Forme, norme, orme

Francisco Goya y Lucientes – Unione infelice, 1801

Nel suo recente commento al mio pezzuolino dal titolo La bella prigioniera, scrive il il Taschera da musico par suo :

Non so se quanto sto per scrivere sia congruente con le finalità di questo spazio, ma provo ugualmente. Jacques Attali, nel 1977, pubblicava un saggio intitolato, Bruits, nel quale ipotizzava quanto l’evoluzione delle strutture musicali predicesse quella delle strutture politico-sociali (per chi è interessato il libro è stato tradotto in italiano, se non sbaglio, un anno o due dopo col titolo originale: Rumori). Ieri ascoltavo l’ultimo Schumann e associavo alla sua musica l’inizio della dissoluzione della forma chiusa. Vero o falso che sia, è comunque un fatto che in musica la forma (intesa come processo di eventi sonori gerarchizzati sulla base delle proprie categorie fondanti relativamente alla tradizione euro-colta ) è venuta dissolvendosi fino alle attuali estreme conseguenze. E, in un gioco di feed-back, è venuto dissolvendosi tutto il sistema su cui si reggeva la forma: l’esaurimento, presunto o reale, delle possibilità combinatorie del sistema tonale ( con la sua gerarchia di funzioni, armoniche, melodiche, ritmiche, metriche e timbriche) ha lasciato il posto, a cominciare dalla dodecafonia, a un sistema in cui le variabili di cui sopra non vengono organizzate a partire dalle loro relazioni intrinseche, ma spesso da categorie esterne applicate dal compositore al materiale musicale. Ma tutto ciò che c’entra con la crisi dei sistemi democratici e con l’avanzare di sistemi autocratici quando non dittatoriali? Etc.(omissis)

Ebbene che la forma non stia ferma mi pare dato di fatto. Tuttavia nel muoversi, nel mutare, nel contemporaneo ibridarsi mantiene una logica interiore. Un’anima o, per citare un antico e noto titolo, una volontà. Passami questi termini please. Parlando per grandi insiemi e per grandi semplificazioni la musica araba si è trasformò nel flamenco in Spagna. In Cuba e terre americane, la musica ispanica subì innumerevoli trasformazioni. Sempre parlando per grandi insiemi la musica popolare fu accolta in America e trasformata. Analogamente la musica eurocolta subì in America, sia a Nord che a Sud trasformazioni che ogni musicista conosce. Questi processi hanno avuto e hanno anche inversioni di senso: dall’America prassi esecutive e stili o modi sono stati acquisiti e trasformati in Europa. Un esempio è il rap, la cui ascendenza, analogica peraltro, uno sarebbe tentato di trovarla nel grammelot. Il quantum di queste trasformazioni importa poco ai fini di questo discorso. Tuttavia quindi, ogni mutazione comporta una sorte di rigenerazione formale. Fino a un certo punto. Fino al punto cioè in cui l’ambito formale si restringe finendo per annullare la possibilità formale stessa ovvero a implodere, come più o meno insegna la fisica. Taschera bene riassume il fenomeno nelle linee finali del suo intervento  qui oltre. Limitando il discorso alle manifestazioni d’arte, per similitudine e metafora si potrebbe dire che ascoltiamo e osserviamo apparire oggi nane rosse o l’orizzonte di buchi neri.

Del resto il gran calderone della prima guerra mondiale estinse, come tale, il mondo della livrea, della divisa – i cavalieri polacchi andarono alla carica ancora con le giubbe azzurre, piene di alamari d’argento da ulani, ( le specialità e le nazioni sul campo di battaglia si distinguevano proprio per la livrea, dragoni, ulani, cosacchi) poi si sa come andò a finire per tutti i tipi di cavalleria – semplificando della giacca e della cravatta, delle strutture, degli elementi esornativi, specie quelli femminili, intese a classificare, a gerarchizzare, enfin a dare la sensazione di un’unità formale e di un’appartenenza distintiva o di classe. In generale la prima guerra mondiale ha segnato, pare a me, l’inizio del livellamento al sacco, cioè al basso (del resto sempre di più si vede adottare, il ’68 fu la start up, in ogni occasione la mimetica, cioè lo straccio, l’ininforme, il precipitato d’abito, forse chissà richiamati da una sirena bellica inconscia e collettiva). Il limite tendente al nudo della varice o dell’adipe o cellulite ostentate, non è lontano da venire, è qui (oggi in centro ho osservato un tale che ciabattava con indosso una canottiera troppo corta sulla trippa pelosa, pinocchietti con bretelle va sans dire): e dal pancino delle adolescenti artatamente scoperto si è passati al reggiseno da passeggio ma delle matrone (quello che ipocritamente qualsiasi commessa vi chiamerà pezzo di sopra dei due possibili; o brassière o bra top o bralette o che il diavolo). Non ho dubbi che in controtendenza con la moda afgana la donna occidentale passerà, almeno in estate, a forme di nudismo più o meno aperte o stuzzicate. Tra questo, che può sembrare solo gossip, la dissoluzione della forma tonale in musica, della forma metrica quantitativa e poi accentuativa in poesia, (in particolare per poesia si intende oggi la mera ostensione di un testo, meglio se politicamente corretto, leggi Amanda Gorman – che perlomeno o per fortuna si presenta Ralph Lauren –, in una vestaglia grafica per zoppi e strabici ma pregna di IO-Io-io che vedono sentono fanno e disfanno – vedi in proposito una tale che per i tipi Einaudi ha fama di poetessa nazionale, sen-ti-men-tal, tale Livia Candiani, in arte Chandra, e hai capito tutto – ), e della forma rappresentativa/figurativa in pittura, col mio naso snaso un legame stretto. Legame che va diffondendosi, sempre a mia sensibilità, ad altre forme. Forse a tutte.

Dal pulpito di musicista, il cui compito, formuli, segua o interpreti, è quello di inseguire e ripercuotere su se stessa la forma per eccellenza, quelle musicale che è architettura senza ferro tubi lamiere, mi scrive il Taschera a corollario :

Quanto al nudo femminile, che io comunque assocerei a quello dei polpacci e dei bicipiti maschili che non conoscono differenze d’età, ti racconto un aneddoto. Nel nostro viaggio in Turchia, arrivati a Bodrum, prendemmo un battello per andare a visitare una necropoli vicina scavata nella parete rocciosa. A bordo c’era una comitiva di inglesi la cui componente femminile, evidentemente ispirata da Falstaff, esibiva una ragguardevole “vulnerabil polpa”, culminante in seni – ovviamente nudi – degni della tabaccaia di Amarcord, appoggiati sul pulpito di prua dell’imbarcazione, con grande tripudio delle barche di locali che incrociavano. In quel viaggio incontravamo spesso donne turche vestite con impermeabili lunghi fino ai piedi e munite di chador, e io mi sono sentito costretto ad ammirare la loro compostezza e a vergognarmi della esibita impudicizia delle inglesi, contrabbandata come bandiera della liberazione della condizione femminile.
E, per tornare al discorso sulla forma, la sua dissoluzione è parallela alla perdita del senso del rito, che io intendo come uno spazio-tempo dedicato. Il senso del rito sta appunto nel sottrarsi dal fluire del tempo oggettivo per ritirarsi nel tempo soggettivo in un luogo ad esso dedicato. Penso al rito del tè nella cultura cino-nipponica, piuttosto che a qualsiasi momento e occasione in cui l’io rimane con sé stesso e in rapporto con un altro da sé che lo aiuta a soggettivarsi e a consentirgli il piacere della contemplazione. Ma temo che non ci sia niente da fare: la tecnologia moderna va esattamente nella direzione opposta. I cosiddetti smartphone consentono di fare tutto in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento e ciò viene anzi vissuto come un vantaggio.

A proposito di vantaggio. Ascolta. Una tra le dissoluzioni, a mio avviso preoccupante perché è sotto gli occhi di tutti, almeno degli alfabeti , è quella della forma tipografica, del testo giustificato ( con linee tutte eguali in estensione e non allineato a bandiera come qui). Gutenberg e Manuzio si sono già rivoltolati da lassù nei campi Elisi. Attenti bene che non ho potuto scegliere questa che chiamano formattazione: i creatori del sistema WordPress hanno cessato la possibilità di giustificare il testo e in compenso hanno creato un metodo di redazione a blocchi, detto per burla Gutenberg, astruso e tale che non l’ho capito ; intrinsecamente non ne ho capito, non ne capisco, la necessità. Ma, alle mie rimostranze in proposito mi fu risposto che la ditta andava incontro alle necessità di chi nei blog faceva soprattutto ostentazione di fotografie ed esercizi di iperestetica per feste di compleanno, per facilitargli il compito di sembrarsi fighi: il mondo come volontà e rappresentazione del dilettante.

Non l’ho ritrovato tra i miei, eppure eppure, e non ne ho ritrovato il titolo nella sua bibliografia ma, in un suo lontano volume, Anna Maria Testa, la notissima domina dell’agenzia pubblicitaria Testa, dava precise norme di redazione: dal carattere – quel che tu te lo chiami Font adesso non si sa perché – al corpo, al colore. Stilava una bibbia normativa. La norma che genera la forma, l’orma di chi scrive, funzionale prima che estetica, funzionale alla lettura. Non so per quale ragione la dissoluzione di quest’ultima a portato all’abuso di allineamento sinistra, all’a capo arbitrario, ai grassetti non richiesti e, non ultimo, al linkaggio – sinonimo di linciaggio – di particole di testo a territori della rete nei quali trovare la spiega o, come dicono le maestre, l’approfondimento.
Sono nato in un epoca in dove che quando i nodi erano troppo intricati e stretti non li tagliava Alèxandros a Gordio. Si prendevano appunti, e poi via in Biblioteca a cercare o, se si poteva tra i libri di casa, chi come me aveva la fortuna di possederne a ufo. E ogni indagine apriva molteplici finestre di indagine. Non scherzo ci si coltivava così. Selezione critica. Oggi la necessità intrinseca di afferrare tutto nel più breve tempo possibile, di semplificare, e quindi di offrire lo svicolarsi dalla responsabilità di cercare da sé le implicazioni di un testo, studiandolo invece di guardarlo, porta un articolo quotidiano ad essere un labirinto di deviazioni ad altro, inseguire i passi del quale induce al risultato di allontanarsi dallo scopo dell’articolo stesso. La valutazione, l’esame del contenuto per riguardo alla sua forma che è struttura, legami, associazioni, massa. Si accumulano informazioni, segnali, che non formano. Non solo, ma si realizza ciò che McLuhan in anni lontanissimi volle stabilire, che il medium è il messaggio, ah bon sì ma al peggio della sua forma: l’informe. Le mirabilia offerte dell’informatica titillano nell’animella pallida l’illusione che se non sai subito, grazie ad apposito link, di quanti ottani è fatta la benzina svizzera sei fuori dal mondo, avrai perso più di un cavallo motore, l’Occasione di cavalcare l’onda. Osservo con che velocità certuni afferrano le più straordinarie sciocchezze lessicali, spoiler, meme, googleare, come se fossero conquiste di astrofisica. Forse è il prodotto di un’ansia da riempimento – non so come chiamarla e fare diagnosi hmm – che fa rincorrere l’informazione, l’aggiornamento, il riempirsi di nozioni che non formano nulla; forse il consenso sociale, non saprei. Come col battesimo e il matrimonio in chiesa, la chiesa, perché, sai è per avere un po’ di comunità. Mi sto annoiando da me ma non taglio. Smetti di leggere se vuoi.

Nella rivista per la quale scrivo, Gli amanti dei libri, ho avuto varie difficoltà: non posso scegliere il carattere, non posso giustificare ma  mi hanno esentato dal grassetto e non spezzano il testo con la pubblicità. Per loro insomma il testo è ancora un testo da leggere. Qualche tempo fa mi è capitato di scrivere un articolo per Opera Gazette: non solo hanno corretto a loro ghiribizzo il testo in modo da renderlo contraddittorio, ma si sa  che per semplificare, per rendere scolasticamente corretto si finisce e si comincia ahimè per pastrugnare; non solo lo hanno impinzato di riferimenti che io avevo elencato insieme come si usa, guarda mica andare lontano, in Wikipedia ; non solo hanno cambiato il carattere, il font, per uniformità con il loro orrendo bastoncino, ma hanno impaginato il mio articolo con un loro cappello e con una bio del Crivelli ma in modo da non lasciar capire dove comincia l’uno e finisce l’altra e il resto. Shopping on line. Di recente, ho avuto la disavventura di offrire un mio testolino, Nacchere Ventagli e vino, a un rivista, un blog per la precisione, dotato peraltro di una certa grazia, Le faremo sapere. È colpevole però è vittima di un mondo fatto a quella maniera: grassetto, link deliranti e a capo arbitrari, font improbabile; un Tahoma o Helvetica, macché di nuovo una specie di bastoncino sottile e illeggibile e che non distingue sulla I il suo puntino dall’accento, in omaggio a un estetica dell’arbitrio. La guerra e la baraonda, infame, a Gardaland di questi giorni ne sono l’estrema manifestazione. Il presentare in quella rivista, un mio testo in un guazzabuglio di grassetti e a capo a muzzo, gli ha fatto guerra, lo ha mariupolizzato con inserti pubblicitari – con sommo rispetto e dolore per quella popolazione immolata – fino a farne scomparire la logica intrinseca. L’anima, q.e.d.

Qui, e ci tieni, c’è il link alla versione apparsa nella rivista https://www.lefaremosapere.com/nacchere-ventagli-e-vino-in-tre-atti-e-un-prologo/ ma per finire a flamenco, ecco Nacchere Ventagli e vino nella versione originale in formato pdf, una fotografia in sintesi estrema, altrimenti moritura la giustificazione te saluta.

Le faremo sapere copia(Page1)Le faremo sapere copia(Page2)

About dascola

P.E.G.D'Ascola, alla sorda anagrafe lombarda privato dell’apostrofo, è eteronimo o pseudonimo di sé medesimo; tende all'anonimo: avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia alla fine più che a Racine a un Déraciné, sradicato. Ma come Cioran, "con la tentazione di esistere", egli scrive.
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4 Responses to Forme, norme, orme

  1. azsumusic says:

    Rispondo impudicamente all’annuncio del periodico presente nella mia LSD immaginazione dal titolo “Mostraci cosa sai fare, sottoproletario!” con fine la realizzazione, come da richiesta, di “SPUDORATI! SCALPORI!! SONORI!!!” per “Nacchere Ventagli e vino” nella sua rappresentazione audiovisiva, con musa “Le rovine di Violetta” per cui sbavo, ancor bramoso, nell’insofferente ricerca della di lei tela perduta.

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    • dascola says:

      Ah caro Azsumusic, asciugati la ba, di “Le rovine di VIoletta” fu fatta una registrazione: io non la posseggo e credo nessun altro. Del resto è roba di venti anni fa. A meno che non l’abbia la protagonista di allora. Indagherò, se mi ricordo. p.s. er un spettacolino molto bello secondo l’opinione di un pubblico scelto.

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  2. Leonardo Taschera says:

    Bello scambio. Se dovesse suscitare un certo interesse, non varrebbe la pena di tematizzare il tuo blog allo scopo di creare una rete di rapporti con persone pensanti che possa, ad un certo punto, uscire allo scoperto?

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    • dascola says:

      Hai colto nel segno. Sì. SI sa che si scrive perché si scrive. Ma la mia pretesa sarebbe quella che dici. Forse dovrei dirlo e cambiare un poco l’impostazione del blog che per ora è un pulpito da cui predico ma senza suscitare interesse. Dovrei proprio trasformarlo in rivista. È questo che pensi?

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