Kaputt e accessori

Bronzino-Firenze,-Uffizi_Lucrezia-Panciatichi

Il Bronzino – Ritratto di Lucrezia Panciatichi

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta che esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata – come una fontana – dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rainer Maria Rilke – Lettera a una giovane signora – Soglio-Grigioni, 2 agosto 1919 –

Ancora ce ne fosse bisogno preciso che non ho attitudine né voluttà di critico, se non nella misura in cui sono convinto, e mi spiace se mai apparire immodesto quando sono solo lucido osservatore, che un’opera intesa d’arte per i motivi ben pesati qui da Rainer Maria Rilke, è in sé critica dell’arte di cui si serve, creandone; giocando con levità alle parole mi pare che tra arte e opera è l’opera ad essere d’arte, o non è opera, né arte, né letteratura, né né né; questo perché assume uno stile, una natura, crea un mondo, è in sé un mondo creato, un reale non meno reale e sensibile, benché spesso vada ben oltre l’immediato sensibile, di quello che molti intendono per realtà, tutta la realtà, ossia supermercati, filobus, troìai e rifiuti, riunioni di condominio, regìe innovative, avanguardie figurative, fuffa e infine cronaca o giornalismo o, peggio e altrimenti, la Realtà maiuscola, pretesa vera, monòcola e opposta all’immaginario, al mancante, al simbolo.

Ecco, dacché un ottimo editore, Adelphi, lo sta resuscitando, senza scopo diverso dall’interrogarmi da me come spesso accade quando ci si incaponisce su qualcosa che non ci riguarda e che lasceremo cadere nel vuoto e alé, meditavo da qualche tempo tuttavia di chiacchierare qui d’un autore trapassato ma del quale ho sempre sniffato il sentore di poco chiaro, di omesso o irrisolto su un tronco di fascismo sommario. Sia chiaro che si può essere fascista e scrittore e filosofo, artista e quel che vi pare; quando dico fascista non intendo l’adesione tecnica agita dal particulare, Pirandello che chiede la tessera del partito, intendo una modalità profonda del soggetto, il nocciolino duro che determina un esserci e lo distingue da un farciª. Dunque Curzio Malaparte. Mi piacque in altri tempi il suo Maledetti toscani, racconto aneddotico, sapido e aguzzo come in genere i fiorentini, ma niente di più né di meno. Non mi piacque al contrario La pelle a motivo del troppo, delle iterazioni, delle ridondanze, dell’iperbolica non governata da una sintassi interiore non indulgente, da uno disciplina severa che è lo stile, arte. Quindi ho letto Tecnica del colpo di stato che presenta gli stessi inganni di là da un netta esposizione giornalistica e che valse al Malaparte qualche fastidio ben medicato con Mussolini, e infine Kaputt che con questi inganni vuole fare letteratura e non lo è. Scrittura certo, è indubbio, liber scriptus proferetur, di un uomo intelligente cui, se già non è successo, uno psicoanalista da rotocalco imbastirebbe addosso una diagnosi accademica nemmeno troppo complessa; di lui, del Bonaparte Malaparte, Indro Montanelli disse o scrisse per altri versi che si trattava di un colossale Narciso, grande quanto sgradevole; da bimbetto scopersi una immagine di lui, del Malaparte non di Narciso per quanto si possano confondere l’uno con l’altro, in posa sul terrazzo della sua villona di Capri, immagine da avanti-ardito in pantofoline, sedotto dall’idea di una grecità alla von Glöden. Qualcuno potrebbe azzardare che Kaputt ricorda Nord, il trittico di Céline; bah, mi parrebbe come dire che Guerra e Pace ricorda Centomila gavette di ghiaccio perché si parla di guerra e di Russie e di ritirate. Ora per Céline per l’appunto lo stile, che è tutto, era modo che si fa contenuto, mia l’interpretazione; con sue parole infatti, le traduco dal francese a memoria, in un intervista affermò che, Di storie sono pieni i carceri, i dispensari dermosifilopàtici, le sale d’aspetto ma la letteratura è lo stile; e ritmo. In Céline, voltalo di qua voltalo di là, è lo stile che sovrabbonda, forse sovrabbonda Céline stesso in quanto stile umano atterrito dell’abisso, ma non la storia che precipita invece giù per limiti tendenti a zero. Nord procede piano, scorre via in tre piccoli volumi, c’è poco, può persino sembrare noioso. Ma non c’è eccesso, clemenze, rumore inteso semantico d’aggettivi, di metafore. Dunque all’immaginario osservatore che di Nord trovasse paralleli o meridiani con Kaputt mi pare di poter dire che no, in Kaputt gli stessi, non voglio chiamare difetti ciò che in altri desterebbero meraviglia e godimento, gli stessi τόποι o ricorsi retorici di la Pelle, le stesse frasi, mi vien da dire svergognate, finte cioè perché volte all’artàto, chissà da una lunga pratica di cronachista, indotte al sensazionale, all’effettato, a quegli eccessi da medico legale che si compiaccia di misurare  la profondità di una ferita verminosa ficcandoci un dito, ma solo dopo averlo intinto in un litro di Chanel. Prima di proseguire ricordo l’orrore di Se questo è un uomo, di Nelle tempeste d’acciaio, de l’Istruttoriaᵇ,  semplici esempi di letteratura. I deliri di Schreber sono solo anamnesi, espressione, il Reparto numero 6  di Čechov no, opera d’arte. La domanda pertanto sorgerebbe circa il motivo editoriale che ha indotto l’Adelphi a pubblicare questo autore, dunque questo Kaputt da cui, all’esatto contrario che in Nord e prima nell’opera perfetta di Céline, Viaggio al termine della notte, manca del tutto, la constatazione del dolore irredimibile, lo sdegno senza perdonanze, la vergogna, l’orrore, il Nihil, la pietà infine, una pietà desolata e un sarcasmo omicida, infine un po’ di fascismo, trasfigurati però nell’opera d’arte. Non saprei, forse il fatto che avendo Malaparte visto e sentito e partecipato a molti eventi della seconda tra le guerre dette mondiali, ebbene, per quanto attendibile sì, attendibile no, egli dal suo punto di vista fornisce notizie di primissima mano su questo e su quello, di fronti, offensive, Bessarabie, Moldovie ed Ucraine, di dittatori, cortigiane ed omminicchi, di conti, principi su cui, forse per non essere nata lui duchessa, egli sbavava riproducendone tic linguistici quanto generica pochezza, tutto senza distanza prospettica. Il lavoro di uno storico sui generis con il gusto del tutto personale di interpretare la parte del blasé ma sensibile e con il fare tuttavia di un monsieur Je suis partoutᵈ. Non mi lagno di averlo letto, in ritardo capisco, questo Kaputt; una lettura utile per chi ama la storia e ha voglia di tollerare la propria incredulità circa i fatti e la dismisura dell’autore per circostanziare il colore di una lago estivo aggettivo su aggettivo, come-se dentro come-se, metafora dopo metafora.

In un mondo di segno opposto, Rainer Maria Rilke, di cui parlare è superfluo ma così bello leggerne i balzi, gli scatti dell’intelligenza amorosa, quasi ad ogni riga di semplici eppur difficili lettere da amico, quelle che, sempre Adelphi, ha raccolto in un volumetto esile dal titolo denso, Lettere a un giovane poeta. Altro non è cosa dire di chi poco prima di morire, scrisse per sé quest’epitaffio, poche parole per molto.

Rose, o reiner Widerspruch, Lust,

Niemandes Schlaf zu sein,

Unter so viel Lidern.

Rosa, contraddizione pura, Gusto,
D’essere  di nessuno il Sonno,
Sotto così tante palpebre.

Francis Bacon (1909-1992) Edipo e la Sfinge

ªMa che ce sei o ce fai. Non ricordo casi molto rilevanti, Gentile a parte, di adesione e partecipazione al partito fascista, che può essere diverso da essere fascisti, o avere lavorato in periodo fascista, fatto quest’ultimo che toccò a molti, a De Sica e Luchino Visconti per esempio, Moravia, Malipiero, Pirandello, Ungaretti senza che abbiano prodotto un’arte fascista. Nel cinema per essermene occupato, l’arma più potente secondo Mussolini, tranne per La saga di Giarabub, mi parrebbe ingeneroso affermare che La nave bianca di Rossellini o Signorine grandi firme, siano opere fasciste, cioè di dichiarata o velata propaganda; nemmeno Condottieri di Trenk, peraltro non meno bello e intriso di epica salvifica e dittatoriale dell’epico Nevskij o Acciaio, mi sono sembrati fascisti. Avevano invero queste opere, d’arte o meno, il valore e la funzione di finzione (dis)educativa, come la pubblicità, la stampa e la televisione, la scuola politicamente corrette d’oggi, la cui arte credo nulla rispetto a I bambini ci guardano (1943 -Vittorio de Sica). Per la propaganda vera, diretta c’erano i film Luce a bastare ed avanzare e a far danni. Pirandello chiese non richiesto la tessera del partito, ma aderirono in tanti per non dire tutti, -rimandarsi pertanto a ciò che più volte scrisse Pasolini sul fascistismo italico- poi dimenticati perché nullità. Eccone un elenchino minimo, Padre Reginaldo Giuliani, Giuseppe Bottai, Sem Benelli, Mario Appelius, Achille Starace, Auro D’Alba, Luciano Folgore, Ugo Ojetti etc. e, naturalmente quel cóltissimo maccherone che fu F.T.Marinetti, le cui Poesie a Béni, in francese, sono forse leziose ma deliziose.
ᵇ Primo Levi – Se questo è un uomo – Einaudi. Peter Weiss – L’istruttoria – Einaudi. Ernst Jünger – Nelle tempeste d’acciaio – Guanda
ᵈ Forse poco noto a chi non si occupa di queste bagatelle da massacro JSP fu assai letto giornale parigino più-che-fascista apparso nel 1930 e liquidato nel 1944, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Je_suis_partout. Nel bellissimo film di François Truffaut L’ultimo métro, uno dei caratteri principali è appunto di quel giornale il critico teatrale, Daxiat nella finzione, ovvero Alain Laubreaux nella realtà. ( E interessante osservare come per essere veri nell’altra realtà i nomi di luoghi e di persone, siano da cambiare; ne fa fede massima Proust ) Nella realtà del film Daxiat viene fucilato l’indomani della Liberazione, nella realtà fattuale invece Alain Laubreaux la fece franca da Franco in Spagna, benché condannato a morte in contumacia in Francia. Si veda dunque il film in http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4bd38fe1-cd10-4c61-acd8-e3b69e0d36a3.html 

 

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About dascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è.
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