Ratio extrema

Mi spiace soffermarmi su questioni fastidiose. In questi tempi, la creatività, come piace dire a chi al mondo piace stare così, la creatività letteraria si ritrova in minoranza fronte alla fantasia della realtà; di questo paese soprattutto, realtà la cui bizzarria è peraltro conseguenza dell’ambizione colpevole di sottoproletari linguistici, ma detentori di un potere assoluto, benché mascherato assai bene da possenti maghi; il potere di far credere all’espressione geografica con il nome di Italia, che traghetta sé stessa per i mediterraneo, non solo di essere un paese ma addirittura il belpaese e per di più normale, con tutti i limiti di cui la parola normale accetta di caricarsi le spalle all’atto della sua nascita. A questo inganno, paranormale, per vocazione istituzionale e in modo massiccio contribuisce l’appharato di informatzia che di regime mi pare, anche se, e quando, non si rende conto di essere di regime. È a regime. A misura dei suoi padroni, intenti a educare il buon kebab della borghesia italica alle sorti fatali e progressive di ogni Male fatta e peggio Letta. Altri meglio di me osservano il sintomo e lo spiegano. La borghesia in oggetto, si, aun pocas, tablas tuviese – se talento avesse per poco che fosse – smetterebbe di farsi di carta, quotidiana e periodica e si iscriverebbe a qualche corso di francese o di orticultura. Á propos di misura, giorni fa, fu colta in nero sulla bianca pagina del corriere-della-serva un esclamazione di irresistibile comicità, Misure per i giovani e l’industria. Intanto comica per l’assimilazione di giovani, che si tratti di categoria dello spirito o del tempo, ai robot saldatori di Pomigliano. Poi, per quel plurale, misure, che mi ha subito fatto venire in mente le sartorie Caraceni e il raddoppio di una linea dietetica, Misura. Dunque l’autonominato governo, perché quando si parla di sartorie, si parla di governi e di dièta in tutti i sensi possibili, ha intenzione di mettere a misura i giovani e l’industria; dunque, si deve immaginare per i primi una dieta rigorosa, ma giovevole alla linea, anzi più rigorosa di quella cui sono già sottoposti; con ampie possibilità quindi di passare dal non trovare un cazzo di lavoro al non trovarsi più il cazzo nelle mutande alla fine della dieta, con buona pace di chi il pène lo invidia. All’industria, assimilata forse nell’intenzione della gazzetta dell’ecumenismo lombardo a un ente essente, all’industria, beh lo sgravio da una parte, e forse altre tasse dall’altro, del doman non v’è certezza, uno sgravio qualsiasi; sgravarsi piace dopo tanto martìro ad aziende-decotto delle consuete ambizioni di dominio dei signori della terra. D’altra parte, sindacati in prima fila, ancora si crede che l’azienda faccia ricchezza, intesa come posti di lavoro. Lavorare per lavorare, cioè per mantenere lo status quo. Qui sta secondo me, il secondo e più grave inganno. Lascio il resto all’immaginazione del lettore.

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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