Le revenant

La prima estetica di Lacan è un’estetica del vuoto. (1)

Non desidero allinearmi all’amico Biuso esercitando un diritto alla critica che lui ha, e che io, per legittima suspicione non mi prendo di buona voglia.

Lo stesso accennerò a un film appena visto e di cui si sentirà parlare e tutto il resto. Dunque candidato all’oscar millenario il film è revenant, bella parola francese per larva, spettro, fantasma. Il perturbante che torna e, appunto ma così così, il redivivo. La traduzione sottomessa, coincide con il contraddirsi della distribuzione italiana che nega le versioni originali ma il titolo no, il titolo piace estero, così se ne può dire in treno con dotta ignoranza, come del voucher dell’overbooking e dei ticket-e-tà. Le campagne briantesi, gli aspromonti,  sono noti per la loro esterolalia in pigiama.

Dunque il film può essere visto perchè è meglio di un documentario della National Geographic. Ma, chissà se in memoria di Ombre rosse (1939) di John Ford 1894-1973), di cui blah blah a sfare, il revenant autentico è il paesaggio. Protagonista reale, intatto, ostile e violentato, divino, parlante, in perpetuo ritorno con la regina delle nevi che tutto ghiaccia. Tutto trattato da una fotografia non tanto lontana dal migliore Turner. Stante che tutti gli umani vi grugniscono e stronfiano, Di Caprio per primo castrato dell’unghiate ursine al gargarozzo, deuteragonista è invece la musica di Ryuichi Sakamoto, che si fa immagine, operazione rara, parte non facile da sostenere. Il resto lo lascerei al silenzio. Il film non è un western, nemmeno atipico, non arriva al sublime di Dead man (2) . È un film che non è; non è, ma dir che cos’è, facile non è. Ha dei pregi, è lento lento; come il paesaggio implacabile servito da movimenti della mdp. simili alle pennellate di un pittore cui interessi il dipingere, non la rappresentazione, con dentro niente di plot e una dilatazione dello stesso episodio oltre i limiti dell’episodio stesso. Le ragazze e i ragazzi saranno delusi dal  vedere il bell’attore abburattato come il peggiore dei revenants, laido e schifoso, troglodita, contro il peccato. Non ci si aspetti niente, sicché si guardi e si ragioni, si associ. Sullo sfondo infatti, trasparente alle immagini, si intravede l’ombra delle trivelle devastatrici, degli addensamenti abissali del disumano troppo umano. Annunciare questo, in sintesi la fine del mondo, non credo però fosse negli intenti delle foxes alla 20th century che di trivelle campano, né dell’autore che la compagnia stessa ha lusingato con tutti i giocattoli e i tempi di lavorazione che un autore può immaginare. Ma si ragioni lo stesso, ripeto, si vada a fondo nell’orrore della mala genìa bipede, di quella Cosa bianca rossa e nera, franca, angla o pawnee che sia, che si è impadronita di un talamo non suo. What’s done can’t be undone (3). Non c’è scampo. Tutti, farabutti, tutti schifosi, tutti assassini, disse già Céline, senza scampo; on est tous des sauvages, recita un cartello appeso al collo di un indigeno appeso a un ramo, morto come lo stesso pendu. Che la vendetta è nella mani di dio, l’ultima delle poche frasi sottotradotte da una qualche lingua indiana, appare dunque un’ipotesi, non una tesi. Un revenant archetipico. I preti invece, interpretativi e accademici del sacro cuore, ci andranno a nozze come di fronte a un ma la c’è la provvidenza. Geniale sarebbe stato, ma non è così, far morire Di Caprio e tutti gli altri nella prima mezz’ora della pellicola. E finalmente il vuoto.

(1) Massimo Recalcati – On line journal for LACAN.COM

2)1995 -Jim Jarmush, 1953

(3) W.Shakespeare (1564-1616) –Macbeth a5/s1

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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