Il succo dell’avventore

Filosofeggiare non è che un altro modo di avere paura
L.F.Céline, Viaggio al termine della notte

Nel piccolo bar della libreria, dacché non basta alle librerie di essere tali, occorre che ammicchino, occhieggino, che si facciano sirene di altri piaceri o, senza dubbio alcuno, che si assumano da sé nel ruolo di  povere troie in calzamaglia con apertura pelvica per far prima, l’avventore è al banco, in piedi appunto, a consumare un bicchiere di un sugo viola che si deve intendere di frutta. Beve con lentezza come si fa con i liquidi o troppo caldi o troppo freddi. Ma non è questo che ci interessa anche se la seconda è l’ipotesi più probabile. È che alle sue spalle qualcosa si agita e confonde il suo solitario ristoro, qualcosa che da principio, non sa perché e noi meno ancora, da principio gli pare fastidioso poi al contrario gradito così come lo sono spesso certi rumori di origine naturale di cui, di primo acchito saremmo tutti propensi a infastidirci, brouhaha di insetti innocui, tuoni eccessivi, fulmini catastrofici, torrenti che scroscino con insistenza quotidiana fuori dalle nostre finestre, lo staccarsi in volo di una nuvola di pollini oltre il noto chiacchiericcio delle più diverse stirpi di uccelli all’alba quando, potendo godere del vantaggio di non doverne subire di altri, di rumori e fastidi, quali il rombo dell’autobus alla fermata sotto casa, il tuono delle prime motociclette al mattino, il manovrare dei carri per la spazzatura, qualcuno li maledirebbe cicalecci, schiocchi e trilli e frusci e scrosci che si mettono in moto a un tratto del sole, ma domani o tra un mese lo stesso finirebbe per provarne nostalgia; è un’ipotesi basata sull’osservazione che spesso il prigioniero ha nostalgia del ventre ovattato della cellula da cui è nato. Ora l’avventore, con accanto sul banco, il suo bel libro appena comprato, sfilato dalla busta di velina colorata della libreria per rileggerne la quarta di copertina, libro dall’aspetto pensoso il cui titolo non ci avviciniamo a curiosare per astenerci, una volta tanto, da quella operosa impiccionerìa nei fatti altrui che distingue il narratore dal comune mortale, o forse è il contrario, l’avventore pensa che quel frullio, che potrebbe riferire più a qualcuno che a qualcosa e che sente dominante alle sue spalle a dispetto del silenzio ortodosso della libreria, estiva, clima di smobilitazione generale dell’intelligenza, magari non gli piacerebbe se esso non lo toccasse per il carattere di ingenua vitalità che lo determina a librarsi nell’aria e, per così dire, a riempire di sé lo spazio aereo intorno, fino, forse oltre il confine del banco, là dove il barista è intento allo scarico della lavapiatti, fumante essa quanto egli il barista pare fumato dalla stagione. Il cicaleccio, o come lo si vuole chiamare, all’avventore che tenta di bere più che sorseggiare il suo succo viola, arriva con un che della frenesia dei merli intorno al nido, sempre  al mattino appunto o nelle ore delle pappe per i piccoli; gli pare corrisponda ora a uno squittire, ora a un gorgheggiare, a un chissà come chiamarsi e riconoscersi e rispondersi, agitarsi, a un far presto, un volare su parole confuse e dette troppo veloci per aver voglia di essere intese e che all’avventore sembra non volersi concludere almeno su una frase in chiaro dopo tutto quell’accavallarsi di ciance, l’avventore è tagliente di sentimenti e scomodo nei giudizi, di sillabe, di cioè cioè, di capisci, detti con troppa fretta e poca valutazione degli imperativi sintattici che sono il succo di frutta del pensiero quando è succoso. Ma all’improvviso, tutto il logorare una dopo l’altra sillabe e fonemi, blblbl, culmina nel posato svolgersi di questa frase breve e di poco conto, valutata in termini assoluti, Ho girato il mondo per trovarlo. Silenzio breve che dà modo all’avventore di interrogarsi sul perché questa frase lo abbia colpito all’istante come un dono inaspettato e pòrto con tutti i sentimenti benevoli del caso e che sono spesso più del donatore che del donato. Non si volge a guardare chi può avere detto quella piccola frase, l’avventore. Sa che se ne sta guardando bene. Cerca solo di immaginare che oggetto o cosa è stato cercato e addirittura per  il mondo ma ha capito l’avventore che per mondo si intende una sua piccola porzione, meridionale, più convinta d’essere agricola che estiva e turistica; si sorprende egli a congetturare se sia un oggetto, un cibo, un vino, una cosa desiderata e nota ma mai posseduta da chi la riceva, o al contrario una richiesta esaudita oppure, appunto, un regalo imprevedibile e chissà sorpreso alla fine in uno stambugio oscuro o su una bancarella lontana, ma cercato, meglio dire trovato per effetto di tanta luce e degli orizzonti e dei blu e dei bianchi e di un calore umano prima che meteorologico, calore che infine si sa essere solo la proiezione di un desiderio, di placenta; infine offerto come una mirra, Ho girato il mondo per trovarlo. Sembra all’avventore, fisso  sull’ultimo resto di succo viola, una frase bellissima, per come è detta, per il modularsi della voce, si precisa che è femminile, ricca come una peregrinazione esaudita di promesse che può darsi andranno smarrite nel bel mezzo di un parcheggio, di una attesa in piedi nel tetro corridoio di una scuola, nell’attimo di un insulto greve o nel corso di uno dei tanti, il prossimo nello specifico, funerali d’inverno. Promesse, speranze, ah le speranze, inconsapevoli quesiti, richieste di qualcosa in più, di duratura giovinezza, Ho girato il mondo per trovarlo, di innamoramenti gravi, di intensissime sensazioni, di sentimenti illustri e illusi. E allora allora allora. Senza voltarsi al suono di quella voce, cui anche noi ci adattiamo senza volerne sapere di  più, l’avventore paga il suo soldo, due per l’esattezza, caro il succo di frutta sì, il barista incassa e scarica dalla cassa lo scontrino dovuto. Studia il passo l’avventore per evitare di vedere chi stia alle sue spalle, per non volersi perdere in un’immagine deludente dopo che la voce, la frase gli sono sembrate così dense di senso da non volerne smarrire, con la vista, il profumo e l’aroma. Si allontana verso la cassa sul piano della quale una bambina sottile, semìta si direbbe, dall’aria non si sa se timorosa o umile o vergognosa, deposita un pacco di libri letti, cavandolo da un carrello per la spesa, forse è di questo oggetto che si vergogna e dell’obbligo impostole dalla madre o da chi per lei di aggirarsi già per il mondo con il marchio in fronte del proprio ruolo subalterno. Gentile, di nome sul cartellino di riconoscimento e di fatto, una cassiera giovane, un filo di perline chiare di sudore sul far del labbro superiore, fa il conto di quanto può darle di tutto quel pacco di libri dai margini vissuti e conclude, Ti posso dare solo due euro questa volta. Il prezzo di un succo di frutta.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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8 Responses to Il succo dell’avventore

  1. diegod56 says:

    il libro lo prendo di sicuro, caro Pasquale

    • dascola says:

      Guarda Diego ti ringrazio, ti so dire quando esce; subito dopo pasqua credo; questione di giorni.Grazie.

  2. diegod56 says:

    Le librerie sono negozi strani, dove sei obbligato ad essere un po’ meglio di quello che sei, e quindi la situazione ibrida di prenderci un caffè mette a disagio. Che i libri vecchi valgano poco o nulla, si sa. Mio padre, anziano parecchio e per questo tendente al non pudore, tempo fa ha portato a casa alcuni libri che erano in un cassonetto della differenziata. Un signore era morto e, sgombrata finalmente la stanza, i familiari hanno pensato bene di buttare nel cassonetto la sua personale biblioteca. È un episodio che racconto con sadismo ai miei amici bibliofili e anziani. Allora il mio babbo ha recuperato alcuni libri del filosofo prêt-à-porter De Crescenzo che a lui piace (in fondo ha fatto solo la terza avviamento in tempo di guerra, non pretendiamo di più da lui). Ma è il bello dei libri: alcuni sono disposti a spendere tanti soldi per un libro che considerano raro ed altri li buttano semplicemente, li considerano «carta» quindi se è alla differenziata, hanno la coscienza a posto.
    Il tuo racconto è bellissimo, caro Pasquale, ma non so come mi è venuto di scrivere queste stronzate qui. Mi sono occupato, in modo molto meno efficace, anch’io del tema
    http://diego56.com/2011/07/17/un-caffe-con-nietzsche-per-favore/

    • dascola says:

      Ora ti leggerò Diego caro; ti ricordo una massima di tale Quintiliano che, immagino a proprio beneficio, scrisse,cito a memoria dall’antologia della letteratura latina, anno 1971, ma il succo è questo: non esiste un libro per quanto possa essere brutto che non contenga qualcosa di buono. Con quello che circola oggi è difficile da verificare ma diciamo che tutto ciò torna a decoro del libro quale strumento di relazione. Ai tempi di Q. scrivevano in 25 e occorreva sapere per dire, oggi volo, fabio. E c’è di peggio. De Crescenzo in fondo ha letto qualcosa, pensa al resto. Ma il fulcro del racconto è altrove, mi permetto, è in quel, Ho girato il mondo per trovarlo. Non sappiamo che cosa,chacun a son gout. Un carissimo saluto, verrà il momento in cui passerò a La spezia, cittadina che amo,eppure attrattive, tranne la cornice in cui si adagia, poche. Ti ho detto, mi pare, che ci ho scavato il solco tra la stazione e via XX settembre, conservatorio Puccini.Ciao

      p.s. visto che ti ho dato retta; a giorni escono i 25 racconti della signorina Conti. Alcuni non li conoscete, tu e a Alberto, e tutti sono stati riscritti. Del tutto o in parte.

  3. Biuso says:

    “spesso il prigioniero ha nostalgia del ventre ovattato della cellula da cui è nato”.
    Un’affermazione dalle radici e dalle implicazioni immense. Ma detta come nulla fosse.
    Quando i “libri dai margini vissuti” valgono il prezzo di un succo di frutta significa -come direbbe Hegel- che “una civiltà è al tramonto”.

    • dascola says:

      Oh fossimo al tramonto Alberto, qualche ora di luce resterebbe e sarebbe persino gradevole la luce che declina. Grazie Alberto. La frase che citi mi ha colpito in effetti. Un abbraccio non detto per dire e un po’ sentimentale

  4. Leonardo Taschera says:

    Bellissimo e commovente. Leo

    • dascola says:

      Oh merci merci mon chèr ami. La collezione
      I venticinque racconti della signorina Conti è pronta e già in mano allo stampatore.
      Un abbraccio Leo.

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