Lati, tanti

Da qualunque dei lati lo si voglia osservare il cristallo della situazione in Abruzzo rimanda immagini inquietanti. Imagini da otto settembre, data che credo pochi ricorderanno, dal momento che il forte di questa nostra epoca maledetta è rifiutare la storia. Sono consapevole del fatto che prendere la parola su temi che non conosco che per sentito dire è antipatico e inutile, ma i pochi lettori  perdoneranno l’indignazione di queste altrettanto poche righe. E qui possono anche smettere di leggere. Dunque pare

  1. che l’allarme lanciato dopo la valanga di qualche giorno fa al centralino delle emergenze abbia suscitato un, Non ci credo, delinquenziale. Non ci credo che ha provocato un ritardo ingente sembra, nell’attivare la catena virtuosa dei soccorsi. Ora è verosimile che ai centralini di emergenza non sia affidato il compito di credere/non credere, discutere o fottersene di un’emergenza ma di metterla in moto. Intendo dire che d’ora in avanti v’è da dubitare che al richiedere un ambulanza con medico per un infarto ci si senta rispondere, Ma dai, infarto come fai addirlo (ormai tutti ti danno del tu), aspetta un po’ e vedi come va tra un’oretta. Soggetto da magistratura, ma ci si può scommettere che i centralinisti di quella sera non patiranno nemmeno un rimprovero e campa cavallo.
  2. da quello che ho potuto vedere e capire, s’è visto un battaglione di soldati coraggiosi spingersi all’attacco della situazione in assenza di generali. È vero che i generali devono star da qualche parte a dirigere le operazioni ma altrettanto vero è che nemmeno un cristo di pezzo da novanta della classe digerente, un cianfalòne, un matterugiolo, un ostia-che-lo-brusi di commissario straordinario abbia sentito lo sperone alle tergiversanti terga d’asino per andare sul posto a vedere che succede. Però pare che preghino molto. È ecologico… nelle loro tiepide case.
  3. che in questo quadro oso dire tragico, tra mucche e pastori assiderati e miserie da  assedio di Münster, la classe digerente tutta di un paese eternamente al collasso è medusata dai discorsi vani di Trump e dalle peripezie di Putin, di cui frankly I do not give a damn.

Detto questo voglio  ricordare la sera di diecimila anni fa in cui alla Scala di Milano dove mi pregiai di lavorare alcun tempo, crollò in capo ai macchinisti un pannello di legno alto e pesantiello anzi che no. Niente di che, a cose fatte, una gamba fratturata e qualche escoriazione. Ma l’allora sovrintendente generale Paolo Grassi che per una sera stava a casa a guardarsi la tilivisiona, avvisato, in un vidìri e svidìri arrivò in teatro a rendersi conto dell’incidente.

Ricordo anche appunto, che l’otto settembre del 1943 il mai troppo deprecato reginello d’Italia, alla rovina del paese che aveva rovinato, prese su armi, bagagli, monete da collezione e aiutante di camporella, conte Aloìsio Lardello e via che scappa a Brindisi a fare i bagni; era ancora stagione.

Sono questi due esempi preclari di come il paese sia oggi come ieri governato e non governato nello stesso tempo. E che sappia sopperire alla povertà miserrima della sua ruling class da solo. Forse è il momento di capire che un governo quale che sia non ci serve.

Non so che altro dire.

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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6 Responses to Lati, tanti

  1. Leonardo Taschera says:

    Ricordate “La classe dirigente” film del 1971 diretto dall’inglese Peter Medak con Peter O’ Toole nella parte del Conte Jack Arnold Gurney, uscito dall’ospedale psichiatrico alla morte del padre di cui eredita patrimonio e titolo, e convinto di essere la reincarnazione di Gesù Cristo? Si vede che far parte della classe dirigente oggi fa uscire di senno anche dalle nostre parti o quanto meno procaccia una belle indifférence hystérique che mette al riparo i suoi appartenenti dal senso di responsabilità: mi spiegai? Quanto ai centralinisti che minimizzano la gravità delle segnalazioni che ricevono, ciò rientra nel normale comportamento dettato dal binomio stupidità-arroganza, alimentato dalla particolare intelligenza – sempre da parte della classe dirigente, in questo caso burocratica- nel mettere le persone giuste al posto giusto. Forse non sono serio nello stendere questo commento, ma non potendo saltare alla gola di chi di dovere, trovo quanto meno liberatorio utilizzare la figura retorica dell’ironia

    • dascola says:

      “Forse non sono serio nello stendere questo commento, ma non potendo saltare alla gola di chi di dovere, trovo quanto meno liberatorio utilizzare la figura retorica dell’ironia”.

      Come sappiamo l’ironia è un’arma appuntita; se non altro perché pungola la risata che, per lo meno ha potere di liberare, pro tempore, dal disagio. Non a caso hai scelto di citare un film che esalta la forza dell’ironia. Ricordo bene Peter O’ Toole che all’esclamazione del maggiordomo, Oh Cristo santo, replica amabile, Siiì.

  2. Massimo Bertola says:

    Caro P., sull’ultimo punto (specialmente) la penso anch’io così. È un’epifania interessante, dopo millenni di idea che non si viva senza un Governo, ma i nostri tempi dimostrano quanto meno una specie di contrario, che di governo si può morire. Un abbraccio M

    Inviato da iPhone

    >

  3. Biuso says:

    “Sono questi due esempi preclari di come il paese sia oggi come ieri governato e non governato nello stesso tempo. E che sappia sopperire alla povertà miserrima della sua ruling class da solo. Forse è il momento di capire che un governo quale che sia non ci serve.

    Non so che altro dire”.

    Hai detto l’essenziale, mio caro amico. Questa conclusione va al di là della presente tragedia e coglie l’inutilità dell’autorità, quando l’autorità nulla ha di autorevole, e cioè quasi sempre.
    Questa tua conclusione è quindi l’inizio.

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