Tutti tulli bulli trulli

Le tre sorelle Leschan erano figlie di August Alexander (1877-1945), acrobata trapezista ungherese nato nel 1877 a Budapest e di Eva de Leeuwe (1892-1984), cantante d’operetta, ebrea olandese, nata ad Amsterdam. Lescano.

Ciascuno potrà ficcare il naso in Wikipedia per sapere tutto e di più sul trio Lescano di cui la premessa antiletteraria che conta poco assai col il resto che vado scrivere e che, avverto le anime belle, è scorretto nel più profondo, ciao.

Bon, ricordo bene assai un mio caro e bravissimo allievo di tanti anni fa, gran musico, voce di velluto con più suono alla → Romero, da → Figaro e Belcore, intelligentissimo, meridionale va sans dire, colto e belloccio, alto e snello, attore nato, un Romolo Valli, gran seduttore ma fedele; ogni tanto veniva a lezione col suo moroso, un acciuga cortese, bellino anche quest’ultimo. Insomma un giorno, chiacchierando chiacchierando quello mi confessò, Vedi Pasquale – con i miei allievi bravi sempre il Tu; gli altri Maestro maestro, gnè gnè gnè e non combinavano nada; i russi implacabili T34, Voi Vedi Pasquale io ci sono in mezzo e mi destreggio ma sai l’ambiente delle checche è terribile, sono cattive, ridono di tutto, scherzano, beviamo qualcosa, determinate a essere superficiali e ti assassinano per un paio di orecchini. L’ambiente delle checche, me l’ho condiviso, solo in palcoscenico dato il mio antico mestiere teantrale, che era un circo di deliranti, egocentrici e palloni gonfiati tra i quali c’ero anch’io come diverso moderato tra i diversi, checche o non checche. Gay, come dicono i leghisti che dicono così e pensano culattone, a quel tempo era solo il cognome di un autore inglese →John Gay (1685-1732) noto per aver scritto la bellissima → Beggar’s Opera, più conosciuta nella parafrasi di → Brecht, → Opera da tre soldi.  Finocchie o  cule o donne tout court erano le altre definizioni del genere incerto e leggiadro e infine c’era la velata, ovvero una checca che vivesse in clandestinità con mogli e figli e mantenesse riserbo assoluto su di sé oltre che sul suo vero amore masculillo. Circa le lesbiche, semplicemente le checche non le consideravano omosessuali ma a Thing, delle birichine, altre; oggi ho appreso che si dice leccaciuffe. Per tutto questo sono passato indifferente a tutto, nonostante l’ampio numero di avances ricevute, le più le meno sfacciate e sconvenienti ma che, dopotutto, ho sempre considerato un elogio, mazzi di fiori, rose naturalmente, di quelle più spinose. Piacevo lo so, dopotutto conforta, anche l’etero ha un volto umano. Bon a un certo punto della mia carriera mi capita di essere chiamato in Olanda, a Dordrecht per la precisione, dove un gruppo di notabili politici locali, con il concorso di manovalanza musicale tutta italiana – ché lori i cantava tutto suoni fissi, niente armonici, non sapevano le prassi esecutiva italiane e se è per questo nemmeno il resto dell’opera – ‘sto gruppo insomma si inventa un festival e scuola estiva di opera italiana; estiva cioè turistica per far quattrini con birra, salsicce e creme solari, vabbè. Mi assegnano Attila, opera non bellissima ma che so a memoria. Mi danno appuntamento per illustrare il progetto di regia. Quest’ultima è operazione cara all’estero e adesso credo anche in Italia; in sintesi tu dovresti spiegare come allestirai l’opera, la tua filosofia, insomma devi vendere il prodotto arrampicandoti sui vetri insaponati per una direzione artistica ignorante; ma oggi è facile basta introdurre carri attrezzi, cazzi che sbuffano vapore acqueo, pizze, stantuffi e peperoni, le immancabili divise di tutti i reich o  l’epilessia e le mutande, Emma Dante’s way, mai nome fu meno adatto ad essere duplicato. Ai miei tempi i progetti di regia, figurati, ne chiacchieravo col dirart al telefono, in trattoria, intorno al tè col direttore d’orchestra, per sapere anzi da coloro le linee di forza dell’opera. ( Ricordo una giornata magnifica a Salsomaggiore, tra vini e delikatessen con Gianandrea Gavazzeni a parlare di letteratura e pittura prima di una donizzettata, io piccino, lui grandissimo) Per imparare. Idea di regia, figurati. Vedremo con la compagnia. Poi alle prove andavo, allora, con tutto lo spartito segnato come uno story board ma poi in palcoscenico per la maggior parte delle volte di quel che avevo scritto, serbata una traccia a memoria, in quella la cancellavo. La regia la facevano l’occasione, il palcoscenico, le persone, le attrazioni fatali che si creavano tra tecnici, cantanti e collaboratori. L’insieme. A Catania, al Bellini,  prima che intervenissero direzioni artistiche moderne, ci si appassionava tantissimo nel lavoro del teatro che è solo di artigianato. Vabbè, ma all’estero occorre pianificare, giustificare, spiegarci tutto a lori, vogliono il → mock-up del prodotto e il mock-up della confezione, sapere di tutto il perché soprattutto il perché, immaginazione nada; sembra un luogo comune ma è così comune da essere l’abitudine di ogni luogo. Vabbè. Filo a Dordrecht con una borsa di documenti, liste, disegni, pro memoria, citazioni di Spinoza, e in senso letterale, mi trovo di fronte a una commissione d’inchiesta, loro da una parte di un tavolo oblungo, io di qua da solo; manca il microfono al centro della tavola, poi sembra un affare Hoover; mi pare dieci persone con l’unico che ci si intende al volo, il capo tecnico, dieci minuti e non c’è altro da dire. Con gli altri, gli esteti, i filofosfori del teatro di cui tutto ignorano, la direzione artistica cioè, una mattina e mezzo pomeriggio secco. Io parlo, loro mi guardano, accenno un sorriso alle signore, loro come se avessi sciorinato un enorme cazzo latino sul tavolo, ma non è cupidigia, è orrore; secondo me mi correggevano mentalmente anche gli errori di inglese, benché fossi fresco di intensivo allo Shenker che ne facessi ovvio, parlare senza il bene di un interlocuzione con delle mattonelle di ghiaccio sintetico è roba che sudi e ti viene il torcicollo, e poi appunto si sente la cattiveria, il malanimo, la cattiva disposizione. Mai successo altrove né altrimenti. Dopo una settimana di silenzio tuttavia per caso un telegramma di via libera. Vabbè, mi metto a lavorare, ma devo mandare esecutivi di costumi e tutto perché non ho né scenografo né costumista. Passa un mesetto e calano in Italia in sette, con una sarta e un’altra che mi dicono sarebbe stata la mia assistente, simpatica come una ringhiera. Li accolgo in casa con dovizia di tartine e caffè e tè. La sarta porta  un costume già pronto; scandaloso; da non darle da fare un orlo ai pantaloni; non conosce l’arte, ha sbagliato tessuto e non sa che un costume non è un copricostume per turiste a Rimini. Spiego però, pare abbiano capito, e dopo avere divorato le tartine ciao ciao. Sorrisi mare del Nord. Passa di preciso un mese durante il quale mi concerto solo col capo tecnico per le prove e via discorrendo. Tutto sembra ok, ma dalla direzione silenzio. Contratto nix. Un mio collega che già lavora con loro, un italiano of course, mi chiede quando arriverò, manca poco all’inizio delle prove, si preoccupa. Poi però, dopo tanto silenzio è lui a chiamarmi, voce ammainata dall’occasione, sono stato silurato. La direzione ha deciso di sostituirmi con la mia prevista assistente, die Fliegende Holländerin, chissà che non faccia parte di un qualche comitato di metooers; scoprirò che per lei Attila è un mafioso in coppola e pistola sotto l’ascella, Odabella in giarrettiere, Ezio con lobbia da avvocato di Manhattan, Foresto col coltello. Ma, mi diranno, allo spettacolo gli olandesi ridono, con gusto, la musica di Verdi è un trascurabile impiccio. Appunto come a uno spettacolo di ruttE – femminile plurale di rutta – della Dante. 

Per caso, ché a leggere apposta non se ne trae nessun giovamento anzi il contrario, ho letto che l’Olanda insiste nel mettersi di traverso a qualsiasi accordo economico europeo. Si sa che a far così difendono le loro rendite di posizione e quel gusto nazista che hanno i popoli del Nord nel trattare i Sudici, ora che han fatto i soldi, perduto l’antico impero imposto a fil di spada come tutti gli imperi; al tempo del Polesine erano calati in Italia a dare una mano, era dopo la guerra e campavano di Piano Marshall come tutti e come tutti avevano le pezze al culo; ora che hanno i soldi gli è rimasto il culo. Poi il signor Conte è terrone. Stante però le cose così non si capisce perché il manipolo d’eroi autonominati frugali non se ne van dall’Europa, se la fan da sé, portandosi adietro anche gli stati con il neo fascista come l’Hongria e la Polacchia che con l’Europa ormai non si sa che cosa accucchia. Non dimenticar le mie parole.

 

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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2 Responses to Tutti tulli bulli trulli

  1. gattomannaro says:

    Caro amico, sai bene come la penso su tutti gli argomenti del tuo post (e cioè, quasi interamente come te…), perciò non mi dilungherò a spiegartelo. Mi fa sempre uno speciale piacere sentire delle tue esperienze di regista, e non perché mi piaccia aver novelle delle tue sofferenze, ma perché non fanno che confermare quello che da tanto tempo vado miagolando, se non proprio nel deserto in zone scarsamenete abitate. In questo caso, ho avuto particolare consolazione nel prendere nota della tua posizione su una regista che a me sta particolarmente sullo stomaco, e il fatto che sia pluripremiata e pluriosannata non mi fa proprio una vibrissa. Anzi, Emma Dante, con i suoi cavalli scheletriti, i suoi cactus di Birnamo, i suoi cazzi di pezza e le sua streghe partorienti (e cito solo, per brevità, il suo stupro del Macbeth, ma se qualcuno è interessato può anche andare e vedere, per esemoio, la Carmen alla Scala), mi sta, oltre che sullo stomaco, su altre parti che non nomino, ed anche per questo mi fa sempre piacere vedere che qualcuno condivide… Grazie, e buon tutto, ché di questi tempi non si sa più bene cosa augurarsi in dettaglio. Miao.

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    • dascola says:

      Illustrissimo gatto, ti ho letto con gran piacere, ecco tutta la mia replica, e aggiungo, lo so che ti nutri di sospetti croccantini, ma credo che rispetto all’arte siamo tutti vegetariani; i cadaveri, per non dir la merda cotta e confezionata altrui, non ci piacciono. Sì tutti vegetariani. Vorremmo almeno. Grazie per la gradita visitina.

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