Una buona giornata per morire

Il bello degli esseri umani è che, come i treni, possono deragliare

Gwyneth Moreno I diari di Austin Texas

Madame de la critique mi fa notare che in molta parte del mio raccontare c’è una certa quantità di morte, un tot eccessivo, questo è vero e non si capisce in che cosa consista e a che cosa l’osservazione possa essere dovuta, se sia da attribuire a una voluttà statistica, la stessa di certe maestrine, non solo di scuola; ma la maestra è, dice il marito di madame interrogato in proposito, una categoria della assenza di spirito, inteso witz a königsberg; personcine stucchevoli favorite da un’età unica, come la taglia della maglieria economica, ma private dalla natura di talenti, se non nel computare di una pagina, sia questa di un premio nobel o di un più modesto scrivano anche fiorentino, il numero di ma o di sé, la quantità e la posizione geografica di virgole e punti in funzione del che cosa vuol dire;  oppure, se non a voluttà, all’impossibilità di leggere in qualsiasi scritto nient’altro che quello che c’è scritto, al non riuscire a vedere in un filo la possibilità di una lampadina. Madame crede che sia un difetto scrivere della morte, che occorra vedere il positivo sopra e sotto lo zero e là dove non solo non ci sono bicchieri ma sono anche rotti, chissà madame creda sia disdicevole scrivere sapendo che, oltre ogni parola c’è n’è una definitiva, assente o intraducibile o silenziosa e che conclude il marasma, prima che i polmoni si vuotino per sempre.

È una giornata buona per morire, nevica, dopo un periodo d’insostenibile siccità; usciamo di casa alle otto con mia moglie, leggeri quanto i fiocchi gentili che ci volano in testa; le piante si abbevereranno, sembra già di sentirle gorgogliare su per i tubi del loro sistema linfatico, gli uccelli non ne sono lieti, la neve nasconderà il cibo ma le siepi forse sono piene di bacche, qualcuno getterà pure briciole di pane nei cortili e, c’è da scommetterci, solo gli umani e i giornalisti lamenteranno la riottosità imprevedibile del mondo naturale, sempre pronti, potessero, a sottoscrivere un contratto per un solatìo perenne ed educato come loro vorrebbero, per una california spalmata su tutta la superficie terrestre, tanto la frutta e la verdura da dove vengono non lo so, dice la maggioranza rumorosa, non lo so, ah sì dal sud, dal marocco, dalla serra; in montagna la neve cade per sciare. Sentire comune, fragole dissanguate a gennaio. Nevica sul funerale di mia; mamma; la mia mamma.

All’improvviso entra un pettirosso, non a caso, i pettirossi sono frugoni dicono, sono le otto e mezza e forse non ha ancora trovato cibo sufficiente per la prima colazione delle sue piume paffute, insegue un umano che arriva gelato con un pesante cappello in testa, lo supera, vola in cerchio il pettirosso per capire il perimetro in cui si trova, s’infila dritto per l’uscio della camera dei morti. Nessuna esitazione né per noi, né per la bara. Trova l’orlo in alto della finestra aperta con la persiana abbassata in modo che entri il gelo e non la luce. Si ferma lassù e osserva quaggiù. Il suo piccolo capo si sposta con calma di qua e di là, la mamma è tranquilla nel suo sudario, è bianco naturalmente, il volto disteso di chi, pare, ha terminato il suo compito e si aspetta che altri lo prosegua. È la gilda, dice una voce femminile, la gilda è il nome esplosivo di mia mamma; tutti credo interpretino quel volo curioso come un segno, a noi piace vedere segni; moltiplicano nel tempo l’aroma delle cose, dopo che se n’è perduto il profumo. Il pettirosso lascia il suo trespolino, cala sulla bara, le gira intorno una, a me sembra più volte, la gilda lo avrebbe adorato, egli ritrova agile le porte da cui è passato, la prima e la seconda, esce di scena. Gli uomini in nero calano il coperchio della bara sulla mamma, l’avvitatore bosch a batterie cala profonde le viti d’ottone luccicante nel legno. A notte nel mio letto, mia moglie dorme già, sotto la coltre azzurra e morbida di una coperta che appartenne alla mamma, una buona coperta con le sue iniziali, gt, incise a beneficio della lavanderia dell’ospedale, io, ohi ohi un io, mi accoccolo come dentro una pelle d’uovo. Vorrei dormire perché sono stanco, non per dimenticare. Ci sarà senza dubbio uno psicanalista che mi osserva in giro, en me clignant de l’œil. Mi addormento.

In quattro anni di ricovero, la mamma, perduta la sua mente in un bel giardino pieno di cavalle e di biada e della mamma di lei che era sempre in cucina, mi ha insegnato a pensare alla sua morte; non l’ha fatto apposta si sa, ma a me piace pensare che ci sia del vero nella sciocchezza che dico. Il suo ultimo regalo tra i tanti che fece a me e ai suoi nipoti, spesso inutili o troppo costosi regali per le sue inesistenti finanze e per i quali risparmiava centesimi ed euro uno sull’altro per mesi, il più imprevedibile e inconsapevole di certo è quello di non trattenermi, benché potesse sembrare il contrario, di permettermi di separarmi da lei e dal carico che lei portava in sé. Non volendo. Come si dice nelle migliori chiese, amen.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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13 Responses to Una buona giornata per morire

  1. laura risso says:

    toccante. davvero. ho sempre pensato che in te albergasse una sorta di settimo senso, un’insondabile, invisibile, quasi tangibile “seconda anima”

    • dascola says:

      Seconda anima, hmm, è l’unica che ho sai, il resto l’ho disattivato. Hmm Lacan con Freud affermava che alla fine di ogni analisi c’è un resto, uso parole mie, un quid, uan scatolina piccina che in nessun modo è possibile aprire pee vedere che cosa c’è dentro. Mi colpisce e ferisce di piacevole dolore il tuo commento. Ma sono cheche di anziano credo. Un solenne abbraccio e Grazie
      p.s. tra poco pubblico altri due post, ho avuto un dannato da fare in questo ottobre, e sono ossessionato dalle cose pratiche, come tutti del resto.

  2. La dispersione irreversibile di energia è della vita umana di noi tutti, della natura e della storia se con essa intendiamo quell’accumulo incessante di macerie, edifici mostruosi alle nostre spalle. Piace sapere e ricordare che lo scrivere è forse un modo per resistere all’inarrestabile procedere verso il nulla.

    • dascola says:

      Amico caro, scrivere è molte cose, di sicuro come lei dice, un modo per resistere a, a, a, per resistere. O, come scrisse roland barthes in modo che oggi mi commuove tradurre, scrivere è scavare il senso del mondo, è posarvi una interrogazione indiretta alla quale lo scrittore, con un’astensione finale, evita di rispondere. Ciascuno di noi formula la risposta grazie alla propria storia, al proprio linguaggio, alla propria libertà; come storia però, linguaggio e libertà cambiano senza sosta, la risposta del mondo allo scrittore è infinita; non si smette mai di rispondere a ciò che è stato scritto, di là da ogni risposta, asserita, poi sostituita e contraddetta; i sensi passano, la domanda resta.

      Ecrire c’est ébranler le sens du monde, y disposer une interrogation indirecte, à laquelle l’écrivain, par un dernier suspens, s’abstient de répondre. La réponse c’est chacun de nous qui la donne, y apportant son histoire, son langage, sa liberté; mais comme histoire, langage et liberté changent infiniment, la réponse du monde à l’écrivain est infinie: on ne cesse jamais de répondre à ce qui a été écrit hors de toute réponse: affirmés, puis mis en rivalité, puis remplacés, les sens passent, la question demeure

      Arrivare a scrivere è stato, in senso letterale, un travaglio intrapreso da piccolo per gioco, un po’ più tardi con voluttà narcisa, la scoperta delle parole, dell’abilità senza responsabilità, poi sospeso e sempre di nuovo desiderato ma irraggiungibile, per pudore e inconsapevole timore dell’impresa immane, infine ripreso e scoperto come identità. Good night and good luck

  3. barbasca says:

    allorra si scriva! Perché, in un certo modo, non sarà mai abbastanza. Lo sappiamo.

    • dascola says:

      Rispondo a te e, se vuoi, leggi anche a risposta a mario valente nel commento di seguito al tuo; a te dico sì, hai ragione, ci credo, non sarà mai abbastanza

  4. barbasca says:

    ci siamo già detti tutto. Grazie per aver detto ancora.

    • dascola says:

      Ti ringrazio ancora allora; è un buon periodo; i pensieri gorgogliano, e mi fa piacere pensare che questa morte è stata fruttuosa; mi ha molto cambiato durante questi quattro anni di smarrimento progressivo. Nelle settimane in cui moriva definitivamente ho pensato che la mamma stesse terminando il lavoro incominciato mettendomi al mondo. Che mi stesse rimodellando definitivamente. Sono convinto di dovere a lei la mia nuova strada, quella vera. Credo proprio che sia così.

  5. paolo, prato says:

    ecco. un abbraccio.

  6. Marinella says:

    Il morire lentamente sembra poterci abituarci all’idea; ma quell’interruttore che si chiude, quel ramo che si spezza nel nostro cervello, è sensazione che rientra nel programma , ma che destabilizza a qualsiasi età. In me tanti, tanti anni fa; in te ora, uomo, mai maturo abbastanza per essere figlio. Ti abbraccio con affetto, Marinella

  7. Fragile e bella è la vita di coloro che amano riamati.

  8. Francesco Gatta says:

    sono qui, e sono lì con te. in silenzio

  9. emanuela says:

    Madame, vos lunettes… sont tombées. Quelqu’un les a cassées. Cassis? C’est mieux. Silence!

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