Butterflying butterflies

E dunque gli Dèi non hanno litigato per chi avesse più diritto o privilegi a volare sulle mura di Troia, ma di una gran troiata hanno concordato, una tantum unanimi e senza ripicche, discordi simpatie e piccoli ricatti tra loro, l’annihilimento. Oltre ogni pessimistica aspettativa si è dimostrato che, se vuole, lo stivale si pulisce da sé, alla facciaccia delle facciacce  televisive e della stampa baciapile, che non si legge bacia-pail. Nel dì della vittoria, anzi nel dopo il dopo il dopodomani della vittoria, Pirro alle sue legioni disse di sicuro, Che dio ce la mandi buona. Per ora però, è stata talmente vittoria che la classe dominante, i nemici del popolo, eccoli che si affannano e s’adoprano a rimandare, prostergare, posdatare con un solo scopo, e lo chiamano istituzionale, di reinventare l’illegalità, stornare il paventato dubbio delle elezioni, tenere in sella a tutti i costi Mr. Bigbean e tutto il suo partito di bracaloni e imbriachi astemi. Ora devo dire che per il paese vincitore ma stanco varrebbe stare un po’ almeno senza governanti; men che meno istituzionali dacché l’unica figura istituzionale presente, sospetta in culla sospettabile agli altari, è di fatto il presidente repubblichino. Sennò, se proprio dobbiamo avere un governo, suggerisco di interrogare la disponibiltà pro tempore, del Papa in carica. Di là da alcune trascurabili prese di posizione su fatterelli marginali come i matrimoni sgaiati, nel discorso sociale e politico è la sua voce rassicurante come quella del Landini meccanico. Oppure si chieda a quest’ultimo di velocizzare al paese la corsa a, vadano come vadano, vere elezioni. Un papa val bene una messa.

Un accenno di riguardo merita la stampa di regime le cui quotidiane intramuscolo di consenso  alle masse in funzione del mantenimento dei loro padroni, sono risultate  scadute, o di nulla efficacia terapeutica. Io ricordo bene quando Repubica con l’Inscalfibile in ribalta appoggiarono, plaudirono a un losco figuro come De Mita-chi-era-costui lodandone il valore, la grandezza, la lungimiranza, quasi si trattasse di un Churchill e Roosvelt messi insieme, ma dal dottor Frankenstein. Ricordo bene quando Repubica era ed è e resta il quotidiano di chi se ne andava al cinema la sera con l’involto del giornalino  sotto braccio e l’urgenza di non perdere nemmeno una riga dell’oracolo, quale era ritenuto da chi doveva sentirsi almeno qualcosa non essendo niente, ma per lo più voleva arrivare o era arrivato o stava per arrivare. A bersi Milano. Quanto al suo competitore, il Coppiere della serva esso dimostra di essere anch’esso quello che è, il giornale di chi è stato arrivato da sempre, bipettoruto, esangue, a volte esanime, querulo, poltrone, un mistico dell’ordine che si ricostituisce in eterno come arabe fenici che vi sian ciascun lo dice dove sien ognuno il sa. Alla Scala; se ne sgrillettava un notevole sciame ieri. La stampa nel mio immaginario, somiglia in modo estremo al modello stabilito da Saramago in Saggio sulla lucidità, o più modestamente alla fabbrica di lacrimosi coccodrilli immaginata dal Tabucchi. Ebbene ai giornalieri, raccomanderei di tornare al munus per cui sono nati, dare notizia della zucca gigante, del nuovo parroco, dei cinemi in città e provincia, della squadra di calcio in sofferenza, del ladro che ingaggia un duello con i carabinieri ma è stato acciuffato. Della castagnata pro croce rossa in piazza. E sovra tutto un mare di pubblicità. Ecco tutto.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/08/milano-la-scala-e-il-referendum-in-centro-il-si-ha-vinto-con-il-65-siamo-i-poteri-forti-e-il-voto-dei-ricchi-dato-al-pd/3245569/

About dascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu piccino privato come di stringhe e cravatta dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo e forse un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi a Bell’agio proprio tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.
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