Tabucchi è morto, sostiene Pereira

Da tempo non ho il cuore di pubblicare post in questo blog, un po’ perché affannato a terminare un lavoro che devo finire di scrivere, un po’ perché ho la depressa sensazione di appartenere a un mondo che non ha proprio niente da dividere con quest’italia, quella che dopo vent’anni da navetta fantasma, è venuta a spiaggiarsi  sulle coste di queste ultime elezioni e, da ultimo, sull’altare di una intronazione papale, molto  simile all’avatàr dei desideri di milioni di cuoricini orfani, più che di favole, di orchi. La lingua, sì una lingua che amo e che mi sorride sotto le dita, almeno a me, che la uso e strapazzo perché così a essa piace penso, e a me piace così e mi dispiace che non sia letta e parlata di più, ma nel mondo di là, dell’intelletto, dal momento che di qua la affliggono, la umiliano orchetti e porchette per scrivere instant books, biografie di papi, storie di caprette solitarie, cose del genere. Le cose che legge quel 71% di italiani che intende con fatica un testo di media difficoltà. Mi trovo a disagio in questo piccolo mondo semianalfabeta letterario, analfabeta artistico, sotto alfabeta estetico, un mondo che produce orologi a cucù ma non è la Svizzera. Forse, non forse, mi troverei male anche ad Austin, Texas, o nel bund di Shanghai in mezzo a pirati cinesi e donne squalo, sì certo ma ho mai detto che voglio andare ad Austin, Texas, no, o nel bund di Shanghai, non l’ho detto. Mi domando a che serve scrivere in italia. Mi domanderei a che servirebbe scrivere a Parigi peraltro se non si vivesse lì e adesso come se Cocteau fosse ancora vivo e LacanFoucault; e a Parigi vive Nathalie Nothomb; qui Busi tace e poi e poi, Tabucchi è morto, sostiene Pereira. Buonanotte.

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About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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6 Responses to Tabucchi è morto, sostiene Pereira

  1. barbasca says:

    E magnifico essere Wisława Szymborska

  2. barbasca says:

    Ti rispondo con una poesia di Wisława Szymborska. Il titolo è “La mano”
    Ventisette ossa,
    trentacinque muscoli,
    circa duemila cellule nervose
    in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
    È più che sufficiente
    per scrivere Mein Kampf
    o Winnie the Pooh.

    • dascola says:

      Sììì, è difficile essere hitler, vero, dopo poco ti lasci prendere la mano e tutte le dieci dita.

      • luisa says:

        e meraviglioso essere Wisława Szymborska

      • dascola says:

        Beh hmm non ho idea di come ci si senta da morti. E soprattutto se si sentano ancora gli antifurto condominiali.

      • barbasca says:

        secondo me la Wisława non era tipo da condominio. E comunque è talmente in alto (viva o morta) che non credo siano problemi che la toccassero/tocchino. Non si capisce se sei acido o spiritoso. Ma va ben comunque, va’ …

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