Richard Jewell

Unknown-1

Paul Walter Hauser (R.J.) Sam Rockwell (Bryant) e Clint Eastwood (p.dominio)

Click click boum boum. Specchio e pacchio delle mie brame cu è, cu è la peggiore terrorista de lu rreamila Merica che di chiunque può fare un Suleimani. 

A 90 anni, Clint Eastwood come altri grandi vecchi artisti, si pensi a chi si vuole, a Ken Loach p.es., benché alberghi su una riva lontana dello stesso fiume d’arte, tra alti e bassi e a seguito di opere da brivido come Gli spietati, il dittico di Ivo Jima e su su poi e poi dopo Sully e The Mule, oggi con questo Richard Jewell pare si trovi a indossare e a suo completo agio l’abito che gli indovinò Sergio Leone, dell’uomo senza nome, anarchico e bandito, cioè politico, del giusto insofferente e spietato col potere. Il giusto può non essere spietato, ché può scegliere, il Potere è una macchina tritaossa, una casabianca, un viminale un eliseo che tra le prime vittime ha colui stesso che vi sale per voluttà o destino; a fare il carnefice. Questo film principia, si badi ben, con un violento alterco telefonico, tenuto tuttavia come un rumore di fondo, tra uno dei protagonisti l’avvocato Bryant e un senatore non inteso; e, a pochi minuti da’ titoli di testa con una battuta chiave allo stesso Jewell, Se vuoi fare il poliziotto ricorda che il potere trasforma una persona in uno stronzo (la memoria è imprecisa sulla lettera, il senso è esatto, poi un giorno ascolterò il film in inglese per scovarne le capriole interpretative). L’avvocato è di suo un anti mito americano, è quello che si direbbe uno sfigato, che molla il grande circo di uno studio ricco e numeroso per precipitare nella solitudine di un piccolo studiolo personale, Perché non mi piace ubbidire agli ordini dei padroni. L’avvocato si chiama Watson, non è un eroe,  ma un cercatore del vero e del giusto, come il compare minore di Sherlock Holmes.

Sulla storia del film è inutile dilungarsi, la sanno tutti perché la grancassa mediatica, stigmatizzata assai a chiare lettere nel film come il Secondo potere più forte del mondo con il governo degli Stati Uniti (sempre col beneficio delle smagliature mnemoniche), la storia è la stessa affrontata in cinema con J’accuse (ivi 01/18/20), se vogliamo con Orizzonti di gloria, Uomini contro, Sacco e Vanzetti e, senza che ne sia stato fatto altro film che la dura cronaca, del caso Pietro Valpreda accusato di avere posto la bomba di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969 e che fu perseguito e perseguitato, more italico non per i 90 giorni del Jewell di Atlanta, ma per 18 anni. Chi in sala non abbia intravisto la perfetta analogia tra questi casi e altri a migliaia, e a ricordare la strage di coscienze che si fece per anni e anni in Italia, non lo so o forse nessuno; appunto, la strage è compiuta, l’opus nigrum. Allora, 1969, come nel film di Eastwood, la stampa, la stampa falsificò i fatti, li montò a neve soda, inventò il colpevole, va’ la preda, va’l preda, il capro espiatorio, il mostro… eh bon j’accuse… creò la realtà amministrando a dosi ospedaliere le parole del più collaborazionista degli infami in tempo di pace, il taxista Rolandi, (È lui, tuonò l’accusa). Ricordo molto bene che forse due giorni dopo la strage, una troupe del telegiornale (vorrei sbagliare ma il fetente con lo sguardo abbrunato che la guidava mi pare ch‘l ieri Brunetto Vespone), mi fermò per intervistarmi di passaggio nella piazza della strage, Allora la pista anarchica bla bla bla, un giovane cosa ne dice, e a domanda il giovane (me di anni 17, di famiglia ‘narchica, telefono controllato venti minuti dopo l’evento bomboso e dunque subito informato della tagliola in corso), il giovane rispose, Escludo che sia stato un anarchico, trattasi di invenzione utilitaristica. L’intervistina, more comune, mai andò in onda. Il giorno 14 Giuseppe Pinelli mi riportò il giacchetto che avevo scordato al capezzale di un altro ‘narchico ricoverato per sciopero della fame (non ne rammento adesso il motivo, né il nome dell’uomo), e il giorno appresso, forse nella notte stessa del suo fermo, 15 dicembre lo stesso Pinelli fu assassinato, e il 16 venne inscenato il suicido coram populo in Questura per via finestra. Intanto Valpreda definito Il mostro di piazza Fontana, cominciò la sua odissea di vittima designata.

Traggo da Wikipedia, e ne mantengo i rimandi per gli ignari, le seguenti ben documentate sentenze preventive… Il giornale del PCI l’Unità, lo descrisse (il Valpreda n.d.r) come «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento» sull’Avanti! del PSI venne descritto come esponente di un gruppo anarco-fascista, un «individuo morso dall’odio viscerale e fascistico per ogni forma di democrazia», il giornalista Bruno Vespa (lu tintu, n.d.r.), in diretta dal TG1, lo presentò come il «vero» e sicuro colpevole, per Mario Cervi, che fa ricorso anche a stereotipi lombrosiani, «il crimine ha oramai una fisionomia precisa: il criminale ha un volto […] la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera». Per il Secolo d’Italia, quotidiano del MSI, Valpreda è «una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista»; per Il Messaggero «una belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi»; su La Nazione «un mostro disumano»; per l’organo del PSU, Umanità, è «uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori»; su Il Tempo diviene «un pazzo sanguinario senza nessuno alle spalle»

Ebbene, lo spettatore si faccia un po’ i suoi confronti co’ titoli e commenti di stampa e televisione atlantiche, riproposti paro paro nel film; è la solita storia non del pastore ma, del capro, della strega di cui il Potere ha bisogno per secondare, imbesuire e manovrare una massa grulla e burattina. Nel film tutto il preludio tra la folla che balla e canta ( un trionfo della morte) al concerto per le olimpiadi di Atlanta è una succulenta carrellata, anche in termini cinematografici, di che cosa vuol dire vivere in Merica, quella autentica, non quella degli snob neviorchesi, ricchi e compulsivi di Woody Allen; la Merica fammi-una-foto, dai-balliamo, fammene-un-altro (drink) cantiamo canzonette perché è tutta la musica che conosciamo, in cui ci riconosciamo; la Merica prolungamento o proiezione della Brianza di Gadda e senza il merito letterario di quello, ma fotografia dei papà Salvasoldini, erore d’a genetica lombarda; la Merica truce e fondamentalista, mandria beota di coboys e babies dolls come la bassa e volgare giornalista locale che, dallo sperma assimilato s’immagini come, del basso e volgare agente Shaw del Bureau, Shaw come spettacolo, alchimizza nel suo cervelletto ovarico l’homunculus Jewell,  tragico gioiello, da eroe semplice a vittima complicata. Nel film, gli agenti di una FBI del tutto uguale negli scopi, leggermente diversa nel metodo, all’Inquisizione, quella cattolica o dei Padri pellegrini, già non v’è differenza, hanno il potere per perseguitare, processare e uccidere in effigie. Penso di nuovo all’Opera al nero. Il Potere è un Moloch che vuole olocausti per confermare e mantenere forza metafisica alla nerchia del Padrone, nel film illustrato da una fugace apparizione, televisiva appunto, di Clinton, l’angelo sorridente e fecondante è il piatto forte del Potere, il bel babbeo che futti tanticchia e cumanna assa’. Richard Jewell è solo una puntata di una storia senza fine. Col fine di nuocere.

p.s. Nella poltrona accanto alla mia una giovane signora ignota piange per tutta la seconda metà del film che indigna e commuove, appunto, ma conferma con ciò e alla sua età la tempra di Clint Eastwood, capacissimo direttore di attori, audace scrittore di trame, chiaro rabdomante di punti macchina. Gli interpreti, come da copione, tutti sopra la misura del bravo.

 

 

 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Richard Jewell

  1. Biuso says:

    Una disamina epica, la tua, di questo grande film politico, caro Pasquale.
    Arrivato a novant’anni -ma lo fa ormai da tempo– Eastwood dice ciò che davvero pensa, racconta ciò che vuole raccontare, senza badare alle conseguenze, al rispetto per il sistema del quale fa parte, ai timori di personali fallimenti. E infatti questo film è stato un insuccesso negli USA. Un inevitabile insuccesso.
    Nonostante le sue esplicite appartenenze politiche, Eastwood è in realtà -come hai ben argomentato- un anarchico individualista, che in questo film essenziale, lucido, sobrio, disvela senza incertezze l’infamia dei giornalisti e degli sbirri. Di quelli statunitensi, prima di tutto, ma anche degli altri Stati dell’occidente, che pensano di essere il baluardo del Bene e invece costituiscono un apparato giudiziario, mediatico e politico che “democraticamente” stritola le persone. Come accadde, appunto, a Valpreda, a Pinelli e ad altri uomini liberi.

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    • dascola says:

      “film essenziale, lucido, sobrio, disvela senza incertezze l’infamia dei giornalisti e degli sbirri.”
      Sì Alberto, mi fa piacere questa sintonia. Mi fa piacere il termine epica che vorrei non mi mancasse mai.
      Mi viene in mente il Karl Kraus che con molta sagacia attribuì del primo conflitto la colpa, ché di colpa si tratta, alla stampa.
      Grazie

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