Autobus autobus

L’autobus arriva, scivolando sulle ruote si potrebbe dire, o rotolando che sì sarebbe più preciso, ma ovvio. Dunque, dal momento che l’autobus rallenta e si ferma nel modo più consueto per un autobus, fatto di cui tutti hanno esperienza o quasi tutti, non gli infanti in fasce per esempio certo che no, allora pare inutile soffermarsi sulla modalità di arrivo dell’autobus alla fermata e, di più, sul numero di riconoscimento della linea, che quel mezzo stesso serve; numero la cui influenza sullo svolgersi e il terminare dei prossimi fatti sarà nulla. Arriva, da sinistra per il lettore pignolo, accosta al marciapiede l’autobus, e si ferma lampeggiando da tutti i fanalini arancioni di segnalazione, le note frecce. L’articolo determinativo lo occorre in quanto al viaggiatore in attesa sul marciapiede esso, autobus, appare quasi subito un oggetto dotato di una sottile quanto misteriosa determinazione a essere tale. Non un uno quindi, ma un lo. Il motivo di questa sensazione non è noto e conoscerlo sarebbe irrilevante quanto la sensazione stessa. Il viaggiatore è pronto e attende che si spalanchi l’ultimo gruppo di porte, le posteriori estreme, in corrispondenza delle quali si è messo in attesa sorvegliando di tanto in tanto le palette elettroniche che avvisano i viaggiatori quando, non di rado se, arriverà l’automezzo delle linea loro prediletta. Ebbene le porte si aprono con l’indecidìbile rumore delle porte d’autobus ed ecco il viaggiatore si accinge ad allungare una delle sue gambe sulla piattaforma posteriore del grande mezzo e lo farebbe, lo farebbe con entrambe le gambe una dopo l’altra, se non restasse colpito, per poco ma abbastanza, dallo sconcerto: un enorme pancia, umana, occupa gran parte dello spazio che, come ognuno sa è riservato per solito ai viaggiatori montanti. Ma l’uomo che possiede l’enorme pancia non scende, occupa lo spazio utile, non accenna un moto di cortesia per esempio tale che possa permettere al viaggiatore di cui sopra di entrare nel mezzo. È ben piantato sulle sue gambe pelose l’uomo, i calzini corti, i sandali da conquistador più che da penitente, ben aderenti al pavimento di gomma. Anche i pantaloni sono corti e per dirla franca, tutto l’uomo è corto, pancia a parte che si allunga verso l’esterno. Al viaggiatore viene fatto di pensare che prima essa appoggiasse conto il vetro delle porte e che ora, liberata da quella diga, dilaghi. L’uomo indossa grandi occhiali scuri simili agli occhi di un’ape, non ape-car, ma apis mellìfera, esapode insetto tracheato degli eucarioti. È naturalmente stempiato l’uomo ma porta i capelli ordinati in ranghi precisi, fissati allo scalpo con qualche tipo di unguento. La pancia e il resto del busto sono chiusi dentro una blusa, ma non è blu. Il viaggiatore ha modo di osservarla ma per quanto si sforzi non riesce a definirne il colore che gli appare, questo sì, in conflitto con tutto l’ambiente circostante, persino con quello dell’intera città che, da sé non brilla di nessuna luce né di colori che vincolino l’occhio a una qualsiasi armonia. I calzoni, blu, quelli sì, scivolano in basso sotto i ginocchi dell’uomo, fermi ai polpacci. I sandali sono di un tipo di materiale che le persone di facile entusiasmo definirebbero tecnologico, grigio, amaranto e azzurro. Il vetro degli occhiali marrone, ma l’uomo non si muove di lì, il mento proteso in avanti, lo sguardo che l’imperatore caligola avrebbe avuto fino all’età matura, se ci fosse arrivato prima dei suoi sicari, cosa che, per fortuna delle casse statali di allora, non fu. Caligola peraltro prediligeva come l’uomo con la pancia i sandali ferrati da soldato, calìgae appunto. Il viaggiatore divaga rapido come una biglia, così pare, su questi temi cari alla sua storia di professore di storia in tempo d’esami di maturità, ma no, niente, l’uomo non si smuove e il viaggiatore, certo meno ingombrante di tutta quell’enorme pancia che il lettore farà bene a immaginare, e il viaggiatore si affretta verso il portellone più avanti, entra nell’autobus e si attesta in piedi nel vano dove, ce ne fosse la necessità, verrebbe alloggiato un passeggino o una carrozzina per invalidi. Il viaggiatore, rapito dall’immagine di quell’uomo, ha così modo di osservarne quella che gli sembra l’indefettibile certezza di stare occupando la propria, inalterabile e inalienabile orbita, tra le innumerevoli che agli umani sono assegnate o che essi si assegnano da soli; fermata dopo fermata, non si smuove dalla propria posizione l’uomo, indifferente la sua pancia al disagio più o meno intenso che impone a chiunque tenti di entrare nell’autobus per quello stretto calle; al di sopra degli altri. Anzi sempre più teso in avanti con la pancia in avanguardia e il mento e adesso anche con il petto carenato, quello che distingue i polli dagli umani, spinti, tesi con forza in avanti a proclamare il loro non pàssa lo stranièro.

Un gruppo di giovinette in pantaloncini chiari, chiacchiera vivace, una si infila di continuo, le dita dalle unghie ben tinte di un color annegato, tra l’orlo del calzoncino e l’inguine, si gratta insomma, un’altra, si liscia, con alterna mano, i capelli freschi di shampoing e la natica destra coperta da un analogo paio di, shorts, mai termine fu più preciso nel descrivere un oggetto. Un’altra, la terza e ultima, con dita sottili da upper class, si sfiora, si spolvera, pare, tra le cosce nude che salgono in alto sotto il docile riparo di una gonna simbolica. Tutte parlano e con le dita libere scrivono messaggi sul telefono del loro campo. Il viaggiatore crede di essere arrivato alla propria fermata e scende.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to Autobus autobus

  1. Biuso says:

    Una magnifica antropologia della volgarità.

  2. Francesco Gatta says:

    Com’è che non si riesce a comunicare con te? Fammi capire come posso dirti come la penso. grazie, ciao francesco gatta

    —– Original

    ssage —– From: Pasquale D’Ascola To: frangatta@alice.it Sent: Sunday, June 30, 2013 6:29 PM Subject: [New post] Autobus autobus

    dascola posted: “L’autobus arriva, scivolando si potrebbe dire sulle ruote, o rotolando che sì sarebbe più preciso, ma ovvio. Dunque, dal momento che l’autobus rallenta e si ferma nel modo più consueto per un autobus, fatto di cui tutti hanno esperienza o quasi tutti, non”

    • dascola says:

      Come non riesci inclito Gatta, io ti leggo se mi scrivi. Se tu volessi commentare saresti più che benvenuto e apprezzato. Al piede della pagina c’è il pulsante commment. Pulsi e ti si apre la finestra di dialogo. Un volta scritto, ti verrà chiesto come postare il commento, scegli l’opzione mail. Serve a farsi riconoscere. Stai bene Francesco?

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