Dèi, i dèntici e gl’idèntici.

… on  a beau dire ce qu’on voit, ce qu’on voit ne loge jamais dans ce qu’on dit, et on beau faire voir, par des images, des métaphores, des comparaisons, ce qu’on est en train de dire, le lieu où elles resplendissent ce n’est pas celui que déploient les yeux, mais celui que définissent les successions de la syntaxe.*

Tra un evento anche di minimo interesse ma che a noi stimola la fantasia di riferirne, tra un oggetto che ci attrae al punto di voler condividere lo stupore dell’incontro , tra una persona che colpisce il nostro gusto, o il nostro desiderio con intensità e modi così singolari da spingerli imbambolati lì sull’orlo dell’indicibile, ecco che si para davanti al nostro demone volenteroso di dire, il muro delle difficoltà. Nel ridirlo, nel ridirne, persino nel rìderne, qualora si tratti di un episodio che a noi abbia suscitato il riso, come  trasmettere il brivido della seduzione ianattesa, lo choc della rivelazione dell’ istante e del dopo, ecco questo si costituisce da subito in problema. In fondo è molto spesso il tema nella vita di un attore che sia attore di se stesso. La meraviglia, lo stupore, la curiosità o la repulsione e tutta la gamma di impressioni che si instaurano in noi insieme con le dimensioni misurabili della cosa, diciamo così il suo tonnellaggio, possono essere messi in parole e, per loro tramite, darsi e dare senso a quella cosa: la precisione nel conformarsi a una descrizione per quanto minuziosa e partecipe non sarà mai la cosa; ammesso e non concesso che quella cosa vista o subita o sperimentata  appartenga comunque alla realtà, le parole creano un’altra realtà alla cosa, una realtà parallela, copia non credo piuttosto avatàr, ma in un altro tempo che, per associazione può essere assimilata tanto a quell’altra, all’originale, tanto da ricostituire in noi le stesse impressioni o altre simili ma di analoga, non di rado maggiore intensità. Nel caso deprecato della letteratura d’occasione, e di più nel caso deprecabile di un loro uso imbastardito, rozzo, rudimentale, semplificato, alla portata di tutti, il giornalismo che oggi ha sostituito la letteratura, e nemmeno, per paradosso, in quello in cui le parole si sforzano del contrario, di ricostituire la cosa, esse, le parole non arrivano oltre la sua descrizione,  se non ne colgono, se c’è, l’anima: le parole parlano una lingua a sé, nemmeno nel vocabolario riescono a restituire agli oggetti, agli eventi la costituzione che loro è propria. Nel dire mia di una casa, occorre che io sia in grado di modulare l’intimità, la coincidenza, il pathos e l’intimità, la coincidenza, il pathos tra mia e casa. O è una semplice classificazione catastale. Nello scrivere dovrò ricorrere alla letteratura. Che è ricerca, scoperta, studio della forma coerente del pensiero con il pesniero.                                                                                                                                               Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations dice Virginia Woolf (in Craftsmanship, BBC Aprile, 29, 1937).

Come un cartello stradale cui non segua né la strada da percorrere né il paesaggio, la meta alla sua fine, i cazzo vuoi ma fottiti significano solo, e per lo più senza precisione, ciò che enunciano, in quella vulgata primitiva che è la soi disante letteratura contemporanea degli aménti, la scrivitura, il romanzerìerismo dei trogloditi del parlato, che in genere non sanno non solo parlare, ché loro manca l’attrezzatura minima per avventurarsi su per le pareti aspre e verticali del dire, ma nemmeno pronunciare, figurarsi scrivere: che non è, attenzione, del dialetto, del parlare popolare ma della sua assenza, del suo impoltronirsi, rinunciando, anzi distruggendo i ponti con le origini del sé; a possederlo beninteso. Del resto la manifestazione di tutto questo è in Gadda, dopo Manzoni in cui il manzonismo degli epigoni è assente, e in Camilleri il cui sicilianesimo andrebbe salvaguardato tanto da imporlo nelle scuole di italiano; la cui vastità e duttilità strumentale sta in questa ricchezza che ad altre lingue difetta o è stata inventata con mezzi alternativi.                                             In the old days, of course, when English was a new language, writers could invent new words and use them. Nowadays it is easy enough to invent new words – they spring to the lips whenever we see a new sight or feel a new sensation – but we cannot use them because the English language is old. You cannot use a brand new word in an old language because of the very obvious yet always mysterious fact that a word is not a single and separate entity, but part of other words. ( Virginia Woolf ibid).

Cazzo cazzo figa figa è solo l’ultima spiaggia di camorristi obesi e dei rapsodi dell’incultura. Oltre c’è solo l’emòticon. Parlare, parlare bene, per dirsi, per raccontarsi è atto culturale. Non sto a citare le tradizioni antiche che dalle stalle su per gli anfiteatri greci, dimostrano ‘stu fattu. Uno qualunque dei pennaiuoli per autoelezione d’oggi manca invece del tutto della ricchezza, nell’articolare il proprio dire, che il Carducci attribuiva a qualche sua signora Lucia** con tutto il sirventese che poteva avere quella donna nel suo orecchio, ma persino, ai gironi nostri, di un pizzicagnolo di Cerbaia Val di Pesa- cervaia – o di una valligiana di Piatéda, toponimi che invito i più volonterosi a ritrovare in qualche loro geografia. Se è vero come asserisce Lacan, e io lo seguo, che l’inconscio è costituito in linguaggio, il linguaggio è bisogno di completarsi, arricchendolo di continuo, di svelarsi svelandoselo, e disvelare il proprio intorno, l’altro prima del proprio contorno e delle proprie pallide interiora; chi non ha parole, le limita e le semplifica, non ne vuole avere, ecco tutto, e pretende lo stolto: in buona sostanza colui non è, come si crede, un artista ma un autista, termine che induce al riso dacché l’autista non riesce proprio a guidare se stesso da nessuna parte se non a qualche forma di dissoluzione del sé, non c’è. Allora sono in sostanza le parole ad assumere, ad assorbire radiandola, tutta la numinosità che le cose, gli eventi possono o non possono sprigionare ma, una volta tradotte, ri-create, le cose resteranno sullo sfondo come in  una  vergine dietro le rocce che Leonardo avesse dipinto ma dietro le rocce, là ad aspettare di determinarsi in qualcosa di ineffabile che pure è già lì.*** L’arte avvicina alle stelle come la loro pura contemplazione  ma in misura maggiore. I Greci, non quelli avviliti dalla BCE, lo sapevano e dei poeti capivano la difficile posizione di staffette tra uomini e dèi, senza ritenerli di questi profeti o peggio figli,  ma complici e mediatori della forma e dell’equilibrio che sono proprie alla cose naturali, la loro sezione aurea: il maso alpino non gareggerà mai con le cime, nemmeno con quel grosso masso erratico lì  a pochi passi, ci si appoggerà. Osservare una nuvola fino ad avere il sospetto di  non distinguere più l’osservato dall’osservante, come Andrej Bolkonskij ad Austerlitz, ci permette di essere assorbiti, di poco almeno per un poco, dall’olimpo.

Michel Foucault. Les mots et les choses – Gallimard Tel – pag. 25 : Si ha un bel dire ciò che si vede, ciò che vediamo non alberga mai in ciò che diciamo e si ha un bel far vedere, con delle immagini, delle metafore, delle comparazioni, ciò che siamo sul punto di dire, il luogo dove esse risplendono non coincide con ciò che gli occhi spiegano e dispiegano, bensì quello che definiscono le successioni della sintassi.
** Giosué Carducci- Davanti a San Guido. La signora Lucia, da la cui bocca, /Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,/La favella toscana, ch’è sí sciocca/Nel manzonismo de gli stenterelli,/Canora discendea, co ‘l mesto accento/De la Versilia che nel cuor mi sta,/Come da un sirventese del trecento,/Piena di forza e di soavità.
*** All’accademico che, dato il compito di copiare una vergine accademica, rimproverò a Dalì di aver dipinto invece una scala, il giovane maestro rispose, Può darsi professore che lei veda una vergine in quel quadro, io ci vedo una scala.
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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2 Responses to Dèi, i dèntici e gl’idèntici.

  1. sonia.grandis@libero.it says:

    sublime….

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