Io nego prima di annegare

Invito alla lettura di Alberto Biuso http://www.biuso.eu/,in generale e in particolare del post Autoritarismo con tutti i commenti che lo hanno popolato. Tra essi, qui di seguito, l’ultimo mio che brilla per il suo livore nitido e, voglio illudermi, non sgradito a chi pensa senza aver prima consultato il telegiornale.

Alberto caro, nel 1918 ricorderai che Giovanni Papini pubblicò un libello provocatore e pitico, Abbasso la scuola. Libello che posseggo copiato, che sta nascosto, immagino, nelle caves più profonde di qualche rara biblioteca e che invece dovrebbe essere sbandierato oggi, quantomeno per polemica. O tirato nei denti ai riformatori che, con violenta scempiaggine, hanno smantellato quella struttura discriminatoria certo, messa in atto appunto da Gentile e che però promuoveva in qualche modo un certo saper sapere.
Non c’è da rammaricarsi delle rivoltellate che l’uomo fecero sparire; non si trattò di colpirne cultura e intelligenza ma l’abuso di quel sapere e di quell’intelligenza a favore di un potere becero e assassino, il più assassino. Imperdonabile. Papini di suo chiedeva che si eliminassero le scuole non per non sapere ma per saperne di più; seguendo la considerazione inattuale che più valesse il tempo della bottega, della propria coltivazione – soleva dire il musico e intellettuale Gavazzeni -, che quello del banco, rigido, muto e di maestri rigidi e muti, incapaci di parlare all’anima, essendo essi la palese dimostrazione della sua inesistenza quando non la si impianti e allevi, così come il vignaiuolo fa con la barbatella; ah traduttori dei traduttor d’Omero, contro i quali abbiamo, chi più chi meno, sbattuto tutti il muso e di essi patito le vessazioni, i non classificabile al minimo segno di originalità nel parlare di letteratura. Ah il nostro Manzoni era tutto quello che riusciva a dire la professoressa Ferro al Ginnasio-Liceo Berchet, via della Commenda 20122 Malanno, in estasi non meno di Teresa d’Avila per la tanto malintesa faccenda della provvidenza. Ebbene oggi chiudere le scuole, ovvero tenere in conto solo quelle che rivendichino il diritto, se non il dovere, di essere inutili, è mi pare un tema di rilievo. Orizzonte e pena gli ultimi krausiani giorni o gironi dell’umanità. Chiudiamo la Bocconi, smantelliamo le facoltà di scienze – ah ahahhhahh ahh ahha- economiche. Pisciamoci sopra come sui ben penduti amanti di piazza Loreto – 20131,  ma mi ma mi. Mandiamo i docenti di diritto aziendale a ripopolare i campi, come fece, con qualche intuito Mao Tze Tung ( me ne catafotto che sia politically correct scrivere Mao-Zedong). Asseriamo che l’uomo marketing è il nemico dell’uomo, biblica illetterata gramigna tutta credit cards, occhialetti fumé e maglioncini di cachemere. Non si dirà mai abbastanza quanto pederasti mentali come l’homo arcoriensis e la sua orrenda prole siano stregoni di una malvagia temperie, che un serpente dovrebbe sorgere dalle acque per mangiarseli tutti, fronte a una piaggia, un bagnasssiuga denso di troie. Ricordiamo ai giovani di rivendicare il diritto di essere Taugenichts e a godere della loro piccola abilità, del loro Gesang, del loro canto che è Dasein, -Rilke, Sonette an Orpheus-. Dell’uomo artista, quello delle grotte di Altamira, è l’esserci autentico frutto di pazienza e curioso piacere. Negare, un negare nicciano è la sfida in saecula saeculorm, negare, spezzare il concetto di competizione e tutti i loro concetti, le trame o, la lor guerra, ch’anco tardi a venir, non ci sia grave.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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