Macbeth

Ascoltate; io vado al cinema perché sono infantile ed è per me la lanterna, il cimena, della mia povera ma magica infanzia, tra babbi e mamme fanatici di lanterne con volatili alucciole; cinema di quartiere per serata fredde, il Prealpi e poi l’Alce, sotto casa.  Categoria C, forse D. Quando Malanno si annebbiava, ci pioveva e nevicava.

Ho conquistato il vantaggio di essere inattuale. Ora che dalla città con vezzi di metropoli mi sono liberato, ho ritrovato il gusto del cinema di quartiere, amplificato dal fatto che ci vado fin su a Bellano, a Mandello, infino a Dervio e Colico volendo, e qui a Lecco; lo spettacolo, nella mia dilatata percezione inizia con la corsa in auto per la statale 36 dello Stelvio e finisce con il ritorno nella perfetta eleganza di notturne curve illuminate dai fari miei e altrui. ‘Na billizza.

Ebbene sono stato a osservare Macbeth. Non funziona. Non porta niente a Shakespeare che, vabbè; non porta niente al cinema. È il corrispettivo di tutti i fatti, disfatti e malfatti dei 40enni in politica. La classe zoologica è ampia e non voglio citare i 40enni italici che sono ripugnanti e istituzionalmente fuori tema. Rispetto alle moltissime affliggenti  amletiche, anche teatrali peraltro, di versioni cine di Macbeth ne esistono poche. Non mi pare che quella di Orson Welles sia la più riuscita. Riuscita invece e da resucitare quella di Kurosawa Akira(1910-1998), Trono di sangue (1957); ma era un’altra cosa, una leggenda, un’epica. Riuscirono nel cimento Giuseppe Verdi (1813-1901) a Francesco Maria Piave (1810-1876) con il loro Macbeth (1847).

Il motivo del mancato funzionamento di questa recente impresa, credo stia nell’estrema condensazioni di parole, nel peso atomico, nella massa di voce, direbbe φωνή Carmelo Bene, di questa opera in particolare. Di sfolgorante bellezza, Macbeth mi pare assai difficile da ridurre a spettacolo, perversione del teatro, persino più difficile di The Tempest; le parole saturano tutto sicché vedere una mutanda, osservare l’avantindré simulato ma casto, sotto mentite spoglie costumistiche, di Macbeth nella matrice simulata della sua Lady cinemica fa ridere e infastidisce; il marketing impone che a pag 38 si trombi, almeno un po’, si sa. Ma si ricordi che in Shakespeare l’azione è di regola evocata dalla narrazione, non più di una didascalia, di qualche nome di contorno, guardia o Macduff che siano . Si scordi il nome personaggio, la personificazione fittizia del soggetto con il niente, ché il personaggio è ombra, walking shadow, fantasma, brief candle. In ogni modo ci hanno riprovato; forti del bagaglio culturale del bell’esemplare maschio di sapiens, Fassbender; si intenda di che bagaglio si tratti. Di sicuro sarà o è già mito nel desiderio di quei molti dai 13 in poi che l’adolescenza non abbandona. Forse mai.

Il film dunque non è brutto da vedersi. È inutile. Il testo, découpé per esigenze di spettacolo, va bene per carità, è lasciato a un’integrità spaesata tra la Royal Shakespeare Company e NCIS. La distribuzione italica avrebbe potuto mantenerlo almeno in inglese. Ci avrebbe guadagnato, un poco Willie, e molto gli spettatori che ne avrebbero potuto almeno immaginare la potenza delle immagini sonore; ma visto che agli attori, spaesati anch’essi si lascia che traducano battute come but I shame to wear a heart so white (a2/s2 mi vergogno di indossare un cuore così bianco) nello stile di un qualsiasi io, non ho le chiavi, aprimi, finisce che il peso delle parole viene distribuito su tanti di quei sospirati citofoni, di quei mormorii, di tanto understatement di maniera, che si vorrebbe ascoltare, e con qualche buona ragione, l’opera appunto di Giuseppe Verdi che, non a caso Carmelo Bene (1937-2002) aveva nel cuore.

Eppure il film ha un asso, rilevato dal mio sodale prof. Biuso, nel ritmo da tragedia e nell’impianto statico alla greca. È bella la scena  del banchetto per esempio con tutti i cortigiani immobili come un coro a tutto stàsimo. Nemmeno un rutto per far medioevo, pregevole. E bello, nel superfluo inizio per far la storia come di un sergente Mc Beth alle Falkland, il quasi fermo immagine di Macbeth immobile nel cuore della battaglia a ralenti, dominata dalle tre Parche/streghe. Anzi 4  perché c’è una bambina di bellissima bruttezza, la figlia di Cloto ho immaginato io, Ecàte per Shakespeare. Episodi non sfruttati credo per ragioni marketing, a ridànghete, o non si escluda, perché chi ha fatto il film non ha capito affatto che razza di minestra bolliva nella sua caldera ed è andato in caccia di IO e di psicologia come una qualsiasi collezionista di Io-donna. Allora, alita la domanda omessa dalle collezioniste del dannato IO, tu come lo avresti fatto, eccola; rispondo che grazie al cielo non faccio il regista da anni ma mi avessero affidato Macbeth, uno non avrei dormito la notte, due avrei tolto alla parola la faccia degli attori, per restituirla a un difficile declamato da ascoltare e basta, cartelli come insegnava Brecht per le parti di raccordo, poca musica, magari di Verdi non il kling klong scozzese di questa versione cincischiante. Immagini non saprei, certo teatro necessita il buio, ma forse una Guernica in movimento.

In Macbeth non c’è niente da spiegarsi e occorre piegarsi invece, come Shakespeare, all’essere scritti e detti. Non c’è nessuna storia, mai, e se c’è è marginale. Otello, il mercante, Amleto sono tutte le incarnazioni della bestialità ominide. Di questo si tratta non di gelosie, poteri, guerre e fantasie, ma di orrore, l’unico.  We are such stuff /As dreams are made on, and our little life/Is rounded with a sleep. Si tratta di capire nel sonno di chi siamo il sogno. Aiuti l’Iliade. Ipse dixit, lo so. *

Qui di seguito Carmelo Bene e l’Io; l’integrale di Horror suite(1996) non bellissimo rispetto al Macbeth teatrale precedente (1983), un mozzicone di Trono di sangue e infine Shirley Verrett  (1931-20109 in Macbeth (Abbado/Strehler-Scala-1975). Quivi si noti il décor rarefatto da Strehler.

http://www.dailymotion.com/video/x2qjxll_carmelo-bene-il-macbeth-o-della-iattanza-dell-io_lifestyle

https://www.youtube.com/watch?v=i7fj9AMVQD4

https://www.youtube.com/watch?v=KWd0mTx5DWs.

https://www.youtube.com/watch?v=EsO6cihxCWE

  • The tempest. a4/s1-Prospero… siamo della stessa pasta di cui son fatti i sogni e la nostra vitarella è racchiusa nel sonno. Altre poche citazioni da Macbeth stesso.
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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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4 Responses to Macbeth

  1. dascola says:

    Ti ringrazio Alberto della replica cui replicare ancora sarebbe esornativo. P.

  2. Biuso says:

    Raramente ho letto una definizione dell’amicizia e un ragionamento su di essa così completi: “L’adesione al discorso dell’altro non è narcisismo o compiacenza ma incorporazione, credo, del processo cui l’altro è arrivato. Anche quando il risultato differisca”.
    Sì, l’amicizia (della quale fessbuk e altri social network costituiscono la negazione) è questo.
    Un abbraccio a te.

  3. Biuso says:

    Caro Pasquale, ti ringrazio per aver accennato al mio commento al film. Di tanto in tanto non ci troviamo d’accordo e questa è -per tante ragioni- una cosa buona.

    • dascola says:

      Caro Alberto, la citazione era necessaria perchè acuta e perchè precedente alle mie altre osservazioni. Per il resto sai, non costituiamo noi un fessbuk privato; non ci convolvoliamo nel fabbricarci il reciproco consenso. Non si tratta di like. Dunque è la differenza che alimenta la nostra concordia discors. L’adesione al discorso dell’altro non è narcisismo o compiacenza ma incorporazione, credo, del processo cui l’altro è arrivato. Anche quando il risultato differisca. In fondo credo che si tratti di amicizia. Ma è una parola tanto bistrattata dal moderno che occore cautela nell’uso. Un abbraccio P.

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