Linea 27

Salire su un tram può essere un’esperienza edificante. Il tram come piazza dei miracoli, dove chi possiede una fisa, non è un errore di battuta,  o un violino o una clavietta decide che suo è il diritto di imporne il suono ma annichilendo i ben bilanciati rapporti tra tonica e dominante, indagati nei secoli dagli inventori della musica. E poi chiedere, tutti chiedono senza donare un po’ di quel che si chiama. Il tram trasporta il puzzolente, il lettore della stampa fascista e demofascista, quasi tutta diciamolo, e i pensionati; figure retoriche del panorama italico in queste estati pallide; travestiti tutti da jack nicholson in the departed, capelli lunghi, cappellini da baseball, sguardo grifagno e, Me ne fotto, ululato per tutta la lunghezza del grande cavallo di ferro. Poi si scartoccia  il cellulare e, Dove sei Tonino, arriviamo. Non arriviamo proprio, siamo già arrivati da nessuna parte. Come funzioni un telefono essi non sanno di certo, non sanno nemmeno come funzionano i loro testicoli, ma usano, questi e il telefono, come se ci fossero nati dentro. I partigiani della democrazia diretta potrebbero inferire che il tram è un parlamento di decisioni importanti. Facciamo fuori la Grecia dalla linea 27. È vero che linea 27 sembra dizione tanto minacciosa quanto parallelo 38. Sì. Ecco delinearsi, delinearsi già, il senso dei termini rispetto e tolleranza. Per rispetto devo subire l’oltraggio dell’orrore. Per tolleranza devo sopportarlo. Ci si ribellasse, si chiedesse alle bocche carnivore di tacere, di comprendere, con la compostezza dello stare seduti e non a gambe larghe e del tacere, chi non vuole sapere dove va tonino, ci si troverebbe respinti, esperire per credere, da nugoli di, Fatti i cazzi tuoi che cazzo vuoi e che cazzo mavafanghulo. I pensionati sono una categoria di potere sottaciuto e dello spirito negato, non è una questione cronologica ma antropologica, che si arroga il diritto di mostrarsi arrogante come se si trattasse di una conquista dello spirito in sé. Non so e non ho mai saputo niente, sembra che dichiarino, ma l’età, tra vertici opposti di ostentazione, mi garantisce che posso venirti addosso con il bastone o con il pondo delle mie puntute mammelle, e farti vedere che pubblicità mi ha partorito ed allevato, che cicco la cicca, che dove sia Cipro non so né mi importa ma credo nel telegiornale onnipotente e leggo gli articoli di bellusti e salpietro, due degli uomini di mezza età che, per motivi di servizio, meglio rappresentano la grande area protetta dei protetti, rispettati e tollerati che popola questo paese sfortunato, così sfortunato da non ricordarsi che fu domicilio di Margherita Hack e Primo Levi, di Monicelli e Gassman, oggi di Busi. Perché mai di Al Fànoh. Ma no, di questo l’italiano rispettoso e tollerante non fa menzione ai propri neuroni. L’italiano rispetta, cioè ossequia chi non lo rispetta, tollera chi invita a tollerare ma nega, con la parola tolleranza, diritto di cittadinanza al pensiero o con più semplicità allo stile, che è presupposto di ogni creazione. Tollerare è essere condiscendenti dal basso del poggiapiedi o dall’alto di un trono ottenuto e detenuto con la prepotenza.  Sessantottino a-termine, cioè talebano democristiano, l’italiano continuerà  a tollerare senza indignarsi l’offesa delle città prive di piani edilizi e villette edificate di notte da nanetti diplomati in geometria all’università della ‘ndrangheta, tollererà condomini scrostati, diocesi che tuonano e prefiche, vallette del cioè-nel-senso e miss itaglie, bugìe e sindoni, tollererà governi di padri e amanti pur che sia, partiti democratici e azzeccagarbugli. Tutto tranne tutto il resto che resta. Ah questo proprio no. Ai valichi che furono di frontiera dovrebbero bene elevare al cielo cancelli elettrosaldati, che rechino l’avvertito motto, Lassè ogni speranza you còming dénter.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to Linea 27

  1. barezzi.d@tiscali.it says:

    MIO NONO FAVA I MATONI. MIO BABO FAVA I MATONI. FACIO I MATONI ANCHE ME. MA LA CASA MIA INDOVE’?

  2. Gransole says:

    Bello l’horror quotidiano. Dovrebbe esserti piaciuto La grande Bellezza. A me sì.

    Minchia!

    C’è una ricerca miricana che dice che dopo i 44 (forse dopo il ’44, non nel senso del tram) si diventa scettici. Io dopo i 50, prima ero indeciso ancora.

    Pasquà, che cce vo fa? È il “tram tram” quotidiano che ci frega.

    francesco

    • dascola says:

      Vedi che non ho visto il film per la ragione che non esco mai e quando esco ne traggo le considerazioni che hai letto. Non so se sono scettico, sono sempre stato piuttosto realista con un immane tendenza a vedere il lato peggiore delle cose e della totalità dei fatti: cioè il mondo nel senso di Wittgenstein.Di me un amico disse, non è ver che sia Pasquale quello che vede il bicchiere mezzo vuoto, lo vede rotto. Per il resto mi domando se non era meglio farsi fregare da una guerra vera, limitata nel tempo, invece che da questa continua logorante rovina. Ma resistiamo. Ciao ciao Leprino, grazie

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