Il cuoco e il baccello

C’era una volta un piccolo paese lontano, che la geografia e il tempo avevano isolato quanto il cuoco separa il fagiolo dal suo baccello e tanto che un viaggiatore improvvisato, capitandovi per caso e non per volontà, avrebbe dubitato che un simile piccolo paese potesse esistere davvero, di là dal mito, da una leggenda, da una fiaba e persino dal sogno, così sperduto com’era, oltre quelle plaghe ai confini d’europa che, un tempo, o evocavano paure e ricordi di sordidi orrori o avevano nomi da operetta che il vòmere di interminabili guerre e l’infaticabile opera infine di neri ferrovieri dai lucidi gambali hanno soppresso per sempre. Ebbene, in quel paesino, viveva un rabbino anziano e si supponeva molto saggio il quale, proprio a motivo di ciò, era poco apprezzato da quella parte di popolazione che al pensiero, all’equilibrio, alla misura e persino alla buona educazione, accordava poco credito e ancor minore fiducia. Grazie al volere tattico ed economico di un pio quanto vedovo e melanconico mercante di tutto quello che ci si può sognare di commerciare per rendersi ricchi e indipendenti, per quanto possibile, dalla sorte avversa, nel piccolo paese fu organizzata la visita di un famoso rabbino, un giovane di città elegante e audace, gran parlatore e soprattutto gran fustigatore dei costumi; una specie di agitatore ma meno pazzo di quanto fosse furbo, dicevano i suoi detrattori. Il mercante, le cui fantasiose convinzioni e la pratica burbanza gli impedivano di non impicciarsi del benessere altrui che egli scambiava per malessere, e di non intrufolarsi nei focolari di tutti che egli riteneva propri, voleva offrire al giovane dalla lingua attorcigliata e sferzante, il destro di raddrizzare travi scettiche e ribelli, in senso simbolico e reale, e purificare le anime isolate, ma secondo lui decadute, di quella piccola ma operosa comunità di appartati la cui candida indipendenza e indifferenza fronte alle cose più intime della natura maschile e femminile disturbavano non poco i sonni vedovili del ricco mercante e di non pochi orfani o vedovili o infelici grembi. Dunque il giovane rabbino si installò nell’ospitale casa del pio mercante e subito ricevette omaggi da ogni tipo di curiosi, di devoti alle proprie nevrosi, devote e maddalene pentite di esistere, nonché di uno studente con brufoli esplosivi, certo schlemiel, un pasticcione pare voglia dire che, dalla più bella alla di poco passabile, tutte le ragazze chiamavano brufolo-dei-nani-l’ottavo, traduciamo così noi con molta approssimazione dalla goffa ma acuta parlata paesana. Tra una focaccia al sesamo e una salsiccia di pollo il predicatore si preparava a un’infuocata serata di dialettica pubblica, un divertimento, questo del dibattere, cui nessuno in paese avrebbe rinunciato tanto il dibattersi era da tutti ritenuto il più raffinato e stuzzicante dei divertimenti. Il giovane rabbino si sapeva avrebbe sparato ad altezza uomo, se così si può dire, su peccati e peccatori, dicendone di ogni e presagendone di ogni per coloro che alla legge del signore, non il mercante ma colui che  come è noto una ne fa e più di cento ne pensa, non si fossero attenuti, secondando il giudizio e l’obliquità di pensiero del giovane rabbino: un inferno in terra ben disegnato da un illustratore esperto nell’arte di mettere paura o infliggere dolori all’anima agitando ombre colorate. A quello sfoggio oratorio era presente l’anziano, saggio, equilibrato e misurato e rabbino locale che, dopo il grande e applaudito spettacolo oracolare del giovanotto, lo avvicinò e grossomodo così gli parlò, Rabbi caro, ho ascoltato e sono davvero lieto che tu conosca così bene peccati e peccatori; questo è motivo di grande conforto per me, che esista un giovane così bene istruito e altrettanto intransigente; ciò vuol dire che l’eredità dei nostri padri è la carne del tuo pensiero e l’architrave dei tuoi sentimenti più di tante, a volte vuote, professioni di fedeltà a essa e quindi la tua spina dorsale di oggi, il bastone, quando verrà, della tua vecchiaia, che colui che non oso nominare te la riservi lieve, il migliore dei conforti quando per te come per tutti sarà la fine dei tuoi giorni e, e, Eh sì, taglia corto l’altro affilando la propria arroganza e lisciando il proprio narcisismo con tutte le mani a disposizione, Sì davvero. Il rabbino di belle speranze già stava per licenziare l’anziano quando questi continuò, Già già, tuttavia mi pare ovvio che per parlare così, caro rabbi, di peccati ne sai assai assai, il vecchio potrebbe essere di origine napoletana in questa versione della storiella, Del resto sei giovane, oh bè si sa e, anche se, oh ne sono sicuro, certo le hai poi ritirate, voglio dire che devi bene averne toccati con mano, qua e là, di piccoli peccati, magari qualcuno un po’ più grande magari un, un, Io, schizzò sulle ottave alte il giovane predicatore interrompendo il vecchio rabbino con la precisione di un rasoio, Io no, io, non, ho, mai, commesso peccati di nessuna natura. Seguì un nous nous tûmes tous deux*, offeso del giovane rabbino, raggiante con calma del vecchio rabbino che, Ma allora caro scusami di che cosa vai parlando, dimostrando, tuonando e predicando e cianciando, concluse il vecchio. E, nel nuovo silenzio che seguì girò sui tacchi degli stivali fangosi e se ne andò. Il giovane quella notte stessa partì. Il mercante di lì a poco ebbe un infarto e morì. I grembi infelici continuarono a portarsi ora di qua ora di là per il paese senza trovare una ragione per tutta l’immensa tristezza che li avrebbe schiacciati, come limoni, per il resto dei loro giorni.

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Mi pare che questa favoletta, per la vaghezza della quale il rabbinato d’ogni ora e d’ogni età mi vorrà perdonare la traduzione per sentito dire e se non lo vorrà fare amen e arrivederci, mi pare si attagli a questi tempi di biliardo parlamentare su una leggina, da paesi poveri di spirito e spiritosaggine come il nostro, quella sull’omofobia che, come molte cose italiane dovrà arrampicarsi sui vetri anche se focomelica, per soddisfare gli aneliti estremisti di cïelle e delle varie reazioni cattoliche, ortodosse, putinesche e celtiche che, dopo i tormenti inflitti agli altri, da ultimo hanno preso gusto a proiettare su di sé il film del loro desiderio di martirio opposto al vertice, e si sentono the tormented. Strane vie percorre la psiche umana, sans un tout petit bout de laissez-faire, laissez-passer. Mah.

*Entrambi restammo in silenzio. M. Proust À la recherche du temps perdu – Du côté de Guermantes, VII
– Ah ! mais, c’est très aimable, dit Mme de Guermantes d’un ton volontairement banal, comme si je lui eusse apporté son manteau. Je suis très flattée. – Tiens, je vais un peu près de ma mère, je te donne ma chaise, me dit Saint-Loup en me forçant ainsi à m’asseoir à côté de sa tante. 
Nous nous tûmes tous deux. 
– Je vous aperçois quelquefois le matin, me dit-elle comme si ce fût une nouvelle qu’elle m’eût apprise, et comme si moi je ne la voyais pas. Ça fait beaucoup de bien à la santé.
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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