri, qui c’è posto credo per gente coraggiosa, sempre tra i pompieri volessero imbarcarsi, ma per i faccendieri-finanzieri dai well blowed jobs e delle locali valstrit c’ho piacere, al mare, al mare, oh lo spettacolo dei bottondown, degli armani, dei colletti bianchi, via giù tra’ pescecani a scambiarsi biglietti di visita e bruci bruci ogni cosa, infradito, uffici governativi, yacht clubs, blondies e congreghe di avvocati d’affari; così che l’Australia torni quello che era, inospitale. Vroumm.  Vedremo se si dovranno accogliere barconi di australopitechi in fuga. Chissà se qui direbbero aiutarli in casa loro. E poi quale, non ne hanno più. Mi spiace lo sfacelo prossimo venturo, per gazzelle, gatti e topi e tigri, canguri e cammelli che secondo il premier australopiteco sono la prima causa degli incendi, mi dispiacerà eccome, mi dispiacerà per i miei figli sopratutto, uomini intelligenti e miti, senza miti; non dico di no, ce n’è altri di intelligenti senza infilato il capo in un sacco di sardine e merdità; lo so e mi dispiace per tutti quanti; per me no, di andare in fumo so che è la mia meta; andarci gratis e sans funerailles è un vantaggio. Quanto ai coglionisti legaioli sovranieri, ‘tenti nèh che i prodromi son questi, anche qui tra faggi e abeti, vroumm una disfatta che Caporetto vi sembrerà una gita sui colli Euganei, e ‘tenti che sarà proprio disfatta. Ve lo do io il Suv.

Ora che è l’ora di pranzo nel freddo di un furgone parcheggiato, pausa mensa; in quel chiuso un africano giovane svolge  da un cartoccio di alluminio un qualche suo tramezzino. Lo mangia ad occhi bassi, forse per pudore.  

p.s. Mi pare che la Belpaese Gazzettini Riuniti abbia unanimemente riprodotto il quadro sommario di orrore e colpe in cui va in fumo l’Australia; la stampa grulla non saprei e me ne impipo dei commenti di Quattropassineldelirio, che è il nome collettivo per la stampa psicopatica riunita, sai, Foglioliberogiornaledipadania. Qui sotto qualche notizia e qualche video di quelli dove non si videa nulla ma insomma tutto fa.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/07/australia-il-premier-negazionista-dei-cambiamenti-climatici-sotto-accusa-ignoro-i-rapporti-ufficiali-sul-rischio-incendi/5654402/

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About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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