Il pollice opponibile

Oh cielo, non poca fantasia fu messa in gioco nel dare il nome di ulisse all’unico battello in acqua quest’oggi e in quest’ora che volge al disio di pasticcerie asciutte dalle belle vetrine e di tè e caffè caldi, profumati magari di whisky, di rhum bruno, di calvados, lussi che al desiderio conferiscono un’idea di solidità, di riparo, di casa, di fuochi amici, in cambio di una semplice quanto proficua, per l’oste, maggiorazione del conto. Da terra, l’ulisse pare un balocco nuovo che un bimbo viziato costringa a debuttare in un’impropria partita; il motore ringhia contro le onde che gli corrono incontro di prua, una cresta, un ventre, un’altra cresta e un’altra e un’altra, spinte dal vento che cala da nord, giù scatenato per i corridoi delle sue valli, giù sul grande lago sepolto da una marea di pioggia rovescia. Dall’ulisse, l’alterno disegno delle rive si riconosce per l’abitudine a saperlo com’è, là dov’è; è l’assenza che ne dimostra o lascia indovinare la discontinua presenza. Il radar piroetta sul tettuccio del ponte di comando, come uno che riceva negli occhi una secchiata fredda in una giornata fredda, si rigiri, se ne sgrondi, e così di seguito, irriducibile e tenace incontro all’ira di qualche impunito zeus. Dal castello di prua, un passeggero intravedrebbe due uomini in plancia; potrebbero essere quello che sono, capitani coraggiosi oppure ombre, più scure di uno sfondo opaco. Ma i pochi turisti sono scesi impauriti all’ultimo approdo e nessuno si è imbarcato; i fanali di via già accesi, l’ulisse viaggia da solo. Su tutte le punte delle montagne intorno, saettano tra le le nuvole i fulmini, uno, due, tre si scaricano in acqua; l’ulisse s’impenna accecato, tentenna sul picco di un’onda, affonda nel ventre, si riprende; naviga, il piccolo naviglio. E fino a qui nulla, non abbiamo combinato altro che una discreto quadretto alla segantini, senza vacche, ghiacciai e soli spenti, un segantini minore, bello non tanto per un museo quanto per il salotto appassito di uno zitello benestante che, seduto al proprio pianoforte d’onesto mogano, suoni ispirato, guardandolo appeso sulla parete di fronte. Spostiamo l’attenzione lassù.

Dove da qualche parte piove un’acqua ghiaccia e un viandante prudente è già al limite della resistenza dei suoi panni impermeabili, usati usati ma allenati quanto lo è l’uomo che, però, da tre ore sta pian piano scendendo da un valico altissimo e ha freddo ed è anche stanco, benché d’abitudine pensi sia un ricco ma utile regalo, alla sua età, potersi aggirare per i monti per il mero gusto di farlo, piova o sventoli, su e giù per i bricchi tra gole ardite e torrenti, pareti verticali ed eventuali doline, tra i resti dell’inverno passato e, alle quote maggiori, lontano, ai confini da cui egli proviene, poter attraversare ancora persistenti nevai e lambire vedrette, non gravato da gerle o valigie, non costretto alla fuga da impudenti governi, non schiavo di una necessità qualsiasi o di altri affari, anche di vita e di morte. La pioggia si è mutata di colpo in una grandine che crepita adesso sulla lamiera ondulata della tettoia che ripara il motore e il cassone di carico di una teleferica sotto la quale il viandante, il viaggiatore, l’escursionista solitario, farla breve l’uomo, si è rifugiato con sollievo e di corsa, a riflettere sul da farsi; leva da una tasca della giacca la sua mappa, la apre, si rappresenta la via ancora da percorrere, traducendo in immagini i trattini rossi che zigzagano a picco sulle linee altimetriche o le costeggiano a dritto, poi controlla l’orologio, calcola il dislivello da coprire e il tempo che occorrerebbe e infine valuta la piccola baita là vicina, così arroccata da sembrare sbilenca; l’uscio, chiavardato chissà, un finestrino per lato, è in cima a una corta rampa di gradini; sul muro intonacato un dipinto primitivo, con santi, aureole e facce beanti; sotto, in corsivo, la scritta per grazia ricevuta. Proseguire sarebbe inutile e più che altro pericoloso; per averlo passato al rovescio tempo addietro, ricorda che da lì in giù, tagliato com’è nel fianco di una forra gotica dieci volte più alta della più alta e aguzza cattedrale, il sentiero a scendere è esposto, lastricato di ciottoli, di sfasciume, di sicuro scivoloso con l’acqua, a tratti scalettato, per agevolare sì, ma non per rendere sicuro il passo vertiginoso; qua e là, catene inchiodate a proteggere passaggi che sembrano sospesi ma, è vero anche questo, appena più in basso comincia una foresta aspra e verticale; dovesse inciampare e precipitare, rovinerebbe tra piante acuminate, in generale poco accomodanti con certe pretese umane di arrivare e arrivare e arrivare, du weißt wohin, è la conclusione tre sé e sé dell’uomo che all’occasione pensa anche in tedesco, tu sai per dove. Ricordi e pensieri. L’uomo che di nuovo si è asciugato le lenti da miope, scappa deciso da sotto la tettoia di zinco, salta lesto su per i gradini di pietra, tenta la porta della baita, per azzardo non per fede la spinge, prova, riprova e ancora ci prova, il battente rinuncia alla propria ritrosia. L’uomo lo ha appena richiuso alla proprie spalle, che subito un abbaglio, la luce di una folgore trapassa le due finestrelle di vedetta ai lati dell’uscio, un boato, uno schianto; nell’istante della scarica verticale sul parafulmini rizzato accanto alla teleferica, l’uomo si convince che ha tremato la pietra del tetto, dei muri e che lo schianto sia stato della tettoia di zinco là fuori; allunga lo sguardo oltre una delle finestrine, guarda bene fuori ma no, la tettoia no, è ancora lì al suo posto colpita da diecimila pallottole di ghiaccio. C’è un tavolo nell’unica stanza, due sedie, un piccolissimo camino con un resto di cenere; nessun ciocco avanzato, niente fiammiferi. Sul tavolo un lume a gas, l’uomo lo agita, quasi nuovo, la bombola non è piena e nemmeno vuota; non sa se osare accenderla, non saprebbe come ripagare l’inconsapevole ospite del consumo benché, presto fatto, riflette, basterebbe lasciare sotto il lume un biglietto e un po’ di denaro; ha sempre con sé un lapis e un quadernino, aspettare però, forse il lume gli servirebbe più tardi. Si libera dalla zaino e si cava allora la giacca a vento, estrae dal sacco un cambio di roba più calda e la indossa, ma vorrebbe persino i pantaloni più pesanti. Si slaccia e leva le scarpe da roccia, si sfila i calzettoni sudati fradici, li annusa, è una sua mania, teme sempre che puzzino troppo ma no, sanno ancora di detersivo, e ne infila un paio di scorta, più spessi ed asciutti. Si dà da fare ancora e dal suo corredino per ogni evenienza prende il fornello a spirito, una gamella di alluminio, un pentolino, un pacchetto di fiammiferi di legno, alcune bustine di tè e un barattolino di caffè solubile, una razione di cioccolata nera con nocciole, qualche zolletta di zucchero, un quarto di pane di segale, una scatola circolare di formaggini, tutto ben chiuso in un sacchetto di plastica. Da una tasca laterale della giacca, toglie una fiaschetta piatta di alluminio e piena di brandy a buon mercato ma non meno alcool di altri delle stessa famiglia; dentro una tasca dello zaino, in una borraccia che ha rifornito ore fa da un gorgoglio sotto la neve, troppo in quota per essere contaminato dalle vacche, l’acqua. Una fortuna non aver avuto sete.

Che ti aspetti sedia, chi ti accende camino, è la domanda scherzosa e ad alta voce dell’uomo, che da sé stesso si dice mendìco benché per il mondo sia mèdico dei bimbi malati di mente, e d’un tratto gli viene la fantasia che un baratto, secoli fa, un compromesso sia stato attuato ma non consumato anzi via via nel tempo rafforzato, tra costruzione e immaginazione, tra evidenze e superstizione; Ma no, si dice stizzito, Non sono queste le parole, la questione è… Niente, la questione non è né chiara né scura, è in formazione e termini che si allèino alla sua sensazione non gli vengono in soccorso, vorrebbe cercarne di più attinenti ma niente, arriveranno chissà, Più tardi magari grillo parlante, parla a sé stesso. L’uomo sì, s’è capito, ha più che un’attitudine riflessiva e un vezzo o vizio che egli si è diagnosticato per autolalìa, farla breve si parla da solo, e tutto quel camminare su e giù per i monti forse fa parte di un suo metodo di meditazione che, in più, gli consente di non essere colto a dirsi e sdarsi in ragionamenti. Accertato però che nessun grillo, né strega, né soldato di stagno giacciono là sul fondo del camino e che nessuna voce geme dal legno delle sedie o del tavolo, del mirto o del cavolo, oh cavolo, conclude il medico mendìco, La paura prenderebbe, prende già, la cupa faccia di un televisore. Questo appunto e la certezza del buio che calerà più tardi ma prima di quanto ci si possa aspettare in questa scorcio d’estate; e l’improvviso sentirsi esposto, senza viveri a parte il poco d’acqua, un litro esatto, i formaggini, 12 spicchi da 14, 6 periodico grammi ciascuno, il tè in bustine che cuocerà a  momenti sotto quel tetto di ospitale povertà, lo spingono all’angolo di un sentimento, di solitudine, senza confini precisi, ineluttabile, va bene è così, ma… appagata; oh, questo aggettivo lo coglie impreparato ad accoglierlo e pure… si sorprende a ritrovare la traccia di persone amiche o tali dette, maschi e femmine, che lo avevano pian piano rimosso dal loro catalogo, o che lui stesso aveva rimosso, dal suo non picciol libro, e che pure ricorda. La solitudine non è quella però, non quella dell’ombra che difende, ma dell’ombra maiuscola, che prima ti affianca e come adesso la distingui da te, poi piano piano con te si  allinea poi si confonde, coincide alla fine; e non ci sei più. È quella che gli balena negli occhi con il lampo, a sorpresa, con confusa certezza perché le parole per descriverla non si presentano al ballo, benché in mente gli ballino e scintillino anzi ma poi, subito dopo, plouff, un fiocco di neve su una ringhiera bagnata; acqua, poi niente. Del resto, si lascia trascinare dall’ingranaggio del pensare che aggrega associa riaggrega, Del resto dico sempre che non sono àteo, fan ridere i negatori di ciò che negandolo sottacciono, non mi privo di dio, né privo dio di me per rivalsa, per odio del padre, ah ah la pecorella non è smarrita per niente, va per sue strade e dove va sa. Ne ha viste di pecore il medico mendìco, ne ha viste di pecore che con l’età, e con l’ebetudine che non di rado gli è compagna, tornano al vecchio o ne eleggono uno nuovo di gregge; tante e tanto prostrate ginocchioni sui marmi di queste o quelle chiese ed eiaculare a caso ego me absolvo ego me absolvo ego per ego me volvo. Lui no, non ha mai mai intravisto un dio cui sottrarsi, né con cui fare altre operazioni o revisioni di conti, nemmeno da bambino quando si è più portati a lasciarsi ingannare da cattive e rudimentali maestre, era una somma lui, uguale a sé stessa per quanto la sua esistenza e i suoi incontri casuali avessero agito per scombinare l’ordine dei suoi addendi e aggiungerne talora di nuovi, costringendolo a sommarli e sommarsi di nuovo anche con un meno davanti. Un cuore e una capanna, si diverte a dirsela di nuovo l’uomo, Sbilenca o malenca e se dura il mio cuore. Non è nemmeno di preciso quello che prova, quell’accento perdonabile di sarcasmo, ma lo prova, qualsiasi possa essere una più corrispondente definizione di questa inermità reattiva che gli piace. Indagherà. Gli garba essere in grado di riconoscere la propria boreale paura, incerta se manifestarsi o negarsi o confortarsi con la riflessione che non vi sia alcun pericolo, a parte quello, non così lontano ma nemmeno prossimo, che un blocco di roccia si possa staccare dalle piramidi appuntite che sovrastano la baita, costruita su un pianoro brullo tagliato sul vuoto, e così maldisposto a farsi dire ridente, sotto quella tempesta. Così dà il meglio di sé questo paesaggio tutt’altro che inerte, dice ancora l’uomo ad alta voce al sé medesimo che lo ascolta con interesse. Versa allora nel pentolino e scalda l’acqua, che presto bolle, vi butta due bustine per un tè più forte; scartoccia la cioccolata e un formaggino; versa il tè nella gamella, lo zucchera con una zolletta, taglia con il suo coltello da campo, possiede anche questo, una fettina dal pane di segale, indossa di nuovo la giacca, rabbrividisce ma per il piacere di smettere di rabbrividire. Scosta una delle sedie dal tavolo e si accomoda. Ben costruita, dice, Come il letto di ulisse.

Non poteva immaginarsi a quel punto l’arrivo di un altro, l’inaspettata incognita, un giovane; deve avere pensato anche lui che sarebbe da stupidi proseguire ma alto e stretto com’è, corporatura arrogante, ciondolante di corde e moschettoni e ramponi, cela o sembra celare tuttavia, ben nascosto sotto l’ala tecnica della sua impeccabile tenuta da arrampicata, il fare di chi si affidi piuttosto al proprio angelo custode che a una ragionevole prudenza. Il ragazzo posa in un angolo il suo zaino, Buongiorno, poi si corregge, Buonasera. Nel saluto però il medico non riconosce né humour né buonumore. È che sono le cinque e mezza dopopranzo e la luce è quella di dopo il tramonto. La grandine ha terminato di crepitare sul tetto ma piove a dirotto adesso, una pioggia spinta in orizzontale da un vento che giustifica il mito di un demone, èolo o un altro più truce, che si nasconda tra le sue spire; l’acqua si batte con violenza, al momento inefficace, contro la pietra della baita. Il sospetto, e non ci vuole molto a concepirlo, è che intenda aprirsi un varco tra le pietre. Questa pioggia dice smetterò quando meglio mi garberà o quando e se esaurirò le munizioni, garbare, bel verbo non trova, conclude con un punto di domanda il suo discorso di benvenuto il medico e, senza una parola di più e con il gesto di chi conforta lo sperduto quale egli sia e checché egli pensi, offre il pentolino con il resto del tè al giovanotto. Questi corrisponde con un sorriso da lentigrado e si serve direttamente dal pentolino, Acqua ne ho ancora se… Acqua ne abbiamo un diluvio qui fuori, basta aprirle la porta. Al limitare della replica ironica del medico, innesco inatteso di una possibile chiacchiera, il vocabolario del giovane, non che si inceppi, al contrario si arrampica su per spiegazioni di meteorologia, ma indifferente alla logica che vorrebbe almeno un abbozzo, un sorrisetto, un segnale che dica ah ah il messaggio è arrivato. Sciorina così il giovane alpinista l’indispensabile per una conversazione simulata, piena di buchi come quelle dei corsi di lingue, lenta, che stenta nei modi su temi che il medico più che trovare non trova e che il giovane ostenta senza cercarli  mascherati come sono da un che di troppo, di insignificante e preteso, con uno svolgimento avvilente e per il lettore avveduto e per questo breve ma ben intenzionato racconto. I lampi non si chetano. È curioso, mormora e prosegue l’anziano, al governo di un pensiero che, a giudicare dall’espressione sospettosa o annoiata, persino ostile che hanno assunto gli occhietti del ragazzo, è di quelli troppo complessi per essere decifrati dal solo buon senso, È curioso, c’è un chiasso infernale qui dentro eppure pare che ci sia un gran silenzio.

Un chilometro abbondante più sotto, l’ulisse forza il suo motore contro l’acqua e il vento. In plancia però i due uomini sono tranquilli e sicuri al governo, contenti in fondo di essere messi alla prova da una tempesta che sa di mare per loro, navigatori frustrati, a voler vedere; qui non ci sono scogli da temere, ché sanno non essercene, e peraltro non temono di essere capitati in una di quelle tempeste che si dicono perfette, cioè assassine; fanno fatica però a ricordarne una così intenzionata a diventarlo e sanno che anche la loro barca bianca potrebbe imbardàrsi; forse è lontana l’eventualità ma allora le acque del lago non sarebbero meno gelide e oscure e cattive di quelle di papa bank, identificativo 26 43 61 della cartografia marittima ufficiale e numero per un possibile cimitero tra la scozia e l’ultima thule.

Non ci sono improvvisi cambiamenti di situazione lassù nella baita. Il giovane alpinista si  è seduto a una delle due finestrine e guarda fuori. Il medico camminatore si è appena accorto che dal collo del giovane pende una croce di legno, senza la figurina di corollario. A distanza di pochi secondi dall’arrivo di un’altra più sconquassante folgore, seguirà l’affermazione isolata da una catena apparente di pensieri ma che si potrebbero indovinare e trascrivere tanto sono ovvi, Siamo povere cose. Silenzio. Il medico vorrebbe tacere e non ci riesce e replica sforzandosi almeno di non lasciare capire troppo il proprio accento, Ricordo che a mia madre, è morta certo, piaceva molto guardare il circo, per televisione è ovvio, e ogni volta, dei trapezisti o di tutti, tranne dei domatori, diceva ah-quelli-sicuro-non-hanno-il-mio-mal-di-schiena, dunque in… davvero in confronto al troppo che ci si considera sì, siamo povere cose. Segue il rumore di un rovescio di roccia, di uno squarcio alla fine nella lamiera là fuori e invece no, il medico solitario ne è quasi certo, è stato il fratturarsi irreparabile delle vertebrali certezze nel giovane, pensa l’anziano; convinto di averne osservato sul volto di lui il dileguarsi sotto forma di risposte subito trasformate in domande respinte, negate, e che ne hanno irrigidito l’espressione finora immobile, in uno spasimo, un rictus ricomposto al volo, per buona educazione o stupidità, spesso sinonimi nella materia umana, tanto malleabile da essere inerte più che docile alle convinzioni. L’anziano medico crede di avere toccato un tasto sgradito. Ma aggiunge, a proposito di dito, Fa riflettere però che è grazie al pollice opponibile che possiamo pelarci una pesca… o abbracciare una donna, volendo proprio… o, tante cose… il modesto dettaglio del pollice opponibile, se assente, ne negherebbe un numero non piccolo… di cose…factum de materia cinis elementi similis sum folio de quo ludunt venti, canticchia il medico allegro… Non, lo interrompe il giovane alpinista perentorio ma del non, recide il seguito. Oh nulla, non badi, non cerchi, una filastrocca di burattini, un ambarabà senza senso, risponde l’anziano medico.

Tutto buio a bordo dell’ulisse, ormeggiato al sicuro del suo approdo finale. L’acqua è ancora agitata, ma meno. I lumi della sera illuminano il piazzale di imbarco. Del color delle bibite industriali, di un aranciato troppo frizzante per essere vero è la loro luce che, terminata la pioggia, sgocciola tra le chiome dei platani. L’effetto è teatrale.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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6 Responses to Il pollice opponibile

  1. diegod56 says:

    L’eleganza immensa di Pasquale sta nel sottindendere, fra le piccole fratture della narrazione, la dialettica dei pensieri, nel flusso interno dei personaggi e nel rapporto fra loro. Uno scrittore mediocre appena schiaffati nella baita il medico e l’alpinista avrebbe intavolato, con sfoggio idiota da pavone, una bella discussione apertis verbis, qualcosa di tronfio e posticcio, invece il grande Pasquale ci istilla, ci feconda il pensiero, con accenni geniali e sottesi. Pasquale è molto acquatico, ma su questo ci torneremo su, forse.

    • dascola says:

      Fratture della narrazione Diego; mi piace quello che chiappi con acuto sguardo e come. Tra te e Alberto ho conquistato due lettori, non so se è troppo tardi per arrivare a 25. Agevolato e promosso da voi,io insisto. Quanto ad acquatico, bè questa sì è una osservazione che mi fa fare più di una ruota e di pavone. Grazie Diego.

  2. Biuso says:

    È come musica. La consueta musica atonale della tua scrittura. Anche quando sembra filare nel classico disporsi della tradizione, vi è una inquieta profondità che soltanto l’evo attuale sa dare. Evo raffinato, disperato (alla lettera, reputa illusione ogni sperare) e insieme impassibile.
    Disincantati sono sempre i tuoi personaggi, qualunque nome storia pensiero genere abbiano.
    Nelle altezze dirupate sopra il lago di questo racconto perfetto si consuma ancora una volta la luce che non tramonta mai, neppure quando è crepuscolo, la luce dell’Arte. Sì, quella maiuscola.

    • dascola says:

      Caro amico, di là dall’enormità del commento che mi riguarda e mi eleva alle mezze altezze che in effetti prediligo, come Nietzsche, mio/nostro conterraneo, perché senza terra, e coevo, bè si capisce il perché, lasciati dire di rimando che la tua capacità di esame dei fatti e di pensiero sui fatti in una prosa da torrente, alpino appunto, mi sorprende ogni volta: e per la portata del torrente,e per la chiarezza della corrente e per la sua equilibrata pressione. Quando sfoci porti non poco contributo a nuove acque.P.

  3. Emanuela says:

    IL POLLICE OPPONIBILE DISEGNA UN OK, CHE, NON FOSSE PERCHÈ è ODIOSAMENTE YANKEE, È UN BEL SEGNO

    • dascola says:

      Ok Brico, è uno dei miei parchi di divertimento, attrezzi, punte, cacciavite, lampadine, compressori meravigliosi, colle che saldano e rinsaldano tanto sono collose. Grazie Emmanuelle

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