1 2 3 4 la defenestrazione a Praga

Praga, come ognuno sa, è una città di circa 1 punto 9 milioni di abitanti, una Milano attraente o una Barcellona senza mare per fare qualche confronto di peso; conserva una passata allure sacra romana imperiale, batte infatti Roma quanto a colli, 9 e a fiume, la Moldava, km 433 ma è superata da Parigi per il numero delle sue alture e per la sua Senna di oltre 700 km. Praga è capitale oggi di una di quelle piccole patrie che, come i tenori e le figlie con un portamento naturale da danzatrici, piacciono ai fedeli del sentimentalismo in virtù del fatto che esso rende tutto a misura dei piccoli e dei vicini di cortile. A Praga, stando a una statistica, la temperatura media si aggira da ottobre a marzo intorno a zero e continua ad aggirarsi da aprile a settembre, ma tra i 22 e i 25 Celsius sopra, con picchi di meno trenta e più trenta, dimostrandosi così che la temperatura è portata a raggirare le statistiche e gli incauti che non ne vogliano tenerne conto. Praga, che fu lo sfondo delle innumerevoli avventure di un giovane assicuratore molto dotato, Franz Kafka, di un banchiere esoterico lievemente nazista, Gustav Meyrink, di un astronomo, non di un astrologo, Tico Brahe e di un fortunato caso di leggenda metropolitana, il Golem, Praga fu teatro anche di una sacra rappresentazione in quattro atti, chiamata con molta precisione defenestrazione di Praga. Quasi si sia trattato di un omaggio praghese alle tradizioni consolidate, i quattro atti furono distribuiti nei secoli con cadenza casuale e, non è un caso, sotto un’unica denominazione. I primi tre sparsi nell’arco temporale di duecento anni il quarto, sospettato in realtà di essere un banale incidente o al contrario un suicidio incidentale, si esaurì dopo un breve volo il 10 marzo 1948. Non ha nessun riscontro con il vero, il timore di quei visitatori che, a Praga, evitano di sporgersi dalla finestre in genere ma, di preferenza da quelle del noto castello di Praga, lo Hradčany per intenderci.

Essendo simile se non uguale il motivo, è indifferente descrivere, con mezzi di fantasia bene inteso, questa o quella delle quattro defenestrazioni, gesti che, per chi avesse dei problemi a seguire questa breve descrizione, consistono per lo più nel lasciare che cada o nel lanciare un oggetto, nei casi specifici, corpi umani vivi fuori di una o più finestre; da qui appunto il termine, acquisito dal lessico italiano nel 1892, defenestrazione. Come tutti i fatti che inaugurano una serie, il primo ha il fascino di tutte le prime; si prendano ad esempio la prima guerra mondiale, la prima bomba atomica, il primo dentìno, il primo amore. La defenestrazione più nota fu la terza, è del 1618 e, quanto a motivazioni, in nulla o di poco differisce dalle altre, fu causa, raccontano, di una guerra trentennale, 1618-1648, detta appunto dei Trent’anni con la t maiuscola; questo ce la dice lunga su certi piccoli gesti che compiamo quasi ogni giorno senza pensarci; fu illustrata da un quadro del 1844, anno che forse già fremeva di agitazione rivoluzionaria ma di tutt’altra specie rispetto a quella del 30 luglio 1419. Data del primo lancio.

Immaginiamo la giornata, temperatura da supporre di circa 20 gradi, stando alle statistiche attuali e senza tenere in conto le particolarità climatiche legate al secolo in esame che, pure, meriterebbero qualche attenzione a essere dei termòlogi climaterici; giornata dunque fresca per un veneziano di laguna che vi sottoscriverebbe un abbonamento annuale se solo potesse, già torrida forse per un praghese che, fosse stato allora uso e costume il nuoto da diporto, avrebbe desiderato un bel tuffo, specie di domenica, nelle acque della Moldava. Ma non risulta che quel 30 di luglio fosse domenica.

A un certo punto della sua carriera politica, un punto preciso esatto fino al millimetro ossia nel Novoměstská radnice o municipio del distretto della città nuova e al nanosecondo di quel 30 luglio 1419, il borgomastro, ovvero il sindaco di Praga e con lui un giudice e cinque consiglieri comunali, furono afferrati, se per i piedi o per le spalle o per le palle direbbero alcuni possiamo solo immaginarlo, da una moltitudine di scalmanati dilagata nel palazzo, le cui intenzioni furono ben chiare ai sette soggetti citati fin dai primi sconcertati scambi di sguardi e, c’è da credere, di ragionate parole forti, figli di puttana, bastardi, termini questi primi sottilmente enantiodròmici, maledetti, accettabile per quanto generico, spie di Roma, già più preciso ma non assodato o iperbolico, rotti in culo, pericoloso a dirsi a chicchessia, accertato il legame logico tra la definizione, il chiacchierato giudizio su Sodoma e le grandi plusvalenze, allora, di legna da ardere il cui uso, fatto proprio da tutte le chiese in lotta tra loro per questioni fondamentali per i più come la presenza reale di Cristo all’Eucarestia o, ben più spinosa quaestio, per la condotta dissoluta, fisicamente e fiscalmente corrotta delle gerarchie ecclesiali in particolare e di chiunque in generale, consisteva di solito, non è novità ma è utile rammentarla, nel porre sopra una architettata catasta di questa legna, non senza averlo legato per bene a un palo, un personaggio a caso, eretico, stregone sia al maschile che al femminile o eretico di terzo tipo, sodomita quindi era l’accusa fondata sul nulla, sul poco o sul tanto odio personale e pertanto vera perché confermata dalla fede appunto e, concluso questo preliminare, nell’accendere la catasta stessa perché il detto personaggio vi andasse a fuoco subito dopo ma, è ovvio, nel tempo che impiega la fiamma a bruciare un grande quantitativo di fascine e tronchi, inclusi quelli umani. A tutti è noto che la pietà e la sacralità misteriosa dell’atto non a caso detto di fede, auto da fè appunto, imponeva a volte al boia il gesto, ora condiscendente ora sinceramente umano ora frutto preventivo di una dazione in denaro, di rompere il collo al fortunato prima che le fiamme si abbandonassero al loro santo ufficio. A questo tipo di accesa attenzione, è tramandato che fu sottoposto tale Jan Hus nella graziosa cittadina di Costanza, sul lago omonimo, solo quattro anni prima dell’evento che vi sembrerà perso ora nel conflitto di precisazioni che vanno accavallandosi in queste righe. Ma per non omettere nulla, Hus fu quello che decise di non rinnegare in pubblico e puntiglioso processo, le gravi accuse di débauche levate contro la gerarchia cattolica romana in genere e, in particolare, versus l’interesse del papa a rappresentare nel mondo di qua e anche commercialmente grazie al florido mercato delle indulgenze, il dio degli eserciti; fatto che, contestato, avrebbe posto il pontefice sullo stesso piano di un qualunque pretino di campagna per non dire della sua perpetua che né petrus né petra avrebbe mai sognato e di essere e di potere diventare. A motivo di ciò e grazie a una tecnica antica concertata sulla fabbricazione di prove false a seguito di accuse campate per aria e testimoniate da confessioni in vari modi estorte o manipolate, detto Hus fu mandato in fumo; ma non godette del beneficio di una esecuzione preventiva, cosicché affrontò le fiamme, raccontano le cronache, cantando salmi generici e con la Cervicale 1 o Atlante intatta, quell’osso del collo che è lì proprio per essere rotto, da cui i blandi detti italiani a rotta di collo, rompicollo, rompersi l’osso del collo.

Quel trenta di luglio 1419 i seguaci di Hus, gli hussiti furono dunque a Praga attori e autori dell’atto che, si è capito, non si può definire unico e in apparenza, una vendetta contro i loro avversari cattolici romani, incarogniti a loro volta con gli Hussiti a causa di quei loro anarchismi ideologici; non sappiamo poi se davvero i sette fossero bastardi, maledetti, spie papiste né se figli di puttana né se rotti in culo. Scarseggiano le informazioni precise, ma diamo per probabile o sicuro invece che, tra i tumultuanti si accese, il termine ironizza sui fiammiferi, il dibattito su cosa farne dei tapini che, una volta afferrati, fermi non li vediamo stare volentieri. A qualcuno venne in mente di dare pertanto almeno al borgomastro una solida legnata in testa; non ne siamo sicuri ma chiunque avrebbe fatto così in una situazione analoga e del resto le siringhe erano ancora di là da venire e così pure i moderni sedativi. Tale bastonata stordì il malcapitato abbastanza da non fargli capire quale soluzione finale si stava prospettando per lui e compagni ma era lì e per fortuna di tutti a portata di mano, una finestra. Non una soltanto, un’intera serie di finestre, abbastanza alte sulla sottostante Piazza Re Carlo, la cui dizione in ceco lascia a desiderare quanto a vocali e tali, le finestre non le vocali, da essere un ottimo punto di vista per un dramma così innovativo come quello. Non tutti avevano potuto irrompere nel palazzo ai primi posti ché, per quanto grandi fossero allora i palazzi, non avevano nulla in comune con i nostri stadi moderni, quello di Santiago del Cile per citare uno dei più noti; qualcuno a quel punto si affacciò a una finestra, per gridare al resto della mirabilis turba laggiù, a becco asciutto dal gran sgolarsi e nemmeno un ambulante nella piazza che offrisse a prezzo ragionevole un goccetto di buona birra, ehi li abbiamo presi i maiali, altro epiteto fortunato in ogni tempo e ogni paese.

Vociare crea la tensione adatta nelle situazioni più diverse. Ebbene mentre altri vociando, spalanca per bene tutte le finestre disponibili il borgomastro viene portato in orizzontale alla più vicina; qualcuno, per farla meglio passare oltre il davanzale e tirandola per i capelli, gli issa la testa ancora ciondoloni per la botta subita, richiamando i sensi del poveretto forse chissà con una zaffata del suo alito da intestino pesante o del suo sudore fetido, siamo sessant’anni lontani dall’invenzione dell’Acqua di Colonia. Il borgomastro ancora mezzo inciuchito vede la notevole platea della piazza, gremita di teste come si direbbe con proprietà giornalistica; tra le molte quella di certo Jan Želivský, prete hussita sanguinante in seguito ad appena ricevuta provocatoria sassata avversaria. Jan Želivský ridacchia tra sé ma alla folla mostra un’espressione assente da scriba durante la sua siesta. Questo tipo di espressione è inteso urbis et orbi ieratico. Il borgomastro invece e, a ritmo gli altri sei, volano fuori con slancio notevole, pesanti o non pesanti che fossero i missili, i propulsori erano volonterosi; le teste, dopo aver descritto in uno spazio tri se non addirittura multidimensionale, una breve ellissi, piroettano quasi subito verso il basso. Questo per inciso capitava anche alle prime V1 di Von Braun. A nulla sarebbe valso appellarsi alla legge di Archimede che vale solo per i corpi immersi in un liquido e per quanti questa legge conoscono a memoria e accettano benché sia frutto di un sordido pagano; gli aggettivi continuano a creare il mondo a loro immagine e somiglianza. Continuarono i sei a precipitare cristianamente sparsi, appellandosi alla provvidenza e agli angeli, noti per aver gusto talvolta nell’esibirsi in salvataggi al volo, stante che il volo e le apparizioni è la specialità loro come lo sarà più tardi di Houdini; non ne siamo sicuri ma forse a metà o al principio della corsa con il terrore negli occhi urlarono, i defenestrati e così li avrebbe descritti una possibile versione cinematografica della stessa sequenza.

Occorre far notare che nel 1419 le lingue erano come sono ancora in formazione e soprattutto, che non tutti, vedere i lombardi dei nostri giorni, parlano la stessa lingua; pertanto, quell’urlo fu, o avrebbe potuto essere malamente interpretato da un gruppo assiepato di comari a naso in su, che lo intesero tanto per un, via di sotto donne, quanto per un, fatevi sotto ragazze che arriviamo; per una ragione o per l’altra e senza il tempo per una concertazione preventiva, le donne si risolsero a spintoni e doppi strilli ad aprire un campo abbastanza largo per un atterraggio solido a ogni singolo precipitante. E così fu.

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D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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